sabato 22 agosto 2026

Tra simboli, miti, e storie: immaginari e culture per la pace

 
H.E.R.M.E.S.
(Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing) 
 
Bogdan Bogdanović (Belgrado, 20 agosto 1922 - Vienna, 18 giugno 2010) è stato un architetto, scultore, filosofo, docente universitario (professore all'Università di Belgrado) e politico jugoslavo (sindaco di Belgrado dal 1982 al 1986): in una parola, in relazione alla riflessione estetica e alla produzione artistica della Jugoslavia socialista, una delle figure più iconiche e uno degli artefici più importanti della cosiddetta “scultura monumentale negli spazi aperti”, che ci ha consegnato vibranti esemplari di arte per la pace e indimenticabili capolavori del modernismo socialista, che ha saputo unire, in un connubio singolare e affascinante, la razionalità, l’essenzialità e l’equilibrio formale tipici del modernismo, con i principi di autogestione, emancipazione, giustizia sociale, fratellanza e unità tra i popoli, tipici del socialismo jugoslavo.

La sua produzione artistica va sotto la categoria, piuttosto omnicomprensiva e alquanto generica, di architettura commemorativa, con specifico riferimento ai monumenti eretti in memoria delle vittime del fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale in tutta la Jugoslavia socialista e agli eroi partigiani della Lotta di Liberazione dei popoli jugoslavi. Egli stesso partigiano, Bogdan Bogdanović ha vissuto in prima persona la distruzione e la violenza, l'oppressione e l'occupazione, come pure, con la liberazione della Jugoslavia, l’emancipazione dei popoli e la costruzione del socialismo, esperienze che hanno poi plasmato la sua filosofia in materia di monumenti, dei quali, tra i più significativi, almeno quelli a Belgrado, Jasenovac, Prilep, Mostar, Leskovac.

Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952

La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960

La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961


La presenza di Bogdan Bogdanović nel panorama estetico jugoslavo è significativa sia per l'architettura sia per la scultura. Come è stato detto, ha portato “l'architettura nella scultura”, sostituendo la figuratività tradizionale prevalente (si pensi, ad esempio, al canone rituale, affascinante, potente, del realismo socialista) con monumenti che emergono dalla memoria storica e dal paesaggio stesso, rappresentando un tutt'uno architettonico con la natura, l'ambiente e il contesto sociale e territoriale in cui sono inseriti. Il tratto estetico delle sue opere è astratto, simbolico, evocativo, allusivo e, soprattutto, universale, sia per i riferimenti culturali retroagenti (alle culture orientali, per esempio), sia per la “forma assoluta” che essi intendono rievocare.

Molto significativa è la sua riflessione sullo “spazio della città”, caratterizzata da una visione fortemente simbolica sull'“architettura interiore” e sull'“architettura umana”. Il suo contributo si colloca propriamente a crocevia tra estetica, architettura, scultura, urbanismo e mitologia. Fondamentale, da questo punto di vista, il suo saggio "Urbanističke mitologeme" (Mitologemi urbanistici) del 1966, ove il termine “mitologema”, che fa da nucleo dello studio, intende riferirsi propriamente al nucleo originario del mito, il tema di fondo o il modello di base a partire dal quale si sviluppa la narrazione mitica o il singolo racconto mitico.

In altri termini, alludendo alla teoria di Kerényi, si tratta dell'elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che è a sua volta continuamente rivisitato, riconfigurato e riorganizzato e che purtuttavia, nella sua essenza, si mantiene, di fatto, come la stessa storia fondamentale, lo stesso racconto originario. È l'idea guida o l'immagine fondamentale che una cultura sviluppa in un racconto vero e proprio ed è al tempo stesso, nell’estetica di Bogdan Bogdanović, il tema narrativo fondamentale, il nucleo estetico e simbolico che poi, variamente forgiato e ridisegnato, caratterizza e anima plasticamente le sue opere.

I suoi Mitologemi urbanistici, dunque, si muovono lungo tre coordinate: l’idea dello spazio della città come spazio di costruzione mitica, “la città come mito”, nel senso che l’insediamento umano nasce da un (come un) atto di fondazione rituale, legato a cosmologie arcaiche e ispirato da forme di memoria collettiva; poi, gli archetipi spaziali, legati a figure primarie e simboli cosmologici che ricorrono nella costruzione delle città e dei monumenti e che, come vedremo, ispirano gran parte della simbologia e della forma dei suoi monumenti e delle sue realizzazioni più mature; infine, il nesso inscindibile tra costruzione e paesaggio: l'urbanistica è concepita come un dialogo profondo (estetico-magico-rituale) tra il segno umano e la natura, e il monumento è a sua volta costruito in relazione e in funzione con il paesaggio circostante, con il quale costituisce tutt’uno e che a sua volta entra come parte costitutiva della costruzione monumentale (esperienza estetica).
 
La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961

La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961

La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965, credit Inicijativa Prijatelja Partizanskog Spomen-Groblja Građana Mostara


Ancora a proposito dello “spazio della città”, Bogdan Bogdanović è anche l’ispiratore, promotore e fondatore della Scuola rurale di filosofia dell'architettura a Mali Popović, presso Belgrado. Qui, come ha ricordato Ljubica Slavković, si perseguiva «l'obiettivo di formare un architetto come ricercatore capace di produrre nuove conoscenze, rappresentando un'alternativa alla figura enciclopedica tradizionale dell'architetto, intesa come mero riproduttore di conoscenze già acquisite (Đilas, 2014). I principi cardine della Nuova Scuola riflettevano lo sforzo di rafforzare la professione ripensando l'ambiente umano, introducendo lavoro di squadra e collaborazione interdisciplinare, soprattutto nell'ambito delle scienze umane e sociali. Le lezioni interdisciplinari venivano realizzate in collaborazione con docenti e studenti di altre facoltà, nonché con esperti provenienti da ambiti non accademici. Uno degli obiettivi principali era di accrescere la dedizione dei docenti e instaurare un rapporto più diretto tra docenti e studenti. Ogni studente aveva un proprio spazio fisso in aula, e i docenti erano tenuti a recarsi presso il luogo di lavoro dello studente» (Ljubica Slavković 2015, link).

Come ha riferito lo stesso Bogdan Bogdanović, nell’intervista a Samuel Abrahám e Miroslav Marcelli, «nel nostro campo, il termine “urbanologia” non è generalmente accettato. Si usa solo il termine “urbanistica”. La situazione era la stessa anche alla facoltà di Belgrado, e quando sono diventato professore ho iniziato a riflettere su cosa avrei dovuto e voluto insegnare. Facevo parte del Dipartimento di Urbanistica. “Urbanologia” non esisteva in precedenza. L'ho definita io, se così si può dire, come una sorta di filosofia della città. L'urbanologia, cioè, come un'ampia piattaforma su cui la città può essere considerata liberamente, senza le pressioni del mercato e senza le pressioni che l'urbanistica pratica porta con sé. L'urbanistica pratica, soprattutto dopo i cambiamenti avvenuti nei nostri Paesi, è diventata dominio inviolabile della mafia.

«Quando ho introdotto l'urbanologia nella facoltà, è stata accolta positivamente. Mi hanno concesso una certa libertà di esprimere ciò che volevo, perché la mia situazione nell'ex Jugoslavia era particolare. Ho progettato monumenti alla Seconda Guerra Mondiale, che presto hanno ottenuto riconoscimenti e suscitato interesse internazionale. Ma ora credo che sia necessario separare la teoria e la filosofia della città dall'urbanistica pratica. Le utopie non riconoscono nulla al di fuori di sé stesse, dunque è meglio che siano assolutamente distaccate. Tutte le città utopiche sono su isole. Fuggono dalla realtà e diventano regni di sogni. Sono interessanti, ma non sono pratiche» (Bogdan Bogdanović, Samuel Abrahám, Miroslav Marcelli 2014, link).

Questa visione si dirama prospetticamente nella sua scultura monumentale. «La maggior parte dei miei monumenti è dedicata alle vittime del fascismo, ai movimenti partigiani. Sono monumenti dedicati alla sofferenza; non sono mai trionfalistici e non hanno alcun carattere vittorioso. Sono tutti legati all'enigma della vita e della morte e alla complessità dei nostri sentimenti di fronte agli eventi storici. In seguito ho scoperto in essi qualcosa che non è facile ammettere nemmeno a me stesso: è come se anticipassero il presente. Commemoravano la tragedia passata con la premonizione che potesse ripetersi» (Bogdan Bogdanović 1992, link).
 
Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966

Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971

Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971
 
 
A lui, da sempre attivo contro la guerra e per la pace, è legato anche un altro volume, il saggio breve dedicato al “massacro rituale delle città”, pubblicato in Italia nel 1992, sull'onda suscitata dalla distruzione, durante le guerre etnopolitiche e di smembramento della Federazione degli anni Novanta, di alcune città storiche della Jugoslavia, in particolare Dubrovnik, Sarajevo o Mostar. «La cancellazione totale di ogni residuo di memoria storica dell'avversario è per l'autore una componente fondamentale della guerra nell'ex Jugoslavia. “I nuovi unni” - come li chiama - si sono scagliati contro le città proprio perché simbolo di quella coesistenza multietnica che i nuovi nazionalismi negano. Bersaglio principale di questa nuova barbarie non poteva che essere Sarajevo, città cosmopolita per eccellenza. “Se accettiamo il principio di una divisione delle città in base ad unità fittizie - etniche, religiose, linguistiche, culturali - pagheremo delle conseguenze terribili”, ha spiegato Bogdan Bogdanović durante un colloquio a Berlino, in occasione della presentazione di un suo libro („Die Architektur der Erinnerung”, L'architettura della memoria): “Nessuna città europea è pura”» (Sandro Orlando 1995, link).

«L’approccio di Bogdanović - osserva Emanuele Morezzi - definito dall’architetto stesso come volutamente surrealista, in coerenza con la propria formazione, mira a sviluppare un linguaggio libero, non riducibile alla mera drammatizzazione degli eventi storici, ma orientato a porre al centro delle proprie attenzioni l’utente che viene inteso nella sua dimensione più universale di essere umano, senza specifiche di nazionalità, etnia, religione, provenienza, fede politica, nel tentativo di metterlo direttamente in relazione alla memoria e al monumento.

«I memoriali di Bogdanović sono quindi esperienze architettoniche di memoria del trauma, utili a comprendere il profondo e universale significato del passato. Le scelte morfologiche, decorative e simboliche richiamano forme primitivistiche e riferimenti alle culture preistorica, etrusca e babilonese, nel tentativo di ricerca di figure che potessero davvero dirsi universali, poste in dialogo con elementi architettonici ricorrenti come cancelli, varchi e terrazze, organizzati in percorsi di visita attentamente progettati» (Emanuele Morezzi 2025, link).
 
Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973
 
Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975 credit VI, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7264419, CC BY-SA 3.0

Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980

Ragguardevole, di conseguenza, l’elenco dei premi che gli sono stati assegnati. È stato insignito del Premio Ottobre nel 1960 e nel 1966, del Premio Repubblicano e del Premio Federale del giornale “Borba” nel 1965, del Premio “7 Luglio” (in osservanza della data memoriale del 7 luglio, Giorno dell'insurrezione del popolo della Serbia, “Dan ustanka naroda Srbije”, che ricordava l'inizio della lotta armata contro i nazifascisti nel 1941) nel 1976, del Gran Premio per l'Architettura e del Premio Piranesi nel 1989, del Premio Herder nel 1997, della Croce d'Onore Austriaca per la Scienza e l'Arte nel 2002, e della Medaglia d'Oro della Città di Vienna nel 2003.

Tra i suoi monumenti, suoi principali capolavori, indubbiamente: 
  • Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952;
  • La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960;
  • La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961;
  • La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961;
  • La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965;
  • Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966;
  • Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971;
  • Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973;
  • Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975;
  • Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980.
Per gli scopi della ricerca-azione (link) sviluppata dal progetto H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing), per Corpi civili di pace in Kosovo, a partire dai luoghi della cultura e della memoria per la pace, si tratta di riferimenti imprescindibili, veicoli di una narrazione non astratta orientata alla memoria, alla convivenza, e alla pace. 

venerdì 15 maggio 2026

A proposito della PdL per una Difesa civile non armata e nonviolenta

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Il lancio della Campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta, promossa da CNESC, Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci, si muove sul duplice binario di sollecitare l’opinione pubblica a una più matura presa di consapevolezza intorno all’importanza di una difesa civile, di carattere non militare, per il nostro Paese e, nel contesto di questo obiettivo, di promuovere una raccolta di firme per una proposta di legge finalizzata alla “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.

Come indicano i promotori, la proposta “muove da un presupposto costituzionale preciso: il dovere di difesa della Patria sancito dall’art. 52 della Costituzione può essere adempiuto anche attraverso strumenti civili, come già riconosciuto dalla Corte costituzionale nel 1985. Gli articoli 2 e 11 della Costituzione disegnano un concetto di sicurezza fondato sulla protezione delle persone e delle istituzioni democratiche, non sulla forza militare. Il Dipartimento, collocato presso la Presidenza del Consiglio, andrà a coordinare i Corpi civili di pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo operando in sinergia con Protezione civile e Servizio civile universale. Il finanziamento avverrà anche tramite un Fondo nazionale, alimentato dalla Legge di Bilancio e dalla facoltà dei contribuenti di destinare il 6‰ IRPEF senza oneri aggiuntivi”.

Come tutte le proposte, il testo di legge, come da pregi, tra cui avere rilanciato in forma pubblica il tema di una difesa non esclusivamente militare e quindi dell’importanza, ad essa collegata, dell’impegno sociale e della partecipazione popolare, ad esempio attraverso lo strumento dei Corpi civili di pace, ai fini della difesa, nel senso del contrasto alla guerra, della prevenzione dei conflitti armati e della promozione della pace, così non è esente da limiti e lacune. Nell’articolato, tre punti, in particolare, meritano, al di là delle questioni tecnico-procedurali, di essere letti con attenzione.

Il primo. In base all’art. 1 c. 1 della proposta di legge, la difesa civile non armata e nonviolenta è “intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche”. Questa formulazione ha il merito di essere immediata, ma ha al tempo stesso il difetto di essere incompleta e potenzialmente passibile di interpretazioni distorsive. Le attività previste dal comparto della difesa civile non armata e nonviolenta non si limitano, infatti, alla prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, ma comprendono anche la risoluzione positiva, la trasformazione positiva e, in prospettiva, il trascendimento dei conflitti.

Si tratta di ambiti ben noti agli studi per la pace, sui quali si possono già raccogliere significative esperienze progettuali svolte sul campo in contesti di conflitto e post-conflitto, e sui quali un’elaborazione significativa da parte delle forze della società civile organizzata orientata nel senso della pace, dei diritti e della nonviolenza si è già ampiamente soffermata, come indica anche il documento del Tavolo Interventi Civili di Pace su “Identità e criteri degli Interventi Civili di Pace italiani”, che specifica come l’intervento civile si configuri come “azione civile, non armata e nonviolenta di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L'obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale”.

Questo ci porta al secondo punto. La proposta di legge istituisce, all’interno del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, i Corpi civili di pace (art. 1 c. 3 l. a), inseriti nell’ambito del Servizio civile universale e destinati a interventi di prevenzione dei conflitti, mediazione e assistenza nelle aree di crisi, in Italia e all’estero, secondo quanto previsto dalla normativa vigente. La proposta riduce cioè questo strumento essenziale ai fini dell’implementazione della difesa civile non armata e nonviolenta al rango di una delle attività del Servizio civile universale, limitato, com’è noto, ai giovani volontari e volontarie di età compresa tra i 18 e i 28 anni.

È noto, anche in questo caso, tanto dalla letteratura scientifica, quanto dalle esperienze progettuali, che i Corpi civili di pace sono sostanzialmente altra cosa, vale a dire squadre di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti, attivandosi su “richiesta leggibile” della società civile locale, con compiti di costruzione di condizioni di pace positiva e profili di attività che pure, tra gli altri, il documento dedicato agli Interventi civili di pace si incarica di articolare e approfondire. Non solo, dunque, giovani volontari, ma operatori e operatrici preparati, formati e addestrati a intervenire in contesti di crisi, conflitto, emergenza e in quadri operativi caratterizzati da straordinaria complessità.

Il loro profilo, quindi, non può essere ridotto ad esercizio superficiale, spontaneistico, volontaristico, né tantomeno può essere sfigurato facendone una specie di “truppa civile di complemento” dei contingenti militari dispiegati, di volta in volta, dagli Stati europei o della Nato in questo o quel contesto di crisi e di conflitto. Un limite, in questo senso, è rintracciabile anche nella soluzione organizzativa stessa di inquadrare (art. 1 c. 2), il comparto della difesa civile presso la Presidenza del Consiglio, all’interno di un Dipartimento ad hoc, al quale sono attribuite funzioni di indirizzo, coordinamento e attuazione delle politiche in materia.  

Non dunque, ad esempio, un’Agenzia, vale a dire un ente o un'organizzazione dotata di autonomia gestionale nell'ambito della pubblica amministrazione, a cui sono attribuite funzioni tecnico-operative; ma un Dipartimento, cioè un’articolazione funzionale, di cui il Presidente del Consiglio si avvale per le funzioni di indirizzo e coordinamento, sottoposto al Segretario generale o affidato alla responsabilità di un Sottosegretario o Ministro senza portafoglio.

Peraltro, l’indirizzo espresso dalle sentenze della Corte Costituzionale, in particolare la 119/2015, vale a dire che “il dovere di difesa della Patria non si risolve solo in attività finalizzate a contrastare o prevenire un’aggressione esterna, ma può comprendere anche attività di impegno sociale non armato; accanto alla difesa militare, che è solo una delle forme di difesa della Patria, può dunque ben collocarsi un’altra forma di difesa, che si traduce nella prestazione di servizi rientranti nella solidarietà e nella cooperazione a livello nazionale ed internazionale”, dovrebbe portare piuttosto a una riforma complessiva del sistema della difesa e alla riconfigurazione del Ministero della Difesa stesso, coerente con le due funzioni costituzionali, la difesa militare e la difesa civile, quest’ultima, in base a quanto sin qui evidenziato, organizzata nella forma della Difesa popolare di carattere civile e nonviolento. 

Il che allude direttamente al terzo punto: la sua distinzione e la sua autonomia dalla difesa militare, pur nel quadro complessivo, costituzionalmente definito, della difesa del Paese. L’art. 1 c. 1 indica infatti che “la difesa civile, non armata e nonviolenta [è] complementare alle forme di difesa militare”: e qui è grave che non si specifichi al tempo stesso che sia anche autonoma dalle forme di difesa militare pur nel quadro generale definito dalla Costituzione; indicare cioè che si tratti semplicemente di modalità complementare alla difesa militare rischia di privare la difesa civile non armata e nonviolenta proprio della sua specificità e della sua caratterizzazione e rischia di ridurla, come si accennava, a una delle funzioni del cosiddetto coordinamento civile-militare (Cimic) o a una vera e propria “truppa civile di complemento” dei contingenti militari dispiegati in guerra. 

Non andrebbe dimenticato, cioè, che l’obiettivo di queste misure è la promozione della pace positiva, una pace che non preveda solo la fine delle ostilità e la cessazione della violenza, ma anche la promozione di una democrazia effettiva, la giustizia sociale e la promozione di «tutti i diritti umani per tutti e per tutte».