domenica 29 marzo 2020

Quel 24 Marzo, 21 anni fa

Kralijevo, in memoria dei caduti delle guerre del 1991-1999 (Foto G. Pisa)

L’aggressione della NATO contro la Jugoslavia, la Repubblica Federale di Jugoslavia, ventuno anni fa (24 Marzo 1999), è stata un vero e proprio crimine contro la pace e, nel suo complesso, ha rappresentato di fatto un crimine contro l’umanità: l’attacco è stato condotto senza approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al di fuori di qualunque mandato di legittimità internazionale, facendo strame della giustizia internazionale, e in violazione della Carta delle Nazioni Unite, riportando la guerra nel cuore dell’Europa.
 
Lo svolgimento e gli esiti della campagna hanno costituito un precedente inquietante: prima l’aggressione a un Paese indipendente e sovrano, quindi la successiva militarizzazione del Kosovo; e ancora l’istituzione dell’ insediamento militare di Bondsteel, una delle più grandi basi militari statunitensi nel mondo, e infine l’inadempienza nei confronti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 (1999), fino ai riconoscimenti dell’auto-proclamata indipendenza kosovara, rappresentano precedenti gravi, sia perché contribuiscono a mettere in scacco il sistema di sicurezza internazionale, sia perché sono di fatto una violazione della pace.
 
Preceduta da una lunga vicenda di conflitto, che aveva impegnato in ampia parte del 1998 ed inizio 1999 le forze di polizia e militari serbe, da un lato, e le milizie della guerriglia separatista albanese, dall’altro, l’aggressione fu preparata anche da una consistente campagna propagandistica internazionale: la montatura, legata alla manipolazione degli eventi, nella circostanza, tragica, dell’eccidio di Račak; la demonizzazione della figura di Milošević, della Serbia e dei Serbi; la sapiente campagna mediatica orchestrata, tra le altre, da agenzie di stampa e pubbliche relazioni, con funzionari che dichiaravano, in interviste, che sebbene «nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, in un colpo solo potevamo presentare una situazione con “buoni e cattivi”.
 
«Ci fu un cambiamento nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come pulizia etnica, campi di concentramento, il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz»; fino a dichiarazioni che, in alcuni casi, si spingevano a paventare cinquecentomila vittime (su due milioni di abitanti) della polizia e delle milizie serbe nella regione; tutto servì a preparare l’opinione pubblica e creare le “condizioni di ammissibilità” dell’aggressione NATO. Del resto, come ha ricordato, tra gli altri, Andrea Catone, il generale Clark avrebbe poi scritto, nel suo libro Modern Warfare, che la pianificazione della guerra «era ben avviata già a metà giugno 1998» e sarebbe stata completata entro l’autunno di quello stesso anno.
 
La primavera successiva, il 24 Marzo, furono inaugurati i 78 giorni di guerra (che ovviamente si voleva fare passare per «intervento umanitario») il cui numero totale di vittime, peraltro, non è mai stato determinato. Si stima siano state uccise 2.500 persone (secondo altre fonti, il totale di morti fu di 4.000), con 89 bambini, e più di 12.500 persone ferite, con un danni materiali totali stimati in decine di miliardi di dollari. Una stima ha computato il danno di guerra complessivo in 100 miliardi di dollari. Oggi, ventuno anni dopo, è appena il caso di notare, l’intero PIL della Serbia, a parità di potere d’acquisto, è di circa 105 miliardi di dollari.
 
Il ministro degli esteri dell’epoca, Lamberto Dini, avrebbe poi ammesso che le condizioni poste alla Serbia al tavolo negoziale, precedente il confitto, di Rambouillet, in Francia, erano semplicemente inaccettabili: ricordate la proposta della NATO di totale e incondizionata libertà di movimento per uomini e mezzi della NATO sull’intero territorio jugoslavo? La propaganda occidentale si soffermava sull’ostinazione di Milošević e della leadership serba al tavolo negoziale, la realtà delle circostanze si sarebbe incaricata di ricostruire il senso della “proposta-capestro” avanzata dalle cancellerie occidentali, in primis gli USA, in Francia.
 
Quasi nessuna città in Serbia ha potuto evitare di essere presa di mira o di essere colpita durante la guerra. I bombardamenti, secondo recenti stime, hanno distrutto o danneggiato 25.000 unità abitative, 470 chilometri di strade e 600 chilometri di binari ferroviari; e poi 14 aeroporti, 19 ospedali, 20 centri sanitari, 18 scuole materne, 69 scuole, 176 monumenti culturali, 44 ponti danneggiati; i ponti furono uno dei bersagli privilegiati della guerra, evidentemente “umanitaria”: 38 furono i ponti completamente distrutti. Durante l’aggressione, furono effettuati 2.300 attacchi aerei su 995 strutture in tutto il Paese; furono sganciati 420.000 missili per complessivi 22.000 tonnellate; e ancora, sempre per restare in tema di intervento “umanitario”, 37.000 “bombe a grappolo”, e furono anche usate munizioni, vietate da tutte le convenzioni internazionali, con uranio impoverito. Il danno da contaminazione continuerà a mietere vittime nel corso delle generazioni. 

In questi giorni di fine Marzo dunque, 21 anni fa, i primi attacchi contro la Jugoslavia, nel cuore dell’Europa. Il 3 Aprile sarebbero stati inaugurati i bombardamenti contro la capitale, una delle grandi capitali d’Europa, Belgrado. È stata, si è detto, l’applicazione di un vero e proprio «paradigma»: del conflitto etno-politico, delle campagne mediatiche di costruzione del nemico, dell’imperialismo umanitario; della messa in scacco delle Nazioni Unite, prima, e di un controverso state - building, dopo. Ogni volta che sentiremo evocare linguaggi e approcci militaristi, richiami alla “patria in armi”, agli “eroi al fronte” e alle “guerre da vincere”, ricordiamoci di cos’è la guerra e cosa fu quel 24 Marzo: quando, insieme con la pace, la verità stessa fu messa in ombra. 

venerdì 8 novembre 2019

Appunti sull’attivazione internazionalista e per le questioni internazionali

www.flickr.com/photos/walmo55/2454763329


L’iniziativa internazionalista è, per tutte le soggettività progressiste e democratiche, solidaristiche e nonviolente, un terreno di impegno strategico e necessario. In queste due parole, vi è anche il senso della traiettoria che è necessario imprimere a questa azione, perché possa essere autentica, sincera, credibile, originale, e, possibilmente, innovativa.

Quando parliamo di iniziativa internazionalista e di solidarietà internazionale parliamo, allo stesso tempo, di un impegno strategico: la parola d’ordine della «pace» è una delle tre intorno alle quali si condensò la formula degli impegni programmatici della Rivoluzione d’Ottobre, nel 1917; sul tema della guerra e della pace e sul rifiuto della guerra imperialistica delle borghesie nazionali e dei cosiddetti «crediti di guerra» si determinò la divisione, nell’ambito delle socialdemocrazie europee, che determinò lo stallo, prima, e la fine, poi, della Seconda Internazionale, ponendo le basi della costituzione della Terza Internazionale; la pace è fondamento costituzionale del nostro ordinamento democratico, tanto è vero che, a norma di Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 

Ma, come si diceva, il terreno della solidarietà internazionale è anche un terreno necessario. C’è dibattito, nel campo delle forze antimilitariste e pacifiste, sulla corretta declinazione dell’antimilitarismo e su una corretta definizione di «pacifismo»: è qui appena il caso di sottolineare come le categorie storiche, a fronte del necessario aggiornamento e dell’opportuna attualizzazione cui devono essere sottoposte, continuano a rappresentare il lessico comune delle forze progressiste e comuniste a livello mondiale, e della sentita e condivisa esigenza di lottare contro l’imperialismo (categoria economica, prima che politica, com’è noto dalla lezione leniniana), contro il neo-colonialismo (a sostegno delle lotte per l’emancipazione dei popoli, tenendo sempre insieme i principi cardine della fratellanza, dell’auto-determinazione dei popoli, della non-ingerenza nelle questioni interne dei singoli Stati), contro il militarismo (inteso come vero e proprio «dispositivo politico», cioè, al tempo stesso, dispositivo di comando e di gerarchia di potere su scala internazionale, fattore ordinatore della produzione, a partire dal cosiddetto «complesso militare-industriale», strumento di minaccia o di risoluzione delle controversie e dei confitti attraverso l’esercizio della guerra). Parliamo di pacifismo, quindi, nel senso di una azione strategica per la pace, e parliamo della pace nel senso della «pace positiva», vale a dire del nesso unitario e inscindibile tra pace, emancipazione e giustizia sociale.

Dunque, a partire da tali presupposti, come costruire iniziativa nell’ambito delle questioni internazionali? O, in estrema sintesi, come “fare solidarietà” internazionale? «Fare solidarietà» è sempre una pratica: forte di precise e rigorose connotazioni analitiche, la solidarietà è, sempre e comunque, esercizio di partecipazione e di coinvolgimento. L’iniziativa che si intende costruire in tal senso, pertanto, dovrebbe sempre tenere lo sguardo su almeno tre elementi fondamentali: in primo luogo, individuare sempre con precisione l’oggetto, il tema politico e l’area geografica di riferimento, sviluppando, a partire da questa, gli opportuni rimandi e le necessarie estensioni (è il caso tipico di tre contesti a noi molto vicini: Cuba socialista e il Venezuela bolivariano, che consentono di riflettere sul subcontinente latino-americano; la lotta di resistenza e di auto-determinazione del popolo palestinese, che consente di far luce sul complesso della vicenda vicino-orientale; gli esiti delle cosiddette “primavere arabe” che, con le loro innovazioni e le loro contraddizioni, rimandano e alludono alla vicenda complessiva del Mediterraneo). In secondo luogo, l’iniziativa internazionalista, per essere propriamente tale, dovrebbe sempre consentire di stabilire un «dialogo tra i mondi», tra la nostra realtà vicina e la realtà cui si guarda, per consentire una relazione e uno scambio di pratiche e di esperienze (si pensi all’esperienza bolivariana e alla elaborazione del «Socialismo per il XXI secolo»). Infine, consentire l’intreccio di relazioni, coinvolgendo i protagonisti delle lotte e stabilendo legami di solidarietà (come nel caso delle comunità di immigrate e immigrati, nei nostri territori, attivi in esperienze di lotta). 

Declinare efficacia e innovazione, una sfida per l’internazionalismo del nostro tempo. 

lunedì 4 novembre 2019

Paesaggi Balcanici: dalle «Vie del Danubio» alla Costruzione della Pace

Felix Romuliana, Gamzigrad (Zajecar, Serbia): Foto di Gianmarco Pisa


È una delle possibili «Vie del Danubio», il grande fiume d’Europa e la via magistrale di connessione di popoli e culture, a cavallo tra la Mitteleuropa e l’Oriente Europeo, l’Europa centrale e austro-tedesca con il mondo slavo e la penisola balcanica. Si tratta della «Via degli Imperatori dell’Antica Roma e dei Vini del Danubio», itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa, che si dipana attraverso quattro paesi, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, attraversando ben 20 siti archeologici e 12 distretti enologici, ove sono distinguibili sia elementi identitari comuni, quali lo sfondo paesaggistico danubiano e il retaggio storico classico, sia elementi culturali distintivi, che fanno, appunto, la «ricchezza nella diversità» di questa vera e propria polifonia multiculturale.

Nel tratto serbo dell’itinerario, i grandi (non certo unici) complessi sono tre, nell’ordine con cui sono stati attraversati e nell’ipotesi di un itinerario ideale facente base a Belgrado: appunto la capitale, Belgrado, con la vicina Kostolac, l’antica Viminacium; quindi Zaječar, con la vicina Gamzigrad, che ospita l’antico complesso di Romuliana; e infine il capoluogo dello Srem, l’antica Sirmio, Sremska Mitrovica, all’epoca Sirmium. 

A Gamzigrad, Romuliana è nella lista del patrimonio dell’umanità dal 2007 e l’eccezionale unicità del sito è rappresentata dalla sua configurazione di «complesso», dove il palazzo fortificato dell’imperatore Galerio (dedicato alla madre Romula, da cui il nome), edificato tra il III e il IV secolo, è in realtà una spettacolare combinazione del palazzo imperiale, di due templi, e di una serie di altre costruzioni. A Sremska Mitrovica, dell’antica Sirmium resta, in particolare, il quartiere commerciale con una strada principale e resti delle strade e delle edificazioni adiacenti, realizzate, in più fasi, tra il II e il V secolo.

Infine, tornando verso Belgrado, l’antica Viminacium, odierna Kostolac, rappresenta uno dei primi siti legionari sul Danubio, del quale restano tracce di strutture militari e civili, dell’anfiteatro e delle terme. Da Belgrado, il tragitto sino a Kraljevo consente di connettere queste tracce con le memorie della storia del Paese, nella quale Kraljevo ha svolto un ruolo importante, nelle cui prossimità sorge il Monastero di Žiča, anch’esso patrimonio culturale di eccezionale importanza, uno dei cosiddetti monasteri di fondazione, e per questo centro delle celebrazioni dell’ottavo centenario della autocefalia della Chiesa Ortodossa Serba, che ricorre quest’anno (1219-2019).

Kraljevo non è distante da Niš, anch’essa legata alla memoria classica, dal momento che l’antica Naissus ha dato i natali all’imperatore Costantino il Grande. L’itinerario prosegue da Kraljevo, porta del sud della Serbia, verso il Kosovo, il cui patrimonio culturale e paesaggistico, è indiscutibile, dal momento che spazia dagli antichi ritrovamenti archeologici della Dardania e di Roma, alle sorprendenti costruzioni moderniste nello stile del razionalismo socialista dell’epoca jugoslava. A proposito della quale, quello che fu uno dei monumenti simbolo di Prishtina, vale a dire il Monumento alla Fratellanza e all’Unità, ha finito perfino per acquisire nuova vita, con la risistemazione della piazza che lo ospita, ora attrezzata anche con piccole aree verdi e punti sosta.

A 12 kilometri da Prishtina si trova Gračanica e, ad un kilometro da questa, lungo la strada per Laplje Selo, il sito archeologico di Ulpiana, anch’esso passato dal più totale abbandono (di cui siamo stati testimoni) ad una efficace risistemazione e valorizzazione (di cui pure siamo testimoni). All’epoca della presenza imperiale nella Dardania, la città si trasformò da tipico insediamento dardanico a tipica città romana, nel corso del I secolo, prendendo il nuovo nome dall’imperatore Marco Ulpio Traiano. 

Ulpiana divenne «splendidissima» tra il III ed il IV secolo e si presenta oggi nella forma di un complesso archeologico importantissimo, razionalmente – simmetricamente – organizzato nelle parti che lo compongono, da Nord verso Sud (in direzione contraria a quella di ingresso) con la porta maggiore (Porta Nord), la via di accesso (Cardo Maximus), una Taberna, le Terme, un Tempio pagano, una Basilica paleocristiana, infine una notevole Villa urbana e uno spettacolare Battistero ottagonale.

Rientrati a Gračanica, non si può non orientarsi verso lo spettacolare Monastero, anch’esso patrimonio dell’umanità dal 2006, con il suo superbo sistema di colonne e di cupole e i rilevanti affreschi, risalenti al 1321. Costituisce patrimonio dell’umanità in solido con il Monastero di Dečani, anch’esso nella lista dal 2004, ultimato nel 1335 da Stefan Dečanski, figlio di Stefan Milutin, costruttore di Gračanica. 

L’esterno, elegantemente armonioso, in un perfetto bilanciamento di romanico e gotico, e l’interno, letteralmente stupefacente, con i suoi mille ritratti affrescati su uno sfondo di blu lapislazzuli (singolare al punto da essere definito «Blu di Dečani») rappresentano un esempio superbo di unità culturale e spirituale, una perfetta interpretazione, per il contesto e i contenuti che rappresenta, di una unità paesaggistica capace di veicolare il carattere universale di questo patrimonio e rappresentare i più alti valori di solidarietà e di pace. 

Enfatizzati, per chiudere questo «itinerario di itinerari», da uno dei patrimoni simbolo della cultura albanese, le Kullat a Junik (Peć/Pejë), a sua volta non distante da Dečani, sulla strada per Gjakova (Ðakovica), come tutte le Kullat, simbolo comunitario e di accoglienza. La stessa Gjakova, del resto, è una delle poche città, in Kosovo, ad avere conservato, nel suo centro storico, i caratteri tradizionali della architettura albanese kosovara. Ancora, da questo patrimonio culturale, un messaggio potente, la cui attualità pare, oggi, più forte che mai.

La fotogallery e il reportage a puntate sono su:
https://www.pressenza.com/it/tag/paesaggi-balcanici


martedì 24 settembre 2019

Del 21 Settembre, la Giornata per la Pace

ZKS, VIII Congress - Ljubljana, 1978
MIJ, Dizajn za Novi Svet - Belgrado, 2016

La Giornata Internazionale per la Pace, che si è celebrata, come ogni anno, lo scorso 21 Settembre, è uno dei momenti cruciali per riflettere sulla situazione e le prospettive dello scenario internazionale, per confermare e consolidare l’impegno, di tutti e di ciascuno, nella lotta contro la guerra e per la costruzione della pace, per condividere idee ed ipotesi di lavoro, lungo le quali incamminarci, in una prospettiva di futuro. Sono, del resto, queste le motivazioni di fondo che stanno alla base della risoluzione 36/67 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite (30 Novembre 1981), che, istituendo la Giornata per la Pace, ha chiesto a tutti e tutte, popoli e Stati, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», intendendo, allo stesso tempo, l’impegno contro la guerra e per la pace, non solo come una vocazione “morale”, ma specificamente come un impegno “fattivo”, al quale tutti e tutte siamo chiamati. L’occasione è pertanto preziosa per riflettere sullo stato del pianeta e per sollecitare ad un rinnovato impegno nella direzione del rilancio del ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione della guerra e nella costruzione della pace, per dirla con Johan Galtung, «a partire dalle cause», rimuovendo e contrastando, attivamente, le diseguaglianze e le ingiustizie, l’oppressione e lo sfruttamento, e, come ha recentemente richiamato il Segretario Generale, Antonio Guterres, in apertura del summit delle Nazioni Unite contro il surriscaldamento climatico, lo stravolgimento dell’equilibrio eco-sistemico, che, unito all’iper-sfruttamento delle risorse energetiche, costituisce uno dei fattori oggi più allarmanti di sperequazione e di tensione, di guerra e di conflitti.  

Anche per questo è molto importante recuperare e rilanciare, nel contesto di un nuovo multipolarismo e di una riforma del sistema stesso delle Nazioni Unite, che vada verso un maggiore bilanciamento dei rapporti di forza, una più accentuata democraticità dell’organizzazione, una più coinvolgente partecipazione di popoli e comunità, il ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione dei conflitti armati e nella costruzione della «pace positiva». L’Agenda per la Pace, «An Agenda for Peace. Preventive diplomacy, peace-making and peace-keeping», il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1992, esplicitamente richiede che ufficiali di polizia civile, osservatori civili dei diritti umani, specialisti civili per i profughi, i rifugiati e l’aiuto umanitario abbiano lo stesso ruolo dei militari, siano considerati altrettanto se non maggiormente decisivi nelle misure di protezione dei diritti umani e di costruzione della pace, siano attori cruciali per il peace-keeping ed il peace-building. 

Come infatti ricordano i panel dedicati delle Nazioni Unite, «il peace-keeping delle Nazioni Unite sostiene i Paesi sconvolti dai conflitti nel creare condizioni per una pace duratura»; tale peace-keeping ha alcuni specifici punti di forza, quali «legittimità, condivisione delle responsabilità e la capacità di dislocare effettivi provenienti da tutto il mondo, integrati con operatori di pace (peacekeeper civili) nel contesto di mandati multi-dimensionali». Tra questi: la prevenzione dei conflitti, vale a dire le «misure diplomatiche volte a prevenire che le tensioni degenerino in conflitti violenti», quali l’allerta tempestiva, la documentazione, e l’analisi dei dati-sentinella, potenziali spie di conflitto; quindi, il peace-making, vale a dire le «misure tese a portare le parti in conflitto a giungere alla negoziazione di un accordo», anche attraverso iniziative diplomatiche, ufficiali o popolari; infine, il peace-building, vale a dire le «misure tese a rafforzare le capacità locali di gestione dei conflitti e di prevenzione delle escalation» a livello sociale ed istituzionale. 

In questa strategia, che si dipana, a partire dagli anni Novanta, sino ai giorni nostri, numerosi tasselli hanno confermato il ruolo cruciale degli operatori civili nei percorsi di prevenzione della violenza e trasformazione dei conflitti. Nel 1995, la risoluzione 50/49 dell’Assemblea Generale sulla partecipazione dei «Caschi Bianchi» nell’aiuto umanitario, nella cooperazione per lo sviluppo e nella ricostruzione «incoraggia azioni … tese a mettere a disposizione del sistema delle Nazioni Unite corpi volontari nazionali come Caschi Bianchi, al fine di fornire risorse umane specializzate per l’aiuto umanitario in casi di emergenza e di riabilitazione». Nel 1999, la raccomandazione 47/99 del Parlamento Europeo al Consiglio dell’UE propone l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo in forma di un contingente minimo, flessibile e facilmente dispiegabile, con compiti quali (art. 2): «arbitrato, mediazione e costruzione della fiducia tra le parti; aiuto umanitario, reintegrazione (disarmo e smobilitazione di ex-combattenti), riabilitazione, ricostruzione e monitoraggio; osservazione, monitoraggio e miglioramento della situazione dei diritti umani».

È più che mai il caso, all’indomani della Giornata della Pace 2019, di rilanciare dunque questo impegno: a maggior ragione dopo l’approvazione della risoluzione 2250 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite («Giovani e Pace») che esplicitamente afferma «l’importante ruolo dei giovani nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti e come attori cruciali per la sostenibilità e il successo degli sforzi per il peace-keeping ed il peace-building»: una nuova leva per rafforzare, oggi, l’impegno per la pace. 

giovedì 6 giugno 2019

Il Kosovo, e un nuovo precipizio della violenza

Fitim Selimi [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Una giornata gravissima per il Kosovo, quella dello scorso 28 Maggio, quando una escalation di violenza e scene di vera e propria guerriglia hanno riportato la regione a un punto di tensione e di conflitto che non si vedeva dal luglio 2011, all’epoca della cosiddetta “crisi dei valichi”. E, per alcuni aspetti, le modalità dell’intervento e il carattere dell’escalation, nei due casi, sembrano mostrare talune similarità e analogie.

In quelle giornate estive, del luglio 2011, le unità speciali della polizia kosovara (ROSU) innescarono un blitz, all’epoca con un coinvolgimento degli elicotteri della missione NATO nella regione (KFOR), allo scopo di prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord, lungo la linea di amministrazione che delimita il Kosovo Settentrionale dalla Serbia Centrale. 

Come in altre circostanze, la reazione delle popolazioni serbe, che sono larghissima maggioranza nelle municipalità del Nord (Kosovska Mitrovica, Zvečan, Leposavić e Zubin Potok), si espresse con il “boicottaggio” e la “non collaborazione” e si manifestò con blocchi e barricate erette lungo le strade di collegamento. L’escalation precipitò nuovamente il Kosovo oltre la soglia del “conflitto congelato” e nuove tensioni e barricate fecero la loro comparsa sul ponte centrale di Mitrovica.

Lo spettro del “conflitto congelato” è stato evocato dallo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, ma prima, non dopo, l’ultima escalation di tensione che ha nuovamente interessato il Kosovo: un particolare, questo, fatto acutamente notare, per i contenuti di quelle affermazioni e la strettissima successione degli eventi, da diversi osservatori internazionali. 

In una sessione speciale del parlamento serbo, a Belgrado, che si è svolta appena lunedì scorso, il 27 Maggio, il giorno prima della nuova escalation, Vučić aveva dichiarato, in un lungo e impegnativo discorso, trasmesso in diretta dalla televisione serba e che non aveva mancato (e continua a non mancare) di suscitare commenti e reazioni, che la situazione del Kosovo deve essere risolta con il negoziato e il compromesso. 

Ed ancora: che non vi è alternativa tra una situazione nuova frutto di un accordo tra Belgrado e Prishtina e la prospettiva inquietante di mantenere la regione nella situazione di un conflitto congelato, puntualmente sensibile a nuove escalation e a nuovi precipizi, e che l’opinione pubblica serba deve abituarsi a pensare che il Kosovo non è più sotto il controllo serbo, a parte per le funzioni amministrative che lo stato serbo continua ad esercitare nei comuni e nelle enclavi serbe (la sanità e la scuola, essenzialmente) e quindi, di conseguenza, senza una soluzione capace di superare lo status quo, la reazione, da parte della leadership nazionalista della maggioranza albanese, sarà quella di colpire i serbi.

Appena un giorno e una nuova violenza agita il Kosovo. Il 28 Maggio una “operazione anti-crimine” dà corpo ad un vero e proprio raid nelle municipalità del Nord, in particolare nel comune di Zubin Potok, quando, alle prime luci dell’alba, il raid sconvolge la regione del Nord, gli scontri degenerano in un vero e proprio conflitto a fuoco, numerose persone (19 persone, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia kosovara, 23 persone, secondo le dichiarazioni ufficiali serbe) vengono arrestate: undici serbi, quattro albanesi e quattro bosniaci. Si susseguono scontri a fuoco e cinque poliziotti kosovari e sei civili serbi vengono feriti. 

Le barricate e i blocchi eretti in auto-difesa dai residenti serbi vengono distrutti e smantellati dalle forze speciali kosovare; la tensione cresce e il Kosovo ripiomba nuovamente tra le pagine peggiori della sua storia recente. Alle agenzie internazionali, ripetendo in qualche modo il copione del 2011, le forze della NATO in Kosovo (KFOR) non trovano di meglio che dichiarare che si è trattato «solo» di una «operazione di polizia», conseguenza di una serie di «mandati di arresto» per una «indagine sulla corruzione».

La presenza delle forze speciali della ROSU nel Kosovo Settentrionale a maggioranza serba resta una questione spinosa e controversa. L’Accordo di Principio, l’unico testo di portata complessiva scaturito dal dialogo diplomatico tra le due capitali, il 19 Aprile 2013, prevede, salvaguardando l’unitarietà del Kosovo e la volontà della Serbia di non riconoscerlo, una ampia autonomia dei Serbi del Kosovo e la costituzione di una Comunità dei Comuni Serbi, per un totale di dieci comuni, tra cui i quattro del Nord, K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok. 

Gravissimo anche il fatto che, negli ultimi scontri, due funzionari della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) siano stati arrestati e, tra questi, un diplomatico russo. Il Kosovo è uno stato «di fatto», ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale; sono circa ottanta i Paesi che non lo riconoscono e, tra questi, cinque membri UE (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

Tutto ciò succedeva il 28 Maggio, 2019. Avremmo preferito ricordare questa giornata come la vigilia del 29 Maggio, 2019: la giornata mondiale dei peacekeeper delle Nazioni Unite, istituita, appunto, per richiamare tutti gli stati e le persone all’importanza del ruolo delle Nazioni Unite, nel contesto della difesa della sicurezza internazionale e del diritto internazionale, ai fini del mantenimento della pace, e per sollecitare impegni concreti, nel senso della prevenzione delle cause della violenza e della estinzione dei bacini della violenza, per risolvere i conflitti in maniera costruttiva e generare nuovi spazi per la pace e la pace positiva. 

Istituita con la Risoluzione 57/129 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003, essa richiama l’importanza del peacekeeping come strumento – chiave per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale e rende omaggio alla memoria di quanti sono caduti per la causa della pace. Riflettendo sulle ambasciate di pace, uno degli strumenti dei corpi civili di pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione della pace positiva, in un testo dei Berretti Bianchi (1994), si legge: «L’ambasciata di pace è uno strumento della diplomazia dei popoli. […] 

«In quanto diplomazia dei popoli, l’ambasciata di pace deve essere autonoma da tutti i governi. L’ambasciata di pace è uno strumento della società civile e delle popolazioni e da queste sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. […] I suoi compiti sono: aprire e consolidare le comunicazioni tra i popoli; […] aiutare le popolazioni che, in seguito a guerre, esodo forzato, embargo, epidemie o disastri ambientali, si trovano in stato di bisogno; […] essere uno strumento di supporto logistico ed organizzativo per tutte le ONG che intendano contribuire alla pace».

È forse il caso di concludere ricordando le parole di uno tra i maestri italiani della peace-research che più si sono impegnati ai fini della prevenzione della violenza e del superamento del conflitto in Kosovo. Alberto l’Abate, nel suo studio dedicato a «Il contributo di Johan Galtung alla teoria e alla pratica della pace e della nonviolenza», in “Inchiesta” (24 novembre 2013), ricordava quanto fosse importante la «sottolineatura di Galtung dei tre principali compiti dei professionisti di pace che lui si augura … si diffondano in tutto il mondo: 

1) la riconciliazione, e cioè il curare gli effetti della violenza passata; 

2) la costruzione della pace, e cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura; 

3) la trasformazione del conflitto, e cioè la ricerca di metodi per mitigarli (ad esempio passando da una lotta armata ad una lotta di tipo nonviolento), oppure nell’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio (attraverso la mediazione). […]

«In questo campo, il suo «triangolo del conflitto» è formato, da un lato, dagli atteggiamenti (odio, rancore, diffidenza etc., che possono essere superati attraverso l’apprendimento dell’empatia); in un altro angolo, dal comportamento (che può passare, anche grazie ad un buon lavoro dell’operatore di pace, da violento a nonviolento); e, infine, dalle contraddizioni, e cioè dagli obiettivi contrapposti dei due contendenti, che possono tuttavia essere superati grazie alla creatività e alla ricerca di obiettivi di mutuo beneficio».

A margine degli eventi drammatici di questo 28 Maggio, in Kosovo, il capo della missione UNMIK, Zahir Tanin, non ha mancato di fare sentire la propria voce, richiamando tutti al rasserenamento della situazione e alla de-escalazione del conflitto. Non bastano tuttavia gli appelli e le dichiarazioni, se il compito è, come a questo punto appare, quello di prevenire ogni ulteriore possibile escalation e di avviarsi con decisione, a differenza di quanto è stato sin qui fatto, verso la definizione di un percorso diplomatico autentico e la costruzione di solide condizioni per la «pace con giustizia» (pace positiva). 

Richiamando quanto scritto, recentemente, da Rocco Altieri, infatti, nella sua interezza «il Movimento per la Pace ha oggi di fronte a sé il compito di acquisire, così come aveva auspicato nel 1992 l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, capacità funzionali alternative agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione delle crisi internazionali e della costruzione della pace, prevedendo un’azione di confidence building (un’opera cioè di “diplomazia preventiva”), un’azione di peace-making, peace-keeping e peace-building post-conflitto. Si affacciava per la prima volta, nelle più alte organizzazioni internazionali, l’ipotesi di un’azione civile di prevenzione e interposizione non armata nei conflitti, da affidare a corpi non militari, corpi civili di pace».

In Kosovo la tensione resta alta, in un epicentro del conflitto nel cuore dell’Europa, proiettato sullo scenario complesso e turbolento del Mediterraneo. Oggi giunge la notizia del rilascio, da parte delle autorità kosovare, dei civili serbi arrestati. Non deve, tuttavia, venire meno l’attenzione e l’impegno, perché si cominci a esplorare, finalmente, una strada nuova, di distensione, e, in definitiva, di pace e di giustizia.

martedì 28 maggio 2019

Patrimoni Culturali e Naturali per la «pace con giustizia»

reparadorwiki: https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Diablos-3.jpg


La potenza evocativa e memoriale dei patrimoni culturali e naturali può determinare profondi, positivi, impatti, non solo di tipo culturale in senso generale, ma, nello specifico, di carattere sociale.

Com’è noto l’UNESCO, costituita nel 1945, con sede a Parigi, ha come scopo quello di proteggere la scienza e la cultura, promuovere la diffusione dell’istruzione, sollecitare gli Stati a tutelare e promuovere il proprio patrimonio culturale. Nella promozione e diffusione di consapevolezza intorno al valore del patrimonio culturale, la pace, in particolare la «pace positiva», la pace con giustizia, non è un contenuto indifferente.

Nel momento in cui promuove lo sviluppo sociale degli Stati e delle comunità del mondo a partire dalla tutela e dalla conservazione del patrimonio culturale e del patrimonio naturale; quando indica la strada dell’innovazione e dell’apertura al futuro, pur preservando la propria memoria ed i propri saperi; incoraggiando, a partire dalla «messa in comune» del carattere universale del patrimonio culturale, l’espressione della diversità culturale e il dialogo interculturale, la promozione del patrimonio culturale e naturale può diventare, al tempo stesso, un potente mezzo di promozione della pace e dei diritti umani.

Attualmente sono più di mille i patrimoni culturali e naturali riconosciuti dall’UNESCO in oltre due terzi dei Paesi del mondo; per l’esattezza, si tratta in totale, ad oggi, di 1092 siti (845 siti culturali, 209 siti naturali e 38 misti) in 167 Paesi. È noto che l’Italia è il Paese che ospita il maggior numero di patrimoni dell’umanità, con ben 54 siti riconosciuti (di cui 49 siti culturali – 7 dei quali sono «paesaggi culturali» – e 5 siti naturali).

In particolare, per il nostro Paese ma non solo, la definizione di «paesaggio culturale» comincia ad essere particolarmente importante, dal momento che i paesaggi culturali costituiscono i «paesaggi che rappresentano le «creazioni congiunte dell’uomo e della natura», e illustrano l’evoluzione di una società e del suo insediamento, nel tempo, sotto l’influenza di vincoli o di opportunità presentate, all’interno e all’esterno, dall’ambiente naturale e da spinte culturali, economiche e sociali. La loro protezione può contribuire alle tecniche di uso sostenibile del territorio ed al mantenimento della diversità biologica».

Nel bacino del Mediterraneo, i Balcani ospitano una quantità notevole di patrimoni: tre in Albania, tra cui la splendida Butrinto; tre in Bosnia, con la storica città di Mostar, già devastata dalla guerra; dieci in Croazia, con Split (Spalato), Dubrovnik (Ragusa), Parenzo (Poreč); il meraviglioso complesso storico – culturale e archeo – naturalistico di Ohrid, in Macedonia del Nord; quattro in Montenegro, con la regione delle Bocche di Cattaro; cinque in Serbia, tra i quali gli stupefacenti monumenti medievali e bizantini del Kosovo: il monastero di Dečani, il patriarcato di Peć, il monastero di Gračanica e il complesso della Bogorodica Ljeviška a Prizren.

A proposito di guerra, peraltro, è ormai universalmente noto come, specialmente nel contesto del conflitto etno-politico, laddove le matrici identitarie vengono manipolate e strumentalizzate ai fini della violenza, non solo il patrimonio culturale, con il suo portato semantico e simbolico, viene spesso precipitato nella spirale della guerra, ma, in particolare, viene fatto oggetto di azione sistematica, brutale, di vandalizzazione e di distruzione: sono non meno di 1700 i siti culturali, monumentali e religiosi, alcuni dei quali patrimoni mondiali UNESCO, distrutti o danneggiati durante il ciclo di guerre nella ex Jugoslavia degli anni Novanta, nel corso dell’aggressione della NATO contro la Serbia nel 1999 o nei violenti pogrom del 2004 in Kosovo.

Se è vero che, per un verso, l’arte e la cultura possono costituire un terreno positivo per favorire la riappropriazione condivisa e il reciproco riconoscimento, quindi la ricomposizione e, in prospettiva, la riconciliazione; è non meno vero, peraltro, che la guerra devasta e distrugge, e la tutela del patrimonio rappresenta anche la difesa della storia e della memoria, delle culture e dei saperi di una comunità. 

Oggi, sottoposto a ripetute minacce di ingerenza e di aggressione, ancora una volta da parte degli Stati Uniti, è il Venezuela Bolivariano ad essere preso di mira e, con esso, è il suo patrimonio culturale e naturale ad essere esposto: le splendide architetture coloniali della città di Coro, il complesso di architettura contemporanea della Città Universitaria di Caracas, i «Diavoli Danzanti» di Corpus Christi e lo storico Carnevale di Callao.

La conferenza sul tema «Patrimoni Culturali e Naturali» si tiene giovedì 16 maggio, a partire dalle ore 10.00, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, con la presenza, tra gli altri, di Elena Coccia, Consigliera Delegata alla Cura del Patrimonio Culturale e rete dei Siti UNESCO della Città Metropolitana di Napoli, e la presentazione del mio volume “Paesaggi Kosovari 1998-2018”, edito da Multimage, Firenze, 2018.

mercoledì 10 aprile 2019

«Uscire dal sistema di guerra, ora»

pressenza.com/it/2018/09/palermo-convegno-mediterraneo-nonviolenza-pace

Nell’ambito della due giorni di assemblea, la nostra associazione, IPRI - CCP (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Corpi Civili di Pace) ha avuto modo di partecipare ai lavori della Conferenza Internazionale in occasione dei 70 anni della NATO, dal titolo: «I 70 anni della NATO: quale bilancio storico? Uscire dal sistema di guerra, ora», che si teneva, negli stessi giorni, nella città di Firenze. 

Come è stato riportato sul sito della associazione, a proposito della NATO, quest’ultima rappresenta «la longa manus di chi ha interessi nella produzione di armi di ogni tipo, cioè il complesso militare-industriale e politico, oggi anche finanziario, termine, talvolta, usato in senso più ampio per includere l’intera rete di contratti e flussi di denaro e risorse tra individui, società, istituzioni, appaltatori della difesa, il Pentagono, il Congresso e, in definitiva, il ramo esecutivo del Governo degli Stati Uniti». 

D’altra parte, il Convegno, nello svolgimento dei lavori e nell’articolazione delle sue sessioni tematiche, ha affrontato alcune questioni di grande portata strategica, che riguardano il posizionamento odierno della NATO nei diversi scacchieri mondiali, il suo ruolo e i suoi obiettivi, ma anche la minaccia di guerra che essa ha rappresentato e continua a rappresentare, e la conseguente esigenza di lottare per uscire dal sistema di guerra, per contrastare la logica militare, per lottare per la pace e la giustizia. 

Tra gli argomenti del Convegno, si è dibattuto, infatti, di Jugoslavia (20 anni fa la guerra fondante della nuova NATO in Europa e nel Mondo); i due fronti della NATO a Est e a Sud (recentemente le mobilitazioni contro la guerra e contro la NATO, tra cui quelle nella città di Napoli, hanno inteso contrastare la logica delle cosiddette «Esercitazioni Trident», dove Trident rappresenta, appunto, il «tridente strategico» della NATO, orientata verso il Mediterraneo, a Sud, verso l’Africa e il Vicino Oriente, e a Est, verso lo spazio ex sovietico e, in ultima analisi, verso la Russia e la Cina); e, come chiaramente si vede anche da questi brevi cenni, l’Europa, sempre più in prima linea in questo nuovo confronto nucleare. 

Una delle tavole rotonde del Convegno ha posto l’accento su una delle domande cruciali per chi, in questa fase storica e politica, si batte per la pace e contro la guerra: Cultura di pace o Cultura di guerra?  E’ oggi più che mai evidente che, insieme con la Siria e il Vicino Oriente, con lo spazio mediterraneo e il continente africano, l’Oriente e la Cina, il Venezuela Bolivariano sia sulla «linea del fuoco» delle minacce e delle aggressioni da parte degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati della NATO. 

L’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO è chiaro. Con una sequela di minacce, minacce di aggressione, tentativi di diversione, vere e proprie ingerenze, perfino sabotaggi e il paventato ricorso alla violenza di piazza, come all’epoca delle famigerate e terroristiche “guarimbas”, fino al riconoscimento di un sedicente «auto-proclamato presidente», intendono, per un verso, mettere una ipoteca sulle riserve strategiche venezuelane (il Venezuela detiene da solo circa il 25% delle riserve petrolifere mondiali), per altro verso, porre fine in tutti i modi a ciò che, politicamente e socialmente, il Venezuela oggi rappresenta: una alternativa reale al dominio del neo-liberismo e dell’imperialismo, un esperimento originale, concreto, di emancipazione, all’insegna del socialismo e del bolivarismo, una alternativa concreta per i popoli e le comunità di «Nuestra America», una via originale al Socialismo per il XXI secolo.

Come hanno attestato, per l’ennesima volta, le Nazioni Unite e, in particolare, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per il Venezuela, Idriss Jazairy, riferendo al Consiglio dei Diritti Umani, le nuove sanzioni unilaterali statunitensi contro il Venezuela sono usate per indebolire e porre fine in maniera violenta al governo legittimo del presidente Nicolas Maduro. Tale “coercizione”, da parte di poteri esterni, «è in violazione di tutte le norme del diritto internazionale». Inoltre, «fare precipitare una crisi economica … non è un fondamento positivo ai fini della risoluzione pacifica delle controversie». 

Per questo siamo a fianco di quanti lottano per la pace, pace con giustizia, e contro la guerra: e riconosciamo nella diplomazia di pace delle legittime autorità bolivariane e socialiste un percorso promettente, all’insegna della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli, per la tutela dei diritti e la risoluzione pacifica delle controversie, all’insegna della pace positiva, dell’autodeterminazione e della non-ingerenza. 

giovedì 7 marzo 2019

"Paesaggi Kosovari 1998-2018" a Napoli: 16 Marzo, Libreria Tamu

multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018


Il volume "Paesaggi Kosovari 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace" (Multimage, Firenze, 2018) nasce dalla ricerca-azione per Corpi Civili di Pace, nei Balcani, in particolare in Kosovo, e sviluppa un itinerario di carattere sociale e culturale, quest'anno 2019 ricorrendo i venti anni della Guerra del Kosovo. 

La Guerra del Kosovo ha rappresentato un vero e proprio spartiacque: concretizza per la prima volta, nella sua formulazione contemporanea, il paradigma della "guerra umanitaria" ed inaugura una nuova modalità di concezione della guerra stessa, in cui la caratterizzazione etno-politica può intervenire a giustificare, strumentalizzando la dinamica etnica e manipolando le narrazioni culturali, interventi militari o vere e proprie aggressioni. 

L'azione degli operatori e operatrici civili di pace punta ad un lavoro di tessitura e di ricomposizione dei rapporti sociali: sviluppa, in sinergia con gli operatori e le operatrici locali, una modalità di intervento "sul" e "nel" conflitto, abitando lo scenario del conflitto dalla parte delle vittime delle violenze e delle violazioni e attraversando la dinamica di conflitto con un approccio orientato al superamento delle conseguenze della violenza e alla trasformazione dello scenario, all'insegna, al contempo, della pace e della giustizia. 

E' anche una azione di ricomposizione e di comunicazione: di messa in condivisione, di costruzione di ponti, di lettura e di interpretazione del conflitto e del contesto. Per quello parliamo spesso di ricerca-azione: una metodologia che ci riporta alla lezione di un maestro degli studi per la pace, Alberto l'Abate, che abbiamo fatto nostra, come operatori e operatrici di pace, che ci mantiene in costante ascolto, del conflitto e delle sue "griglie di lettura" e del contesto con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze. 

Negli scenari del conflitto, le risorse sociali e i patrimoni culturali possono assumere una importanza estremamente significativa. Precipitati nella spirale della violenza, quando vengono fatti oggetto di distruzione e di vandalizzazione, perché identificati come segni culturali o matrici identitarie del "nemico", essi possono tuttavia veicolare una memoria collettiva e rappresentare un determinato complesso di eventi e di relazioni, o trasferire un patrimonio di senso attraverso le epoche. 

Se da una parte i Balcani sono da sempre luogo di conflitti e di attraversamenti, essi sono anche, d'altra parte, lo scenario in cui sono state sperimentate, storicamente, esperienze politiche e culturali di grandissima rilevanza, nel senso della pace e della giustizia, ma anche ed in particolare nel senso dell'inclusione e dell'incontro tra i popoli e le culture. Nel senso della convivenza. Il contesto multi-culturale della ex Jugoslavia: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti .... 

Il volume, con la ricerca-azione che lo sostanzia, rappresenta anche una riflessione sui patrimoni culturali, sia materiali sia intangibili, in termini di sedimenti di memoria e di valore culturale universale al di là e oltre le divisioni socio-culturali e le barriere etniche. Il nesso tra pace e giustizia, migrazioni e inclusione diventa allora significativamente evidente: nell'incontro con l'altro maturano le condizioni dello sviluppo dei rapporti sociali e l'impegno per l'inclusione e per l'accoglienza. 

L'evento presso la Libreria Tamu, a Napoli, in calendario sabato 16 Marzo, diventa così l'occasione per riflettere e per confrontarci su questi ed altri contenuti. Una riflessione corale con cui provare a mettere a fuoco il tema della memoria per superare i "recinti" delle appartenenze escludenti e delineare una prospettiva di convivenza, di condivisione e di pace. 

domenica 9 dicembre 2018

Beni comuni, patrimoni culturali, convivenza

Recentissima pubblicazione per la Multimage di Firenze, casa editrice dei diritti umani, il volume dal titolo «Paesaggi Kosovari. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace», è stato presentato il 1° dicembre 2018 presso il Giardino Liberato di Materdei, a Napoli, in una dimensione in cui testo e contesto proveranno a dialogare e interagire costantemente.

Il volume è il risultato di una ricerca-azione sul tema dei patrimoni culturali in contesti di conflitto, contesti che hanno subito la furia della guerra, in particolare della guerra etno-politica, e che attraversano un estenuante post-conflitto, presi nella morsa tra gli interessi delle grandi potenze, che condizionano l’autonomia e lo sviluppo di queste comunità, e la violenza che continua a diffondersi nel tessuto delle relazioni, inoculando il proprio veleno, esasperando le divisioni e le segregazioni sociali, etniche, comunitarie.

Siamo nel cuore dell’Europa, appena al di là della “sponda adriatica” del Mare di Mezzo, dove tanti eventi, importanti e decisivi, per la storia sociale e culturale della vicenda europea si sono dipanati. Siamo nel territorio della ex Jugoslavia, che dopo la vittoria contro il nazifascismo e la liberazione della regione, ad opera delle formazioni partigiane e socialiste di Tito, aveva saputo inaugurare una originalissima via nazionale al socialismo, fatta di autogestione della produzione, federalismo e non-allineamento. Siamo in Serbia, e, in particolare, in Kosovo, dove il paradigma della guerra etno-politica e delle cosiddette “nuove guerre” è stato inaugurato proprio nel 1999.

Ma siamo anche nel contesto di una vibrante attualità. La Serbia, come altri Paesi dei Balcani Occidentali, ciascuno con le proprie forme e nei propri tempi, è alle prese con il proprio, dibattuto e controverso, processo di adesione alla Unione Europea. La Serbia e il Kosovo sono impegnati in un dialogo politico per giungere ad una soluzione della cosiddetta «controversia kosovara», che non si può che auspicare basata su una formula win-win, che sappia guardare ai bisogni della popolazione, piuttosto che agli interessi degli Stati. In Kosovo, e intorno al Kosovo, gravitano non pochi patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, luoghi e beni culturali di grandissima rilevanza storica e culturale, di bellezza, di memoria del passato e di speranza nei confronti del futuro.

Il Monastero di Dečani; il Patriarcato di Peć; la Chiesa della Bogorodica Ljeviška, la Madre di Dio di Ljeviš, a Prizren; il Monastero di Gračanica, poco distante dal capoluogo, Prishtina; l’antica Stari Ras e lo splendido Monastero di Sopočani, in Serbia, e ancora, poco oltre, lo splendido Monastero di Studenica, sono solo alcuni, quelli all’interno delle liste dell’UNESCO nella zona, tra i patrimoni culturali che continuano ad esercitare un fascino indiscutibile e che spesso portano con sé un messaggio che non si limita a ricordare i fasti del passato e le memorie del tempo che fu, ma può continuare a ispirare un messaggio, un contenuto, positivo, per l’oggi e per il domani.

È importante che questo interrogativo, che la ricerca stessa avanza e rilancia, possa essere affrontato in un luogo così significativo come il “Giardino Liberato” di Materdei a Napoli. Lo stesso Giardino Liberato è, infatti, un patrimonio culturale dove si esercita iniziativa sociale e in cui si tesse la memoria del passato con la prospettiva del futuro. È questo giardino il cuore dello spazio un tempo occupato dal complesso delle Teresiane, restituito alla collettività sin dal 2012 grazie a una iniziativa dal basso di cittadini e cittadine per farne un bene comune, riconosciuto, dalla Città di Napoli, «tra i beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e, come tali, strategici».

La scheda del libro e le ulteriori informazioni sono disponibili al link:
http://www.multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018

mercoledì 26 settembre 2018

«Alla scoperta di Galtung»


È un’iniziativa importante, quella realizzata dal Centro Gandhi di Pisa, con la pubblicazione, nel dicembre 2017, del volume di Johan Galtung, a partire da un dialogo con Erika Degortes, dal titolo «Alla scoperta di Galtung. J. Galtung illustra i fondamenti della sua opera di mediatore dei conflitti in un dialogo con E. Degortes», volume, peraltro, arricchito da una bella presentazione a cura di Rocco Altieri e, tra gli ulteriori contributi, da due appendici, la prima con la ripubblicazione dell’articolo di Galtung del 26 maggio 2014 sugli “Studi per la Pace: dieci punti fondamentali”, e la seconda con un’intensa “Conversazione con Antonino Drago in otto domande”. Si diceva dell’importanza e del merito di questa pubblicazione; ma si potrebbe dire ancora di più e meglio: si tratta di un volume di una forza indiscutibile, oltre che di una utilità spiccata.

Anzitutto, anche grazie ai contenuti di queste presentazioni e di queste appendici, vi è una partecipazione attiva ed una ricapitolazione interessante delle idee e del lavoro di alcuni tra i grandi maestri della ricerca per la pace in Italia, non solo, come detto più sopra, Rocco Altieri e Tonino Drago, ma anche Nanni Salio e Alberto L’Abate, ai quali, scomparsi rispettivamente nel febbraio 2016 e nell’ottobre 2017, è dedicato un bel contributo, anche questo redatto da Rocco Altieri, “In memoria di Nanni Salio e Alberto L’Abate”. E poi, tratto decisivo della pubblicazione, vi si svolgono, attraverso il dialogo con Erika Degortes, una poderosa ricapitolazione dell’intero approccio galtunghiano alla ricerca-azione per la pace (e, in particolare, agli studi sulla pace e i conflitti, all’analisi della violenza e alle proposte per la mediazione) ed una formidabile sintesi degli aspetti fondamentali del suo pensiero (operazione davvero meritoria, se solo si pensa che si tratta di un pensiero che, spaziando dalla logica all’epistemologia e dalle relazioni internazionali agli studi per la pace, si dipana in una produzione monumentale, fatta di oltre cento volumi e di oltre mille tra articoli, editoriali e saggi brevi). Il libro ha quindi il grande merito di compendiare e sintetizzare, in forma di dialogo e con un’articolazione efficacemente razionale, questo pensiero, e l’altrettanto grande utilità di porsi come manuale, una guida agile per ricapitolare idee, concetti e strumenti di base della mediazione dei conflitti.

E dunque: quali sono queste idee e queste proposte fondamentali? Nel dialogo, articolato in tre sezioni, ne vengono esposte venti, corrispondenti ai paragrafi che compongono i capitoli. Di questi venti concetti, per il modo come vengono affrontati dallo stesso Galtung e per il carattere di connettori che hanno nello svolgimento del dialogo, risaltano, senza dubbio, tre. Il primo è la «dimensione epistemologica» della ricerca-azione per la pace. Lo riferisce lo stesso autore: «l’episteme è la porta di ingresso per comprendere Galtung» (p. 32). Il nesso fondamentale sul quale si basa gran parte della riflessione e della pratica di Galtung, che, poco oltre, si definisce, al tempo stesso, «ricercatore per la pace» e «operatore di pace» (p. 42), è rappresentato dal carattere relazionale della dinamica del conflitto e della trasformazione e, quindi, dal rilievo delle relazioni umane e delle contraddizioni fondamentali sia nell’innesco dei conflitti, come incompatibilità tra bisogni, interessi e obiettivi delle parti, sia nella costruzione della pace, come contesto della cooperazione basata su equità ed empatia: «ciò che esiste sono tutte le relazioni, compresi i rapporti yin/yang al loro interno, tutti da esplorare, per comprendere la realtà» (p. 34). La dimensione epistemologica (nella quale forte si avverte l’influenza del pensiero orientale e, in particolare, del taoismo), risalta tanto nell’approccio «sia-sia», volto ad individuare i sanogeni e i patogeni in ogni aspetto della realtà e in ogni dimensione della relazione, quanto nella dinamica «positivo-negativo» che connota gli attributi della nonviolenza e della pace (p. 65). È qui il secondo concetto fondamentale della ricerca-azione di Galtung: «pace negativa e pace positiva», che l’autore, riprendendo Gandhi, efficacemente spiega nel suo dialogo: «la nonviolenza negativa era azione per ridurre la violenza con mezzi nonviolenti, … la nonviolenza positiva era azione per promuovere cooperazione e armonia attraverso mezzi pacifici» (p. 66).

Il che è anche presupposto del Metodo Transcend, l’orientamento alla definizione di una realtà nuova nella dinamica di relazione tra le parti, per consentire il superamento, o trascendimento, del conflitto, che è il grande apporto metodologico di Galtung alla «teoria-prassi per la risoluzione dei conflitti»: mappare il conflitto, individuare gli obiettivi legittimi, sulla base dei bisogni fondamentali e dei diritti umani, e costruire ponti tra le incompatibilità per giungere a soluzioni condivise di mutuo beneficio. Ci porta così al terzo punto-chiave: l’articolazione di un «pensiero pratico orientato alla azione». È una lezione importante di Galtung, «qualcosa che fosse teoreticamente semplice e che orientasse la pratica» (p. 78), come, appunto, la sua famosa formula della pace: 

(equità × empatia) ÷ (trauma × conflitto). 

Lo si diceva all’inizio: un libro prezioso, che ci consente di avviarci al galtunghismo e, prima ancora, di ampliare la nostra visuale e la nostra consapevolezza, in una prospettiva di abolizione della guerra e costruzione, sempre più, di pace con giustizia.