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domenica 31 agosto 2025

Contro la campagna di aggressione e le misure coercitive unilaterali ai danni della Repubblica Bolivariana del Venezuela

 
Il Venezuela denuncia alle Nazioni Unite gli ultimi e più pericolosi sviluppi della politica di persecuzione degli Stati Uniti. 

Foto: Xavier Granja Cedeño - Cancilleria Ecuador, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons


La Repubblica Bolivariana del Venezuela comunica che, attraverso la sua Missione Permanente presso le Nazioni Unite (ONU), ha consegnato lo scorso 28 agosto una comunicazione ufficiale al Segretario Generale, António Guterres, in cui denuncia i più recenti e pericolosi sviluppi della politica di persecuzione del Governo degli Stati Uniti contro il Paese.

«In questa comunicazione, il governo venezuelano ha ribadito che queste aggressioni da parte del governo degli Stati Uniti si sono intensificate negli ultimi anni, attraverso la promulgazione e l'applicazione illegale di misure coercitive unilaterali, campagne diffamatorie, disprezzo e giuridicizzazione con fini politici verso le nostre legittime istituzioni, hanno oggi raggiunto un livello di ostilità e minaccia senza precedenti, soprattutto a seguito della recente mobilitazione di forze militari statunitensi nei Caraibi.

«Ha suscitato particolarmente allarma la presenza di cacciatorpediniere e di un incrociatore lanciamissili, nonché dal dispiegamento di un sottomarino con capacità nucleare. Questa è la prima volta nella storia che mezzi militari con capacità nucleare vengono introdotti in America Latina e nei Caraibi; un'azione che viola apertamente il Trattato di Tlatelolco, uno strumento che ha sancito la denuclearizzazione della nostra regione nel 1968 e che obbliga gli Stati Uniti d'America, in virtù dei Protocolli I e II, di cui sono parte contraente, a rispettare la dichiarazione della Nostra America Latina e dei Caraibi come Zona Libera da Armi Nucleari, dal Rio Grande alla Terra del Fuoco.

«Queste operazioni militari statunitensi costituiscono inoltre una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, in particolare dell'articolo 2.1, sull'uguaglianza sovrana degli Stati; dell'articolo 2.3, sulla risoluzione pacifica delle controversie; dell'articolo 2.4, sul divieto della minaccia o dell'uso della forza; e l'articolo 2.7, relativo al principio di non intervento negli affari interni degli Stati. Ignorano inoltre palesemente la Proclamazione della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), che ha dichiarato la nostra regione "Zona di Pace" nel 2014.

«Denunciamo al mondo con la massima fermezza che l'introduzione di una componente nucleare nei Caraibi minaccia la stabilità emisferica, erode la fiducia nel regime internazionale di non proliferazione e disarmo e mette a rischio la pace e la sicurezza sia regionale che internazionale.

«La Repubblica Bolivariana del Venezuela ribadisce il suo costante impegno nei confronti del diritto internazionale, della soluzione pacifica delle controversie e del rispetto della sovranità delle nazioni e dei popoli. Allo stesso tempo, sollecita nuovamente al Segretario Generale delle Nazioni Unite ad assumere, nell'ambito delle sue competenze e responsabilità, la difesa attiva dei valori e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, esortando con forza il Governo degli Stati Uniti d'America a cessare una volta per tutte le sue azioni e minacce ostili e a rispettare la sovranità, l'integrità territoriale e l'indipendenza politica del Venezuela.

«La storia e i popoli del mondo non accetterebbero l'inazione della comunità internazionale di fronte a una minaccia di questa portata. Il Venezuela, fedele ai precetti della sua Diplomazia Bolivariana di Pace, ribadisce di non rappresentare una minaccia per nessuno. La vera minaccia alla stabilità della regione è la presenza militare e nucleare degli Stati Uniti nei Caraibi. Infine, sottolineiamo che il nostro Paese e il nostro popolo non accetteranno mai l'imposizione della forza o la violazione dei loro diritti inalienabili, incluso il diritto alla libera autodeterminazione».

Link: https://www.facebook.com/100082586738523/posts/il-venezuela-denuncia-alle-nazioni-unite-gli-ultimi-e-più-pericolosi-sviluppi-de/770244035738481

martedì 12 agosto 2025

Cipro, una storica controversia e l'orizzonte della ricomposizione

Monumento alla Libertà, Nicosia, Cipro, foto di Gianmarco Pisa. 

La storica e non ancora risolta controversia cipriota torna, se mai vi fosse uscita, nell'agenda internazionale. Si è tenuta infatti giovedì 17 luglio 2025 la sessione plenaria della conferenza su Cipro, convocata dal Segretario Generale, António Guterres, presso la sede delle Nazioni Unite, alla presenza del Presidente della Repubblica di Cipro Nikos Christodoulides, del leader turco-cipriota Ersin Tatar, dei Ministri degli Esteri di Grecia e Turchia, Giorgos Gerapetritis e Hakan Fidan, e del Ministro per l'Europa del Regno Unito, Stephen Doughty. Scopo della conferenza - rilanciare i colloqui di pace, mettendo così alla prova la speranza di una possibile riconciliazione e riunificazione dell'isola, vera e propria - non è solo uno slogan - “perla del Mediterraneo”. Il tutto sotto l’egida delle Nazioni Unite, nel cui contesto si svolgono i colloqui diplomatici e che mantiene una propria storica missione di interposizione (peacekeeping di prima generazione) a Cipro, la Unficyp (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus), sin dal 1964, quando fu dislocata sull’isola, all’indomani degli scontri intercomunitari tra greco-ciprioti e turco-ciprioti degli anni precedenti, allo scopo di impedire il ripetersi delle violenze intercomunitarie, interporsi tra le parti in conflitto e contribuire al mantenimento della sicurezza. 

Sebbene le Nazioni Unite abbiano definito i colloqui “costruttivi”, non molti sono stati gli sviluppi effettivamente rilevanti e difficile resta il clima di dialogo tra le parti. Il Presidente cipriota Christodoulides ha ribadito la disponibilità a riprendere i negoziati, sospesi sin dal 2017, sottolineando la necessità di rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e il quadro giuridico delle Nazioni Unite come fondamento per la risoluzione della questione cipriota, che è infatti, al tempo stesso, prodotto di conflitto etnopolitico e questione complessa di diritto internazionale. D’altra parte, secondo la posizione espressa dal portavoce del Ministero degli Esteri turco, Öncü Keçeli, è necessario rilanciare il quadro negoziale a partire dalla c.d. “soluzione a due stati”, quanto mai problematica, tuttavia, dal momento che l’articolazione istituzionale turco-cipriota, la cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord, istituita nel 1983, non ha, a parte quello della Turchia, alcun riconoscimento internazionale, e mantiene sul proprio territorio un contingente militare turco di ben quaranta mila soldati.  

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato che sono stati compiuti progressi su quattro delle sei iniziative concordate nella precedente riunione allargata sulla questione di Cipro, tenutasi a Ginevra a marzo. I quattro ambiti in cui si è registrato un progresso sono stati la creazione di un nuovo comitato tecnico bi-comunitario per i giovani, una serie di iniziative da intraprendere in materia ambientale, il restauro dei cimiteri e la definizione degli accordi sullo sminamento, che saranno finalizzati “una volta ultimati i dettagli tecnici definitivi”. Tuttavia, le due principali iniziative concordate a marzo, l'apertura di quattro nuovi punti di attraversamento tra le due parti dell'isola (la parte sud, a maggioranza greco-cipriota, su cui esercita effettivo controllo la Repubblica di Cipro, e la parte nord, amministrata de facto dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord e a maggioranza turco-cipriota), nonché la creazione di un impianto di energia solare presso la zona cuscinetto sotto controllo della missione delle Nazioni Unite, non hanno registrato progressi rilevanti.  

Come hanno confermato alla stampa fonti diplomatiche turco-cipriote, “non ci sono ancora progressi sulla questione dei valichi di frontiera perché il leader greco-cipriota [il presidente Nikos Christodoulides] insiste su un corridoio di transito, invece di un vero e proprio valico di frontiera”. Si tratta dei punti di attraversamento che si estenderebbero da una parte all’altra dell’isola, in particolare quello attraverso Kokkina, piccolo centro a maggioranza turco-cipriota solo in parte ricadente nel territorio della cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord (luogo sensibile, peraltro, perché luogo della battaglia di Tillyria, un violento scontro armato tra forze greco-cipriote, turco-cipriote e turche dell'agosto 1964), e quello tra Aglantzia e Athienou (uno dei quattro villaggi all’interno della zona cuscinetto delle Nazioni Unite, gli altri tre essendo Pyla, Troulloi e Deneia). Come si intuisce, anche questa questione ha a che fare con l'integrità del diritto internazionale: i punti di transito che attraversano la zona cuscinetto (la buffer zone delle Nazioni Unite) e permettono il passaggio tra le due parti non sono infatti un “confine” ma una linea di separazione e al contempo, nei punti concordati, una linea di transito.  

A parte la questione dei punti di attraversamento, il Segretario Generale ha poi affermato che le parti hanno raggiunto una “intesa comune” in ordine alla creazione di un “organismo consultivo per il coinvolgimento della società civile”, sulla questione dei beni culturali, su un'iniziativa per il monitoraggio della qualità dell'aria e sulla lotta all'inquinamento. “È fondamentale attuare queste iniziative, tutte, il prima possibile a beneficio di tutti i ciprioti”. Ha poi confermato l’intenzione di incontrare nuovamente entrambi i leader durante la settimana di alto livello dell'Assemblea Generale in programma a settembre. “C'è una lunga strada da percorrere”, ha affermato, “ma questi passi mostrano l'impegno a proseguire il dialogo e a lavorare su iniziative a beneficio di tutti i ciprioti”. Una soluzione da ricercare, appunto, all’insegna del “win-win”, del comune beneficio.   

È questa anche la posizione “storica” delle forze di progresso e dei comunisti ciprioti. Come ricordato infatti dai compagni e dalle compagne dell’AKEL (Anorthotikó Kómma Ergazómenou Laoú, Partito Progressista dei Lavoratori, la storica formazione marxista-leninista cipriota, seconda forza politica del Paese, con oltre il 22% dei consensi e 15 seggi nel Parlamento nazionale) in una recente presa di posizione, “nella fase in cui ci troviamo, con la prolungata situazione di stallo che circonda la questione cipriota e che ostacola gli sforzi per raggiungere una soluzione, il nostro compito è quello di sbloccare la situazione, proseguire i negoziati dal punto in cui si sono interrotti nel 2017, negoziare le questioni ancora in sospeso sulla base del Quadro Negoziale del Segretario Generale delle Nazioni Unite e, naturalmente, preservare l'acquis negoziale, che può fornire una solida base, in modo che, una volta ripresi i negoziati, si possa completare lo sforzo e raggiungere la soluzione necessaria, porre fine all'occupazione e riunire il Paese e il suo popolo. L’AKEL e l'intero movimento popolare proseguono i loro sforzi in tal senso e continuano ad insistere sul fatto che esiste la possibilità di una soluzione”.  

Quanto agli interrogativi in merito all'incontro informale a New York, il Segretario Generale dell'AKEL ha affermato che il risultato era pienamente atteso. Ha spiegato che, dal momento che il Segretario Generale delle Nazioni Unite ritiene che non vi sia alcun terreno comune necessario, dato che la Turchia e la leadership turco-cipriota hanno ormai ufficialmente spostato la loro posizione verso una “soluzione a due stati”, quanto pianificato consisteva nel mantenere lo slancio sulla questione cipriota e compiere alcuni piccoli passi avanti. Potrà essere conseguita una soluzione di diritto e giustizia, continua la posizione dell’AKEL, “solo con la fine dell'occupazione turca e la riunificazione di Cipro e del popolo. Potrà arrivare solo attraverso il raggiungimento di una soluzione al problema di Cipro, che potrà essere solo quella prevista dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, che prevedono una federazione bi-zonale e bi-comunitaria con uguaglianza politica, con unica sovranità e unica cittadinanza”.  

La controversia cipriota resta una questione cruciale in un’area strategica: Cipro (e il suo conflitto ancora irrisolto) è all’interno dell’Unione Europea e occupa una regione strategica (dal punto di vista militare e dal punto di vista economico) nel Mediterraneo orientale. Quest’area, a cavallo tra Grecia, Turchia, Israele, Egitto, e, appunto, Cipro, ospita infatti, secondo alcuni studi del 2010 della USGS, l’Istituto Geologico Nazionale degli Stati Uniti, circa 10 trilioni di metri cubi di gas. Un’area di tensioni, sulla quale insistono pesantemente le mire e le ambizioni dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali, che da tempo le forze di pace cercano di trasformare in una zona di speranza: non mancano situazioni e contesti di coesistenza, e da sempre i comunisti e le comuniste ciprioti sono impegnati in direzione di una soluzione di convivenza, di riunificazione dell’isola e del suo popolo, libera da minacce e condizionamenti stranieri, di sovranità, di pace, e di giustizia. 


Riferimenti:

Vibhu Mishra, UN chief reports progress in Cyprus talks, 17.07.2025:
https://news.un.org/en/story/2025/07/1165427 

Elias Hazou, UN bid to break Cyprus deadlock, 17.07.2025:
https://cyprus-mail.com/2025/07/17/un-hosts-informal-cyprus-talks 

Statements by the General Secretary of the C.C. of AKEL Stefanos Stefanou after the laying of wreaths at the Makedonitissa Cemetery on the occasion of the tragic anniversary of the Turkish invasion, 20.07.2025: https://akel.org.cy/statements-by-the-general-secretary-of-the-c-c-of-akel-stefanos-stefanou-after-the-laying-of-wreaths-at-the-makedonitissa-cemetery-on-the-occasion-of-the-tragic-anniversary-of-the-turkish-invasion/?lang=en  

Erdogan’s presence at the celebrations for the anniversary of the invasion is a blatant provocation to the Cypriot people, 21.07.2025: https://akel.org.cy/erdogans-presence-at-the-celebrations-for-the-anniversary-of-the-invasion-is-a-blatant-provocation-to-the-cypriot-people/?lang=en  

Cyprus: a country still divided. Cyprus problem in brief, AKEL, 2021:
https://akel.org.cy/wp-content/uploads/2021/09/A-Country-Still-Divided-English.pdf.  

Progetto "Dialoghi di Pace a Cipro": https://www.pacedifesa.org/home-2/progetti-sul-campo/dialoghi-di-pace-a-cipro 


martedì 7 maggio 2024

Cultura di Pace, peacebuilding, e Corpi Civili di Pace

Monumento alla Pace (1992), Kruševac, Serbia, foto di Gianmarco Pisa


L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato (2 maggio 2024) il testo in occasione della celebrazione dei 25 anni della storica Dichiarazione sulla cultura di pace, con lo scopo di delineare l’importanza degli sforzi collettivi per promuovere una cultura di pace in un mondo drammaticamente segnato da crisi e conflitti armati. Il progetto di risoluzione “Sviluppo della Dichiarazione e Programma d’azione per una cultura di pace” (A/78/L.57) propone diverse attività e iniziative in occasione dell’anniversario della Dichiarazione, inclusa la convocazione di un forum ad alto livello nel contesto della settantottesima sessione dell’Assemblea Generale.

Durante il dibattito, il rappresentante della Repubblica Bolivariana del Venezuela, parlando a nome del Gruppo di amici in difesa della Carta delle Nazioni Unite, ha messo in guardia dal giustificare erroneamente il razzismo, la discriminazione razziale e l’incitamento all’odio con il pretestuoso riferimento alla “libertà di espressione” e ha condannato il sentimento antireligioso, l’esaltazione del fascismo e del nazismo e la stigmatizzazione dei migranti. Nelle sue dichiarazioni, “promuovere la comprensione e il rispetto tra le varie culture e le diverse religioni è di fondamentale importanza nella nostra ricerca condivisa della pace globale”.

Il progetto di risoluzione A/78/L.57, presentato su iniziativa di Bangladesh, Kiribati, Qatar, Federazione Russa, Turkmenistan e Tanzania, ricorda l’importanza della Dichiarazione e del Programma d’azione per una cultura di pace, adottati dall’Assemblea Generale il 13 settembre 1999, che, a loro volta, esprimono il mandato universale della comunità internazionale, in particolare del sistema delle Nazioni Unite, nella promozione di una cultura della pace e della nonviolenza a beneficio dell’umanità, in particolare per le generazioni future.

Si afferma che “tutti gli sforzi compiuti dal sistema delle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale complessivamente intesa per la prevenzione dei conflitti, la risoluzione pacifica delle controversie, il mantenimento della pace, la costruzione della pace, la mediazione, il disarmo, lo sviluppo, la promozione della dignità umana e dei diritti umani, la democrazia, lo stato di diritto, l’inclusione sociale e l’uguaglianza di genere contribuiscono significativamente a una cultura di pace”. In questo senso, “gli sforzi volti a costruire e sostenere la pace (“peacebuilding”) devono tenere conto della promozione di una cultura di pace e viceversa”.

Si incoraggia l’architettura del peacebuilding delle Nazioni Unite a continuare a promuovere la costruzione della pace e le attività di pace, come delineato nelle risoluzioni 72/276 e 75/201, e a promuovere una cultura di pace e di nonviolenza negli sforzi di peacebuilding post-conflitto, riconoscendo altresì l’importante ruolo della “Commissione per il Peacebuilding” delle Nazioni Unite. Qui, nella risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 21 dicembre 2020 (Review of the United Nations peacebuilding architecture, 75/201), si mette in evidenza che “il ‘sostenere la pace’ va inteso come obiettivo e come processo per costruire una visione comune di società, garantendo che i bisogni di tutti i segmenti della popolazione siano presi in considerazione, per prevenire lo scoppio, l’escalation, la continuazione dei conflitti, nell’affrontare le cause profonde, assistere le parti in conflitto per porre fine alle ostilità, garantire la riconciliazione nazionale e procedere verso la ripresa, la ricostruzione e lo sviluppo, e sottolineando che il ‘sostenere la pace’ è un compito prioritario e una responsabilità condivisa che devono essere soddisfatti dai governi e da tutti gli altri soggetti interessati”.

Il progetto di risoluzione esprime poi “l’urgente necessità di promuovere e rafforzare la diplomazia preventiva, tra l’altro, attraverso il multilateralismo, la cooperazione internazionale e il dialogo politico, e sottolineando il ruolo cruciale delle Nazioni Unite”, adottando “un approccio olistico alle dimensioni trasversali della pace, dello sviluppo, dell’azione umanitaria e dei diritti umani al fine di prevenire il ripetersi di conflitti e violenze”. Si tratta anche di “esplorare meccanismi e strategie, in particolare nella sfera delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, per l’attuazione della Dichiarazione e avviare sforzi di sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza del Programma d’azione e dei suoi ambiti di iniziativa finalizzati alla loro attuazione”. Si tratta di una eco significativa della storica “Agenda per la Pace” (1992) con i quattro ambiti di impegno del “lavoro di pace”: peace-making, peace-keeping, peace-building e, appunto, la diplomazia preventiva.

Il Programma d’azione (A/53/243) prevede infatti otto ambiti prioritari: cultura della pace attraverso l’educazione; sviluppo economico e sociale sostenibile; rispetto dei diritti umani (“tutti i diritti umani per tutti e per tutte”); parità tra donne e uomini; partecipazione democratica; comprensione, tolleranza e solidarietà; comunicazione partecipativa e libero flusso e scambio delle informazioni e delle conoscenze; pace e sicurezza internazionale. In questo senso, al livello di società civile, il ruolo delle iniziative e dei Corpi civili di pace, quale espressione specifica, autonoma, della società civile, opportunamente formata e preparata, ai fini della prevenzione della violenza, della mediazione e della costruzione della fiducia, della costruzione della pace, resta fondamentale e interseca gli otto ambiti prioritari: dall’educazione alla pace alla tutela dei diritti umani; dalla promozione dello sviluppo alla facilitazione dei processi partecipativi; dal supporto alle forze locali di pace al giornalismo di pace; dall’accompagnamento protettivo all’impegno nel consolidamento degli attori civili di pace.

Riferimenti:

“Follow-up to the Declaration and Programme of Action on a Culture of Peace” (A/78/L.57):
https://undocs.org/A/78/L.57

“Review of the United Nations peacebuilding architecture” (A/RES/75/201):
https://undocs.org/en/A/RES/75/201

Declaration and Programme of Action on a Culture of Peace (A/RES/53/243):
https://undocs.org/en/A/RES/53/243

lunedì 12 giugno 2023

Cosa sono i Corpi Civili di Pace?

FrieKoop - Atomwaffenfrei. Abschluss der 20-wöchigen Aktionspräsenz in Büchel, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=86308711

Iniziativa, più che mai attuale, di prevenzione della guerra e di costruzione della pace, i Corpi Civili di Pace si configurano come «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. [...] Gli operatori intervengono ... in territori di conflitto o dove si prevede possano scoppiare conflitti determinati da violenza diretta, culturale o strutturale. Il dispiegamento degli operatori può essere previsto quando il conflitto è ancora latente - in funzione preventiva - quando il conflitto è ormai acceso - in funzione di trasformazione nonviolenta e peacekeeping civile - e nella fase post-conflitto - in attività di peacebuilding, per aiutare la ricostruzione del tessuto sociale.

L’intervento avviene solo su “richiesta leggibile” della società civile locale, interessata dal conflitto, e deve essere progettato con la partecipazione di partner locali. [...] Sul campo si possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, agenzie di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e imparzialità della missione. Con attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti».

Con queste parole, peraltro difficilmente equivocabili, ampia parte del movimento italiano per gli interventi e i corpi civili di pace, raccolto all’epoca nel Tavolo Interventi Civili di Pace, si esprimeva intorno al profilo, alla caratterizzazione e al mandato dei Corpi Civili di Pace, raccogliendo, intorno a questo concetto, diverse tra le organizzazioni di società civile attive per la prevenzione, la gestione costruttiva - appunto non armata e nonviolenta - e la trasformazione dei conflitti, tra le quali, scorrendo l’ordine degli aderenti, Archivio Disarmo, ARCI, ARCS, Papa Giovanni XXIII - Operazione Colomba, Associazione per la pace, Centro Gandhi Edizioni, Centro Studi Difesa Civile, Centro Studi Sereno Regis, MIR Italia, Movimento Nonviolento, Un Ponte per…

Vi si delinea chiaramente il concetto di una squadra civile, adeguatamente preparata e professionalmente formata, di operatori e operatrici di pace, capace di intervenire “sul” e “nel” conflitto, con compiti non solo di lettura, interpretazione, mappatura del conflitto, ma anche di intervento civile, di interposizione nonviolenta, di accompagnamento disarmato, di mediazione e costruzione della fiducia tra le parti in conflitto, di promozione del processo di pace e di riconciliazione, di monitoraggio dei diritti umani e di denuncia delle violazioni. Compiti da svolgere, peraltro, coerentemente con una serie di principi comuni tali da caratterizzare il profilo e le modalità di questo intervento, solo su “richiesta leggibile” della società civile locale, in zona di conflitto:

- nonviolenza nelle relazioni tra operatori, verso le parti, e nella trasformazione del conflitto,

- indipendenza da condizionamenti politici, imparzialità rispetto alle parti in conflitto, pur schierandosi nella difesa dei diritti umani, e non ingerenza verso le ONG locali,

- equità di genere nelle relazioni tra operatori e con la popolazione locale,

- rispetto per la cultura locale e adozione di uno stile di vita semplice, il più possibile simile a quello della popolazione locale.

Per riprendere le parole del Programma per una Cultura di Pace dell’UNESCO (Parigi, 18 Agosto 1994), «ciò di cui c'è bisogno non è altro che una transizione globale da una cultura della guerra a una cultura della pace. In una cultura di guerra, tutti sono tesi al peggio. Le differenze tra individui e comunità diventano punti di innesco per la mobilitazione e l'estremismo e non semplicemente il ricco pluralismo che la storia ci ha regalato. Prendendo la strada di una cultura di pace, possiamo recuperare ciò che è comune tra noi attraverso un dialogo che prenda il posto dell'ostilità e dell'aggressione. I primi passi in questa transizione da una cultura di guerra a una cultura di pace sono la giustizia e la libertà, due caratteristiche fondamentali della democrazia».

Un profilo chiarissimo, dunque, che, per un verso, non riduce i Corpi Civili di Pace ad esercizio superficiale, spontaneistico, volontaristico e, per l’altro, non sfigura i Corpi Civili di Pace facendone una specie di “truppa civile di complemento” dei contingenti militari dispiegati, di volta in volta, dagli stati europei o della NATO in questo o quel contesto di crisi e di conflitto. Un profilo di innovazione e di modernità, dunque, di fronte alle crisi del nostro tempo e all’esigenza della costruzione, per dirla con Johan Galtung, della «pace con mezzi pacifici».

Il testo del documento è disponibile, tra gli altri, in questo collegamento.