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sabato 9 aprile 2022

Arte, memoria e cultura per la pace. «ReMemory 1992-2022»


Marko Kafé,  Reste eines John Lennon Portraits und mehrere Friedens Symbole, Prag, Particolare, 23. 08. 2019:
CC BY-SA 4.0 - via Wikimedia Commons creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0



È stata inaugurata lo scorso 4 marzo, all’approssimarsi del trentennale dell’inizio delle ostilità che portarono alla guerra in Bosnia Erzegovina (aprile 1992), la mostra collettiva, a cura di Galerija Brodac e Kuma International, intitolata «ReMemory 1992-2022/Art and Memory», che espone le opere di undici artisti e artiste nazionali e internazionali e partecipanti a workshop tematici, sul tema, cruciale nei percorsi di trasformazione e di trascendimento del conflitto, della memoria e delle cosiddette «forme della commemorazione». Come viene indicato nella presentazione dell’iniziativa, infatti, «i workshop si sono concentrati sull’arte contemporanea e la fotografia nel contesto delle forme contemporanee di commemorazione. I workshop consistevano in approcci teorici e pratici e utilizzavano metodologie interattive, dinamiche, per coinvolgere pienamente i giovani partecipanti. Con questi ultimi, gli artisti e le artiste Ziyah Gafić, Smirna Kulenović, Enrico Dagnino, Mak Hubjer, Velibor Božović e Aida Šehović hanno risposto a numerose domande su natura e forme della memoria, del tipo: «come ricordiamo il passato e qual è il ruolo dell’arte e della fotografia nella commemorazione?».

«I workshop sono stati organizzati nell’ambito del progetto intitolato «ReMemory 1992-2022: 30 years of remembrance through art in Bosnia and Herzegovina». In occasione del trentesimo anniversario dell’inizio della guerra di Bosnia, il progetto si concentra sulle storie di Sarajevo e di Gorazde e coinvolge attivisti/e ed artisti/e allo scopo di offrire una prospettiva locale/contestuale sulle conseguenze del passato e sulla memoria degli eventi del passato. Il progetto è pensato per offrire a tutti i partecipanti una conoscenza approfondita sui concetti di divisione e spazi contesi, tempo e fluidità dei confini, e per consentire ai partecipanti di riflettere sul ruolo dell’arte e della cultura nella trasformazione sociale. L’obiettivo del progetto è di permettere la scoperta del passato per un futuro positivo e inclusivo in Bosnia Erzegovina al fine di incoraggiare un percorso unitario e coerente. I workshop hanno offerto un’opportunità unica per studiare il passato all’interno della comunità».

Sulla base delle note di presentazione, infatti, «la Galleria Brodac è stata fondata con l’entusiasmo di diversi volontari disposti a combattere contro l’oppressione socio-economica e politica e contro l’indifferenza. Un gruppo di giovani artisti ha organizzato «azioni di lavoro» per creare uno spazio in cui esporre e condividere con i colleghi, dal momento che né le autorità né altri erano disposti a prendersi cura dell’arte che le giovani generazioni hanno da proporre. La missione primaria è di promuovere e valorizzare la scena artistica contemporanea in Bosnia e all’estero, un contributo concreto per cambiamenti positivi nella società. Migliorare la qualità della vita dei/delle cittadini/e portando avanti quanto di più importante c’è per la loro crescita personale e collettiva: la cultura. L’arte è - prima di tutto - uno strumento utile e necessario per combattere l’analfabetismo e il più forte sostegno per le persone. Un artista è un lavoratore che rappresenta costantemente tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici, che lavorano per vivere, guadagnando equamente attraverso il processo della creazione, realizzando un prodotto per il bene di tutti e tutte. Generando opportunità per gli artisti e per il pubblico di interagire in uno spazio indipendente, lontano da qualsiasi condizionamento politico o sociale indesiderato, va avanti il processo di de-marginalizzazione della cultura per rendere la scena artistica contemporanea più forte».

Il tema dei workshop, che hanno rappresentato l’ossatura concettuale del momento espositivo, con le opere di undici artisti ed artiste (Irma Bajramović, Velibor Božović, Enrico Dagnino, Anela Dumonjić, Ziyah Gafić, Mak Hubjer, Nora Köhler, Smirna Kulenović, Michael Pribich, Bedrija Šahbaz, Aida Šehović), è condensato dunque nel titolo: «ReMemory 1992-2022: trenta anni di commemorazione attraverso l’arte in Bosnia Erzegovina», dove il termine commemorazione allude, in effetti, al processo memoriale e finisce per indagare non solo lo spazio e le forme della «memoria nel post-conflitto», ma anche contenuti e modalità del processo di commemorazione stesso, come processo sociale, organizzato nello spazio pubblico, di esercizio del ricordo (a livello personale e familiare) e di costruzione della memoria collettiva (a livello pubblico e politico).

Se il tema della memoria collettiva si afferma, cioè, come veicolo potente di elaborazione di immaginari e di definizione di narrazioni collettive, attraverso forme sociali e ritualità condivise, si staglia sullo sfondo, proprio a partire dai contenuti della mostra, un tema delicatissimo e fondamentale, quello dell’arte come strumento di elaborazione del dolore e del trauma e come vettore di superamento e trasformazione del conflitto. L’arte è cioè una formidabile opportunità di manifestazione e di espressione attraverso la creatività e nello spazio del simbolico, e, come tale, può stimolare energie e attivare risorse. In questo senso, si afferma anche un principio di “politicità dell’arte”. L’arte è cioè, nella sua contestualizzazione nello spazio pubblico e nella sua capacità di vivere attraverso, dare forma e costruire relazioni sociali, intrinsecamente “politica”, nel senso più vivace e performativo del termine. E, di conseguenza, può essere anche un potente strumento di intervento sul conflitto, di interpretazione delle contraddizioni, di prefigurazione di orizzonti alternativi.

Come hanno ricordato, in un loro potente saggio proprio su questi temi, Lisa Schirch e Michael Shank, «benché l’arte non sia puramente funzionale, può tuttavia servire le funzioni sociali. L’arte è uno strumento che può comunicare e trasformare il modo in cui le persone pensano e agiscono. Le arti possono mutare le dinamiche all’interno di complicati conflitti inter-personali, inter-comunitari, nazionali e globali. [...] Le arti possono aiutare le persone a cambiare la loro visione del mondo. Durante un conflitto, i problemi appaiono insormontabili e totalizzanti. [...] L’arte può costituire, in definitiva, una struttura di riferimento per delle problematicità o delle relazioni, capace di offrire nuove prospettive e nuove possibilità di trasformazione, agire come un prisma per consentire di guardare il mondo attraverso una nuova visuale». 
 

martedì 28 maggio 2019

Patrimoni Culturali e Naturali per la «pace con giustizia»

reparadorwiki: https://es.wikipedia.org/wiki/Archivo:Diablos-3.jpg


La potenza evocativa e memoriale dei patrimoni culturali e naturali può determinare profondi, positivi, impatti, non solo di tipo culturale in senso generale, ma, nello specifico, di carattere sociale.

Com’è noto l’UNESCO, costituita nel 1945, con sede a Parigi, ha come scopo quello di proteggere la scienza e la cultura, promuovere la diffusione dell’istruzione, sollecitare gli Stati a tutelare e promuovere il proprio patrimonio culturale. Nella promozione e diffusione di consapevolezza intorno al valore del patrimonio culturale, la pace, in particolare la «pace positiva», la pace con giustizia, non è un contenuto indifferente.

Nel momento in cui promuove lo sviluppo sociale degli Stati e delle comunità del mondo a partire dalla tutela e dalla conservazione del patrimonio culturale e del patrimonio naturale; quando indica la strada dell’innovazione e dell’apertura al futuro, pur preservando la propria memoria ed i propri saperi; incoraggiando, a partire dalla «messa in comune» del carattere universale del patrimonio culturale, l’espressione della diversità culturale e il dialogo interculturale, la promozione del patrimonio culturale e naturale può diventare, al tempo stesso, un potente mezzo di promozione della pace e dei diritti umani.

Attualmente sono più di mille i patrimoni culturali e naturali riconosciuti dall’UNESCO in oltre due terzi dei Paesi del mondo; per l’esattezza, si tratta in totale, ad oggi, di 1092 siti (845 siti culturali, 209 siti naturali e 38 misti) in 167 Paesi. È noto che l’Italia è il Paese che ospita il maggior numero di patrimoni dell’umanità, con ben 54 siti riconosciuti (di cui 49 siti culturali – 7 dei quali sono «paesaggi culturali» – e 5 siti naturali).

In particolare, per il nostro Paese ma non solo, la definizione di «paesaggio culturale» comincia ad essere particolarmente importante, dal momento che i paesaggi culturali costituiscono i «paesaggi che rappresentano le «creazioni congiunte dell’uomo e della natura», e illustrano l’evoluzione di una società e del suo insediamento, nel tempo, sotto l’influenza di vincoli o di opportunità presentate, all’interno e all’esterno, dall’ambiente naturale e da spinte culturali, economiche e sociali. La loro protezione può contribuire alle tecniche di uso sostenibile del territorio ed al mantenimento della diversità biologica».

Nel bacino del Mediterraneo, i Balcani ospitano una quantità notevole di patrimoni: tre in Albania, tra cui la splendida Butrinto; tre in Bosnia, con la storica città di Mostar, già devastata dalla guerra; dieci in Croazia, con Split (Spalato), Dubrovnik (Ragusa), Parenzo (Poreč); il meraviglioso complesso storico – culturale e archeo – naturalistico di Ohrid, in Macedonia del Nord; quattro in Montenegro, con la regione delle Bocche di Cattaro; cinque in Serbia, tra i quali gli stupefacenti monumenti medievali e bizantini del Kosovo: il monastero di Dečani, il patriarcato di Peć, il monastero di Gračanica e il complesso della Bogorodica Ljeviška a Prizren.

A proposito di guerra, peraltro, è ormai universalmente noto come, specialmente nel contesto del conflitto etno-politico, laddove le matrici identitarie vengono manipolate e strumentalizzate ai fini della violenza, non solo il patrimonio culturale, con il suo portato semantico e simbolico, viene spesso precipitato nella spirale della guerra, ma, in particolare, viene fatto oggetto di azione sistematica, brutale, di vandalizzazione e di distruzione: sono non meno di 1700 i siti culturali, monumentali e religiosi, alcuni dei quali patrimoni mondiali UNESCO, distrutti o danneggiati durante il ciclo di guerre nella ex Jugoslavia degli anni Novanta, nel corso dell’aggressione della NATO contro la Serbia nel 1999 o nei violenti pogrom del 2004 in Kosovo.

Se è vero che, per un verso, l’arte e la cultura possono costituire un terreno positivo per favorire la riappropriazione condivisa e il reciproco riconoscimento, quindi la ricomposizione e, in prospettiva, la riconciliazione; è non meno vero, peraltro, che la guerra devasta e distrugge, e la tutela del patrimonio rappresenta anche la difesa della storia e della memoria, delle culture e dei saperi di una comunità. 

Oggi, sottoposto a ripetute minacce di ingerenza e di aggressione, ancora una volta da parte degli Stati Uniti, è il Venezuela Bolivariano ad essere preso di mira e, con esso, è il suo patrimonio culturale e naturale ad essere esposto: le splendide architetture coloniali della città di Coro, il complesso di architettura contemporanea della Città Universitaria di Caracas, i «Diavoli Danzanti» di Corpus Christi e lo storico Carnevale di Callao.

La conferenza sul tema «Patrimoni Culturali e Naturali» si tiene giovedì 16 maggio, a partire dalle ore 10.00, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, con la presenza, tra gli altri, di Elena Coccia, Consigliera Delegata alla Cura del Patrimonio Culturale e rete dei Siti UNESCO della Città Metropolitana di Napoli, e la presentazione del mio volume “Paesaggi Kosovari 1998-2018”, edito da Multimage, Firenze, 2018.

domenica 9 dicembre 2018

Beni comuni, patrimoni culturali, convivenza

Recentissima pubblicazione per la Multimage di Firenze, casa editrice dei diritti umani, il volume dal titolo «Paesaggi Kosovari. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace», è stato presentato il 1° dicembre 2018 presso il Giardino Liberato di Materdei, a Napoli, in una dimensione in cui testo e contesto proveranno a dialogare e interagire costantemente.

Il volume è il risultato di una ricerca-azione sul tema dei patrimoni culturali in contesti di conflitto, contesti che hanno subito la furia della guerra, in particolare della guerra etno-politica, e che attraversano un estenuante post-conflitto, presi nella morsa tra gli interessi delle grandi potenze, che condizionano l’autonomia e lo sviluppo di queste comunità, e la violenza che continua a diffondersi nel tessuto delle relazioni, inoculando il proprio veleno, esasperando le divisioni e le segregazioni sociali, etniche, comunitarie.

Siamo nel cuore dell’Europa, appena al di là della “sponda adriatica” del Mare di Mezzo, dove tanti eventi, importanti e decisivi, per la storia sociale e culturale della vicenda europea si sono dipanati. Siamo nel territorio della ex Jugoslavia, che dopo la vittoria contro il nazifascismo e la liberazione della regione, ad opera delle formazioni partigiane e socialiste di Tito, aveva saputo inaugurare una originalissima via nazionale al socialismo, fatta di autogestione della produzione, federalismo e non-allineamento. Siamo in Serbia, e, in particolare, in Kosovo, dove il paradigma della guerra etno-politica e delle cosiddette “nuove guerre” è stato inaugurato proprio nel 1999.

Ma siamo anche nel contesto di una vibrante attualità. La Serbia, come altri Paesi dei Balcani Occidentali, ciascuno con le proprie forme e nei propri tempi, è alle prese con il proprio, dibattuto e controverso, processo di adesione alla Unione Europea. La Serbia e il Kosovo sono impegnati in un dialogo politico per giungere ad una soluzione della cosiddetta «controversia kosovara», che non si può che auspicare basata su una formula win-win, che sappia guardare ai bisogni della popolazione, piuttosto che agli interessi degli Stati. In Kosovo, e intorno al Kosovo, gravitano non pochi patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, luoghi e beni culturali di grandissima rilevanza storica e culturale, di bellezza, di memoria del passato e di speranza nei confronti del futuro.

Il Monastero di Dečani; il Patriarcato di Peć; la Chiesa della Bogorodica Ljeviška, la Madre di Dio di Ljeviš, a Prizren; il Monastero di Gračanica, poco distante dal capoluogo, Prishtina; l’antica Stari Ras e lo splendido Monastero di Sopočani, in Serbia, e ancora, poco oltre, lo splendido Monastero di Studenica, sono solo alcuni, quelli all’interno delle liste dell’UNESCO nella zona, tra i patrimoni culturali che continuano ad esercitare un fascino indiscutibile e che spesso portano con sé un messaggio che non si limita a ricordare i fasti del passato e le memorie del tempo che fu, ma può continuare a ispirare un messaggio, un contenuto, positivo, per l’oggi e per il domani.

È importante che questo interrogativo, che la ricerca stessa avanza e rilancia, possa essere affrontato in un luogo così significativo come il “Giardino Liberato” di Materdei a Napoli. Lo stesso Giardino Liberato è, infatti, un patrimonio culturale dove si esercita iniziativa sociale e in cui si tesse la memoria del passato con la prospettiva del futuro. È questo giardino il cuore dello spazio un tempo occupato dal complesso delle Teresiane, restituito alla collettività sin dal 2012 grazie a una iniziativa dal basso di cittadini e cittadine per farne un bene comune, riconosciuto, dalla Città di Napoli, «tra i beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e, come tali, strategici».

La scheda del libro e le ulteriori informazioni sono disponibili al link:
http://www.multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018

lunedì 21 maggio 2018

Memorie e Culture per la Pace e la Convivenza

Museo Etnologico "Emin Gjiku", Prishtina, Kosovo (Foto di G. Pisa)

Nel “lavoro di pace” e, nello specifico, nei processi di trasformazione del conflitto e di ri-composizione post-conflitto, il complesso delle forme e delle dinamiche che appartengono all’universo culturale assume un’importanza, sebbene spesso sottovalutata o non colta appieno, rilevante e significativa. Spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, la sfera culturale può costituire, infatti, un potente fattore di soggettivazione e di legame, tanto negli aspetti materiali, espressi intorno a luoghi ed oggetti fisici del patrimonio culturale, quanto intorno ai patrimoni immateriali, intangibili, “fatti” di narrazioni e simboli, figure ed eventi, celebrazioni e pratiche rituali.

Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei luoghi della memoria, che, a propria volta, costituiscono punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono a occasioni preziose, contro l’oblio e lo spaesamento, per costruire pace e condivisione. Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, nucleo e limes d’Europa, esprimono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, e riverberano possibilità di inclusione e di convivenza. Riprendendo Johan Galtung, infatti: «Condividere insieme l’arte di una cultura dopo l’altra può già costituire una costruzione della pace; e ancor di più esporsi all’arte che crea essa stessa ponti tra le culture. Essi riconosceranno i propri temi, e la loro armonia con le altre culture può diventare quella tra le culture».

I luoghi del patrimonio culturale, materiale e immateriale, i beni di rilevante interesse storico e culturale, paesaggistico e archeologico, i luoghi della memoria, nell’orizzonte delineato dalla Carta UNESCO e nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», vale a dire della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace lungo i percorsi individuati dalla «convergenza tra le culture», attraverso il Mediterraneo, irradiano per il futuro, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, messaggi di trasformazione, di convivenza e di giustizia. Come indica Lisa Schirch, tra gli altri, la sfera culturale può, infatti, consentire «all’“impossibile” di divenire “reale” in quanto le persone possono generare un contesto unico in cui, anche se solo temporaneamente, simboli, messaggi sensibili ed emozioni espresse riescono a comunicare ciò che le parole, da sole, non possono».

Nei termini in cui si esprime la Carta UNESCO, in effetti, «una pace basata esclusivamente sugli accordi politici ed economici tra governi non è una pace che possa godere del sincero, unanime e duraturo supporto dei popoli del mondo, laddove, al contrario, la pace deve essere fondata, se non intende fallire, sulla piena solidarietà, morale e intellettuale, dell’umanità». Sicché, come recita l’art. 1, «scopo dell’UNESCO è contribuire alla pace e alla sicurezza promuovendo la cooperazione tra i popoli, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, al fine di promuovere il rispetto universale per la giustizia e lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali».

Occasione di confronto su queste tematiche, la presentazione del volume “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Napoli, 2017), Mercoledì 23 Maggio 2018, ore 17.00, Complesso Monumentale di S. Maria la Nova, Napoli, con gli interventi di Elena Coccia, Consigliera Delegata al Patrimonio Culturale, Città Metropolitana di Napoli; Amarilis Gutierrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela; Immacolata Caruso, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, ISSM - CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Dorotea Giorgi, femminista, Casa Internazionale delle Donne, Trieste; Maria Teresa (Maite) Iervolino, anglista e boemista, mediatrice culturale; Manuela Marani, esperta di sviluppo territoriale e di cooperazione decentrata; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata, Università “L’Orientale”, Napoli. L’iniziativa ha il patrocinio morale della Città Metropolitana di Napoli e dell’Osservatorio Permanente per il Centro Storico di Napoli Sito UNESCO. 


venerdì 8 dicembre 2017

Il patrimonio culturale: un veicolo per la solidarietà e la pace

Martenitza, il tipico ornamento bianco e rosso, che simboleggia la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera, foto di Elena Chochkova, CC BY SA 3.0, in: commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9901717

È una conferenza intergovernativa molto importante, quella in corso a Jeju, in Corea, inaugurata lo scorso 4 dicembre e in programma sino al 9 dicembre, chiamata a decidere sulla registrazione, nella lista del patrimonio mondiale UNESCO dell’umanità, di nuove espressioni socio-culturali del patrimonio immateriale. In totale trentatré elementi sono stati inseriti in questa lista e certo la “parte del leone”, negli organi di stampa nazionali, l’ha svolta “l’arte della pizza”, sostenuta dai 3000 pizzaioli napoletani e dalle circa due milioni di firme, a sostegno della candidatura, raccolte in giro per il mondo, che ha rappresentato, in questa sessione, i colori italiani nella lista dell’UNESCO.

Tuttavia, la nostra pizza è solo uno degli elementi e dei patrimoni immateriali il cui valore è stato riconosciuto a livello universale da questa, che senza dubbio passerà alla storia come una delle conferenze intergovernative più interessanti, se consideriamo la pluralità e il significato dei tanti elementi che hanno finalmente fatto il loro ingresso nella lista rappresentativa, vale a dire il registro delle forme di espressione socio-culturale capaci di testimoniare la vivacità e la pluralità del patrimonio immateriale e di suscitare interesse e consapevolezza in ordine alla loro importanza e alla loro tutela. In particolare, l’iscrizione di nuovi elementi, anche nel registro delle forme culturali bisognose di urgente salvaguardia e speciale protezione, sollecita la comunità internazionale a fornire cooperazione e assistenza affinché tali espressioni culturali siano ancora praticate e trasmesse. 

Tra questi elementi del patrimonio a rischio troviamo la “musica llanera” della Colombia e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, amata e ricordata, a suo tempo, anche da Hugo Chavez. I canti popolari del llano consistono di melodie cantate sui temi del lavoro agricolo o pastorale tradizionale, misti talvolta ad elementi magici o religiosi. Trattandosi di canti basati su testi e storie di vita popolare llanera, sono minacciati nella loro sopravvivenza, in relazione alle trasformazioni della vita sociale e familiare, all’urbanizzazione e all’industrializzazione, nonché alle trasformazioni demografiche cui va incontro la società llanera stessa. È l’intera cultura llanera, del resto, ad essere importante in questi contesti, quelli della regione della savana e delle praterie a Nord dell’Orinoco, una cultura che si esprime attraverso un complesso di forme letterarie e musicali, quali la danza dello joropo, con i suoi strumenti, il cuatro (la chitarra a quattro corde), la bandola, il furruco.

Un importante riconoscimento, tra i Paesi della regione, è stato assegnato a Cuba, che ha visto l’arte del “punto” iscritta nel patrimonio mondiale immateriale. Il punto è la musica e la poesia popolare degli agricoltori cubani, basata su una melodia sulla quale il cantante o il musicista improvvisa una o più strofe impostate su un tema ritmico riconoscibile. È un fattore centrale del patrimonio culturale tradizionale cubano, soprattutto in quanto da’ forma, esprime e veicola l’identità delle comunità che lo praticano, e si trasmette sia in maniera informale sia attraverso programmi di insegnamento dedicati.

Suoni e colori, peraltro, non si fermano alla soglia dei Caraibi. La Festa di Marzo, festa della primavera, diffusa, in particolare, in Macedonia, Bulgaria, Romania e Moldova, ma ampiamente praticata in tutta la regione balcanica e carpatica, è associata, in queste regioni, al primo giorno di marzo, e riguarda l’insieme delle tradizioni atte a celebrare l’inizio della primavera. Le pratiche socio-culturali principali riguardano, ad esempio, il fatto di indossare abiti e tessuti bianchi e rossi come simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera, ma anche gli incontri che attraversano le famiglie e coinvolgono la comunità, rappresentando, in tal modo, un fattore coesivo, di creatività e di interazione, sociale e con la natura, veicolando, in maniera informale, la continuità della pratica. 

Legata alla primavera è anche la Festa di Ederlezi, molto sentita in tutti i Balcani, sopratutto in Serbia e in Macedonia, ma anche in Turchia, con il nome di Hıdrellez. Essa ha luogo il 6 maggio, giorno della festività di S. Giorgio secondo il calendario ortodosso, che corrisponde al Djurdjevdan serbo, appunto Ederlezi in romanì e Hıdrellez in turco. Essendo la festa della primavera, rappresenta, anche nelle culture rom, la festa del risveglio della natura e, per estensione, della continuità della vita, cui, del resto, lo stesso simbolo, la ruota della vita, presente sulla bandiera rom, fa riferimento. Essendo una festa riconosciuta e condivisa a carattere trans-nazionale, è spesso anche l’occasione di incontri tra le comunità, è talvolta festeggiata insieme, ed è un potente veicolo di dialogo inter-comunitario. Nell’occasione della festa, si tengono, in tutti i Paesi della regione, eventi e rituali legati alla natura, anche come buon auspicio per la protezione del bestiame e la tutela dei raccolti.

Ancora nei Balcani, l’UNESCO ha registrato nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità anche due forme musicali, il kolo serbo ed il rebetiko greco. Il Kolo serbo è la danza popolare di gruppo tipica della Serbia, sebbene sue forme e varianti si trovino in tutta la regione che va dalla Croazia al Montenegro, e viene danzata in cerchio, con i danzatori che si tengono per le braccia, in modo da formare una catena danzante. È la danza che tipicamente accompagna feste e celebrazioni e svolge una importante funzione sociale, di connessione e di relazione, coinvolgendo i membri della comunità, rappresentando inoltre l’elemento veicolare di un patrimonio più ampio, che comprende anche i costumi tradizionali che, in occasione delle celebrazioni, i danzatori indossano, e gli strumenti tradizionali, quali la fisarmonica, la frula (flauto) e la šargija. Anche quest’ultima è un patrimonio trans-nazionale: corrisponde, infatti, al bouzouki (greco) ed alla baglama (turca). 

Il Rebetiko greco è l’espressione musicale, attraverso il canto e la danza, tipica delle classi popolari urbane della Grecia e ne esprime, talvolta in maniera ironica, altre volte in forma drammatica, le storie di povertà o di emarginazione. Si articola, oggi, attraverso repertori diffusi e riprodotti in occasione di eventi e manifestazioni di carattere sociale, e viene in genere trasmessa oralmente. Ed infine, dalla Grecia all’Italia, non può mancare il riferimento alla pizza. Quest’ultima entra nel patrimonio mondiale UNESCO sotto forma di «arte del pizzaiolo» ovvero di «arte di fare la pizza», una pratica culinaria ampiamente definita e standardizzata sia in merito alla qualità degli ingredienti sia in relazione al processo di preparazione per fasi, fino alla cottura nel forno a legna. La pratica è originariamente (e tipicamente) napoletana, ammantata di storie e racconti, ampiamente diffusa, in una infinità di varianti, in tutto il mondo, ed è continuamente praticata, a partire dai tremila pizzaioli napoletani, giocando un ruolo notevole quanto a socializzazione e trasmissione inter-generazionale. 

Ovviamente c’è anche molto altro tra gli elementi del patrimonio culturale mondiale (una lista completa dei nuovi elementi rappresentativi è visibile sul sito UNESCO); d’altra parte, non c’è dubbio che ogni selezione, legata al contenuto che si intende veicolare, sia di per sé parziale e opinabile. Tuttavia pare chiaro che, anche da questi pochi cenni e da questa assai parziale elencazione, possa risaltare il contenuto importante, sia sotto il profilo sociale sia dal punto di vista culturale, che la protezione del patrimonio culturale immateriale viene ad assumere. Intanto, come indica la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003), esso viene  ad includere l’insieme delle pratiche culturali, rilevanti per le comunità, che non si condensano solo in oggetti fisici e che si trasmettono, lungo le generazioni, attraverso pratiche sociali e relazionali. 

Più precisamente, in base all’art. 2 della Convenzione, «per “patrimonio culturale immateriale” si intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti, i luoghi e gli spazi culturali associati ad essi, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in relazione al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. [Ai fini della Convenzione] si terrà conto di tale patrimonio immateriale nella misura in cui è compatibile con gli strumenti esistenti in materia di diritti umani e con le esigenze di rispetto reciproco fra comunità, gruppi e individui, e di sviluppo sostenibile». 

La sua rilevanza sociale, come bene mette in luce, in premessa, la Convenzione, è fuori discussione: da un lato, essa riconosce «l’importanza del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore principale della diversità culturale e garanzia di uno sviluppo duraturo»; dall’altro, essa conferma «il ruolo rilevante del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e assicurare gli scambi e l’intesa fra di loro». La cultura diviene allora non solo espressione della soggettività di un popolo, ma anche veicolo di incontro, di solidarietà e di pace, tra i popoli. Un messaggio importante, anche per l'occasione del 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti Umani.