H.E.R.M.E.S.
(Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing)
Bogdan Bogdanović (Belgrado, 20 agosto 1922 - Vienna, 18 giugno 2010) è stato un architetto, scultore, filosofo, docente universitario (professore all'Università di Belgrado) e politico jugoslavo (sindaco di Belgrado dal 1982 al 1986): in una parola, in relazione alla riflessione estetica e alla produzione artistica della Jugoslavia socialista, una delle figure più iconiche e uno degli artefici più importanti della cosiddetta “scultura monumentale negli spazi aperti”, che ci ha consegnato vibranti esemplari di arte per la pace e indimenticabili capolavori del modernismo socialista, che ha saputo unire, in un connubio singolare e affascinante, la razionalità, l’essenzialità e l’equilibrio formale tipici del modernismo, con i principi di autogestione, emancipazione, giustizia sociale, fratellanza e unità tra i popoli, tipici del socialismo jugoslavo.
La sua produzione artistica va sotto la categoria, piuttosto omnicomprensiva e alquanto generica, di architettura commemorativa, con specifico riferimento ai monumenti eretti in memoria delle vittime del fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale in tutta la Jugoslavia socialista e agli eroi partigiani della Lotta di Liberazione dei popoli jugoslavi. Egli stesso partigiano, Bogdan Bogdanović ha vissuto in prima persona la distruzione e la violenza, l'oppressione e l'occupazione, come pure, con la liberazione della Jugoslavia, l’emancipazione dei popoli e la costruzione del socialismo, esperienze che hanno poi plasmato la sua filosofia in materia di monumenti, dei quali, tra i più significativi, almeno quelli a Belgrado, Jasenovac, Prilep, Mostar, Leskovac.
 |
| Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952 |
 |
| La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960 |
 |
| La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961 |
La presenza di Bogdan Bogdanović nel panorama estetico jugoslavo è significativa sia per l'architettura sia per la scultura. Come è stato detto, ha portato “l'architettura nella scultura”, sostituendo la figuratività tradizionale prevalente (si pensi, ad esempio, al canone rituale, affascinante, potente, del realismo socialista) con monumenti che emergono dalla memoria storica e dal paesaggio stesso, rappresentando un tutt'uno architettonico con la natura, l'ambiente e il contesto sociale e territoriale in cui sono inseriti. Il tratto estetico delle sue opere è astratto, simbolico, evocativo, allusivo e, soprattutto, universale, sia per i riferimenti culturali retroagenti (alle culture orientali, per esempio), sia per la “forma assoluta” che essi intendono rievocare.
Molto significativa è la sua riflessione sullo “spazio della città”, caratterizzata da una visione fortemente simbolica sull'“architettura interiore” e sull'“architettura umana”. Il suo contributo si colloca propriamente a crocevia tra estetica, architettura, scultura, urbanismo e mitologia. Fondamentale, da questo punto di vista, il suo saggio "Urbanističke mitologeme" (Mitologemi urbanistici) del 1966, ove il termine “mitologema”, che fa da nucleo dello studio, intende riferirsi propriamente al nucleo originario del mito, il tema di fondo o il modello di base a partire dal quale si sviluppa la narrazione mitica o il singolo racconto mitico.
In altri termini, alludendo alla teoria di Kerényi, si tratta dell'elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che è a sua volta continuamente rivisitato, riconfigurato e riorganizzato e che purtuttavia, nella sua essenza, si mantiene, di fatto, come la stessa storia fondamentale, lo stesso racconto originario. È l'idea guida o l'immagine fondamentale che una cultura sviluppa in un racconto vero e proprio ed è al tempo stesso, nell’estetica di Bogdan Bogdanović, il tema narrativo fondamentale, il nucleo estetico e simbolico che poi, variamente forgiato e ridisegnato, caratterizza e anima plasticamente le sue opere.
I suoi Mitologemi urbanistici, dunque, si muovono lungo tre coordinate: l’idea dello spazio della città come spazio di costruzione mitica, “la città come mito”, nel senso che l’insediamento umano nasce da un (come un) atto di fondazione rituale, legato a cosmologie arcaiche e ispirato da forme di memoria collettiva; poi, gli archetipi spaziali, legati a figure primarie e simboli cosmologici che ricorrono nella costruzione delle città e dei monumenti e che, come vedremo, ispirano gran parte della simbologia e della forma dei suoi monumenti e delle sue realizzazioni più mature; infine, il nesso inscindibile tra costruzione e paesaggio: l'urbanistica è concepita come un dialogo profondo (estetico-magico-rituale) tra il segno umano e la natura, e il monumento è a sua volta costruito in relazione e in funzione con il paesaggio circostante, con il quale costituisce tutt’uno e che a sua volta entra come parte costitutiva della costruzione monumentale (esperienza estetica).
 |
| La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961 |
 |
| La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961 |
 |
| La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965, credit Inicijativa Prijatelja Partizanskog Spomen-Groblja Građana Mostara |
Ancora a proposito dello “spazio della città”, Bogdan Bogdanović è anche l’ispiratore, promotore e fondatore della Scuola rurale di filosofia dell'architettura a Mali Popović, presso Belgrado. Qui, come ha ricordato Ljubica Slavković, si perseguiva «l'obiettivo di formare un architetto come ricercatore capace di produrre nuove conoscenze, rappresentando un'alternativa alla figura enciclopedica tradizionale dell'architetto, intesa come mero riproduttore di conoscenze già acquisite (Đilas, 2014). I principi cardine della Nuova Scuola riflettevano lo sforzo di rafforzare la professione ripensando l'ambiente umano, introducendo lavoro di squadra e collaborazione interdisciplinare, soprattutto nell'ambito delle scienze umane e sociali. Le lezioni interdisciplinari venivano realizzate in collaborazione con docenti e studenti di altre facoltà, nonché con esperti provenienti da ambiti non accademici. Uno degli obiettivi principali era di accrescere la dedizione dei docenti e instaurare un rapporto più diretto tra docenti e studenti. Ogni studente aveva un proprio spazio fisso in aula, e i docenti erano tenuti a recarsi presso il luogo di lavoro dello studente» (Ljubica Slavković 2015,
link).
Come ha riferito lo stesso Bogdan Bogdanović, nell’intervista a Samuel Abrahám e Miroslav Marcelli, «nel nostro campo, il termine “urbanologia” non è generalmente accettato. Si usa solo il termine “urbanistica”. La situazione era la stessa anche alla facoltà di Belgrado, e quando sono diventato professore ho iniziato a riflettere su cosa avrei dovuto e voluto insegnare. Facevo parte del Dipartimento di Urbanistica. “Urbanologia” non esisteva in precedenza. L'ho definita io, se così si può dire, come una sorta di filosofia della città. L'urbanologia, cioè, come un'ampia piattaforma su cui la città può essere considerata liberamente, senza le pressioni del mercato e senza le pressioni che l'urbanistica pratica porta con sé. L'urbanistica pratica, soprattutto dopo i cambiamenti avvenuti nei nostri Paesi, è diventata dominio inviolabile della mafia.
«Quando ho introdotto l'urbanologia nella facoltà, è stata accolta positivamente. Mi hanno concesso una certa libertà di esprimere ciò che volevo, perché la mia situazione nell'ex Jugoslavia era particolare. Ho progettato monumenti alla Seconda Guerra Mondiale, che presto hanno ottenuto riconoscimenti e suscitato interesse internazionale. Ma ora credo che sia necessario separare la teoria e la filosofia della città dall'urbanistica pratica. Le utopie non riconoscono nulla al di fuori di sé stesse, dunque è meglio che siano assolutamente distaccate. Tutte le città utopiche sono su isole. Fuggono dalla realtà e diventano regni di sogni. Sono interessanti, ma non sono pratiche» (Bogdan Bogdanović, Samuel Abrahám, Miroslav Marcelli 2014,
link).
Questa visione si dirama prospetticamente nella sua scultura monumentale. «La maggior parte dei miei monumenti è dedicata alle vittime del fascismo, ai movimenti partigiani. Sono monumenti dedicati alla sofferenza; non sono mai trionfalistici e non hanno alcun carattere vittorioso. Sono tutti legati all'enigma della vita e della morte e alla complessità dei nostri sentimenti di fronte agli eventi storici. In seguito ho scoperto in essi qualcosa che non è facile ammettere nemmeno a me stesso: è come se anticipassero il presente. Commemoravano la tragedia passata con la premonizione che potesse ripetersi» (Bogdan Bogdanović 1992,
link).
 |
| Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966 |
 |
| Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971 |
 |
| Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971 |
A lui, da sempre attivo contro la guerra e per la pace, è legato anche un altro volume, il saggio breve dedicato al “massacro rituale delle città”, pubblicato in Italia nel 1992, sull'onda suscitata dalla distruzione, durante le guerre etnopolitiche e di smembramento della Federazione degli anni Novanta, di alcune città storiche della Jugoslavia, in particolare Dubrovnik, Sarajevo o Mostar. «La cancellazione totale di ogni residuo di memoria storica dell'avversario è per l'autore una componente fondamentale della guerra nell'ex Jugoslavia. “I nuovi unni” - come li chiama - si sono scagliati contro le città proprio perché simbolo di quella coesistenza multietnica che i nuovi nazionalismi negano. Bersaglio principale di questa nuova barbarie non poteva che essere Sarajevo, città cosmopolita per eccellenza. “Se accettiamo il principio di una divisione delle città in base ad unità fittizie - etniche, religiose, linguistiche, culturali - pagheremo delle conseguenze terribili”, ha spiegato Bogdan Bogdanović durante un colloquio a Berlino, in occasione della presentazione di un suo libro („Die Architektur der Erinnerung”,
L'architettura della memoria): “Nessuna città europea è pura”» (Sandro Orlando 1995,
link).
«L’approccio di Bogdanović - osserva Emanuele Morezzi - definito dall’architetto stesso come volutamente surrealista, in coerenza con la propria formazione, mira a sviluppare un linguaggio libero, non riducibile alla mera drammatizzazione degli eventi storici, ma orientato a porre al centro delle proprie attenzioni l’utente che viene inteso nella sua dimensione più universale di essere umano, senza specifiche di nazionalità, etnia, religione, provenienza, fede politica, nel tentativo di metterlo direttamente in relazione alla memoria e al monumento.
«I memoriali di Bogdanović sono quindi esperienze architettoniche di memoria del trauma, utili a comprendere il profondo e universale significato del passato. Le scelte morfologiche, decorative e simboliche richiamano forme primitivistiche e riferimenti alle culture preistorica, etrusca e babilonese, nel tentativo di ricerca di figure che potessero davvero dirsi universali, poste in dialogo con elementi architettonici ricorrenti come cancelli, varchi e terrazze, organizzati in percorsi di visita attentamente progettati» (Emanuele Morezzi 2025,
link).
 |
| Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973 |
 |
| Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975 credit VI, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7264419, CC BY-SA 3.0 |
 |
| Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980 |
Ragguardevole, di conseguenza, l’elenco dei premi che gli sono stati assegnati. È stato insignito del Premio Ottobre nel 1960 e nel 1966, del Premio Repubblicano e del Premio Federale del giornale “Borba” nel 1965, del Premio “7 Luglio” (in osservanza della data memoriale del 7 luglio, Giorno dell'insurrezione del popolo della Serbia, “Dan ustanka naroda Srbije”, che ricordava l'inizio della lotta armata contro i nazifascisti nel 1941) nel 1976, del Gran Premio per l'Architettura e del Premio Piranesi nel 1989, del Premio Herder nel 1997, della Croce d'Onore Austriaca per la Scienza e l'Arte nel 2002, e della Medaglia d'Oro della Città di Vienna nel 2003.
Tra i suoi monumenti, suoi principali capolavori, indubbiamente:
- Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952;
- La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960;
- La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961;
- La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961;
- La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965;
- Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966;
- Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971;
- Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973;
- Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975;
- Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980.
Per gli scopi della ricerca-azione (
link) sviluppata dal progetto H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing), per Corpi civili di pace in Kosovo, a partire dai luoghi della cultura e della memoria per la pace, si tratta di riferimenti imprescindibili, veicoli di una narrazione non astratta orientata alla memoria, alla convivenza, e alla pace.