venerdì 8 dicembre 2017

Il patrimonio culturale: un veicolo per la solidarietà e la pace

Martenitza, il tipico ornamento bianco e rosso, che simboleggia la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera, foto di Elena Chochkova, CC BY SA 3.0, in: commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9901717

È una conferenza intergovernativa molto importante, quella in corso a Jeju, in Corea, inaugurata lo scorso 4 dicembre e in programma sino al 9 dicembre, chiamata a decidere sulla registrazione, nella lista del patrimonio mondiale UNESCO dell’umanità, di nuove espressioni socio-culturali del patrimonio immateriale. In totale trentatré elementi sono stati inseriti in questa lista e certo la “parte del leone”, negli organi di stampa nazionali, l’ha svolta “l’arte della pizza”, sostenuta dai 3000 pizzaioli napoletani e dalle circa due milioni di firme, a sostegno della candidatura, raccolte in giro per il mondo, che ha rappresentato, in questa sessione, i colori italiani nella lista dell’UNESCO.

Tuttavia, la nostra pizza è solo uno degli elementi e dei patrimoni immateriali il cui valore è stato riconosciuto a livello universale da questa, che senza dubbio passerà alla storia come una delle conferenze intergovernative più interessanti, se consideriamo la pluralità e il significato dei tanti elementi che hanno finalmente fatto il loro ingresso nella lista rappresentativa, vale a dire il registro delle forme di espressione socio-culturale capaci di testimoniare la vivacità e la pluralità del patrimonio immateriale e di suscitare interesse e consapevolezza in ordine alla loro importanza e alla loro tutela. In particolare, l’iscrizione di nuovi elementi, anche nel registro delle forme culturali bisognose di urgente salvaguardia e speciale protezione, sollecita la comunità internazionale a fornire cooperazione e assistenza affinché tali espressioni culturali siano ancora praticate e trasmesse. 

Tra questi elementi del patrimonio a rischio troviamo la “musica llanera” della Colombia e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, amata e ricordata, a suo tempo, anche da Hugo Chavez. I canti popolari del llano consistono di melodie cantate sui temi del lavoro agricolo o pastorale tradizionale, misti talvolta ad elementi magici o religiosi. Trattandosi di canti basati su testi e storie di vita popolare llanera, sono minacciati nella loro sopravvivenza, in relazione alle trasformazioni della vita sociale e familiare, all’urbanizzazione e all’industrializzazione, nonché alle trasformazioni demografiche cui va incontro la società llanera stessa. È l’intera cultura llanera, del resto, ad essere importante in questi contesti, quelli della regione della savana e delle praterie a Nord dell’Orinoco, una cultura che si esprime attraverso un complesso di forme letterarie e musicali, quali la danza dello joropo, con i suoi strumenti, il cuatro (la chitarra a quattro corde), la bandola, il furruco.

Un importante riconoscimento, tra i Paesi della regione, è stato assegnato a Cuba, che ha visto l’arte del “punto” iscritta nel patrimonio mondiale immateriale. Il punto è la musica e la poesia popolare degli agricoltori cubani, basata su una melodia sulla quale il cantante o il musicista improvvisa una o più strofe impostate su un tema ritmico riconoscibile. È un fattore centrale del patrimonio culturale tradizionale cubano, soprattutto in quanto da’ forma, esprime e veicola l’identità delle comunità che lo praticano, e si trasmette sia in maniera informale sia attraverso programmi di insegnamento dedicati.

Suoni e colori, peraltro, non si fermano alla soglia dei Caraibi. La Festa di Marzo, festa della primavera, diffusa, in particolare, in Macedonia, Bulgaria, Romania e Moldova, ma ampiamente praticata in tutta la regione balcanica e carpatica, è associata, in queste regioni, al primo giorno di marzo, e riguarda l’insieme delle tradizioni atte a celebrare l’inizio della primavera. Le pratiche socio-culturali principali riguardano, ad esempio, il fatto di indossare abiti e tessuti bianchi e rossi come simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera, ma anche gli incontri che attraversano le famiglie e coinvolgono la comunità, rappresentando, in tal modo, un fattore coesivo, di creatività e di interazione, sociale e con la natura, veicolando, in maniera informale, la continuità della pratica. 

Legata alla primavera è anche la Festa di Ederlezi, molto sentita in tutti i Balcani, sopratutto in Serbia e in Macedonia, ma anche in Turchia, con il nome di Hıdrellez. Essa ha luogo il 6 maggio, giorno della festività di S. Giorgio secondo il calendario ortodosso, che corrisponde al Djurdjevdan serbo, appunto Ederlezi in romanì e Hıdrellez in turco. Essendo la festa della primavera, rappresenta, anche nelle culture rom, la festa del risveglio della natura e, per estensione, della continuità della vita, cui, del resto, lo stesso simbolo, la ruota della vita, presente sulla bandiera rom, fa riferimento. Essendo una festa riconosciuta e condivisa a carattere trans-nazionale, è spesso anche l’occasione di incontri tra le comunità, è talvolta festeggiata insieme, ed è un potente veicolo di dialogo inter-comunitario. Nell’occasione della festa, si tengono, in tutti i Paesi della regione, eventi e rituali legati alla natura, anche come buon auspicio per la protezione del bestiame e la tutela dei raccolti.

Ancora nei Balcani, l’UNESCO ha registrato nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità anche due forme musicali, il kolo serbo ed il rebetiko greco. Il Kolo serbo è la danza popolare di gruppo tipica della Serbia, sebbene sue forme e varianti si trovino in tutta la regione che va dalla Croazia al Montenegro, e viene danzata in cerchio, con i danzatori che si tengono per le braccia, in modo da formare una catena danzante. È la danza che tipicamente accompagna feste e celebrazioni e svolge una importante funzione sociale, di connessione e di relazione, coinvolgendo i membri della comunità, rappresentando inoltre l’elemento veicolare di un patrimonio più ampio, che comprende anche i costumi tradizionali che, in occasione delle celebrazioni, i danzatori indossano, e gli strumenti tradizionali, quali la fisarmonica, la frula (flauto) e la šargija. Anche quest’ultima è un patrimonio trans-nazionale: corrisponde, infatti, al bouzouki (greco) ed alla baglama (turca). 

Il Rebetiko greco è l’espressione musicale, attraverso il canto e la danza, tipica delle classi popolari urbane della Grecia e ne esprime, talvolta in maniera ironica, altre volte in forma drammatica, le storie di povertà o di emarginazione. Si articola, oggi, attraverso repertori diffusi e riprodotti in occasione di eventi e manifestazioni di carattere sociale, e viene in genere trasmessa oralmente. Ed infine, dalla Grecia all’Italia, non può mancare il riferimento alla pizza. Quest’ultima entra nel patrimonio mondiale UNESCO sotto forma di «arte del pizzaiolo» ovvero di «arte di fare la pizza», una pratica culinaria ampiamente definita e standardizzata sia in merito alla qualità degli ingredienti sia in relazione al processo di preparazione per fasi, fino alla cottura nel forno a legna. La pratica è originariamente (e tipicamente) napoletana, ammantata di storie e racconti, ampiamente diffusa, in una infinità di varianti, in tutto il mondo, ed è continuamente praticata, a partire dai tremila pizzaioli napoletani, giocando un ruolo notevole quanto a socializzazione e trasmissione inter-generazionale. 

Ovviamente c’è anche molto altro tra gli elementi del patrimonio culturale mondiale (una lista completa dei nuovi elementi rappresentativi è visibile sul sito UNESCO); d’altra parte, non c’è dubbio che ogni selezione, legata al contenuto che si intende veicolare, sia di per sé parziale e opinabile. Tuttavia pare chiaro che, anche da questi pochi cenni e da questa assai parziale elencazione, possa risaltare il contenuto importante, sia sotto il profilo sociale sia dal punto di vista culturale, che la protezione del patrimonio culturale immateriale viene ad assumere. Intanto, come indica la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003), esso viene  ad includere l’insieme delle pratiche culturali, rilevanti per le comunità, che non si condensano solo in oggetti fisici e che si trasmettono, lungo le generazioni, attraverso pratiche sociali e relazionali. 

Più precisamente, in base all’art. 2 della Convenzione, «per “patrimonio culturale immateriale” si intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti, i luoghi e gli spazi culturali associati ad essi, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in relazione al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. [Ai fini della Convenzione] si terrà conto di tale patrimonio immateriale nella misura in cui è compatibile con gli strumenti esistenti in materia di diritti umani e con le esigenze di rispetto reciproco fra comunità, gruppi e individui, e di sviluppo sostenibile». 

La sua rilevanza sociale, come bene mette in luce, in premessa, la Convenzione, è fuori discussione: da un lato, essa riconosce «l’importanza del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore principale della diversità culturale e garanzia di uno sviluppo duraturo»; dall’altro, essa conferma «il ruolo rilevante del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e assicurare gli scambi e l’intesa fra di loro». La cultura diviene allora non solo espressione della soggettività di un popolo, ma anche veicolo di incontro, di solidarietà e di pace, tra i popoli. Un messaggio importante, anche per l'occasione del 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti Umani.

lunedì 13 novembre 2017

Conflitto e riconciliazione, tra cinema e diritti umani

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Una riflessione sui percorsi della pace e le prospettive della riconciliazione è una sfida necessaria, nel tempo della ricomparsa guerra permanente e della rinnovata minaccia nucleare. 

Bene ha fatto, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, ad ospitare, nel programma degli eventi della sua IX edizione, in corso nella metropoli partenopea sino al prossimo 11 novembre, una tavola rotonda, con confronto e film, su queste tematiche. 

Appunto, in occasione del 25esimo della Guerra di Bosnia e la conseguente disgregazione della Jugoslavia.

Sono passati 25 anni da quella primavera del 1992 che inaugurò, con lo scoppio delle ostilità in Bosnia, la deflagrazione della conflittualità etno-politica, l’instaurazione di un nuovo paradigma che avrebbe trovato la sua più eclatante affermazione pochi anni dopo, ancora nei Balcani, in Kosovo, e l’urbicidio pianificato che ha accompagnato, da allora e per più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia dei tempi recenti, a Sarajevo, capitale della Bosnia e città-simbolo di mille universi e linguaggi, religioni e culture plurisecolari. 

Le guerre dei Balcani lasciano ferite profonde, ben visibili perfino a uno sguardo sommario sulla carta geografica della Bosnia odierna, dopo la guerra etno-politica e la riformulazione politico-istituzionale prodotta dagli «Accordi di Dayton», proprio per il carattere, distorto e paradossale, dei nuovi assunti che inaugura: una «guerra celeste» (ancora di più lo sarebbe stata quella contro la Serbia del 1999), segnata dalla superiorità tecnologica delle potenze occidentali; una «guerra in presa diretta», raccontata spesso da giornalisti al seguito degli aggressori anziché al lato degli aggrediti; una guerra che finisce, attraverso la propaganda e la manipolazione, perfino per mortificare le parole e il loro significato, come ricorda Michele Nardelli: «Nel nome … dei diritti umani si fece grande uso di uranio impoverito e di armi chimiche. L’altro era la barbarie e anche i luoghi e le testimonianze di una cultura millenaria diventavano obiettivi di guerra».

Tutto ciò non impedisce, anzi rafforza, la convinzione di contrastare la “militarizzazione” della memoria e di esplorare le vie della riconciliazione. Ma: quale riconciliazione? Se e come, in che termini e attraverso quali modalità, sia possibile passare dalla coesistenza, contrassegnata da una quantità di separazioni e barriere, troppo spesso mentali oltre che fisiche, imposta da Dayton, alla convivenza, riattivando ed aggiornando l’eredità migliore della convivenza trans-nazionale nello spazio jugoslavo, sono stati i temi e gli interrogativi della tavola rotonda ospitata dallo spazio polifunzionale di «Piazza Forcella», a Napoli, il pomeriggio e la sera del 7 novembre, per l’evento centrato sul tema: «La Bosnia e i Balcani: orizzonti della riconciliazione». 

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Preceduto dalla testimonianza di Luca Saltalamacchia, che ha ricordato due tra le più significative esperienze di solidarietà internazionale e di “diplomazia dal basso” sperimentate dalla società civile in Bosnia all’inizio e all’indomani della guerra (la «Marcia dei Cinquecento», nel 1992, e il Progetto «Duga» a Sarajevo e Lukavica, tra le due parti della Sarajevo divisa dalla guerra, nel 1996), l’intervento di Rosanna Morabito ha messo in luce gli aspetti perfino linguistici di una contrap-posizione che attraversa l’intera società «bosniaca» (in quanto condivide la comune appartenenza al territorio della Bosnia Erzegovina), alimenta la disarticolazione della comune lingua serbo-croata (fino a ricostruire un lessico distinto per una specificità linguistica «bosniaca») e rinfocola le distinzioni tra «bosniacchi» (bosniaci musulmani) da una parte, e croati e serbi di Bosnia (questi ultimi nella Republika Srpska) dall’altra.

Se, da una parte, come ha riferito Maite Iervolino, è l’idea stessa di confine a dover essere trascesa e il concetto stesso di ponte, a cavallo tra le due sponde dell’Adriatico, a dover essere aggiornato, costruendo nuove occasioni di confronto e scambio culturale e di tessuto e condivisione dei vissuti; dall’altra, come ha rimarcato Francesco Soverina, non è possibile una memoria condivisa, bensì si tratta di affrontare la sfida delle memorie accoglienti, che non escludano le storie e le memorie “degli altri”, entro una cornice di salvaguardia democratica e di diritti umani, e traggano alimento da una vera assunzione di responsabilità, nei confronti degli eventi tragici degli anni Novanta: eventi su cui hanno agito nuclei locali di potere nazionalistico, ma su cui hanno pesantemente interferito potenze straniere e poteri esterni, interessati alla disgregazione del socialismo jugoslavo e all’acquisizione di nuove sfere di influenza politica ed economica.

La riconciliazione resta una strada necessaria e difficile, dunque, se è vero che le divisioni permangono, che il 70% dei giovani nei Balcani Occidentali mostra un atteggiamento negativo nei confronti dei giovani dei Paesi vicini, che le occasioni di autentico confronto inter-culturale e la possibilità di una effettiva mobilità trans-nazionale sono, tuttora, assai limitati, al punto che, oggi, per il regime dei visti tra Paese e Paese, come ricorda Ðuro Blanuša, «andare dalla Bosnia al Kosovo è una vera e propria mission impossible». E così, alla fine, Raffaele Crocco riconduce l’attenzione al ruolo dei media e delle pubbliche narrazioni e alla importanza di un percorso di verità e di giustizia, che coinvolga tutte le comunità di Bosnia, per rilanciare non più solo la speranza ma soprattutto la praticabilità di una ricomposizione, e quindi in prospettiva di una riconciliazione, che si nutra di relazione e di convivenza e faccia spazio alla democrazia e ai diritti umani.
 
Non a caso, il tema del film scelto per alimentare la riflessione ha come tema la “dimora”. «Home(s)», prodotto dal Festival Cinematografico dei Diritti Umani di Sarajevo nel 2016 (che, tra l’altro, si svolge quest’anno, nella sua XII edizione, negli stessi giorni del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, del quale è partner), è un film cooperativo, tra sperimentazione e video-arte, basato su un progetto di ricerca che ha chiesto a sette autori, in sette giornate, di cimentarsi sul tema «Home(s)», «Casa/e»: spazi e luoghi immaginari per amori e relazioni immaginari, a cavallo tra topografie della dimora, ora concrete, ora ideali. Una riflessione sulla prossimità e sullo spaesamento; quasi una rappresentazione della Bosnia attuale. 
 
«Abitare i conflitti significa indagarli, comprenderne le dinamiche di potere, provare ad immaginare nuove e diverse narrazioni rispetto a quelle delle parti in conflitto. È il complesso lavoro dell’elaborazione del conflitto, … che la cooperazione internazionale si guarda bene dal fare, ma senza il quale il tempo rimane sospeso, le guerre si portano dentro e il passato non passa. Nella costruzione di relazioni, nel cercare di favorire il dialogo, … c’è l’essenza di un impegno che prescinde dai progetti, perché le relazioni profonde non finiscono mai. Disporsi alla meraviglia, aprire occhi e orecchie, essere presenti al proprio tempo». Ancora in una riflessione di Michele Nardelli troviamo uno spunto che può accompagnare le conclusioni della tavola rotonda. E un contributo per continuare ad alimentare, con la speranza, iniziativa e impegno. 

Una lettura della Rivoluzione Disarmista di Carlo Cassola

L’ormai “storico” volumetto, pamphlet, di Carlo Cassola, La Rivoluzione Disarmista, pubblicato a Milano nel 1983, continua, nonostante i quasi trentacinque anni di distanza dalla pubblicazione, a parlarci di una vicenda attuale e a chiamarci ad un impegno, una responsabilità, davvero pressante. È forse questo tempo di “ricomparsa guerra permanente” e “rinnovata minaccia nucleare” a consegnarci una attualità imprevista della riflessione di Cassola; fatto sta che, dalla speranza nei presunti «dividendi della pace», all’indomani della fine della Guerra Fredda, della contrapposizione bipolare e della deterrenza nucleare, siamo ripiombati oggi in una stagione nella quale il nucleare continua a segnare il nostro tempo, la minaccia e la deterrenza nucleare tornano purtroppo di attualità, lo spettro della guerra resta aggressivo e minaccioso come in tanti altri momenti nel Novecento.

E così ridiventa utile leggere questo contributo di Cassola che, situandosi a metà strada, per l’andamento della sua stesura ed il carattere della sua argomentazione, tra il diario delle riflessioni personali e il saggio della ricerca analitica, assume davvero l’aspetto e il tono di un volumetto politico, insieme dotato di vigore letterario e di spessore polemico. Vale appena la pena di ricordare, detto in premessa, che, nel momento in cui ci riferiamo all’autore, stiamo parlando di uno dei più noti scrittori del Novecento Letterario italiano, autore di racconti e romanzi del calibro di “Fausto e Anna”, “I vecchi compagni” e soprattutto l’opera sua più famosa, “La ragazza di Bube”, che gli valse il Premio Strega nel 1960. Un autore sempre contraddistinto dallo sguardo penetrante e attento alle pieghe del vivere e alle sfumature dell’esistenza e dalla prosa piana e lineare, forse perfino semplice, lontana dall’avanguardia. Della sua letteratura, Salvatore Guglielmino, ad esempio, ha detto che «mira a cogliere, in una vicenda o in un gesto, il suo aspetto più autentico, l’elemento sia pur modesto e quotidiano che ci svela il senso di un’esistenza, il tono di un sentimento». 

Sincero democratico (partigiano nelle brigate garibaldine, iscritto al Partito d’Azione, consigliere socialista) ed autentico antimilitarista (fondatore della «lega per il disarmo», promotore di un celebre «appello degli uomini di cultura per il disarmo unilaterale dell’Italia», ispiratore di una vera e propria «rivoluzione disarmista»), è proprio all’idea (all’utopia?) di una «rivoluzione disarmista» che Cassola dedica il suo pamphlet. Il tema cruciale è quello della “rivoluzione” che occupa, infatti, un posto di primo piano nell’articolazione del volume, al punto che il capitolo introduttivo si intitola, ambiziosamente, “La Rivoluzione che non c’è stata”: «I due flagelli biblici della peste e della fame sono stai domati in epoca moderna (quello della fame, solo in Europa): con sollievo generale. Il flagello biblico della guerra continua ad esistere, con sopportazione generale. È ad esso che si devono i milioni di morti di fame ogni anno in quattro continenti. È ad esso che si dovrà, a brevissima scadenza, la fine del mondo, cioè il più gran crimine che l’uomo possa commettere ai danni di sé stesso» (p. 7). È forse appena il caso di osservare, con Cassola, che questa “rivoluzione”, prima ancora che “disarmista”, è senza dubbio “umanista”, almeno nel senso del carattere fondativo, quasi neo-illuminista, che la ragione umana deve avere nel suo sviluppo: «fuor di metafora dirò che l’intelligenza è progressista, anzi, rivoluzionaria; il pregiudizio è, per contro, conservatore e reazionario» (p. 9). Un bel messaggio, pertinente e sfidante, anche alla luce dei tempi che corrono: «il nuovo è la rivoluzione. Ed è facile capire perché: l’intelligenza non fa mai le cose a mezzo» (p. 13). 

Proprio per questo, la rivoluzione auspicata da Cassola non può che essere, al tempo stesso, e qui si giunge al nucleo della sua riflessione, “disarmista” ed “antimilitarista”, in senso complessivo: vale a dire, non solo nell’accezione negativa del superamento del complesso militare e delle articolazioni (e condizionamenti) di potere che ne derivano, ma anche nell’accezione positiva della trasformazione del modello di sviluppo in un senso che metta fuori gioco il primato o la centralità dello stesso complesso militare. Cassola non ha dubbi nell’individuare il principale problema del giorno d’oggi: «evitare ad ogni costo una terza guerra mondiale, che significherebbe la fine della vita sul pianeta terra» (p. 57). E si mostra lucidissimo anche nell’indicare la forma di questo problema: «non si risolve la questione sociale se non si elimina il peggiore ostacolo alla sua soluzione, vale a dire il militarismo» (p. 122). In questo modo, individua con precisione la connessione tra modello di sviluppo (capitalista) e logica della guerra (militarista) ed indica la direzione di marcia di una lotta conseguente contro la guerra e per la pace, vale a dire, al tempo stesso, contro il capitalismo e il militarismo e contro il primato del militare e la logica della sopraffazione nelle relazioni tra i popoli. 

Nell'immagine, il poster di una delle più recenti iniziative di presentazione del volume, uno degli ultimi interventi pubblici di Alberto L'Abate (1931 - 2017), per gli ulteriori approfondimenti dei cui contenuti si rimanda all'articolo su Odissea nonché al reportage a cura di Salvatore de Napoli per RTA live.

lunedì 16 ottobre 2017

Il Nobel per la Pace all’ICAN

Mrsmokeybear (opera propria), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


La Campagna Internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN) ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2017, come recita la motivazione ufficiale, «per il suo lavoro nel sollevare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsivoglia uso di armi nucleari e per il suo impegno nel conseguimento di un trattato internazionale per la proibizione di tali ordigni». 

Si tratta di un riconoscimento, senza entrare nelle polemiche relative ad altre assegnazioni di Nobel per la Pace, senza dubbio significativo: perché riconosce l’importanza della proibizione, della messa al bando, e, in prospettiva, dell’eliminazione delle armi nucleari; e perché conferisce un riconoscimento all’impegno continuativo di realtà di base, singole e associate, per un mondo libero da armi nucleari, nella prospettiva del transarmo e del disarmo, e per il contrasto alla guerra e la promozione della pace, nell'orizzonte, da più parti perseguito, di un mondo di «pace con giustizia». 

Infatti, l’ICAN è una coalizione internazionale, attiva dal 2007, che è partita letteralmente dall’altro capo del mondo, l’Australia, e che è stata poi ufficialmente lanciata a Vienna, in Austria (2007). I fondatori della campagna, come ricorda il sito ufficiale dell’ICAN, sono stati ispirati dagli importanti successi della Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine, che, appena un decennio prima, aveva svolto un ruolo fondamentale ai fini della negoziazione di una convenzione internazionale per la messa al bando delle mine anti-persona, che avrebbe poi dato luogo al Trattato di Ottawa, entrato in vigore nel 1999.

Sin dalla fondazione, l’ICAN ha lavorato e lavora per consolidare un consenso globale ai fini dell’abolizione delle armi nucleari. Impegnando un’ampia rete di gruppi e comitati, singoli ed associazioni, e lavorando fianco a fianco con la Croce Rossa ed istituzioni con atteggiamento positivo sulla questione della abolizione del nucleare, è stato possibile rilanciare il dibattito sulle armi nucleari e riprendere l’opzione della totale eliminazione. Come ha ribadito anche l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, va reso, quindi, il dovuto merito all’ICAN, anche e soprattutto «per il suo impegno e per la sua creatività». 

Essendo una campagna internazionale, all’ICAN aderiscono reti e organizzazioni. In particolare, si tratta di una “convergenza” di 468 organizzazioni partner presenti in 101 Paesi del mondo. 

Tra le articolazioni internazionali, sono numerose le piattaforme e le campagne, le strutture e le reti che fanno parte di ICAN (tra queste ricordiamo almeno la Global Partnership for the Prevention of Armed Conflict - GPPAC, la International Fellowship of Reconciliation - IFOR, l’International Peace Bureau - IPB, la Confederazione Sindacale Internazionale - ITUC, l’Unione Internazionale della Gioventù Socialista - IUSY, Pax Christi International, l’Agenzia Stampa Pressenza International, il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà - WILPF). 

In Italia, fanno parte di ICAN: l’Associazione Italiana di Medicina per la Prevenzione della Guerra Nucleare, Cormuse, l’IRIAD - Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, la RID - Rete Disarmo, PeaceLink, Senzatomica, la WILPF Italia e la World Foundation for Peace. Dunque, un’ampia articolazione di società civile per la pace e per il disarmo.

D’altra parte, come hanno sottolineato le piattaforme italiane sostenitrici di ICAN e degli sforzi per il disarmo nucleare, si tratta di un vero e proprio riconoscimento popolare, del lavoro degli attivisti e delle attiviste che, impegnati quotidianamente nello sforzo per costruire un mondo di pace, libero dalle armi e, in particolare, dalle armi nucleari, si battono sul versante sociale, politico, culturale contro il militarismo. 

Nelle parole della Rete Disarmo e della Campagna Senzatomica, infatti, si tratta di «un riconoscimento che premia gli sforzi della società civile internazionale che ha rilanciato il percorso del disarmo nucleare a partire da principi umanitari, e che dimostra come ci sia la necessità, in questo mondo pieno di tensioni, di mettere al bando le armi nucleari. 

«Questo premio è l’occasione per rilanciare ulteriormente il percorso del Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari e chiedere che il Governo italiano ripensi la propria posizione, che si oppone al Trattato stesso, andando a seguire quella che è sicuramente la volontà delle maggioranza degli italiani: che le armi nucleari siano messe fuori dalla storia!». 

Analoga nei contenuti la presa di posizione dell’altra piattaforma italiana sostenitrice di ICAN, quella dei “Disarmisti Esigenti”, dal momento che è possibile «agire e pesare dal basso per costruire un mondo disarmato e di giustizia, cercando la pace con vie di pace, anche a partire da scelte di disarmo unilaterale del nostro Paese». 

Ricostruire un terreno unitario di convergenza tra reti e piattaforme, sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica, delle articolazioni sociali e dei decisori pubblici, rilanciare e approfondire iniziativa e mobilitazione per il disarmo, in particolare il disarmo nucleare, e per la pace e contro la guerra, è l’impegno, con ancora più forza e determinazione del passato, cui il Nobel per la Pace all’ICAN richiama tutti gli attivisti e le attiviste. 

«Ordalie» a Trieste


Riprendiamo dalla pagina del Teatro Miela, Trieste, la comunicazione della presentazione del volume, di G. Pisa, "Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza" (Napoli, 2017), nell'ambito del Festival Internazionale S/paesati, giunto quest'anno alla XVIII ed.

mer 18 ottobre 2017, ore 19.00
Teatro Miela

S/paesati - Eventi sul tema delle migrazioni XVIII ed. - Identità plurali: Europa e dintorni
ORDALIE. MEMORIE E MEMORIALI PER LA PACE E LA CONVIVENZA

presentazione del libro di Gianmarco Pisa (Napoli, 2017)
introduce Gianfranco Schiavone

Un’indagine sulla triangolazione tra memorie, culture e pace. Nella costruzione della “pace con giustizia”, sul terreno culturale agiscono le ricostruzioni delle memorie collettive necessarie a istituire ponti tra i popoli e spazi per la convivenza.

Gianmarco Pisa è un operatore di pace, membro attivo dei Corpi Civili di Pace e attualmente impegnato in azioni di pace nei Balcani e nello scenario mediterraneo. Si occupa inoltre di inter-cultura e inclusione per i centri di ricerca RESeT e IRES Campania. 

Nel suo saggio “Ordalie” compie un percorso che, partendo dall’analisi dell’entità del conflitto in generale, ricostruisce le cause del conflitto serbo-kosovaro; tale percorso  - storico - viene letto e proposto come terreno di applicazione delle strategie del peace-building, diventando quindi un mezzo di risoluzione delle controversie. 

L’azione pacificatrice di una culture-oriented peace-building parte infatti dalla rivalutazione e rivalorizzazione della memoria collettiva, spesso distorta dagli eventi, delle zone di conflitto, e mira alla costruzione di un’identità che superi i confini della nazione e si apra all’accoglienza delle diversità. 

Estendendo tali confini, Pisa propone una concezione identitaria più ampia per i territori balcanici, quella mediterranea.

Infoline: https://www.miela.it/default.asp?pag=evento&id=5886; 

FB: https://www.facebook.com/events/366771980410032. 

mercoledì 16 agosto 2017

Spariglio di carte, o rottura del quadro?



UTOPIJA, Mikser Festival Belgrado, 2014: Foto di G. Pisa

Nel caldo di agosto, il Kosovo torna, ancora una volta e significativamente, sulla scena. Non ha suscitato particolare eco sulla stampa nostrana, ma è diventata uno dei topic salienti del confronto regionale nei Balcani, soprattutto tra Belgrado, Prishtina e Tirana, la recente iniziativa del presidente serbo, Aleksandar Vučić, di lanciare un inedito “dibattito nazionale” sulla questione kosovara e sul futuro del Kosovo.

Una iniziativa inedita, per le modalità, prima ancora che per i contenuti, che pure non hanno mancato di destare sorpresa e reazioni. Il Kosovo resta, infatti, se non più il centro della vita politica e del dibattito pubblico in Serbia, una questione tuttavia cruciale, che investe, a sua volta, una notevole quantità di implicazioni: la sopravvivenza dei serbi kosovari e la possibilità della riconciliazione tra serbi e albanesi; l’emersione dalla povertà e dalla disoccupazione e le prospettive di sviluppo e di cooperazione nell’area; la questione dello status, il rispetto della risoluzione 1244 del 1999, il percorso di adesione alla UE.

Ora, per la prima volta, con un lungo e ambizioso scritto su Blic, il 24 luglio scorso, Vučić riporta il Kosovo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, non per proporre una soluzione (della quale non c’è, ragionevolmente, traccia nel suo articolo), ma per impostare il tema: ragionare su una soluzione della questione kosovara che «se per un verso non può basarsi nei miti e nei conflitti, per l’altro non può nemmeno risolversi nel cedere su tutti i nostri interessi statali e nazionali» e che richiede «un approccio serio e responsabile, coraggioso e realistico nello stesso tempo, con lo sguardo rivolto al futuro».

Le reazioni non sono mancate. I primi a “dissodare” nel merito la proposta e affacciare prime ipotesi di contenuto sono stati il vicepremier serbo e il ministro degli esteri dell’autogoverno kosovaro. Ivica Dačić ha precisato, lo scorso 13 agosto, un suo precedente intervento, chiarendo che la proposta da lui avanzata per una soluzione sostenibile della questione kosovara «non consiste nella partizione, ma nella demarcazione»: si tratta di «un compromesso tra diritti storici e nazionali, che comporta una precisa demarcazione o delimitazione (delineation in inglese, razgraničenje in serbo) di ciò che è serbo e ciò che è albanese». 

Alla precisazione per la quale ciò non comporterà, in alcun caso, da parte della Serbia, un riconoscimento formale della indipendenza auto-proclamata del Kosovo, sebbene implicherà la rinuncia a rivendicazioni della Serbia sulla regione, hanno fatto seguito le dichiarazioni di Enver Hoxhaj, secondo il quale è destinato al fallimento ogni dialogo che non comporti alla fine, in ogni caso, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Non solo: «le idee della Serbia sul cambiamento dei confini sono pericolose e inaccettabili».

Ovviamente, non si può che guardare con favore a ogni tentativo che muova nella direzione del dialogo e del negoziato, che si basi su principi di verità e di giustizia e guardi prima di tutto ai bisogni e al benessere di tutti quanti vivono in Kosovo, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, religiosa. E forse, proprio per questo, la prospettiva più salutare da cui leggere questa dinamica è quella di rispettare la forma, oltre che i contenuti, di questo rinnovato dialogo: quella cioè, così com’è stata avanzata e potrà svilupparsi, di un dibattito interno e aperto, di e tra serbi e albanesi, senza, si spera, ingerenze e condizionamenti esterni. 

È anche un tentativo, del resto, per rilanciare gli sforzi di un negoziato che stenta a prendere quota, complici anche le recenti elezioni in Serbia e in Kosovo, dove, in particolare, ad oltre due mesi dalle ultime elezioni politiche, non è stato ancora eletto il presidente del parlamento e non si è ancora potuto insediare un governo, la formazione della cui maggioranza parlamentare appare, per di più, delicata e problematica.

Dopo quello di febbraio, infatti, si è svolto un solo incontro a Bruxelles tra le leadership della Serbia e del Kosovo, ai primi di luglio, e non sono stati fatti passi avanti nell’implementazione di quello che, ad oggi, è la base del percorso negoziale, gli accordi del 19 aprile 2013 e del 25 agosto 2015, che fondano la Comunità dei Comuni a maggioranza serba del Kosovo, ne riconoscono l’autonomia nel quadro legale kosovaro, ne individuano le competenze nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità, pianificazione urbana e pianificazione rurale, istituiscono un comando di polizia regionale per il Kosovo del Nord (a maggioranza serba) e una divisione della Corte d’Appello a Mitrovica Nord, l’area serba della città divisa di Mitrovica. 

Difficile prevedere sviluppi ed esiti di tutto questo, al netto di ciò che vogliono le cancellerie occidentali («la Germania ha riconosciuto il Kosovo, la Serbia no», disse lapidariamente, qualche anno fa, Angela Merkel); com’è stato più volte ribadito, incamminarsi lungo una strada nella quale si possano, legittimamente, costruire le condizioni della trasformazione positiva e del mutuo beneficio, è senza dubbio un primo passo.
 

Srebrenica e la Bosnia, 25 anni dopo


Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać. E Srebrenica. 
Sebbene sembrino quasi punti dispersi sulla mappa frastagliata della Bosnia Erzegovina e nulla paiano rievocare, salvo i nomi di Sarajevo, città dei mille mondi e delle mille culture, capitale multiculturale e ponte tra l’Oriente e l’Occidente d’Europa, e di Srebrenica, cui resta associata la memoria della pulizia etnica e degli eventi tragici della primavera-estate del 1995, intorno a queste sei località si sono  sostanzialmente consumati i destini della Guerra di Bosnia (1992-1995).

Oggi tendiamo a dimenticare il prima, il durante e, forse ancora più sorprendentemente, il dopo del conflitto bosniaco: lo associamo a poche immagini e pochi luoghi, la memoria degli eventi tragici della guerra tende a schiacciare lo sfondo nello schema bipolare “buoni” contro “cattivi”, il ricordo della guerra finisce per condensarsi in una sequenza asettica, in cui svanisce il nesso di causa-effetto, aumenta la difficoltà nel darsi conto di fatti e motivazioni, si continua a violare, inconsapevolmente, la memoria delle vittime. Di tutte le vittime, come è inevitabile in un conflitto «etno-politico».

A Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać, e a Srebrenica, le Nazioni Unite avevano istituito le cosiddette “aree protette”. Ma i fatti si sarebbero incaricati di dimostrare la pratica impossibilità di proteggere effettivamente quelle aree, le città e i loro abitanti, e in questa pratica impossibilità finì per consumarsi l’ultima tappa, nell’estate del 1995, della pulizia etnica, con la distruzione delle comunità, le vittime di tutte le parti occorse negli attacchi, nelle provocazioni e nelle ritorsioni, scatenate da un capo all’altro del fronte, e dell’urbicidio, con la devastazione di intere città e villaggi. 

Una pratica impossibilità, determinata da una cacofonia di cause e da un precipitare di interessi, quasi mai limpidi, spesso non dichiarati. Erano state le Nazioni Unite a istituire le aree protette con la risoluzione 824, dichiarando (art. 3) «che Sarajevo e altre zone sotto minaccia, in particolare le città di Tuzla, Zepa, Gorazde, Bihac, come pure Srebrenica, e i loro circondari, siano trattate come aree protette [safe areas] ... e siano libere da attacchi armati e ogni altro atto ostile».

A questa altezza, tra aprile e maggio 1993, la missione ONU (UNPROFOR) si mantiene, ancora per poco, entro i limiti del peace-keeping, vale al dire del tradizionale “mantenimento della pace”, legato al controllo delle linee del fronte e dei canali umanitari, e alla protezione delle zone e dei loro cittadini, chiedendo cooperazione a tutte le parti coinvolte (art. 5) e dichiarandosi pronta a intraprendere ulteriori misure (art. 7) per assicurare il pieno rispetto della risoluzione.

Un mese dopo, il 4 giugno 1993, però, il profilo della missione cambia, e da peace-keeping con compiti di prevenzione e di protezione, senza il ricorso diretto alla forza, si trasforma in un peace-forcing di fatto, un tentativo di imposizione degli accordi raggiunti in ambito internazionale, decidendo, con la risoluzione 836, di «estendere il mandato della UNPROFOR … a compiti di deterrenza nei confronti degli attacchi condotti contro le aree protette» (art. 5) e di «assumere tutte le misure necessarie, compreso l’uso della forza», specificando, tuttavia, di «agire in auto-difesa» (art. 9).

Dall’inverno 1992 alla primavera 1993, è lunga la lista di villaggi serbi ove si erano consumati massacri ad opera delle milizie bosniaco-musulmane: Bjelovac, Loznica, Siljkovici, Skelani. E Kravica, dove si sarebbe consumato uno degli episodi più tragici, per di più in occasione della celebrazione del Natale Ortodosso. Né le Nazioni Unite avevano, anche per la concomitanza dell’impegno militare intrapreso dalla NATO, possibilità concreta di tutelare le “aree protette”. 

Per attuare il mandato della risoluzione 836, le Nazioni Unite disponevano di non più di ottomila uomini; erano almeno cinquemila gli uomini delle forze bosniaco-musulmane nella zona di Srebrenica; cinque carri armati e alcune centinaia di soldati serbi si presentarono nel luglio 1995 alle porte della città. Le Nazioni Unite, che avevano stimate necessarie almeno 60 mila unità per provvedere ai compiti previsti dal Consiglio di Sicurezza, si ritrovarono, in quello stesso luglio 1995, impotenti di fronte ai compiti loro assegnati, nel difendere l’enclave con poche centinaia di soldati olandesi.

Srebrenica cadde indifesa e la sua caduta segnò la conferma della nuova ripartizione etnica della Bosnia post-conflitto. Le milizie bosniaco-musulmane avevano abbandonato la città; le forze serbo-bosniache vi entrarono sorprendentemente indisturbate. «La verità è che gli Americani e Izetbegović avevano tacitamente ammesso che la preservazione di queste enclavi isolate in una Bosnia divisa non aveva alcun senso» avrebbe riferito, anni dopo, Carlos Martins Branco, già Osservatore Militare delle Nazioni Unite e poi vice-direttore dell’Istituto di Difesa Nazionale (IDN) del Portogallo. 

Srebrenica rimane non l’unica, ma la più lampante testimonianza della distruzione della Bosnia, della crudele tragicità del conflitto etno-politico, delle pesanti responsabilità delle grandi potenze, ben al di là del ruolo svolto dalle Nazioni Unite sul campo, nella pulizia etnica e nella divisione della Bosnia. Una testimonianza da mantenere in vita, al di là della vulgata banalizzante, diffusa in Occidente, dei “buoni” contro i “cattivi”, per rendere il dovuto tributo alla memoria di tutte le vittime, di ogni lato del fronte, e per ricostruire la speranza in un futuro di pace e di convivenza. 

giovedì 1 giugno 2017

Tra Memoria, Cultura e Pace

 Foto di Bleron Çaka [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto

L’evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Edizioni Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017), ha costituito, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, un’occasione preziosa per intavolare un confronto aperto, non vincolato ai temi del volume, sensibile a suggestioni di impegno civico e di costruzione della pace. Ovviamente, tale confronto, se da una parte non poteva prescindere da alcuni dei presupposti stessi della ricerca-azione (dal profilo progettuale alla metodologia scelta “sul campo”), dall’altra non ha perso l’occasione di interrogarsi anche su alcuni retroterra storici, culturali e filosofici, senza i quali un percorso di autentica comprensione e di efficace intervento, nella materia, spigolosa e controversa, dell’impegno per la trasformazione in un contesto di conflitto, risulterebbe, a ben vedere, inerte o astratto.

La prima delle relazioni introduttive (quella di Paolo Candelari del MIR) ha avviato una riflessione promettente, anche nel senso di individuare le coordinate spazio-temporali di riferimento, in grado di “situare”, nel tempo e nello spazio, questa disamina: «Una gente che libera tutta O fia serva tra l’Alpe ed il mare; Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor», scrive il Manzoni nella celebre «ode patriottica» del Marzo 1821, dove viene condensata una intera idea di nazione, incarnata in una «unità di intenti», animata da luoghi civili e culturali (le “memorie”, la “lingua”), e, soprattutto, bellici (l’“arme”), di fede religiosa (“d’altare”) e di passione nazionale (“di sangue e di cor”). Ciò consegna una idea di nazione radicata nel sentire comune, in base alla quale la nazione è, essenzialmente, «unità di popolo» a partire dalla lingua comune, dal territorio condiviso, compattamente difeso sulla punta della spada contro l’invasore, e dalla unica fede religiosa.

Tutto ciò, evidentemente, non parla solo a noi, ma ad un intero sviluppo storico e sociale, almeno dalla  formazione sul suolo europeo dei grandi stati nazionali e a maggior ragione a seguire la Pace di Westfalia del 1648; ma parla, in modo particolare, anche in questo caso focalizzando una data storica come quella del Congresso di Berlino del 1878, ai Balcani, contesto multi-etnico e multi-nazionale per eccellenza che, come ricorda l’altra delle relazioni introduttive (quella di Gianni D’Elia, dell’IPRI - Rete CCP), è stato, al tempo stesso, territorio di guerra e laboratorio di pace, nell’un senso perché terreno di saturazione del conflitto etnico fino ad assurgere a paradigma della guerra etno-politica del nostro tempo, e nell’altro perché contesto di attivazione di iniziative e sperimentazioni di società civile, anche e soprattutto italiana, che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, si sono cimentate nell’interposizione nonviolenta e nella promozione della pace.

È bene passare in rassegna, di tutte queste sperimentazioni, almeno quelle richiamate anche nel corso della riflessione torinese: ad esempio, la marcia per la pace e per porre fine alla guerra in Bosnia che è poi passata alla storia come la “Marcia dei Cinquecento”, la quale, ispirata da un appello lanciato da don Tonino Bello nel 1992 e promossa da numerose realtà della società civile di pace del nostro Paese, in primis i Beati Costruttori di Pace, partì poi da Ancona il 6 dicembre 1992 alla volta di Sarajevo, già sotto assedio (lo sarebbe rimasta per quattro inverni consecutivi, più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia recente), per “rompere l’assedio”, nella prospettiva del 10 dicembre, anniversario della promulgazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e Giornata Internazionale dei Diritti Umani, che si celebra all’insegna delle “quattro libertà”: la libertà di parola e di culto, la libertà dal bisogno e dalla paura.

Una testimonianza cruciale, non solo del nesso, simbolico e concreto allo stesso tempo, tra costruzione della pace e tutela dei diritti umani nel complesso delle loro articolazioni o “generazioni” (diritti civili e politici; diritti economico-sociali e culturali; diritti dei popoli e dell’ambiente), ma anche della praticabilità concreta dell’impegno civico, da parte delle espressioni della società civile organizzata, ai fini della prevenzione della violenza, della interposizione disarmata e della deterrenza alla prosecuzione delle ostilità, quando non nella ricostruzione della pace. Alcuni dei compiti dei corpi civili di pace, quale strumento di società civile per la prevenzione dei conflitti armati e per il superamento positivo dei conflitti, vi sono ampiamente prefigurati.

Convergendo verso quello «scenario nello scenario» che è lo specifico del Kosovo, non si può non ricordare anche l’esperienza della Ambasciata di Pace a Prishtina, il capoluogo kosovaro, progetto lanciato, su iniziativa di Alberto L’Abate, dei Berretti Bianchi e di altri, sin dal 1994 (epoca del movimento nonviolento di auto-determinazione degli albanesi kosovari), che si sarebbe caratterizzato come «uno strumento della società civile e delle popolazioni [da cui] sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. È tuttavia possibile e augurabile che alcune istituzioni locali, nazionali o internazionali, aiutino, di volta in volta e in varie forme, l’attività dell’ambasciata di pace, senza, tuttavia, risultare mai determinanti. […] Per società civile si intende […] fare riferimento a tutte quelle organizzazioni internazionali e non che operano sul nostro pianeta nei più diversi settori del volontariato e che intendono oggi farsi carico di questo compito».

Una ambasciata, per esplicito intendimento dei proponenti, da concepirsi come «autonoma da tutti i governi sia finanziariamente sia politicamente» in quanto strumento di “diplomazia dei popoli”, e da strutturarsi attraverso compiti quali l’apertura della comunicazione tra i popoli, il sostegno alle popolazioni, il sostegno alle organizzazioni locali di società civile orientate alla pace, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, un osservatorio permanente di pace e nonviolenza e uno strumento di prevenzione dei conflitti armati (il testo sulla Ambasciata di Pace fu pubblicato in “Guerre & Pace”, n. 15, settembre 1994).

In questo senso, il lavoro sui potenziali sociali e culturali, sia nel senso del consolidamento delle risorse della società civile impegnate nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace, sia nel senso della individuazione di tutte quelle occasioni ed opportunità che, agendo sul piano sociale e culturale, possono contribuire alla costruzione di ponti, di occasioni di comunicazione e di spazi di convivenza tra i popoli, risulta decisivo per la costruzione della pace. Non a caso, questo ambito racchiude una sfera di impegno rilevante nell’azione propria dei corpi civili di pace. Riprendendo l’intuizione di Alex Langer, «nel fare ciò esso ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare».

«Agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Faciliterà il dialogo all’interno della comunità […]. Proverà a rimuovere l’incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. Negozierà con le autorità locali e le personalità di spicco. Faciliterà il ritorno dei rifugiati, cercherà di evitare, con il dialogo, la distruzione delle case, il saccheggio e la persecuzione […]. Promuoverà l’educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l’odio. Incoraggerà il mutuo rispetto fra gli individui. Cercherà di restaurare la cultura dell’ascolto reciproco. E cosa più importante: sfrutterà al massimo le capacità di coloro che … non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)» (documento per la creazione di un corpo civile di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, in “Azione Nonviolenta”, ottobre 1995).

Una lunga e innovativa suggestione, una cui eco si ritrova, peraltro, anche nella elaborazione più recente, tra le altre, della Rete della Pace, quando, in una sua piattaforma tematica, ricorda che «nell’ottica di costruire alternative all’uso della forza …, sosteniamo l’urgenza di organizzare interventi civili di pace in zone di conflitto, tramite corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualità di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L’obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, come cessazione della violenza [e] come affermazione di diritti umani e benessere sociale. […] La scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l’indipendenza e la non-partigianeria dei CCP e consentono di declinare la costruzione della pace in una miriade di attività …».

Sebbene, dunque, le condizioni di progresso sociale costituiscano fattore decisivo ai fini della promozione della società civile e del miglioramento dei rapporti sociali (cosa tanto più vera in Kosovo, dove la disoccupazione è ufficialmente intorno al 35%, quella giovanile stimata intorno al 50% e quella femminile intorno al 60% e lo stipendio medio mensile ufficialmente non superiore a 450 €), non di meno il terreno culturale può risultare cruciale ai fini dello sviluppo di percorsi di reciproca comprensione e di pacifica convivenza. In effetti, il terreno stesso della convivenza, basato sul riconoscimento dei vissuti e delle memorie, su un’apertura pluralistica all’altro nella pienezza della sua umanità e su una piena appropriazione dei patrimoni sociali e culturali come patrimoni diffusi e universali, trova nel lavoro sulle culture e sulle memorie, in particolare in termini di “memorie collettive”, una motivazione e un fondamento assai forti.

D’altro canto, le pratiche sociali attraverso cui un patrimonio di memoria si consolida in memoria collettiva non devono necessariamente essere vincolate dal loro potenziale ideologico, utile alla narrazione dominante, ma possono essere positivamente ri-attraversate come una occasione per una rilettura della storia in chiave pluralistica, come “storia di storie”, o, se non altro, una trama capace di ascoltare anche “la storia dell’altro”. Tali patrimoni di memoria, infatti, risultano tali proprio in forza del rilievo che la comunità vi attribuisce, esaltando quel “di più” di senso in essi racchiuso (o perché costituiscono testimonianza di eventi salienti del passato o perché riconosciuti come particolarmente significativi anche ai fini di una sorta di soggettivazione identitaria) attraverso tipiche funzioni sociali di tipo relazionale, dai discorsi alle commemorazioni, dalle manifestazioni pubbliche alle celebrazioni rituali, dagli eventi e dalle parole che vi si continuano a produrre.

Nella sua relazione, Enrico Peyretti pone l’accento proprio su questo, con una riflessione densa di implicazioni: l’universalismo culturale (ad esempio nel senso dell’«uomo planetario» richiamato da Ernesto Balducci, laddove «tutte le identità [specifiche] perdono di senso per lasciare posto all’unica identità [universale] che ciascuno è in grado di dare a sé stesso, al di fuori di ogni eredità, semplicemente con l’assumersi o con il rigettare le responsabilità del futuro del mondo») inteso come visione comune e visione trasversale, allo stesso tempo, come base della pace e fondamento della convivenza. Vi è, in questo, un rimando assai intenso alla riflessione sulla memoria collettiva, a crocevia tra i patrimoni culturali e i luoghi della memoria, che sostanzia di sé la stessa ricerca-azione: non una memoria “di” tutti, ma una memoria “per” tutti, capace di maturare in sorgente di comprensione e di appropriazione e di fare del Kosovo un Kosovo per tutti e tutte. 

sabato 8 aprile 2017

Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza



La sfera culturale, spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, può costituire, nondimeno, un potente fattore di soggettivazione e di legame. 
Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei “luoghi della memoria”, punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono, altresì, a occasioni preziose, contro l'oblio e lo spaesamento, per costruire la pace e la condivisione attraverso le culture.  
Nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», attraverso il Mediterraneo, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, contenuti e significati, in essi racchiusi, riverberano, per il futuro, messaggi di convivenza e di giustizia. 

Il saggio, "Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza", prodotto nel quadro del progetto PRO.ME.T.E.O. (PROductive MEmories to Trigger and Enhance Opportunities), sostenuto nel quadro della cooperazione decentrata e solidarietà inter-nazionale del Comune di Napoli, indaga la triangolazione tra memorie, culture e pace. 
Già protagonista della prima sperimentazione di un ente locale esplicitamente dedicata alla costruzione di Corpi Civili di Pace in zona di conflitto, la Città di Napoli conferma quindi il suo impegno, ancor di più all'indomani della recente integrazione del proprio Statuto con la vocazione della Città quale "Città di Pace e di Giustizia". 
La ricerca-azione sviluppata nei Balcani, in particolare in Serbia, nello specifico in Kosovo, attraverso dieci destinazioni salienti (Subotica, Sremski Karlovci, Belgrado, Kragujevac, Novi Pazar, Mitrovica in Kosovo, Prishtina, il complesso UNESCO di Gracanica e Decani, il giacimento archeologico di Ulpiana, Prizren), nell'azione costruttiva per la pace, in termini di “pace con giustizia”, trova nel «culture-oriented peace building», la rigenerazione della pace a sfondo culturale, una misura autentica e decisiva. 
Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. In questo contesto, i “luoghi della memoria”, insieme sedimento di memorie collettive e terreno di stratificazione di retaggi memoriali e culturali, storici e sociali, possono costituire un vettore significativo di riappropriazione sociale: una domanda di riconoscimento e di soggettivazione, una sfida di tutela e di rigenerazione, nel senso di un patrimonio universale riecheggiante una storia comune.
Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di città e di comunità, di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, insieme nucleo e limes d'Europa, svolgono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, smascherano ideologie di identitarismo e nazionalismo, riverberano possibilità di inclusione e di convivenza.

In copertina
Scenario della “Oda”, la sala degli incontri della tradizione albanese, simbolo di cultura della accoglienza e della ospitalità, presso il Museo Etnografico (Muzeu Etnologjik) Prishtina, Kosovo.

venerdì 17 marzo 2017

"The Boiling Point"

Leonard Raven-Hill (1867-1942), "The boiling point", Punch, 2 Ottobre 1912
  

Come arrivano stati e regioni dei Balcani Occidentali all'importante appuntamento, di oggi e domani, in occasione del “Vertice a Sei”, a Sarajevo, tra il Commissario Europeo all'Allargamento, Johannes Hahn, e le leadership di Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania e dell'auto-governo del Kosovo? Il contesto regionale con cui le cancellerie e gli osservatori si trovano a che fare è uno dei più problematici dell'intero panorama europeo e registra, in questa fase, uno dei momenti più acuti di crisi e di inquietudine. Non è solo la prospettiva incerta e faticosa dell'allargamento europeo ad essere messa in discussione; ancora una volta, è la stessa possibilità di pace e convivenza nella regione a segnare battute di arresto assai preoccupanti.

Anche per questo, più che nel recente passato, le diplomazie si esercitano in un “lavoro sul simbolico”, un “intervento sugli immaginari” che non si vedeva da tempo. Abbiamo già raccontato, qui, dell'intervento di Federica Mogherini, Alto Rappresentante della Politica Estera UE, sul ponte della città divisa di Mitrovica, tra gli Albanesi e i Serbi del Kosovo, in occasione della sua vista il 4 Marzo nella regione; analogamente, venerdì 17 Marzo, Johannes Hahn inaugurerà l'apertura del ponte sulla Sava a Svilaj, a cavallo tra la Bosnia e la Croazia. I “ponti” tornano ad essere veicolo di immaginari potenti: non solo contro i nuovi muri che, non solo in Europa - e qui soprattutto nei Balcani - si ergono per costruire nuove separazioni e impostare nuovi respingimenti “sovrani”; ma anche per segnalare l'esigenza della convivenza e della costruzione della pace.  

Sebbene le cancellerie non manchino di esprimere, ad ogni occasione, “pieno sostegno” al percorso europeo di questo o quel paese della regione (ultimi, in ordine di tempo, il ministro degli esteri italiano, in visita a Belgrado lo scorso 14 marzo, e la cancelliera tedesca, presso la quale si è recato il premier serbo ancora lo scorso 14 marzo), non sempre questo “dialogo strutturato” viene percorso con coerenza né mancano forzature e condizionamenti. Le dichiarazioni, “in parallelo”, del ministro italiano e della cancelliera tedesca, se da una parte confermano il sostegno di Roma e Berlino al percorso europeo, insistono dall'altro sul fare di più e meglio sia nel senso delle riforme interne che, in questo caso la Serbia - ma non si tratta solo della Serbia - devono intraprendere, sia nel senso della “liberalizzazione” sempre più spinta dei mercati nazionali nei confronti del mercato europeo. Senza contare, ovviamente, pressioni anche di altro tipo: come quella, paventata a più riprese, di subordinare il percorso europeo della Serbia al riconoscimento del Kosovo come Stato, alimentando tensioni nel dialogo bilaterale e cancellando di fatto la risoluzione 1244 del 1999.

D'altro canto, una recente risoluzione del Parlamento Europeo, votata in Commissione Esteri il 28 febbraio, approvata con 40 voti favorevoli, 12 contrari e 5 astensioni, si è perfino spinta a stigmatizzare il fatto che cinque paesi membri dell'Unione Europea (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro) non riconoscano il Kosovo come Stato, notando come se i Paesi membri si allineassero su una linea comune rafforzerebbero la credibilità della UE ed affermando, in questo caso persino paradossalmente, che un riconoscimento ufficiale del Kosovo come Stato finirebbe per aiutare a “normalizzare” le relazioni tra il Kosovo stesso e la Serbia.  

Né il Consiglio Europeo è stato in grado di approvare un documento comune sui Balcani Occidentali a conclusione della riunione tenuta lo scorso 10 marzo: nelle conclusioni, il Consiglio sottolinea l'importanza della prosecuzione del processo di riforma, delle relazioni di buon vicinato e delle iniziative di cooperazione regionale; peraltro, come ribadito dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, non è stato un errore l'avere annunciato che non ci sarebbe stato nessun nuovo ingresso nell'UE durante il mandato dell'attuale Commissione, poiché, come riportato dalla stampa, «nessun candidato è pronto per l'ingresso».

Non mancano, poi, nuove minacce e criticità: dalla Bosnia è stata avanzata alle Nazioni Unite la richiesta di rivedere la sentenza della Corte dell'Aja del 2007 che assolse la Serbia in quanto tale dall'accusa di genocidio in Bosnia (richiesta respinta dalla Corte lo scorso 8 Marzo); dal Kosovo, quando ci si aspetterebbe un rilancio del dialogo mediato a Bruxelles e la piena implementazione degli Accordi del 19 Aprile 2013 e del 25 Agosto 2015, avanza addirittura la proposta di trasformare la “Kosovo Security Force” in un vero e proprio esercito regolare del Kosovo (richiesta che, se approvata, non potrebbe che bypassare il dettato stesso della costituzione del Kosovo e che non ha mancato di suscitare preoccupazione anche negli ambienti UE e NATO), progetto per ora accantonato ma che resta sullo sfondo come una minaccia nei rapporti regionali.  

Intanto, annunciata a più riprese per il 20 Gennaio, la riapertura del ponte-simbolo di Mitrovica slitta ancora a data da destinarsi: per quello che la Mogherini stessa auspicava potesse diventare, da “simbolo della divisione”, un “simbolo del dialogo”, si parla adesso addirittura del mese di maggio. Intanto, il 2 Aprile, si voterà in Serbia per il nuovo presidente della Repubblica; il successivo 18 Giugno si terranno le elezioni legislative in Albania; e la Macedonia, ancora senza governo dopo le ultime elezioni politiche, è attraversata da proteste e dissidi, anche questi a sfondo etno-politico, tra nazionalisti macedoni e minoranza albanese locale.

Ancora una volta, i frutti avvelenati del nazionalismo e le interferenze interessate delle maggiori potenze scaricano sui Balcani crisi e tensioni; e i Balcani tornano, ancora una volta, al centro dell'Europa, quando la pace e la convivenza nell'Europa del Sud e dell'Est significano pace e convivenza per il continente intero.