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martedì 20 febbraio 2024

Johan Galtung (24 ottobre 1930 - 17 febbraio 2024)

International Students’ Committee, Johan Galtung in May 2011 at the 41. St. Gallen Symposium, University of St. Gallen, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

 
Con la scomparsa di Johan Galtung, l’intera comunità degli uomini e delle donne amanti della pace, e della «pace con giustizia», e al suo interno la comunità, di elaborazione e di pratiche, degli operatori e delle operatrici di pace, a tutte le latitudini, è, da oggi, più sola. Se ne va una figura essenziale, seminale, un imprescindibile, della modalità con la quale guardiamo (e interpretiamo) i conflitti, micro, meso, macro, persino mega, come talvolta amava richiamare, e della modalità con la quale interveniamo (e trasformiamo) nei conflitti, alimentando, sul sentiero della ricerca e dell’azione da lui tracciato, la speranza del “trascendimento”.

Nato a Oslo nel 1930, dottore di ricerca in matematica (1956) e in sociologia (1957), è stato docente di Scienze per la pace ed esperto nella mediazione e risoluzione dei conflitti. È il creatore del Metodo Transcend per il trascendimento dei conflitti e il fondatore della Rete Transcend per la pace, lo sviluppo e l’ambiente, nonché, precedentemente, dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Oslo (1959) e del Journal of Peace Research (1964). Ha insegnato in numerose università in tutto il mondo, ad esempio ad Oslo, Berlino, Parigi, a Santiago del Cile, a Buenos Aires, ma anche a Princeton, alle Hawaii, e ad Alicante. È stato professore onorario alla Freie Universität di Berlino (1984-1993), dal 1993 professore illustre di Studi sulla pace alla Università delle Hawaii e dal 2005 illustre “visiting professor” presso la John Perkins University.

Il suo impegno si è svolto sia nel campo della ricerca sia nell’ambito della mediazione e della risoluzione dei conflitti. Sono oltre 150 i conflitti, sia di carattere internazionale, sia di ambito sociale, in cui è stato impegnato. È autore di 96 libri e di oltre 1700 tra articoli e capitoli. Tra i vari riconoscimenti, ha conseguito nel 1987 il «Right Livelihood Award», il Nobel per la Pace alternativo e, tra i più recenti, il titolo di laurea honoris causa in scienze politiche presso la Universidad Complutense di Madrid (2017). Importantissima, d’altro canto, anche la sua frequentazione italiana: indimenticabile la lectio magistralis da lui tenuta al convegno del Centro Studi SOUQ del 13 dicembre 2013, nell’Aula magna dell’Università degli Studi di Milano; non meno indimenticabile la sua lectio magistralis (“Necessità e importanza di un Centro per la prevenzione dei conflitti armati”) in occasione del Convegno nazionale su “La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace”, tenuto a Vicenza il 3-5 giugno 2011 e che rappresentò un contributo decisivo per rilanciare il percorso per la costruzione dei corpi civili di pace e per riaffermare l’importanza cruciale della formazione degli operatori e delle operatrici. Fu, al tempo stesso, un vero e proprio incontro di pace e di cittadinanza.

Con lui se ne va la figura, sia consentita una simile digressione, di un vero e proprio “rivoluzionario”: per le sue teorie, profonde e innovative, riguardanti l’analisi “sul” conflitto e l’intervento “nel” conflitto, e in quanto fonte di ispirazione nei vasti campi della costruzione della pace. Il suo contributo sull’importanza determinante, retroagente, degli orientamenti culturali (attitudes) e delle contraddizioni strutturali (contradictions) nella dinamica dei conflitti; la sua interpretazione del conflitto come manifestazione di “incompatibilità” causate dall’azione di «culture profonde» e «strutture profonde»; il suo approccio, olistico e razionale, alla dinamica del conflitto e alla costruzione della pace, restano contributi decisivi sui quali si fonda una moderna ricerca per la pace, e a partire dai quali occorre impostare una coerente iniziativa di trasformazione e di trascendimento.

Tanto è arduo sintetizzare in poche righe il contributo di Galtung alla ricerca e alla prassi della costruzione della pace, quanto è impensabile tacere di altri suoi contributi, per alcuni versi più specifici, per altri più generali, della sua elaborazione intellettuale, della sua ricerca concreta. Nessun operatore o operatrice di pace potrebbe oggi fare a meno degli elementi fondamentali indicati da Galtung per il lavoro di pace: empatia, nonviolenza, creatività. La creatività (innovazione) concepita come «la capacità di andare oltre le cornici mentali delle parti in conflitto, aprendo la strada a nuove modalità di concepire la relazione sociale». L’empatia (sentire insieme) intesa come «la capacità di una comprensione profonda ... dell’Altro». La nonviolenza, in definitiva, come «la duplice capacità di resistere alla tentazione di affidarsi alla violenza e di proporre soluzioni nonviolente concrete». Questa capacità agisce sia ai fini della risoluzione del conflitto, sia nella prevenzione della violenza.

Attraverso questa filigrana, si legge un altro contributo imprescindibile ispirato da Galtung per il lavoro di tutti gli attivisti e le attiviste e di tutti i sinceri amanti della «pace con giustizia», un contributo cui l’intera, vasta e plurale, comunità di Pressenza, mai potrebbe restare indifferente: il “giornalismo di pace”. «Per parlare di giornalismo di pace, bisogna parlare di pace. Per parlare di pace, bisogna parlare di conflitti e della loro risoluzione. Per parlare di risoluzione dei conflitti, bisogna parlare del profondo coinvolgimento degli Stati Uniti in molti conflitti globali. Il ruolo del giornalismo non è solo quello di raccontare il mondo, ma anche di rendere gli attori chiave - Stati, capitali, persone - trasparenti gli uni agli altri. Il ruolo del giornalismo di pace è quello di identificare le forze e le controforze a favore e contro la pace e di renderle visibili con la loro dialettica, creando risultati che potrebbero rappresentare potenziali soluzioni» (Galtung, 2015).

Ci lascia un patrimonio, di ricerche e di pratiche, vastissimo per quantità e inestimabile per qualità. Il suo Metodo Transcend è stato tradotto in italiano grazie al prezioso lavoro degli amici e delle amiche del Centro Studi Sereno Regis (Torino, 2006); il Centro Gandhi ha pubblicato il saggio Alla scoperta di Galtung (Pisa, 2017); l’Università di Pisa il suo Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare (Pisa, 2014). Se ne va un grande costruttore di pace; resta il suo messaggio prospettico, profondo, di nonviolenza, di pace e di giustizia.

lunedì 12 giugno 2023

Cosa sono i Corpi Civili di Pace?

FrieKoop - Atomwaffenfrei. Abschluss der 20-wöchigen Aktionspräsenz in Büchel, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=86308711

Iniziativa, più che mai attuale, di prevenzione della guerra e di costruzione della pace, i Corpi Civili di Pace si configurano come «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. [...] Gli operatori intervengono ... in territori di conflitto o dove si prevede possano scoppiare conflitti determinati da violenza diretta, culturale o strutturale. Il dispiegamento degli operatori può essere previsto quando il conflitto è ancora latente - in funzione preventiva - quando il conflitto è ormai acceso - in funzione di trasformazione nonviolenta e peacekeeping civile - e nella fase post-conflitto - in attività di peacebuilding, per aiutare la ricostruzione del tessuto sociale.

L’intervento avviene solo su “richiesta leggibile” della società civile locale, interessata dal conflitto, e deve essere progettato con la partecipazione di partner locali. [...] Sul campo si possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, agenzie di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e imparzialità della missione. Con attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti».

Con queste parole, peraltro difficilmente equivocabili, ampia parte del movimento italiano per gli interventi e i corpi civili di pace, raccolto all’epoca nel Tavolo Interventi Civili di Pace, si esprimeva intorno al profilo, alla caratterizzazione e al mandato dei Corpi Civili di Pace, raccogliendo, intorno a questo concetto, diverse tra le organizzazioni di società civile attive per la prevenzione, la gestione costruttiva - appunto non armata e nonviolenta - e la trasformazione dei conflitti, tra le quali, scorrendo l’ordine degli aderenti, Archivio Disarmo, ARCI, ARCS, Papa Giovanni XXIII - Operazione Colomba, Associazione per la pace, Centro Gandhi Edizioni, Centro Studi Difesa Civile, Centro Studi Sereno Regis, MIR Italia, Movimento Nonviolento, Un Ponte per…

Vi si delinea chiaramente il concetto di una squadra civile, adeguatamente preparata e professionalmente formata, di operatori e operatrici di pace, capace di intervenire “sul” e “nel” conflitto, con compiti non solo di lettura, interpretazione, mappatura del conflitto, ma anche di intervento civile, di interposizione nonviolenta, di accompagnamento disarmato, di mediazione e costruzione della fiducia tra le parti in conflitto, di promozione del processo di pace e di riconciliazione, di monitoraggio dei diritti umani e di denuncia delle violazioni. Compiti da svolgere, peraltro, coerentemente con una serie di principi comuni tali da caratterizzare il profilo e le modalità di questo intervento, solo su “richiesta leggibile” della società civile locale, in zona di conflitto:

- nonviolenza nelle relazioni tra operatori, verso le parti, e nella trasformazione del conflitto,

- indipendenza da condizionamenti politici, imparzialità rispetto alle parti in conflitto, pur schierandosi nella difesa dei diritti umani, e non ingerenza verso le ONG locali,

- equità di genere nelle relazioni tra operatori e con la popolazione locale,

- rispetto per la cultura locale e adozione di uno stile di vita semplice, il più possibile simile a quello della popolazione locale.

Per riprendere le parole del Programma per una Cultura di Pace dell’UNESCO (Parigi, 18 Agosto 1994), «ciò di cui c'è bisogno non è altro che una transizione globale da una cultura della guerra a una cultura della pace. In una cultura di guerra, tutti sono tesi al peggio. Le differenze tra individui e comunità diventano punti di innesco per la mobilitazione e l'estremismo e non semplicemente il ricco pluralismo che la storia ci ha regalato. Prendendo la strada di una cultura di pace, possiamo recuperare ciò che è comune tra noi attraverso un dialogo che prenda il posto dell'ostilità e dell'aggressione. I primi passi in questa transizione da una cultura di guerra a una cultura di pace sono la giustizia e la libertà, due caratteristiche fondamentali della democrazia».

Un profilo chiarissimo, dunque, che, per un verso, non riduce i Corpi Civili di Pace ad esercizio superficiale, spontaneistico, volontaristico e, per l’altro, non sfigura i Corpi Civili di Pace facendone una specie di “truppa civile di complemento” dei contingenti militari dispiegati, di volta in volta, dagli stati europei o della NATO in questo o quel contesto di crisi e di conflitto. Un profilo di innovazione e di modernità, dunque, di fronte alle crisi del nostro tempo e all’esigenza della costruzione, per dirla con Johan Galtung, della «pace con mezzi pacifici».

Il testo del documento è disponibile, tra gli altri, in questo collegamento.

mercoledì 3 agosto 2022

L’amicizia tra i popoli e la costruzione della pace


Unknown camera 10/02/2018 , CC0, https://pxhere.com/en/photo/1531645

Si celebra il 30 luglio la giornata internazionale dell’amicizia, una ricorrenza delle Nazioni Unite con la quale, come segnala la risoluzione istitutiva (risoluzione dell’Assemblea Generale 65/275 del 28 luglio 2011), si invita la comunità internazionale nella sua interezza, tutti gli Stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altre organizzazioni regionali e internazionali, come pure la società civile, comprese le organizzazioni non governative e le singole persone, «a celebrare la Giornata Internazionale dell’Amicizia in maniera appropriata, in accordo con le culture e altre circostanze e costumi delle rispettive comunità locali, nazionali e regionali, anche attraverso l’istruzione e attività di promozione di consapevolezza presso l’opinione pubblica», osservando, peraltro, che «attività, eventi e iniziative legate al tema dell’amicizia si svolgono ogni anno in diversi Paesi», a conferma dell’importanza e dell’attualità della questione.

Infatti, per quanto spesso catalogata tra le “ricorrenze dimenticate” del sistema delle Nazioni Unite, la giornata internazionale dell’amicizia è un’occasione assai preziosa per rimettere a tema e sollecitare iniziativa pubblica sulla questione, importante e attuale più che mai, dell’amicizia tra popoli e comunità, della collaborazione e della cooperazione internazionale e, in prospettiva, della costruzione della pace. È ancora la risoluzione dell’Assemblea Generale a richiamare, sin nei suoi paragrafi introduttivi, «la rilevanza e l’importanza dell’amicizia quale sentimento nobile e prezioso per la vita degli esseri umani ovunque nel mondo» e a soffermarsi sul fatto che «l’amicizia tra popoli, Paesi, culture e singole persone può ispirare gli sforzi per la pace e costituisce un’opportunità per costruire ponti tra le comunità, rispettando la diversità culturale». È cioè, la questione dell’amicizia e, in particolare, con essa, la costruzione dell’amicizia tra i popoli e le culture, la realizzazione di progetti e di iniziative per la solidarietà e la cooperazione internazionale, la promozione del legame e della fiducia, uno strumento prezioso del lavoro di pace e degli stessi Corpi civili di pace.

L’orizzonte della “pace positiva”

In particolare, in questo senso, è ancora la risoluzione a osservare che «l’amicizia può contribuire agli sforzi della comunità internazionale, in linea con la Carta delle Nazioni Unite, verso la promozione del dialogo tra le culture, la solidarietà, la comprensione reciproca e la riconciliazione», ponendo, per questa via, la questione dell’amicizia e della cooperazione tra i popoli sulla falsariga della questione della pace, in particolare del lavoro di pace e per la ricomposizione. Il nesso viene esplicitamente richiamato nella risoluzione quando si richiamano «le finalità e gli obiettivi della Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace e il Decennio internazionale per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010)». Il documento di riferimento, importantissimo per la sua portata e per i suoi contenuti, è, appunto, la risoluzione dell’Assemblea Generale 53/243 del 6 ottobre 1999 contenente la Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace. Qui viene messo in evidenza, in maniera opportuna e adeguata, che «la pace non è solo l’assenza del conflitto, ma richiede anche un processo positivo, dinamico e partecipativo, in cui il dialogo sia incoraggiato e i conflitti siano risolti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione».

Si tratta, precisamente, della definizione, ormai ampiamente assodata in letteratura, di pace “positiva”: non più pace, in negativo, come carenza, mancanza, negazione (negazione del conflitto o mera assenza della guerra, ad esempio), bensì una rinnovata, più articolata e più esigente allo stesso tempo, concezione della pace, in positivo, come presenza, affermazione, pienezza, realizzazione, cioè, di un contesto in cui tutti i diritti umani per tutti e per tutte siano riconosciuti, tutelati e promossi, sia promossa la giustizia sociale, siano costruiti processi di inclusione e di partecipazione. Come ricorda, ad esempio, Johan Galtung, tra i massimi esponenti a livello internazionale della ricerca per la pace, «la distinzione fra pace negativa e pace positiva che introdussi nel 1958 era ispirata alla distinzione di Marie Jahoda fra salute mentale negativa e positiva, criterio precursore della psicologia positiva. Il che non implica alcun monopolio sulla definizione. Per una valida nozione scientifica è tuttavia indispensabile una conoscenza del campo, a discernimento degli elementi da escludere o includere. [...] Ci servono criteri sulla pace per sapere di che trattiamo; per la pace negativa: assenza o basso livello di violenza diretta e strutturale, tali per cui vengono soddisfatti i bisogni umani basilari e di natura-diversità-simbiosi; per la pace positiva: presenza di cooperazione-equità, armonia-empatia, trasversalmente ai fronti conflittuali, di genere-generazione-razza-classe-natura-territorio. [...] Pace positiva significa che si muove qualcosa di buono. Pace è un rapporto fra le parti, così come salute è un equilibrio nelle persone».

Per il pieno sviluppo di una “cultura di pace”

Non si tratta di un lavoro banale: è ancora Galtung a ricordare, infatti, che «la pace positiva si struttura sulla pace negativa, costruendo sulla riconciliazione dei traumi e sulla risoluzione dei conflitti. C’è da fare molto lavoro». Non a caso, come ricorda la citata Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace, «il pieno sviluppo di una cultura di pace è integralmente connesso con la promozione della risoluzione pacifica dei conflitti, del mutuo rispetto e della reciproca comprensione, e della cooperazione internazionale; il rispetto degli obblighi internazionali sotto la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale; la promozione della democrazia, dello sviluppo e del rispetto universale di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali; il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della piena partecipazione; lo sradicamento della povertà e dell’ analfabetismo e la riduzione delle diseguaglianze, all’interno e tra le nazioni». Elementi fondamentali, nello spirito della giornata del 30 luglio, per costruire, sull’amicizia, un orizzonte di cooperazione e di pace.

martedì 24 settembre 2019

Del 21 Settembre, la Giornata per la Pace

ZKS, VIII Congress - Ljubljana, 1978
MIJ, Dizajn za Novi Svet - Belgrado, 2016

La Giornata Internazionale per la Pace, che si è celebrata, come ogni anno, lo scorso 21 Settembre, è uno dei momenti cruciali per riflettere sulla situazione e le prospettive dello scenario internazionale, per confermare e consolidare l’impegno, di tutti e di ciascuno, nella lotta contro la guerra e per la costruzione della pace, per condividere idee ed ipotesi di lavoro, lungo le quali incamminarci, in una prospettiva di futuro. Sono, del resto, queste le motivazioni di fondo che stanno alla base della risoluzione 36/67 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite (30 Novembre 1981), che, istituendo la Giornata per la Pace, ha chiesto a tutti e tutte, popoli e Stati, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», intendendo, allo stesso tempo, l’impegno contro la guerra e per la pace, non solo come una vocazione “morale”, ma specificamente come un impegno “fattivo”, al quale tutti e tutte siamo chiamati. L’occasione è pertanto preziosa per riflettere sullo stato del pianeta e per sollecitare ad un rinnovato impegno nella direzione del rilancio del ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione della guerra e nella costruzione della pace, per dirla con Johan Galtung, «a partire dalle cause», rimuovendo e contrastando, attivamente, le diseguaglianze e le ingiustizie, l’oppressione e lo sfruttamento, e, come ha recentemente richiamato il Segretario Generale, Antonio Guterres, in apertura del summit delle Nazioni Unite contro il surriscaldamento climatico, lo stravolgimento dell’equilibrio eco-sistemico, che, unito all’iper-sfruttamento delle risorse energetiche, costituisce uno dei fattori oggi più allarmanti di sperequazione e di tensione, di guerra e di conflitti.  

Anche per questo è molto importante recuperare e rilanciare, nel contesto di un nuovo multipolarismo e di una riforma del sistema stesso delle Nazioni Unite, che vada verso un maggiore bilanciamento dei rapporti di forza, una più accentuata democraticità dell’organizzazione, una più coinvolgente partecipazione di popoli e comunità, il ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione dei conflitti armati e nella costruzione della «pace positiva». L’Agenda per la Pace, «An Agenda for Peace. Preventive diplomacy, peace-making and peace-keeping», il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1992, esplicitamente richiede che ufficiali di polizia civile, osservatori civili dei diritti umani, specialisti civili per i profughi, i rifugiati e l’aiuto umanitario abbiano lo stesso ruolo dei militari, siano considerati altrettanto se non maggiormente decisivi nelle misure di protezione dei diritti umani e di costruzione della pace, siano attori cruciali per il peace-keeping ed il peace-building. 

Come infatti ricordano i panel dedicati delle Nazioni Unite, «il peace-keeping delle Nazioni Unite sostiene i Paesi sconvolti dai conflitti nel creare condizioni per una pace duratura»; tale peace-keeping ha alcuni specifici punti di forza, quali «legittimità, condivisione delle responsabilità e la capacità di dislocare effettivi provenienti da tutto il mondo, integrati con operatori di pace (peacekeeper civili) nel contesto di mandati multi-dimensionali». Tra questi: la prevenzione dei conflitti, vale a dire le «misure diplomatiche volte a prevenire che le tensioni degenerino in conflitti violenti», quali l’allerta tempestiva, la documentazione, e l’analisi dei dati-sentinella, potenziali spie di conflitto; quindi, il peace-making, vale a dire le «misure tese a portare le parti in conflitto a giungere alla negoziazione di un accordo», anche attraverso iniziative diplomatiche, ufficiali o popolari; infine, il peace-building, vale a dire le «misure tese a rafforzare le capacità locali di gestione dei conflitti e di prevenzione delle escalation» a livello sociale ed istituzionale. 

In questa strategia, che si dipana, a partire dagli anni Novanta, sino ai giorni nostri, numerosi tasselli hanno confermato il ruolo cruciale degli operatori civili nei percorsi di prevenzione della violenza e trasformazione dei conflitti. Nel 1995, la risoluzione 50/49 dell’Assemblea Generale sulla partecipazione dei «Caschi Bianchi» nell’aiuto umanitario, nella cooperazione per lo sviluppo e nella ricostruzione «incoraggia azioni … tese a mettere a disposizione del sistema delle Nazioni Unite corpi volontari nazionali come Caschi Bianchi, al fine di fornire risorse umane specializzate per l’aiuto umanitario in casi di emergenza e di riabilitazione». Nel 1999, la raccomandazione 47/99 del Parlamento Europeo al Consiglio dell’UE propone l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo in forma di un contingente minimo, flessibile e facilmente dispiegabile, con compiti quali (art. 2): «arbitrato, mediazione e costruzione della fiducia tra le parti; aiuto umanitario, reintegrazione (disarmo e smobilitazione di ex-combattenti), riabilitazione, ricostruzione e monitoraggio; osservazione, monitoraggio e miglioramento della situazione dei diritti umani».

È più che mai il caso, all’indomani della Giornata della Pace 2019, di rilanciare dunque questo impegno: a maggior ragione dopo l’approvazione della risoluzione 2250 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite («Giovani e Pace») che esplicitamente afferma «l’importante ruolo dei giovani nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti e come attori cruciali per la sostenibilità e il successo degli sforzi per il peace-keeping ed il peace-building»: una nuova leva per rafforzare, oggi, l’impegno per la pace. 

giovedì 6 giugno 2019

Il Kosovo, e un nuovo precipizio della violenza

Fitim Selimi [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Una giornata gravissima per il Kosovo, quella dello scorso 28 Maggio, quando una escalation di violenza e scene di vera e propria guerriglia hanno riportato la regione a un punto di tensione e di conflitto che non si vedeva dal luglio 2011, all’epoca della cosiddetta “crisi dei valichi”. E, per alcuni aspetti, le modalità dell’intervento e il carattere dell’escalation, nei due casi, sembrano mostrare talune similarità e analogie.

In quelle giornate estive, del luglio 2011, le unità speciali della polizia kosovara (ROSU) innescarono un blitz, all’epoca con un coinvolgimento degli elicotteri della missione NATO nella regione (KFOR), allo scopo di prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord, lungo la linea di amministrazione che delimita il Kosovo Settentrionale dalla Serbia Centrale. 

Come in altre circostanze, la reazione delle popolazioni serbe, che sono larghissima maggioranza nelle municipalità del Nord (Kosovska Mitrovica, Zvečan, Leposavić e Zubin Potok), si espresse con il “boicottaggio” e la “non collaborazione” e si manifestò con blocchi e barricate erette lungo le strade di collegamento. L’escalation precipitò nuovamente il Kosovo oltre la soglia del “conflitto congelato” e nuove tensioni e barricate fecero la loro comparsa sul ponte centrale di Mitrovica.

Lo spettro del “conflitto congelato” è stato evocato dallo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, ma prima, non dopo, l’ultima escalation di tensione che ha nuovamente interessato il Kosovo: un particolare, questo, fatto acutamente notare, per i contenuti di quelle affermazioni e la strettissima successione degli eventi, da diversi osservatori internazionali. 

In una sessione speciale del parlamento serbo, a Belgrado, che si è svolta appena lunedì scorso, il 27 Maggio, il giorno prima della nuova escalation, Vučić aveva dichiarato, in un lungo e impegnativo discorso, trasmesso in diretta dalla televisione serba e che non aveva mancato (e continua a non mancare) di suscitare commenti e reazioni, che la situazione del Kosovo deve essere risolta con il negoziato e il compromesso. 

Ed ancora: che non vi è alternativa tra una situazione nuova frutto di un accordo tra Belgrado e Prishtina e la prospettiva inquietante di mantenere la regione nella situazione di un conflitto congelato, puntualmente sensibile a nuove escalation e a nuovi precipizi, e che l’opinione pubblica serba deve abituarsi a pensare che il Kosovo non è più sotto il controllo serbo, a parte per le funzioni amministrative che lo stato serbo continua ad esercitare nei comuni e nelle enclavi serbe (la sanità e la scuola, essenzialmente) e quindi, di conseguenza, senza una soluzione capace di superare lo status quo, la reazione, da parte della leadership nazionalista della maggioranza albanese, sarà quella di colpire i serbi.

Appena un giorno e una nuova violenza agita il Kosovo. Il 28 Maggio una “operazione anti-crimine” dà corpo ad un vero e proprio raid nelle municipalità del Nord, in particolare nel comune di Zubin Potok, quando, alle prime luci dell’alba, il raid sconvolge la regione del Nord, gli scontri degenerano in un vero e proprio conflitto a fuoco, numerose persone (19 persone, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia kosovara, 23 persone, secondo le dichiarazioni ufficiali serbe) vengono arrestate: undici serbi, quattro albanesi e quattro bosniaci. Si susseguono scontri a fuoco e cinque poliziotti kosovari e sei civili serbi vengono feriti. 

Le barricate e i blocchi eretti in auto-difesa dai residenti serbi vengono distrutti e smantellati dalle forze speciali kosovare; la tensione cresce e il Kosovo ripiomba nuovamente tra le pagine peggiori della sua storia recente. Alle agenzie internazionali, ripetendo in qualche modo il copione del 2011, le forze della NATO in Kosovo (KFOR) non trovano di meglio che dichiarare che si è trattato «solo» di una «operazione di polizia», conseguenza di una serie di «mandati di arresto» per una «indagine sulla corruzione».

La presenza delle forze speciali della ROSU nel Kosovo Settentrionale a maggioranza serba resta una questione spinosa e controversa. L’Accordo di Principio, l’unico testo di portata complessiva scaturito dal dialogo diplomatico tra le due capitali, il 19 Aprile 2013, prevede, salvaguardando l’unitarietà del Kosovo e la volontà della Serbia di non riconoscerlo, una ampia autonomia dei Serbi del Kosovo e la costituzione di una Comunità dei Comuni Serbi, per un totale di dieci comuni, tra cui i quattro del Nord, K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok. 

Gravissimo anche il fatto che, negli ultimi scontri, due funzionari della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) siano stati arrestati e, tra questi, un diplomatico russo. Il Kosovo è uno stato «di fatto», ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale; sono circa ottanta i Paesi che non lo riconoscono e, tra questi, cinque membri UE (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

Tutto ciò succedeva il 28 Maggio, 2019. Avremmo preferito ricordare questa giornata come la vigilia del 29 Maggio, 2019: la giornata mondiale dei peacekeeper delle Nazioni Unite, istituita, appunto, per richiamare tutti gli stati e le persone all’importanza del ruolo delle Nazioni Unite, nel contesto della difesa della sicurezza internazionale e del diritto internazionale, ai fini del mantenimento della pace, e per sollecitare impegni concreti, nel senso della prevenzione delle cause della violenza e della estinzione dei bacini della violenza, per risolvere i conflitti in maniera costruttiva e generare nuovi spazi per la pace e la pace positiva. 

Istituita con la Risoluzione 57/129 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003, essa richiama l’importanza del peacekeeping come strumento – chiave per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale e rende omaggio alla memoria di quanti sono caduti per la causa della pace. Riflettendo sulle ambasciate di pace, uno degli strumenti dei corpi civili di pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione della pace positiva, in un testo dei Berretti Bianchi (1994), si legge: «L’ambasciata di pace è uno strumento della diplomazia dei popoli. […] 

«In quanto diplomazia dei popoli, l’ambasciata di pace deve essere autonoma da tutti i governi. L’ambasciata di pace è uno strumento della società civile e delle popolazioni e da queste sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. […] I suoi compiti sono: aprire e consolidare le comunicazioni tra i popoli; […] aiutare le popolazioni che, in seguito a guerre, esodo forzato, embargo, epidemie o disastri ambientali, si trovano in stato di bisogno; […] essere uno strumento di supporto logistico ed organizzativo per tutte le ONG che intendano contribuire alla pace».

È forse il caso di concludere ricordando le parole di uno tra i maestri italiani della peace-research che più si sono impegnati ai fini della prevenzione della violenza e del superamento del conflitto in Kosovo. Alberto l’Abate, nel suo studio dedicato a «Il contributo di Johan Galtung alla teoria e alla pratica della pace e della nonviolenza», in “Inchiesta” (24 novembre 2013), ricordava quanto fosse importante la «sottolineatura di Galtung dei tre principali compiti dei professionisti di pace che lui si augura … si diffondano in tutto il mondo: 

1) la riconciliazione, e cioè il curare gli effetti della violenza passata; 

2) la costruzione della pace, e cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura; 

3) la trasformazione del conflitto, e cioè la ricerca di metodi per mitigarli (ad esempio passando da una lotta armata ad una lotta di tipo nonviolento), oppure nell’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio (attraverso la mediazione). […]

«In questo campo, il suo «triangolo del conflitto» è formato, da un lato, dagli atteggiamenti (odio, rancore, diffidenza etc., che possono essere superati attraverso l’apprendimento dell’empatia); in un altro angolo, dal comportamento (che può passare, anche grazie ad un buon lavoro dell’operatore di pace, da violento a nonviolento); e, infine, dalle contraddizioni, e cioè dagli obiettivi contrapposti dei due contendenti, che possono tuttavia essere superati grazie alla creatività e alla ricerca di obiettivi di mutuo beneficio».

A margine degli eventi drammatici di questo 28 Maggio, in Kosovo, il capo della missione UNMIK, Zahir Tanin, non ha mancato di fare sentire la propria voce, richiamando tutti al rasserenamento della situazione e alla de-escalazione del conflitto. Non bastano tuttavia gli appelli e le dichiarazioni, se il compito è, come a questo punto appare, quello di prevenire ogni ulteriore possibile escalation e di avviarsi con decisione, a differenza di quanto è stato sin qui fatto, verso la definizione di un percorso diplomatico autentico e la costruzione di solide condizioni per la «pace con giustizia» (pace positiva). 

Richiamando quanto scritto, recentemente, da Rocco Altieri, infatti, nella sua interezza «il Movimento per la Pace ha oggi di fronte a sé il compito di acquisire, così come aveva auspicato nel 1992 l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, capacità funzionali alternative agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione delle crisi internazionali e della costruzione della pace, prevedendo un’azione di confidence building (un’opera cioè di “diplomazia preventiva”), un’azione di peace-making, peace-keeping e peace-building post-conflitto. Si affacciava per la prima volta, nelle più alte organizzazioni internazionali, l’ipotesi di un’azione civile di prevenzione e interposizione non armata nei conflitti, da affidare a corpi non militari, corpi civili di pace».

In Kosovo la tensione resta alta, in un epicentro del conflitto nel cuore dell’Europa, proiettato sullo scenario complesso e turbolento del Mediterraneo. Oggi giunge la notizia del rilascio, da parte delle autorità kosovare, dei civili serbi arrestati. Non deve, tuttavia, venire meno l’attenzione e l’impegno, perché si cominci a esplorare, finalmente, una strada nuova, di distensione, e, in definitiva, di pace e di giustizia.

mercoledì 26 settembre 2018

«Alla scoperta di Galtung»


È un’iniziativa importante, quella realizzata dal Centro Gandhi di Pisa, con la pubblicazione, nel dicembre 2017, del volume di Johan Galtung, a partire da un dialogo con Erika Degortes, dal titolo «Alla scoperta di Galtung. J. Galtung illustra i fondamenti della sua opera di mediatore dei conflitti in un dialogo con E. Degortes», volume, peraltro, arricchito da una bella presentazione a cura di Rocco Altieri e, tra gli ulteriori contributi, da due appendici, la prima con la ripubblicazione dell’articolo di Galtung del 26 maggio 2014 sugli “Studi per la Pace: dieci punti fondamentali”, e la seconda con un’intensa “Conversazione con Antonino Drago in otto domande”. Si diceva dell’importanza e del merito di questa pubblicazione; ma si potrebbe dire ancora di più e meglio: si tratta di un volume di una forza indiscutibile, oltre che di una utilità spiccata.

Anzitutto, anche grazie ai contenuti di queste presentazioni e di queste appendici, vi è una partecipazione attiva ed una ricapitolazione interessante delle idee e del lavoro di alcuni tra i grandi maestri della ricerca per la pace in Italia, non solo, come detto più sopra, Rocco Altieri e Tonino Drago, ma anche Nanni Salio e Alberto L’Abate, ai quali, scomparsi rispettivamente nel febbraio 2016 e nell’ottobre 2017, è dedicato un bel contributo, anche questo redatto da Rocco Altieri, “In memoria di Nanni Salio e Alberto L’Abate”. E poi, tratto decisivo della pubblicazione, vi si svolgono, attraverso il dialogo con Erika Degortes, una poderosa ricapitolazione dell’intero approccio galtunghiano alla ricerca-azione per la pace (e, in particolare, agli studi sulla pace e i conflitti, all’analisi della violenza e alle proposte per la mediazione) ed una formidabile sintesi degli aspetti fondamentali del suo pensiero (operazione davvero meritoria, se solo si pensa che si tratta di un pensiero che, spaziando dalla logica all’epistemologia e dalle relazioni internazionali agli studi per la pace, si dipana in una produzione monumentale, fatta di oltre cento volumi e di oltre mille tra articoli, editoriali e saggi brevi). Il libro ha quindi il grande merito di compendiare e sintetizzare, in forma di dialogo e con un’articolazione efficacemente razionale, questo pensiero, e l’altrettanto grande utilità di porsi come manuale, una guida agile per ricapitolare idee, concetti e strumenti di base della mediazione dei conflitti.

E dunque: quali sono queste idee e queste proposte fondamentali? Nel dialogo, articolato in tre sezioni, ne vengono esposte venti, corrispondenti ai paragrafi che compongono i capitoli. Di questi venti concetti, per il modo come vengono affrontati dallo stesso Galtung e per il carattere di connettori che hanno nello svolgimento del dialogo, risaltano, senza dubbio, tre. Il primo è la «dimensione epistemologica» della ricerca-azione per la pace. Lo riferisce lo stesso autore: «l’episteme è la porta di ingresso per comprendere Galtung» (p. 32). Il nesso fondamentale sul quale si basa gran parte della riflessione e della pratica di Galtung, che, poco oltre, si definisce, al tempo stesso, «ricercatore per la pace» e «operatore di pace» (p. 42), è rappresentato dal carattere relazionale della dinamica del conflitto e della trasformazione e, quindi, dal rilievo delle relazioni umane e delle contraddizioni fondamentali sia nell’innesco dei conflitti, come incompatibilità tra bisogni, interessi e obiettivi delle parti, sia nella costruzione della pace, come contesto della cooperazione basata su equità ed empatia: «ciò che esiste sono tutte le relazioni, compresi i rapporti yin/yang al loro interno, tutti da esplorare, per comprendere la realtà» (p. 34). La dimensione epistemologica (nella quale forte si avverte l’influenza del pensiero orientale e, in particolare, del taoismo), risalta tanto nell’approccio «sia-sia», volto ad individuare i sanogeni e i patogeni in ogni aspetto della realtà e in ogni dimensione della relazione, quanto nella dinamica «positivo-negativo» che connota gli attributi della nonviolenza e della pace (p. 65). È qui il secondo concetto fondamentale della ricerca-azione di Galtung: «pace negativa e pace positiva», che l’autore, riprendendo Gandhi, efficacemente spiega nel suo dialogo: «la nonviolenza negativa era azione per ridurre la violenza con mezzi nonviolenti, … la nonviolenza positiva era azione per promuovere cooperazione e armonia attraverso mezzi pacifici» (p. 66).

Il che è anche presupposto del Metodo Transcend, l’orientamento alla definizione di una realtà nuova nella dinamica di relazione tra le parti, per consentire il superamento, o trascendimento, del conflitto, che è il grande apporto metodologico di Galtung alla «teoria-prassi per la risoluzione dei conflitti»: mappare il conflitto, individuare gli obiettivi legittimi, sulla base dei bisogni fondamentali e dei diritti umani, e costruire ponti tra le incompatibilità per giungere a soluzioni condivise di mutuo beneficio. Ci porta così al terzo punto-chiave: l’articolazione di un «pensiero pratico orientato alla azione». È una lezione importante di Galtung, «qualcosa che fosse teoreticamente semplice e che orientasse la pratica» (p. 78), come, appunto, la sua famosa formula della pace: 

(equità × empatia) ÷ (trauma × conflitto). 

Lo si diceva all’inizio: un libro prezioso, che ci consente di avviarci al galtunghismo e, prima ancora, di ampliare la nostra visuale e la nostra consapevolezza, in una prospettiva di abolizione della guerra e costruzione, sempre più, di pace con giustizia.