martedì 24 settembre 2019

Del 21 Settembre, la Giornata per la Pace

ZKS, VIII Congress - Ljubljana, 1978
MIJ, Dizajn za Novi Svet - Belgrado, 2016

La Giornata Internazionale per la Pace, che si è celebrata, come ogni anno, lo scorso 21 Settembre, è uno dei momenti cruciali per riflettere sulla situazione e le prospettive dello scenario internazionale, per confermare e consolidare l’impegno, di tutti e di ciascuno, nella lotta contro la guerra e per la costruzione della pace, per condividere idee ed ipotesi di lavoro, lungo le quali incamminarci, in una prospettiva di futuro. Sono, del resto, queste le motivazioni di fondo che stanno alla base della risoluzione 36/67 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite (30 Novembre 1981), che, istituendo la Giornata per la Pace, ha chiesto a tutti e tutte, popoli e Stati, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», intendendo, allo stesso tempo, l’impegno contro la guerra e per la pace, non solo come una vocazione “morale”, ma specificamente come un impegno “fattivo”, al quale tutti e tutte siamo chiamati. L’occasione è pertanto preziosa per riflettere sullo stato del pianeta e per sollecitare ad un rinnovato impegno nella direzione del rilancio del ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione della guerra e nella costruzione della pace, per dirla con Johan Galtung, «a partire dalle cause», rimuovendo e contrastando, attivamente, le diseguaglianze e le ingiustizie, l’oppressione e lo sfruttamento, e, come ha recentemente richiamato il Segretario Generale, Antonio Guterres, in apertura del summit delle Nazioni Unite contro il surriscaldamento climatico, lo stravolgimento dell’equilibrio eco-sistemico, che, unito all’iper-sfruttamento delle risorse energetiche, costituisce uno dei fattori oggi più allarmanti di sperequazione e di tensione, di guerra e di conflitti.  

Anche per questo è molto importante recuperare e rilanciare, nel contesto di un nuovo multipolarismo e di una riforma del sistema stesso delle Nazioni Unite, che vada verso un maggiore bilanciamento dei rapporti di forza, una più accentuata democraticità dell’organizzazione, una più coinvolgente partecipazione di popoli e comunità, il ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione dei conflitti armati e nella costruzione della «pace positiva». L’Agenda per la Pace, «An Agenda for Peace. Preventive diplomacy, peace-making and peace-keeping», il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1992, esplicitamente richiede che ufficiali di polizia civile, osservatori civili dei diritti umani, specialisti civili per i profughi, i rifugiati e l’aiuto umanitario abbiano lo stesso ruolo dei militari, siano considerati altrettanto se non maggiormente decisivi nelle misure di protezione dei diritti umani e di costruzione della pace, siano attori cruciali per il peace-keeping ed il peace-building. 

Come infatti ricordano i panel dedicati delle Nazioni Unite, «il peace-keeping delle Nazioni Unite sostiene i Paesi sconvolti dai conflitti nel creare condizioni per una pace duratura»; tale peace-keeping ha alcuni specifici punti di forza, quali «legittimità, condivisione delle responsabilità e la capacità di dislocare effettivi provenienti da tutto il mondo, integrati con operatori di pace (peacekeeper civili) nel contesto di mandati multi-dimensionali». Tra questi: la prevenzione dei conflitti, vale a dire le «misure diplomatiche volte a prevenire che le tensioni degenerino in conflitti violenti», quali l’allerta tempestiva, la documentazione, e l’analisi dei dati-sentinella, potenziali spie di conflitto; quindi, il peace-making, vale a dire le «misure tese a portare le parti in conflitto a giungere alla negoziazione di un accordo», anche attraverso iniziative diplomatiche, ufficiali o popolari; infine, il peace-building, vale a dire le «misure tese a rafforzare le capacità locali di gestione dei conflitti e di prevenzione delle escalation» a livello sociale ed istituzionale. 

In questa strategia, che si dipana, a partire dagli anni Novanta, sino ai giorni nostri, numerosi tasselli hanno confermato il ruolo cruciale degli operatori civili nei percorsi di prevenzione della violenza e trasformazione dei conflitti. Nel 1995, la risoluzione 50/49 dell’Assemblea Generale sulla partecipazione dei «Caschi Bianchi» nell’aiuto umanitario, nella cooperazione per lo sviluppo e nella ricostruzione «incoraggia azioni … tese a mettere a disposizione del sistema delle Nazioni Unite corpi volontari nazionali come Caschi Bianchi, al fine di fornire risorse umane specializzate per l’aiuto umanitario in casi di emergenza e di riabilitazione». Nel 1999, la raccomandazione 47/99 del Parlamento Europeo al Consiglio dell’UE propone l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo in forma di un contingente minimo, flessibile e facilmente dispiegabile, con compiti quali (art. 2): «arbitrato, mediazione e costruzione della fiducia tra le parti; aiuto umanitario, reintegrazione (disarmo e smobilitazione di ex-combattenti), riabilitazione, ricostruzione e monitoraggio; osservazione, monitoraggio e miglioramento della situazione dei diritti umani».

È più che mai il caso, all’indomani della Giornata della Pace 2019, di rilanciare dunque questo impegno: a maggior ragione dopo l’approvazione della risoluzione 2250 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite («Giovani e Pace») che esplicitamente afferma «l’importante ruolo dei giovani nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti e come attori cruciali per la sostenibilità e il successo degli sforzi per il peace-keeping ed il peace-building»: una nuova leva per rafforzare, oggi, l’impegno per la pace. 

giovedì 6 giugno 2019

Il Kosovo, e un nuovo precipizio della violenza

Fitim Selimi [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Una giornata gravissima per il Kosovo, quella dello scorso 28 Maggio, quando una escalation di violenza e scene di vera e propria guerriglia hanno riportato la regione a un punto di tensione e di conflitto che non si vedeva dal luglio 2011, all’epoca della cosiddetta “crisi dei valichi”. E, per alcuni aspetti, le modalità dell’intervento e il carattere dell’escalation, nei due casi, sembrano mostrare talune similarità e analogie.

In quelle giornate estive, del luglio 2011, le unità speciali della polizia kosovara (ROSU) innescarono un blitz, all’epoca con un coinvolgimento degli elicotteri della missione NATO nella regione (KFOR), allo scopo di prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord, lungo la linea di amministrazione che delimita il Kosovo Settentrionale dalla Serbia Centrale. 

Come in altre circostanze, la reazione delle popolazioni serbe, che sono larghissima maggioranza nelle municipalità del Nord (Kosovska Mitrovica, Zvečan, Leposavić e Zubin Potok), si espresse con il “boicottaggio” e la “non collaborazione” e si manifestò con blocchi e barricate erette lungo le strade di collegamento. L’escalation precipitò nuovamente il Kosovo oltre la soglia del “conflitto congelato” e nuove tensioni e barricate fecero la loro comparsa sul ponte centrale di Mitrovica.

Lo spettro del “conflitto congelato” è stato evocato dallo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, ma prima, non dopo, l’ultima escalation di tensione che ha nuovamente interessato il Kosovo: un particolare, questo, fatto acutamente notare, per i contenuti di quelle affermazioni e la strettissima successione degli eventi, da diversi osservatori internazionali. 

In una sessione speciale del parlamento serbo, a Belgrado, che si è svolta appena lunedì scorso, il 27 Maggio, il giorno prima della nuova escalation, Vučić aveva dichiarato, in un lungo e impegnativo discorso, trasmesso in diretta dalla televisione serba e che non aveva mancato (e continua a non mancare) di suscitare commenti e reazioni, che la situazione del Kosovo deve essere risolta con il negoziato e il compromesso. 

Ed ancora: che non vi è alternativa tra una situazione nuova frutto di un accordo tra Belgrado e Prishtina e la prospettiva inquietante di mantenere la regione nella situazione di un conflitto congelato, puntualmente sensibile a nuove escalation e a nuovi precipizi, e che l’opinione pubblica serba deve abituarsi a pensare che il Kosovo non è più sotto il controllo serbo, a parte per le funzioni amministrative che lo stato serbo continua ad esercitare nei comuni e nelle enclavi serbe (la sanità e la scuola, essenzialmente) e quindi, di conseguenza, senza una soluzione capace di superare lo status quo, la reazione, da parte della leadership nazionalista della maggioranza albanese, sarà quella di colpire i serbi.

Appena un giorno e una nuova violenza agita il Kosovo. Il 28 Maggio una “operazione anti-crimine” dà corpo ad un vero e proprio raid nelle municipalità del Nord, in particolare nel comune di Zubin Potok, quando, alle prime luci dell’alba, il raid sconvolge la regione del Nord, gli scontri degenerano in un vero e proprio conflitto a fuoco, numerose persone (19 persone, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia kosovara, 23 persone, secondo le dichiarazioni ufficiali serbe) vengono arrestate: undici serbi, quattro albanesi e quattro bosniaci. Si susseguono scontri a fuoco e cinque poliziotti kosovari e sei civili serbi vengono feriti. 

Le barricate e i blocchi eretti in auto-difesa dai residenti serbi vengono distrutti e smantellati dalle forze speciali kosovare; la tensione cresce e il Kosovo ripiomba nuovamente tra le pagine peggiori della sua storia recente. Alle agenzie internazionali, ripetendo in qualche modo il copione del 2011, le forze della NATO in Kosovo (KFOR) non trovano di meglio che dichiarare che si è trattato «solo» di una «operazione di polizia», conseguenza di una serie di «mandati di arresto» per una «indagine sulla corruzione».

La presenza delle forze speciali della ROSU nel Kosovo Settentrionale a maggioranza serba resta una questione spinosa e controversa. L’Accordo di Principio, l’unico testo di portata complessiva scaturito dal dialogo diplomatico tra le due capitali, il 19 Aprile 2013, prevede, salvaguardando l’unitarietà del Kosovo e la volontà della Serbia di non riconoscerlo, una ampia autonomia dei Serbi del Kosovo e la costituzione di una Comunità dei Comuni Serbi, per un totale di dieci comuni, tra cui i quattro del Nord, K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok. 

Gravissimo anche il fatto che, negli ultimi scontri, due funzionari della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) siano stati arrestati e, tra questi, un diplomatico russo. Il Kosovo è uno stato «di fatto», ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale; sono circa ottanta i Paesi che non lo riconoscono e, tra questi, cinque membri UE (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

Tutto ciò succedeva il 28 Maggio, 2019. Avremmo preferito ricordare questa giornata come la vigilia del 29 Maggio, 2019: la giornata mondiale dei peacekeeper delle Nazioni Unite, istituita, appunto, per richiamare tutti gli stati e le persone all’importanza del ruolo delle Nazioni Unite, nel contesto della difesa della sicurezza internazionale e del diritto internazionale, ai fini del mantenimento della pace, e per sollecitare impegni concreti, nel senso della prevenzione delle cause della violenza e della estinzione dei bacini della violenza, per risolvere i conflitti in maniera costruttiva e generare nuovi spazi per la pace e la pace positiva. 

Istituita con la Risoluzione 57/129 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003, essa richiama l’importanza del peacekeeping come strumento – chiave per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale e rende omaggio alla memoria di quanti sono caduti per la causa della pace. Riflettendo sulle ambasciate di pace, uno degli strumenti dei corpi civili di pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione della pace positiva, in un testo dei Berretti Bianchi (1994), si legge: «L’ambasciata di pace è uno strumento della diplomazia dei popoli. […] 

«In quanto diplomazia dei popoli, l’ambasciata di pace deve essere autonoma da tutti i governi. L’ambasciata di pace è uno strumento della società civile e delle popolazioni e da queste sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. […] I suoi compiti sono: aprire e consolidare le comunicazioni tra i popoli; […] aiutare le popolazioni che, in seguito a guerre, esodo forzato, embargo, epidemie o disastri ambientali, si trovano in stato di bisogno; […] essere uno strumento di supporto logistico ed organizzativo per tutte le ONG che intendano contribuire alla pace».

È forse il caso di concludere ricordando le parole di uno tra i maestri italiani della peace-research che più si sono impegnati ai fini della prevenzione della violenza e del superamento del conflitto in Kosovo. Alberto l’Abate, nel suo studio dedicato a «Il contributo di Johan Galtung alla teoria e alla pratica della pace e della nonviolenza», in “Inchiesta” (24 novembre 2013), ricordava quanto fosse importante la «sottolineatura di Galtung dei tre principali compiti dei professionisti di pace che lui si augura … si diffondano in tutto il mondo: 

1) la riconciliazione, e cioè il curare gli effetti della violenza passata; 

2) la costruzione della pace, e cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura; 

3) la trasformazione del conflitto, e cioè la ricerca di metodi per mitigarli (ad esempio passando da una lotta armata ad una lotta di tipo nonviolento), oppure nell’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio (attraverso la mediazione). […]

«In questo campo, il suo «triangolo del conflitto» è formato, da un lato, dagli atteggiamenti (odio, rancore, diffidenza etc., che possono essere superati attraverso l’apprendimento dell’empatia); in un altro angolo, dal comportamento (che può passare, anche grazie ad un buon lavoro dell’operatore di pace, da violento a nonviolento); e, infine, dalle contraddizioni, e cioè dagli obiettivi contrapposti dei due contendenti, che possono tuttavia essere superati grazie alla creatività e alla ricerca di obiettivi di mutuo beneficio».

A margine degli eventi drammatici di questo 28 Maggio, in Kosovo, il capo della missione UNMIK, Zahir Tanin, non ha mancato di fare sentire la propria voce, richiamando tutti al rasserenamento della situazione e alla de-escalazione del conflitto. Non bastano tuttavia gli appelli e le dichiarazioni, se il compito è, come a questo punto appare, quello di prevenire ogni ulteriore possibile escalation e di avviarsi con decisione, a differenza di quanto è stato sin qui fatto, verso la definizione di un percorso diplomatico autentico e la costruzione di solide condizioni per la «pace con giustizia» (pace positiva). 

Richiamando quanto scritto, recentemente, da Rocco Altieri, infatti, nella sua interezza «il Movimento per la Pace ha oggi di fronte a sé il compito di acquisire, così come aveva auspicato nel 1992 l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, capacità funzionali alternative agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione delle crisi internazionali e della costruzione della pace, prevedendo un’azione di confidence building (un’opera cioè di “diplomazia preventiva”), un’azione di peace-making, peace-keeping e peace-building post-conflitto. Si affacciava per la prima volta, nelle più alte organizzazioni internazionali, l’ipotesi di un’azione civile di prevenzione e interposizione non armata nei conflitti, da affidare a corpi non militari, corpi civili di pace».

In Kosovo la tensione resta alta, in un epicentro del conflitto nel cuore dell’Europa, proiettato sullo scenario complesso e turbolento del Mediterraneo. Oggi giunge la notizia del rilascio, da parte delle autorità kosovare, dei civili serbi arrestati. Non deve, tuttavia, venire meno l’attenzione e l’impegno, perché si cominci a esplorare, finalmente, una strada nuova, di distensione, e, in definitiva, di pace e di giustizia.

martedì 28 maggio 2019

Patrimoni Culturali e Naturali per la «pace con giustizia»

reparadorwiki: https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Diablos-3.jpg


La potenza evocativa e memoriale dei patrimoni culturali e naturali può determinare profondi, positivi, impatti, non solo di tipo culturale in senso generale, ma, nello specifico, di carattere sociale.

Com’è noto l’UNESCO, costituita nel 1945, con sede a Parigi, ha come scopo quello di proteggere la scienza e la cultura, promuovere la diffusione dell’istruzione, sollecitare gli Stati a tutelare e promuovere il proprio patrimonio culturale. Nella promozione e diffusione di consapevolezza intorno al valore del patrimonio culturale, la pace, in particolare la «pace positiva», la pace con giustizia, non è un contenuto indifferente.

Nel momento in cui promuove lo sviluppo sociale degli Stati e delle comunità del mondo a partire dalla tutela e dalla conservazione del patrimonio culturale e del patrimonio naturale; quando indica la strada dell’innovazione e dell’apertura al futuro, pur preservando la propria memoria ed i propri saperi; incoraggiando, a partire dalla «messa in comune» del carattere universale del patrimonio culturale, l’espressione della diversità culturale e il dialogo interculturale, la promozione del patrimonio culturale e naturale può diventare, al tempo stesso, un potente mezzo di promozione della pace e dei diritti umani.

Attualmente sono più di mille i patrimoni culturali e naturali riconosciuti dall’UNESCO in oltre due terzi dei Paesi del mondo; per l’esattezza, si tratta in totale, ad oggi, di 1092 siti (845 siti culturali, 209 siti naturali e 38 misti) in 167 Paesi. È noto che l’Italia è il Paese che ospita il maggior numero di patrimoni dell’umanità, con ben 54 siti riconosciuti (di cui 49 siti culturali – 7 dei quali sono «paesaggi culturali» – e 5 siti naturali).

In particolare, per il nostro Paese ma non solo, la definizione di «paesaggio culturale» comincia ad essere particolarmente importante, dal momento che i paesaggi culturali costituiscono i «paesaggi che rappresentano le «creazioni congiunte dell’uomo e della natura», e illustrano l’evoluzione di una società e del suo insediamento, nel tempo, sotto l’influenza di vincoli o di opportunità presentate, all’interno e all’esterno, dall’ambiente naturale e da spinte culturali, economiche e sociali. La loro protezione può contribuire alle tecniche di uso sostenibile del territorio ed al mantenimento della diversità biologica».

Nel bacino del Mediterraneo, i Balcani ospitano una quantità notevole di patrimoni: tre in Albania, tra cui la splendida Butrinto; tre in Bosnia, con la storica città di Mostar, già devastata dalla guerra; dieci in Croazia, con Split (Spalato), Dubrovnik (Ragusa), Parenzo (Poreč); il meraviglioso complesso storico – culturale e archeo – naturalistico di Ohrid, in Macedonia del Nord; quattro in Montenegro, con la regione delle Bocche di Cattaro; cinque in Serbia, tra i quali gli stupefacenti monumenti medievali e bizantini del Kosovo: il monastero di Dečani, il patriarcato di Peć, il monastero di Gračanica e il complesso della Bogorodica Ljeviška a Prizren.

A proposito di guerra, peraltro, è ormai universalmente noto come, specialmente nel contesto del conflitto etno-politico, laddove le matrici identitarie vengono manipolate e strumentalizzate ai fini della violenza, non solo il patrimonio culturale, con il suo portato semantico e simbolico, viene spesso precipitato nella spirale della guerra, ma, in particolare, viene fatto oggetto di azione sistematica, brutale, di vandalizzazione e di distruzione: sono non meno di 1700 i siti culturali, monumentali e religiosi, alcuni dei quali patrimoni mondiali UNESCO, distrutti o danneggiati durante il ciclo di guerre nella ex Jugoslavia degli anni Novanta, nel corso dell’aggressione della NATO contro la Serbia nel 1999 o nei violenti pogrom del 2004 in Kosovo.

Se è vero che, per un verso, l’arte e la cultura possono costituire un terreno positivo per favorire la riappropriazione condivisa e il reciproco riconoscimento, quindi la ricomposizione e, in prospettiva, la riconciliazione; è non meno vero, peraltro, che la guerra devasta e distrugge, e la tutela del patrimonio rappresenta anche la difesa della storia e della memoria, delle culture e dei saperi di una comunità. 

Oggi, sottoposto a ripetute minacce di ingerenza e di aggressione, ancora una volta da parte degli Stati Uniti, è il Venezuela Bolivariano ad essere preso di mira e, con esso, è il suo patrimonio culturale e naturale ad essere esposto: le splendide architetture coloniali della città di Coro, il complesso di architettura contemporanea della Città Universitaria di Caracas, i «Diavoli Danzanti» di Corpus Christi e lo storico Carnevale di Callao.

La conferenza sul tema «Patrimoni Culturali e Naturali» si tiene giovedì 16 maggio, a partire dalle ore 10.00, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, con la presenza, tra gli altri, di Elena Coccia, Consigliera Delegata alla Cura del Patrimonio Culturale e rete dei Siti UNESCO della Città Metropolitana di Napoli, e la presentazione del mio volume “Paesaggi Kosovari 1998-2018”, edito da Multimage, Firenze, 2018.

mercoledì 10 aprile 2019

«Uscire dal sistema di guerra, ora»

pressenza.com/it/2018/09/palermo-convegno-mediterraneo-nonviolenza-pace

Nell’ambito della due giorni di assemblea, la nostra associazione, IPRI - CCP (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Corpi Civili di Pace) ha avuto modo di partecipare ai lavori della Conferenza Internazionale in occasione dei 70 anni della NATO, dal titolo: «I 70 anni della NATO: quale bilancio storico? Uscire dal sistema di guerra, ora», che si teneva, negli stessi giorni, nella città di Firenze. 

Come è stato riportato sul sito della associazione, a proposito della NATO, quest’ultima rappresenta «la longa manus di chi ha interessi nella produzione di armi di ogni tipo, cioè il complesso militare-industriale e politico, oggi anche finanziario, termine, talvolta, usato in senso più ampio per includere l’intera rete di contratti e flussi di denaro e risorse tra individui, società, istituzioni, appaltatori della difesa, il Pentagono, il Congresso e, in definitiva, il ramo esecutivo del Governo degli Stati Uniti». 

D’altra parte, il Convegno, nello svolgimento dei lavori e nell’articolazione delle sue sessioni tematiche, ha affrontato alcune questioni di grande portata strategica, che riguardano il posizionamento odierno della NATO nei diversi scacchieri mondiali, il suo ruolo e i suoi obiettivi, ma anche la minaccia di guerra che essa ha rappresentato e continua a rappresentare, e la conseguente esigenza di lottare per uscire dal sistema di guerra, per contrastare la logica militare, per lottare per la pace e la giustizia. 

Tra gli argomenti del Convegno, si è dibattuto, infatti, di Jugoslavia (20 anni fa la guerra fondante della nuova NATO in Europa e nel Mondo); i due fronti della NATO a Est e a Sud (recentemente le mobilitazioni contro la guerra e contro la NATO, tra cui quelle nella città di Napoli, hanno inteso contrastare la logica delle cosiddette «Esercitazioni Trident», dove Trident rappresenta, appunto, il «tridente strategico» della NATO, orientata verso il Mediterraneo, a Sud, verso l’Africa e il Vicino Oriente, e a Est, verso lo spazio ex sovietico e, in ultima analisi, verso la Russia e la Cina); e, come chiaramente si vede anche da questi brevi cenni, l’Europa, sempre più in prima linea in questo nuovo confronto nucleare. 

Una delle tavole rotonde del Convegno ha posto l’accento su una delle domande cruciali per chi, in questa fase storica e politica, si batte per la pace e contro la guerra: Cultura di pace o Cultura di guerra?  E’ oggi più che mai evidente che, insieme con la Siria e il Vicino Oriente, con lo spazio mediterraneo e il continente africano, l’Oriente e la Cina, il Venezuela Bolivariano sia sulla «linea del fuoco» delle minacce e delle aggressioni da parte degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati della NATO. 

L’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO è chiaro. Con una sequela di minacce, minacce di aggressione, tentativi di diversione, vere e proprie ingerenze, perfino sabotaggi e il paventato ricorso alla violenza di piazza, come all’epoca delle famigerate e terroristiche “guarimbas”, fino al riconoscimento di un sedicente «auto-proclamato presidente», intendono, per un verso, mettere una ipoteca sulle riserve strategiche venezuelane (il Venezuela detiene da solo circa il 25% delle riserve petrolifere mondiali), per altro verso, porre fine in tutti i modi a ciò che, politicamente e socialmente, il Venezuela oggi rappresenta: una alternativa reale al dominio del neo-liberismo e dell’imperialismo, un esperimento originale, concreto, di emancipazione, all’insegna del socialismo e del bolivarismo, una alternativa concreta per i popoli e le comunità di «Nuestra America», una via originale al Socialismo per il XXI secolo.

Come hanno attestato, per l’ennesima volta, le Nazioni Unite e, in particolare, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per il Venezuela, Idriss Jazairy, riferendo al Consiglio dei Diritti Umani, le nuove sanzioni unilaterali statunitensi contro il Venezuela sono usate per indebolire e porre fine in maniera violenta al governo legittimo del presidente Nicolas Maduro. Tale “coercizione”, da parte di poteri esterni, «è in violazione di tutte le norme del diritto internazionale». Inoltre, «fare precipitare una crisi economica … non è un fondamento positivo ai fini della risoluzione pacifica delle controversie». 

Per questo siamo a fianco di quanti lottano per la pace, pace con giustizia, e contro la guerra: e riconosciamo nella diplomazia di pace delle legittime autorità bolivariane e socialiste un percorso promettente, all’insegna della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli, per la tutela dei diritti e la risoluzione pacifica delle controversie, all’insegna della pace positiva, dell’autodeterminazione e della non-ingerenza. 

giovedì 7 marzo 2019

"Paesaggi Kosovari 1998-2018" a Napoli: 16 Marzo, Libreria Tamu

multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018


Il volume "Paesaggi Kosovari 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace" (Multimage, Firenze, 2018) nasce dalla ricerca-azione per Corpi Civili di Pace, nei Balcani, in particolare in Kosovo, e sviluppa un itinerario di carattere sociale e culturale, quest'anno 2019 ricorrendo i venti anni della Guerra del Kosovo. 

La Guerra del Kosovo ha rappresentato un vero e proprio spartiacque: concretizza per la prima volta, nella sua formulazione contemporanea, il paradigma della "guerra umanitaria" ed inaugura una nuova modalità di concezione della guerra stessa, in cui la caratterizzazione etno-politica può intervenire a giustificare, strumentalizzando la dinamica etnica e manipolando le narrazioni culturali, interventi militari o vere e proprie aggressioni. 

L'azione degli operatori e operatrici civili di pace punta ad un lavoro di tessitura e di ricomposizione dei rapporti sociali: sviluppa, in sinergia con gli operatori e le operatrici locali, una modalità di intervento "sul" e "nel" conflitto, abitando lo scenario del conflitto dalla parte delle vittime delle violenze e delle violazioni e attraversando la dinamica di conflitto con un approccio orientato al superamento delle conseguenze della violenza e alla trasformazione dello scenario, all'insegna, al contempo, della pace e della giustizia. 

E' anche una azione di ricomposizione e di comunicazione: di messa in condivisione, di costruzione di ponti, di lettura e di interpretazione del conflitto e del contesto. Per quello parliamo spesso di ricerca-azione: una metodologia che ci riporta alla lezione di un maestro degli studi per la pace, Alberto l'Abate, che abbiamo fatto nostra, come operatori e operatrici di pace, che ci mantiene in costante ascolto, del conflitto e delle sue "griglie di lettura" e del contesto con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze. 

Negli scenari del conflitto, le risorse sociali e i patrimoni culturali possono assumere una importanza estremamente significativa. Precipitati nella spirale della violenza, quando vengono fatti oggetto di distruzione e di vandalizzazione, perché identificati come segni culturali o matrici identitarie del "nemico", essi possono tuttavia veicolare una memoria collettiva e rappresentare un determinato complesso di eventi e di relazioni, o trasferire un patrimonio di senso attraverso le epoche. 

Se da una parte i Balcani sono da sempre luogo di conflitti e di attraversamenti, essi sono anche, d'altra parte, lo scenario in cui sono state sperimentate, storicamente, esperienze politiche e culturali di grandissima rilevanza, nel senso della pace e della giustizia, ma anche ed in particolare nel senso dell'inclusione e dell'incontro tra i popoli e le culture. Nel senso della convivenza. Il contesto multi-culturale della ex Jugoslavia: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti .... 

Il volume, con la ricerca-azione che lo sostanzia, rappresenta anche una riflessione sui patrimoni culturali, sia materiali sia intangibili, in termini di sedimenti di memoria e di valore culturale universale al di là e oltre le divisioni socio-culturali e le barriere etniche. Il nesso tra pace e giustizia, migrazioni e inclusione diventa allora significativamente evidente: nell'incontro con l'altro maturano le condizioni dello sviluppo dei rapporti sociali e l'impegno per l'inclusione e per l'accoglienza. 

L'evento presso la Libreria Tamu, a Napoli, in calendario sabato 16 Marzo, diventa così l'occasione per riflettere e per confrontarci su questi ed altri contenuti. Una riflessione corale con cui provare a mettere a fuoco il tema della memoria per superare i "recinti" delle appartenenze escludenti e delineare una prospettiva di convivenza, di condivisione e di pace. 

domenica 9 dicembre 2018

Beni comuni, patrimoni culturali, convivenza

Recentissima pubblicazione per la Multimage di Firenze, casa editrice dei diritti umani, il volume dal titolo «Paesaggi Kosovari. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace», è stato presentato il 1° dicembre 2018 presso il Giardino Liberato di Materdei, a Napoli, in una dimensione in cui testo e contesto proveranno a dialogare e interagire costantemente.

Il volume è il risultato di una ricerca-azione sul tema dei patrimoni culturali in contesti di conflitto, contesti che hanno subito la furia della guerra, in particolare della guerra etno-politica, e che attraversano un estenuante post-conflitto, presi nella morsa tra gli interessi delle grandi potenze, che condizionano l’autonomia e lo sviluppo di queste comunità, e la violenza che continua a diffondersi nel tessuto delle relazioni, inoculando il proprio veleno, esasperando le divisioni e le segregazioni sociali, etniche, comunitarie.

Siamo nel cuore dell’Europa, appena al di là della “sponda adriatica” del Mare di Mezzo, dove tanti eventi, importanti e decisivi, per la storia sociale e culturale della vicenda europea si sono dipanati. Siamo nel territorio della ex Jugoslavia, che dopo la vittoria contro il nazifascismo e la liberazione della regione, ad opera delle formazioni partigiane e socialiste di Tito, aveva saputo inaugurare una originalissima via nazionale al socialismo, fatta di autogestione della produzione, federalismo e non-allineamento. Siamo in Serbia, e, in particolare, in Kosovo, dove il paradigma della guerra etno-politica e delle cosiddette “nuove guerre” è stato inaugurato proprio nel 1999.

Ma siamo anche nel contesto di una vibrante attualità. La Serbia, come altri Paesi dei Balcani Occidentali, ciascuno con le proprie forme e nei propri tempi, è alle prese con il proprio, dibattuto e controverso, processo di adesione alla Unione Europea. La Serbia e il Kosovo sono impegnati in un dialogo politico per giungere ad una soluzione della cosiddetta «controversia kosovara», che non si può che auspicare basata su una formula win-win, che sappia guardare ai bisogni della popolazione, piuttosto che agli interessi degli Stati. In Kosovo, e intorno al Kosovo, gravitano non pochi patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, luoghi e beni culturali di grandissima rilevanza storica e culturale, di bellezza, di memoria del passato e di speranza nei confronti del futuro.

Il Monastero di Dečani; il Patriarcato di Peć; la Chiesa della Bogorodica Ljeviška, la Madre di Dio di Ljeviš, a Prizren; il Monastero di Gračanica, poco distante dal capoluogo, Prishtina; l’antica Stari Ras e lo splendido Monastero di Sopočani, in Serbia, e ancora, poco oltre, lo splendido Monastero di Studenica, sono solo alcuni, quelli all’interno delle liste dell’UNESCO nella zona, tra i patrimoni culturali che continuano ad esercitare un fascino indiscutibile e che spesso portano con sé un messaggio che non si limita a ricordare i fasti del passato e le memorie del tempo che fu, ma può continuare a ispirare un messaggio, un contenuto, positivo, per l’oggi e per il domani.

È importante che questo interrogativo, che la ricerca stessa avanza e rilancia, possa essere affrontato in un luogo così significativo come il “Giardino Liberato” di Materdei a Napoli. Lo stesso Giardino Liberato è, infatti, un patrimonio culturale dove si esercita iniziativa sociale e in cui si tesse la memoria del passato con la prospettiva del futuro. È questo giardino il cuore dello spazio un tempo occupato dal complesso delle Teresiane, restituito alla collettività sin dal 2012 grazie a una iniziativa dal basso di cittadini e cittadine per farne un bene comune, riconosciuto, dalla Città di Napoli, «tra i beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e, come tali, strategici».

La scheda del libro e le ulteriori informazioni sono disponibili al link:
http://www.multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018

mercoledì 26 settembre 2018

«Alla scoperta di Galtung»


È un’iniziativa importante, quella realizzata dal Centro Gandhi di Pisa, con la pubblicazione, nel dicembre 2017, del volume di Johan Galtung, a partire da un dialogo con Erika Degortes, dal titolo «Alla scoperta di Galtung. J. Galtung illustra i fondamenti della sua opera di mediatore dei conflitti in un dialogo con E. Degortes», volume, peraltro, arricchito da una bella presentazione a cura di Rocco Altieri e, tra gli ulteriori contributi, da due appendici, la prima con la ripubblicazione dell’articolo di Galtung del 26 maggio 2014 sugli “Studi per la Pace: dieci punti fondamentali”, e la seconda con un’intensa “Conversazione con Antonino Drago in otto domande”. Si diceva dell’importanza e del merito di questa pubblicazione; ma si potrebbe dire ancora di più e meglio: si tratta di un volume di una forza indiscutibile, oltre che di una utilità spiccata.

Anzitutto, anche grazie ai contenuti di queste presentazioni e di queste appendici, vi è una partecipazione attiva ed una ricapitolazione interessante delle idee e del lavoro di alcuni tra i grandi maestri della ricerca per la pace in Italia, non solo, come detto più sopra, Rocco Altieri e Tonino Drago, ma anche Nanni Salio e Alberto L’Abate, ai quali, scomparsi rispettivamente nel febbraio 2016 e nell’ottobre 2017, è dedicato un bel contributo, anche questo redatto da Rocco Altieri, “In memoria di Nanni Salio e Alberto L’Abate”. E poi, tratto decisivo della pubblicazione, vi si svolgono, attraverso il dialogo con Erika Degortes, una poderosa ricapitolazione dell’intero approccio galtunghiano alla ricerca-azione per la pace (e, in particolare, agli studi sulla pace e i conflitti, all’analisi della violenza e alle proposte per la mediazione) ed una formidabile sintesi degli aspetti fondamentali del suo pensiero (operazione davvero meritoria, se solo si pensa che si tratta di un pensiero che, spaziando dalla logica all’epistemologia e dalle relazioni internazionali agli studi per la pace, si dipana in una produzione monumentale, fatta di oltre cento volumi e di oltre mille tra articoli, editoriali e saggi brevi). Il libro ha quindi il grande merito di compendiare e sintetizzare, in forma di dialogo e con un’articolazione efficacemente razionale, questo pensiero, e l’altrettanto grande utilità di porsi come manuale, una guida agile per ricapitolare idee, concetti e strumenti di base della mediazione dei conflitti.

E dunque: quali sono queste idee e queste proposte fondamentali? Nel dialogo, articolato in tre sezioni, ne vengono esposte venti, corrispondenti ai paragrafi che compongono i capitoli. Di questi venti concetti, per il modo come vengono affrontati dallo stesso Galtung e per il carattere di connettori che hanno nello svolgimento del dialogo, risaltano, senza dubbio, tre. Il primo è la «dimensione epistemologica» della ricerca-azione per la pace. Lo riferisce lo stesso autore: «l’episteme è la porta di ingresso per comprendere Galtung» (p. 32). Il nesso fondamentale sul quale si basa gran parte della riflessione e della pratica di Galtung, che, poco oltre, si definisce, al tempo stesso, «ricercatore per la pace» e «operatore di pace» (p. 42), è rappresentato dal carattere relazionale della dinamica del conflitto e della trasformazione e, quindi, dal rilievo delle relazioni umane e delle contraddizioni fondamentali sia nell’innesco dei conflitti, come incompatibilità tra bisogni, interessi e obiettivi delle parti, sia nella costruzione della pace, come contesto della cooperazione basata su equità ed empatia: «ciò che esiste sono tutte le relazioni, compresi i rapporti yin/yang al loro interno, tutti da esplorare, per comprendere la realtà» (p. 34). La dimensione epistemologica (nella quale forte si avverte l’influenza del pensiero orientale e, in particolare, del taoismo), risalta tanto nell’approccio «sia-sia», volto ad individuare i sanogeni e i patogeni in ogni aspetto della realtà e in ogni dimensione della relazione, quanto nella dinamica «positivo-negativo» che connota gli attributi della nonviolenza e della pace (p. 65). È qui il secondo concetto fondamentale della ricerca-azione di Galtung: «pace negativa e pace positiva», che l’autore, riprendendo Gandhi, efficacemente spiega nel suo dialogo: «la nonviolenza negativa era azione per ridurre la violenza con mezzi nonviolenti, … la nonviolenza positiva era azione per promuovere cooperazione e armonia attraverso mezzi pacifici» (p. 66).

Il che è anche presupposto del Metodo Transcend, l’orientamento alla definizione di una realtà nuova nella dinamica di relazione tra le parti, per consentire il superamento, o trascendimento, del conflitto, che è il grande apporto metodologico di Galtung alla «teoria-prassi per la risoluzione dei conflitti»: mappare il conflitto, individuare gli obiettivi legittimi, sulla base dei bisogni fondamentali e dei diritti umani, e costruire ponti tra le incompatibilità per giungere a soluzioni condivise di mutuo beneficio. Ci porta così al terzo punto-chiave: l’articolazione di un «pensiero pratico orientato alla azione». È una lezione importante di Galtung, «qualcosa che fosse teoreticamente semplice e che orientasse la pratica» (p. 78), come, appunto, la sua famosa formula della pace: 

(equità × empatia) ÷ (trauma × conflitto). 

Lo si diceva all’inizio: un libro prezioso, che ci consente di avviarci al galtunghismo e, prima ancora, di ampliare la nostra visuale e la nostra consapevolezza, in una prospettiva di abolizione della guerra e costruzione, sempre più, di pace con giustizia.

domenica 19 agosto 2018

Kosovo: la tentazione della separazione etnica?

Monumento NEWBORN, per il decennale della indipendenza, Prishtina

I luoghi comuni si moltiplicano, in un agosto in cui i cosiddetti “Balcani Occidentali” sembrano avere riguadagnato la scena; e, in questa cornice, il Kosovo in particolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata l’ultima, in ordine di tempo, proprio intorno alle giornate di Ferragosto, ad intervenire sulla questione più sensibile, che pure sembra affermarsi anche nei circoli diplomatici e nelle osservazioni degli analisti: una inedita partizione, magari nella forma di uno «scambio di territori», tra la Serbia ed il Kosovo, per giungere finalmente ad un accordo risolutivo tra le parti.
 
«Per la Germania la ridefinizione dei confini è una questione chiusa, quindi come andare contro questa posizione? È ovvio che ci vorrà molto più tempo di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ciò che qualcuno può aver pensato, che un accordo possa essere raggiunto nel giro di due o tre mesi, è qualcosa da dimenticare». Così ha sintetizzato i termini della questione il presidente serbo, Aleksandar Vučić, che pure era sembrato, negli ultimi tempi, caldeggiare questa ipotesi.
 
Ma cosa si intende per “ridefinizione dei confini”? Mascherata dietro il linguaggio diplomatico e coperta, di volta in volta, da sinonimi ed eufemismi, sia in alcuni passaggi con la stampa, sia in una recente presa di posizione pubblica a Šid, nel nord della Serbia, non distante dalla Croazia, la proposta è stata più volta ribadita, non solo da Vučić, ma  anche da alcuni alti ufficiali del governo serbo; ed è rimbalzata a Prishtina, dove sembra avere trovato alcuni tra i leader albanesi kosovari, e in primo luogo il presidente stesso della regione separatista, Hashim Thaçi, non contrari.
 
Qualche tempo fa, la premier serba Ana Brnabić, in una presa di posizione pubblica, aveva precisato quale dovrebbe essere il carattere di fondo di una soluzione di compromesso equilibrata, capace di spianare la strada ad un accordo tra Belgrado e Prishtina: tutti dovranno poter ottenere qualcosa, ciascuno dovrà cedere qualcosa. È impensabile un accordo in cui l’una o l’altra delle due parti possa ambire ad ottenere il 100% di ciò che pretende. È da lì che sia il presidente serbo, sia, in maniera più netta, la leadership albanese kosovara, hanno iniziato a porre l’accento sull’esistenza di «linee rosse», dei limiti invalicabili, o conditio sine qua non, nel quadro delle trattative in corso.
 
Una piena indipendenza “di fatto”, senza il riconoscimento ufficiale della sovranità del Kosovo, è il punto di vista di Belgrado. Riconoscimento pieno dello stato kosovaro e adesione a tutte le organizzazioni internazionali, secondo, invece, il punto di vista di Prishtina. Mediati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea a Bruxelles, i dialoghi diplomatici tra serbi e albanesi kosovari non stanno dando, tuttavia, i frutti sperati; anzi, gli ultimi incontri nel mese di luglio, prima dei prossimi, forse già a settembre, sono stati definiti i più difficili degli ultimi tempi.
 
I «luoghi comuni» non sono finiti, se è vero che, in una recente conferenza presso l’Hotel Moskva, nel cuore della capitale, Belgrado, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, ha sottolineato come proprio un certo cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense sia stato tra i presupposti dell’apertura della nuova opzione, quella relativa alla “ridefinizione dei confini”: gli Stati Uniti hanno sempre considerato “chiusa” la questione kosovara con la proclamazione dell’indipendenza (dieci anni fa, il 17 febbraio 2008); adesso sembrano più propensi a disinnescare il «pilota automatico» e più aperti ad una soluzione alternativa raggiunta direttamente da Belgrado e Prishtina.
 
Purché non sia una soluzione che scoperchi per l’ennesima volta il «vaso di Pandora»: lo scambio di territori cui si sta guardando rischia di essere pericoloso e minaccia di scatenare una reazione a catena di portata regionale. Si tratta, infatti, di uno scambio di territori per linee etniche: i confini sarebbero ritracciati in modo che rientrerebbero sotto la piena sovranità serba i distretti a maggioranza serba del Kosovo settentrionale (tra Leposavić, Zvečan, e Zubin Potok, fino a Kosovska Mitrovica), mentre al Kosovo verrebbe assegnata l’estrema parte sud-orientale della Serbia, la zona, a maggioranza albanese, della valle di Preshevo, con le municipalità di Bujanovac, Medvedja, e la stessa Preshevo.
 
D’altra parte, come ha scritto Gordana Filipović, «due decenni dopo la disintegrazione della ex Jugoslavia, nel conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, riscrivere i confini rischierebbe di destabilizzare una regione ancora alle prese con gravi tensioni tra i vari gruppi», serbi, albanesi, croati, bosniaci, macedoni. La Republika Srpska potrebbe rivendicare la separazione dalla federazione croato-musulmana cui è “unita” nel contesto, anche questo nato da una riscrittura post-bellica dei confini, della Bosnia Erzegovina. La Macedonia, ancora alle prese con la disputa con la Grecia sul proprio nome, è popolata da una forte componente albanese, non insensibile al richiamo separatista. 
 
Perfino la parola “guerra” sembra, purtroppo, tornare in auge. Contrario all’apertura mostrata da Thaçi nei confronti della proposta sui confini, il premier albanese kosovaro, Ramush Haradinaj, si è spinto al punto da dichiarare che la guerra ha sancito questi confini, e solo una nuova guerra potrà definirne di nuovi. Nessuno sembra o vuole ricordare che un accordo di principio tra le due capitali è già stato siglato: risale al 19 aprile 2013, lascia intatti i confini, definisce lo status del Kosovo senza un suo riconoscimento ufficiale ed esplicito da parte della Serbia, prevede, all’interno dei confini kosovari, la formazione di una comunità dei comuni serbi, sulle dieci municipalità a maggioranza serba della regione, dunque non solo i distretti del Nord del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia. 

Potrebbe essere il viatico per risolvere la questione in maniera costruttiva, nel senso che, citando Daniel Serwer della John Hopkins University, «se la Serbia e il Kosovo vorranno essere stati democratici e membri dell’UE, dovrebbero lasciare le loro minoranze nazionali entro i confini esistenti». Ed ovviamente, impegnarsi lungo la strada di un accordo reciprocamente accettabile, e nella tutela dei diritti di tutti, in particolare delle minoranze nazionali. Dovremmo davvero lasciarci alle spalle gli incubi degli “stati etnici”. Ma non sembra sia ancora, purtroppo, arrivato il momento. 

Linkto: ildialogo.org
 

sabato 4 agosto 2018

Contro il revisionismo e il negazionismo. Il caso Nedić

I «Tre Pugni», simbolo del notevole Memorial Park di Bubanj, a Nis, nel sud della Serbia,
in memoria dei caduti negli eccidi nazisti in Serbia tra il 1942 e il 1944
e della Lotta di Liberazione della Jugoslavia
(Foto di Gianmarco Pisa, Missione in Serbia, 09-20 Luglio, 2018)

L’Alta Corte di Belgrado, con una decisione assunta lo scorso 11 luglio, ma resa pubblica solo alla fine di luglio, ha respinto la richiesta di riabilitazione che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei proponenti, portare all’annullamento del decreto delle autorità jugoslave dell’epoca, in base al quale Milan Nedić fu dichiarato «nemico del popolo» e conseguentemente privato dei diritti politici e delle proprietà private. Si tratta del decreto assunto dalle autorità della Jugoslavia post-bellica, che si incamminava lungo il cammino del socialismo jugoslavo, un esperimento che si sarebbe poi rivelato interessante ed inedito nella storia del socialismo realizzato, e che aveva conquistato la propria libertà a seguito di una eroica lotta di resistenza partigiana, una delle più impressionanti in Europa, contro gli occupanti nazisti e i collaborazionisti locali. 

I proponenti avevano avanzato la richiesta di riabilitazione riferendosi alle decisioni delle autorità jugoslave come «infondate» dal punto di vista giuridico e amministrativo, ritenendo, di conseguenza, che la condanna del generale collaborazionista sarebbe stata decisa esclusivamente in forza di una decisione politica e per ragioni eminentemente ideologiche. Insomma, nella domanda era contenuto, implicitamente, anche il tentativo di una riabilitazione revisionistica, che puntasse a fare passare Milan Nedić come “vittima”, ingiustamente privato della libertà e sottoposto a processo politico. Peraltro, la decisione della corte giunge ad esito di un iter giudiziario lungo ed articolato, se è vero che il procedimento per la riabilitazione di Nedić è stato avviato, ormai, dieci anni fa, nel 2008, e che le udienze innanzi alla corte, alla presenza del pubblico, hanno avuto inizio solo verso la fine del 2015, trovando, peraltro, subito eco sulla stampa nazionale.

Non c’è dubbio, per la forma e per la tempistica, che l’intera operazione rappresenti un tentativo di riabilitazione postuma e si inscriva nel contesto di «revisionismo diffuso» nel dibattito e nella letteratura storiografica dei Paesi della ex Jugoslavia dopo la fine dell’esperienza socialista e la disgregazione della federazione multinazionale. Non si tratta peraltro di un caso isolato, non solo nell’Europa dell’Est, quando il venire meno delle esperienze di democrazia popolare e di provenienza antifascista, unito alla generale trasformazione che quei Paesi andavano affrontando e all’affievolirsi della memoria pubblica intorno agli eventi della resistenza, della liberazione e delle trasformazioni sociali post-belliche, ha dato nuova linfa a tentativi di ridefinizione delle memorie e riscrittura della storia, spesso ad uso e consumo delle nuove élite.

Lo stesso Milan Nedić è stata una delle figure più controverse della storia serba contemporanea: politico e generale, già nel 1941 fu nominato presidente del cosiddetto “Governo di Salvezza Nazionale” della Serbia, vale a dire il «governo fantoccio» delle autorità naziste d’occupazione del Paese, che avrebbe dovuto allineare il governo e l’amministrazione del Paese alle decisioni dell’Asse, sostenendone in particolare lo sforzo bellico, le campagne di occupazione e di aggressione, le deportazioni e lo sterminio. Ciononostante la sua figura è divenuta paradossalmente controversa negli anni Novanta e in particolare nel corso degli anni Duemila, quando nel dibattito pubblico sono comparse anche posizioni inclini a considerare Nedić non tanto un «nemico del popolo», criminale o traditore, quanto piuttosto un patriota, che ha difeso l’integrità della Serbia e ha combattuto per gli interessi del popolo serbo sotto occupazione della Germania nazista.

È ovviamente, come capo del governo serbo nel corso dell’occupazione, corresponsabile di attività legate alla Shoah, all’istituzione di campi di concentramento e della persecuzione di ebrei, comunisti e antifascisti. Né di poco conto il fatto che, all’indomani della liberazione della Serbia, si ritirò con i Tedeschi in Austria, cercando di organizzare anche una resistenza nazionalista alla nuova Jugoslavia socialista. Arresosi agli Alleati, fu consegnato alle nuove autorità jugoslave; condotto in arresto nel gennaio del 1946, si è suicidato, il 4 febbraio, prima che fosse aperto il processo per collaborazionismo, crimini di guerra e contro l’umanità.

Il direttore del Centro Simon Wiesenthal, Efraim Zuroff, a tal proposito, ha ricordato che il ruolo svolto da Nedić, come primo ministro dello “stato quisling” che ha servito gli interessi del Terzo Reich in Serbia, è di per sé una ragione sufficiente per respingerne la riabilitazione. Secondo quanto ha riportato la stampa, «l’inerzia di fronte all’esigenza di salvare serbi ed ebrei è una prova evidente della sua gravissima responsabilità nell’aver accettato di guidare un “governo fantoccio” che ha tradito i cittadini della Serbia» e ha servito gli interessi del Reich. 300.000 i serbi uccisi, 80.000, tra questi, nei campi di concentramento, nel corso della guerra mondiale e della occupazione della Serbia. Non meno di un milione e mezzo i morti jugoslavi nel corso della guerra, almeno 300.000 i partigiani di Tito caduti per la liberazione del Paese.

sabato 2 giugno 2018

L'impegno dei Corpi Civili di Pace

Fonte, Wikimedia Commons


«Operatori di Pace e prevenzione dei conflitti armati: l’impegno dei Corpi Civili di Pace»

Il 29 Maggio è una data importante, di valenza internazionale, per il lavoro degli operatori e delle operatrici di pace. Il 29 Maggio è, infatti, la «Giornata Mondiale dei Peacekeeper», istituita dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con Risoluzione 57/129 del 2003. Le Nazioni Unite hanno scelto questa data, altamente simbolica, perché il 29 Maggio del 1948 fu inaugurata la prima missione di peacekeeping delle Nazioni Unite: la storica missione UNTSO (la United Nations Truce Supervision Organization), per il rispetto del cessate il fuoco in Palestina.
 
La Risoluzione 50 (1948) del Consiglio di Sicurezza, varata proprio il 29 Maggio del 1948, istituiva, infatti, la missione UNTSO allo scopo di monitorare la tregua con l’impiego di mediatori delle Nazioni Unite assistiti da un’equipe di militari con il ruolo - esclusivamente - di osservatori. Dal 1948 si sono svolte 70 missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e oggi sono attive 15 missioni in 4 continenti. Dal 1948 centinaia di migliaia di persone sono state impegnate nelle missioni ONU; oggi, 15 mila sono i civili e 90 mila i militari impegnati in tali missioni. Sono più di 3500 i peacekeeper che hanno perso la vita in missione. L’impegno degli operatori e operatrici di pace, in particolare degli operatori e operatrici nonviolenti, è sempre più importante, in un mondo lacerato da escalation di tensione e precipizi di violenza.
 
Il «peacekeeping» è uno strumento importante, a disposizione delle Nazioni Unite, per accompagnare o sostenere gli sforzi necessari alla cessazione del conflitto, alla supervisione delle linee di tregua e alla definizione dei presupposti per la difficile transizione dalla guerra alla pace. Nella loro odierna «configurazione multidimensionale», i e le peacekeeper sono impegnati in diversi compiti: non solo mantenere la pace e la sicurezza, ma anche proteggere i civili, facilitare i processi di transizione, fornire assistenza nelle operazioni di disarmo, smobilitazione e reintegro degli ex combattenti, e fornire assistenza e supporto ad altri compiti più propriamente di «costruzione della pace», come sostenere i processi costituzionali e la riforma dello stato di diritto, supportare l’organizzazione del processo elettorale e il monitoraggio elettorale, proteggere e tutelare i diritti umani.
 
È tipico del «peacebuilding», infatti, agire in senso preventivo, della violenza e della guerra, e pro-attivo, per consolidare le condizioni per una pace sostenibile e duratura. Il peacebuilding è infatti uno strumento necessario per consentire a popoli e stati di superare il conflitto, prevenire il rischio di una ulteriore precipitazione nella violenza e nella guerra, porre le fondamenta per costruire pace positiva e sviluppo sostenibile. I compiti, tipicamente civili, delle operazioni di peacebuilding vanno infatti dalla ricostruzione della fiducia al ripristino delle relazioni sociali, dalla facilitazione della comunicazione alla promozione sociale, dall’educazione alla pace e alla nonviolenza alla tutela e promozione dei diritti umani, al sostegno agli operatori e alle operatrici di pace in zona di conflitto e di post-conflitto.
 
Si tratta di un impegno faticoso, spesso non adeguatamente supportato, e, al tempo stesso, estremamente rischioso. Per questi motivi e su queste tematiche, è in programma a Vicenza, martedì 29 Maggio, 2018, con inizio alle ore 18.30, presso la “Casa per la Pace”, in Via Porto Godi, 2, un confronto pubblico sul tema «Operatori di Pace e prevenzione dei conflitti armati: l’impegno dei Corpi Civili di Pace», con i contributi di Francesco Ambrosi, del MIR/IFOR Nazionale e di Vicenza, di Matteo Soccio della Casa per la Pace vicentina, e Gianmarco Pisa, IPRI - Corpi Civili di Pace. L’incontro, occasione anche di presentazione del volume di Gianmarco Pisa, «Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza», edito da Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017, a partire da una ricerca-azione sul campo, dedicata ai luoghi della memoria e ai patrimoni culturali per la pace, è anche l’opportunità per riflettere sulle dimensioni del simbolico, luoghi, culture e narrazioni, nel «lavoro di pace».