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martedì 7 giugno 2022

«Prevenire la violenza, costruire la pace»

Bärbel Miemietz, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons


Di grande interesse è stata la conferenza, nell’ambito dell’EireneFest, il primo Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, sul tema «Prevenire la violenza, costruire la pace», dedicata alla figura e all’opera di Alberto L’Abate (1931-2017), che si è tenuta presso lo spazio Bertha Kinsky (von Suttner) al Giardino del Verano, a Roma, domenica 5 giugno. Al tempo stesso, si può dire, un’occasione straordinaria, per condensare, in poco più di un’ora, il vasto patrimonio metodologico e intellettuale, di ricerca e di azione, nel contesto della ricerca e dell’iniziativa per la pace, legato all’insegnamento di Alberto L’Abate; ma anche un momento singolarmente emozionante, dove i/le partecipanti hanno avuto la possibilità, tra le altre cose, di ricordare il “proprio” Alberto L’Abate, attraverso il filtro della propria esperienza personale, delle occasioni personali di confronto e di condivisione, dei momenti condivisi nel contesto della ricerca scientifica ovvero dell’azione sul campo.

Una figura di intellettuale e attivista a tutto tondo

La figura di Alberto L’Abate, infatti, è irriducibile ad una definizione univoca o esaustiva: certamente, in senso generale, pioniere, in Italia, della moderna formulazione della «ricerca per la pace», cui ha offerto un contributo seminale e nel contesto della quale risulta una delle figure più importanti nel panorama italiano e a livello internazionale; e tuttavia, nello spirito della ricerca-azione di cui è stato maestro e ispiratore, al tempo stesso, attivista per il cambiamento sociale e per la costruzione della pace; ispiratore e fondatore di IPRI-CCP (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Corpi Civili di Pace); promotore del corso di laurea per “Operatori di pace, gestione e mediazione dei conflitti” dell’Università di Firenze, e docente di Sociologia dei conflitti e ricerca per la pace e di Metodi di analisi e ricerca per la pace con la Transcend University. L’incontro al Verano è stato quindi l’occasione anche per mettere a fuoco, come bene è stato evidenziato sin dal titolo della conferenza, i due momenti fondamentali dell’impegno di Alberto L’Abate e anche i due assilli costanti nella sua opera di ricerca-azione e di educazione-intervento. Da un lato, la costruzione della pace attraverso una costante opera di tessitura della relazione, di costruzione della comunicazione e del dialogo tra pari, di sostegno e di rafforzamento delle parti più deboli e più esposte per consentire loro di recuperare spazio e voce per affermare la propria dignità e lottare per i propri diritti. Dall’altro, la prevenzione della violenza, come momento decisivo di apertura di spazi in grado di contrastare la logica dello scontro e l’esercizio della violenza, attraverso la capacità di individuare gli eventi-sentinella, di segnalare tutte le possibili minacce di escalation, di allerta tempestiva per prevenire il rischio della precipitazione del conflitto. Infatti, seguendo le sue parole, «se un conflitto viene previsto in anticipo, e si interviene positivamente prima che questo esploda nella sua virulenza, le possibilità di una soluzione pacifica sono decisamente più grandi». Un criterio che ha sempre, nei diversi contesti, animato le più importanti sperimentazioni sul campo di cui Alberto L’Abate è stato protagonista, dalla campagna per i «Volontari di Pace in Medio Oriente» al progetto delle «Ambasciate di Pace a Prishtina», Kosovo, per lo sviluppo dei Corpi Civili di Pace e la Form/Azione alla Nonviolenza a Comiso.

Coinvolgere tutti e tutte per una Cultura della Pace

In tal senso, i vari interventi che si sono susseguiti (Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza e direttore dell’associazione editoriale Multimage; Giovanni Scotto, docente di Sviluppo economico, Cooperazione internazionale e Gestione dei conflitti presso l’Università degli Studi di Firenze; Gianmarco Pisa, operatore di pace, segretario di IPRI-CCP; Anna Luisa Leonardi, compagna di una vita di Alberto L’Abate e attivista per la pace e la nonviolenza, protagonista di decenni di lotte e di mobilitazioni) hanno messo in risalto vari aspetti del suo insegnamento, più vivo e attuale che mai, a partire dalla sua, costantemente viva e presente, tensione etica e dal suo, acceso e intensissimo, attivismo sociale. In Alberto L’Abate - come mostra anche la sua propensione a declinare la ricerca-azione nelle forme dell’educazione-intervento - ricerca scientifica, apporto metodologico (è stato infatti metodologo delle scienze sociali), intervento progettuale e attivismo sociale, costantemente presente nello spazio pubblico, erano e sono “una cosa sola”. Il coinvolgimento di tutti e tutte e la costruzione di spazi di partecipazione sempre più inclusivi e coinvolgenti costituiscono, infatti, altrettante stelle polari della sua iniziativa: «Tutti dovrebbero fare educazione alla pace, come genitori, come cittadini, come membri di un consesso sociale, come educatori, e in tutti gli ambiti: nella famiglia, nella scuola, nel vivere sociale. Il problema di fondo è la competenza professionale. Una buona educazione alla pace necessita di buoni professionisti, non si può improvvisare, ma il ridurre l’educazione alla pace ad alcuni esperti sarebbe tradire l’idea «tutti»; i genitori, gli educatori, i cittadini, dovrebbero, quindi, avere a disposizione le competenze, anche professionali, per l’educazione alla pace» (Quaderni del Ferrari, n. 9, a. 1998, p. 45).

Gli strumenti preziosi del «lavoro di pace»

È un po’ questa la base in virtù della quale educazione, formazione e intervento (si pensi al contributo decisivo da lui offerto nella puntualizzazione metodologica e nello sviluppo concettuale degli Interventi Civili di Pace e dei Corpi Civili di Pace), con l’adeguata preparazione degli attivisti e delle attiviste e con l’incisivo coinvolgimento delle realtà sociali di orientamento democratico, pacifista, nonviolento, si sono poi potute concretizzare in alcune esperienze fattive di estrema attualità e vitalità, a partire dalle sperimentazioni del Campo della Pace (realizzato nel 1990 a Baghdad, in Iraq) e, più ancora, delle Ambasciate di Pace a Prishtina, in Kosovo (realizzate, nello specifico, tra il 1995 e il 1999). Queste ultime, nelle parole stesse di Alberto L’Abate, agiscono «per riaprire la comunicazione tra serbi e albanesi della Serbia e del Kosovo, in particolare tra gruppi di base delle due parti; per appoggiare le poche organizzazioni del Kosovo non soggette alla pulizia etnica e perciò miste, da noi definite «focolai di pace» [...]; per far conoscere, con visite di studio, mozioni, mostre fotografiche, video, convegni, libri, articoli e conferenze, i problemi di quest’area al pubblico più vasto del nostro Paese ed alla nostra classe politica; per studiare a fondo, ascoltando le ragioni delle due parti, le possibili soluzioni nonviolente al conflitto, sia elaborate da noi stessi, sia da altre organizzazioni non-governative attive in questa area, e presentarle, in incontri appositi per la mediazione del conflitto cui erano presenti le due parti (Vienna, Austria e Ulcinj, Montenegro), al nostro Ministero e al Parlamento Europeo».

L’orizzonte della pace positiva, «pace con giustizia»

Si tratta cioè di andare, ancora con l’insegnamento di Alberto L’Abate, «oltre la pace negativa», per traguardare un orizzonte di pace positiva, pace come affermazione di relazioni e contenuti di inclusione e di giustizia, pace con diritti umani e giustizia sociale. Ancora nelle sue parole, in definitiva: «lo sviluppo dal basso di forme di diplomazia popolare (tra cui si inserisce, a buon diritto, l’esperienza delle Ambasciate di Pace) può aiutare la costruzione di una pace mondiale che non sia soltanto «assenza di guerra», ma trasformazione delle relazioni tra i popoli e che fondi la risoluzione delle controversie sulla prevenzione del conflitto armato nella ricerca di soluzioni giuste ma pacifiche, piuttosto che sugli equilibri e le alchimie politico-militari». È impossibile non registrare quanto questa lezione, e l’insegnamento complessivo, nei suoi scritti e nelle sue iniziative, di Alberto L’Abate, nel tempo del presente, continuino ad essere vivi ed attuali più che mai.

giovedì 6 giugno 2019

Il Kosovo, e un nuovo precipizio della violenza

Fitim Selimi [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Una giornata gravissima per il Kosovo, quella dello scorso 28 Maggio, quando una escalation di violenza e scene di vera e propria guerriglia hanno riportato la regione a un punto di tensione e di conflitto che non si vedeva dal luglio 2011, all’epoca della cosiddetta “crisi dei valichi”. E, per alcuni aspetti, le modalità dell’intervento e il carattere dell’escalation, nei due casi, sembrano mostrare talune similarità e analogie.

In quelle giornate estive, del luglio 2011, le unità speciali della polizia kosovara (ROSU) innescarono un blitz, all’epoca con un coinvolgimento degli elicotteri della missione NATO nella regione (KFOR), allo scopo di prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord, lungo la linea di amministrazione che delimita il Kosovo Settentrionale dalla Serbia Centrale. 

Come in altre circostanze, la reazione delle popolazioni serbe, che sono larghissima maggioranza nelle municipalità del Nord (Kosovska Mitrovica, Zvečan, Leposavić e Zubin Potok), si espresse con il “boicottaggio” e la “non collaborazione” e si manifestò con blocchi e barricate erette lungo le strade di collegamento. L’escalation precipitò nuovamente il Kosovo oltre la soglia del “conflitto congelato” e nuove tensioni e barricate fecero la loro comparsa sul ponte centrale di Mitrovica.

Lo spettro del “conflitto congelato” è stato evocato dallo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, ma prima, non dopo, l’ultima escalation di tensione che ha nuovamente interessato il Kosovo: un particolare, questo, fatto acutamente notare, per i contenuti di quelle affermazioni e la strettissima successione degli eventi, da diversi osservatori internazionali. 

In una sessione speciale del parlamento serbo, a Belgrado, che si è svolta appena lunedì scorso, il 27 Maggio, il giorno prima della nuova escalation, Vučić aveva dichiarato, in un lungo e impegnativo discorso, trasmesso in diretta dalla televisione serba e che non aveva mancato (e continua a non mancare) di suscitare commenti e reazioni, che la situazione del Kosovo deve essere risolta con il negoziato e il compromesso. 

Ed ancora: che non vi è alternativa tra una situazione nuova frutto di un accordo tra Belgrado e Prishtina e la prospettiva inquietante di mantenere la regione nella situazione di un conflitto congelato, puntualmente sensibile a nuove escalation e a nuovi precipizi, e che l’opinione pubblica serba deve abituarsi a pensare che il Kosovo non è più sotto il controllo serbo, a parte per le funzioni amministrative che lo stato serbo continua ad esercitare nei comuni e nelle enclavi serbe (la sanità e la scuola, essenzialmente) e quindi, di conseguenza, senza una soluzione capace di superare lo status quo, la reazione, da parte della leadership nazionalista della maggioranza albanese, sarà quella di colpire i serbi.

Appena un giorno e una nuova violenza agita il Kosovo. Il 28 Maggio una “operazione anti-crimine” dà corpo ad un vero e proprio raid nelle municipalità del Nord, in particolare nel comune di Zubin Potok, quando, alle prime luci dell’alba, il raid sconvolge la regione del Nord, gli scontri degenerano in un vero e proprio conflitto a fuoco, numerose persone (19 persone, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia kosovara, 23 persone, secondo le dichiarazioni ufficiali serbe) vengono arrestate: undici serbi, quattro albanesi e quattro bosniaci. Si susseguono scontri a fuoco e cinque poliziotti kosovari e sei civili serbi vengono feriti. 

Le barricate e i blocchi eretti in auto-difesa dai residenti serbi vengono distrutti e smantellati dalle forze speciali kosovare; la tensione cresce e il Kosovo ripiomba nuovamente tra le pagine peggiori della sua storia recente. Alle agenzie internazionali, ripetendo in qualche modo il copione del 2011, le forze della NATO in Kosovo (KFOR) non trovano di meglio che dichiarare che si è trattato «solo» di una «operazione di polizia», conseguenza di una serie di «mandati di arresto» per una «indagine sulla corruzione».

La presenza delle forze speciali della ROSU nel Kosovo Settentrionale a maggioranza serba resta una questione spinosa e controversa. L’Accordo di Principio, l’unico testo di portata complessiva scaturito dal dialogo diplomatico tra le due capitali, il 19 Aprile 2013, prevede, salvaguardando l’unitarietà del Kosovo e la volontà della Serbia di non riconoscerlo, una ampia autonomia dei Serbi del Kosovo e la costituzione di una Comunità dei Comuni Serbi, per un totale di dieci comuni, tra cui i quattro del Nord, K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok. 

Gravissimo anche il fatto che, negli ultimi scontri, due funzionari della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) siano stati arrestati e, tra questi, un diplomatico russo. Il Kosovo è uno stato «di fatto», ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale; sono circa ottanta i Paesi che non lo riconoscono e, tra questi, cinque membri UE (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

Tutto ciò succedeva il 28 Maggio, 2019. Avremmo preferito ricordare questa giornata come la vigilia del 29 Maggio, 2019: la giornata mondiale dei peacekeeper delle Nazioni Unite, istituita, appunto, per richiamare tutti gli stati e le persone all’importanza del ruolo delle Nazioni Unite, nel contesto della difesa della sicurezza internazionale e del diritto internazionale, ai fini del mantenimento della pace, e per sollecitare impegni concreti, nel senso della prevenzione delle cause della violenza e della estinzione dei bacini della violenza, per risolvere i conflitti in maniera costruttiva e generare nuovi spazi per la pace e la pace positiva. 

Istituita con la Risoluzione 57/129 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003, essa richiama l’importanza del peacekeeping come strumento – chiave per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale e rende omaggio alla memoria di quanti sono caduti per la causa della pace. Riflettendo sulle ambasciate di pace, uno degli strumenti dei corpi civili di pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione della pace positiva, in un testo dei Berretti Bianchi (1994), si legge: «L’ambasciata di pace è uno strumento della diplomazia dei popoli. […] 

«In quanto diplomazia dei popoli, l’ambasciata di pace deve essere autonoma da tutti i governi. L’ambasciata di pace è uno strumento della società civile e delle popolazioni e da queste sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. […] I suoi compiti sono: aprire e consolidare le comunicazioni tra i popoli; […] aiutare le popolazioni che, in seguito a guerre, esodo forzato, embargo, epidemie o disastri ambientali, si trovano in stato di bisogno; […] essere uno strumento di supporto logistico ed organizzativo per tutte le ONG che intendano contribuire alla pace».

È forse il caso di concludere ricordando le parole di uno tra i maestri italiani della peace-research che più si sono impegnati ai fini della prevenzione della violenza e del superamento del conflitto in Kosovo. Alberto l’Abate, nel suo studio dedicato a «Il contributo di Johan Galtung alla teoria e alla pratica della pace e della nonviolenza», in “Inchiesta” (24 novembre 2013), ricordava quanto fosse importante la «sottolineatura di Galtung dei tre principali compiti dei professionisti di pace che lui si augura … si diffondano in tutto il mondo: 

1) la riconciliazione, e cioè il curare gli effetti della violenza passata; 

2) la costruzione della pace, e cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura; 

3) la trasformazione del conflitto, e cioè la ricerca di metodi per mitigarli (ad esempio passando da una lotta armata ad una lotta di tipo nonviolento), oppure nell’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio (attraverso la mediazione). […]

«In questo campo, il suo «triangolo del conflitto» è formato, da un lato, dagli atteggiamenti (odio, rancore, diffidenza etc., che possono essere superati attraverso l’apprendimento dell’empatia); in un altro angolo, dal comportamento (che può passare, anche grazie ad un buon lavoro dell’operatore di pace, da violento a nonviolento); e, infine, dalle contraddizioni, e cioè dagli obiettivi contrapposti dei due contendenti, che possono tuttavia essere superati grazie alla creatività e alla ricerca di obiettivi di mutuo beneficio».

A margine degli eventi drammatici di questo 28 Maggio, in Kosovo, il capo della missione UNMIK, Zahir Tanin, non ha mancato di fare sentire la propria voce, richiamando tutti al rasserenamento della situazione e alla de-escalazione del conflitto. Non bastano tuttavia gli appelli e le dichiarazioni, se il compito è, come a questo punto appare, quello di prevenire ogni ulteriore possibile escalation e di avviarsi con decisione, a differenza di quanto è stato sin qui fatto, verso la definizione di un percorso diplomatico autentico e la costruzione di solide condizioni per la «pace con giustizia» (pace positiva). 

Richiamando quanto scritto, recentemente, da Rocco Altieri, infatti, nella sua interezza «il Movimento per la Pace ha oggi di fronte a sé il compito di acquisire, così come aveva auspicato nel 1992 l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, capacità funzionali alternative agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione delle crisi internazionali e della costruzione della pace, prevedendo un’azione di confidence building (un’opera cioè di “diplomazia preventiva”), un’azione di peace-making, peace-keeping e peace-building post-conflitto. Si affacciava per la prima volta, nelle più alte organizzazioni internazionali, l’ipotesi di un’azione civile di prevenzione e interposizione non armata nei conflitti, da affidare a corpi non militari, corpi civili di pace».

In Kosovo la tensione resta alta, in un epicentro del conflitto nel cuore dell’Europa, proiettato sullo scenario complesso e turbolento del Mediterraneo. Oggi giunge la notizia del rilascio, da parte delle autorità kosovare, dei civili serbi arrestati. Non deve, tuttavia, venire meno l’attenzione e l’impegno, perché si cominci a esplorare, finalmente, una strada nuova, di distensione, e, in definitiva, di pace e di giustizia.

giovedì 7 marzo 2019

"Paesaggi Kosovari 1998-2018" a Napoli: 16 Marzo, Libreria Tamu

multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018


Il volume "Paesaggi Kosovari 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace" (Multimage, Firenze, 2018) nasce dalla ricerca-azione per Corpi Civili di Pace, nei Balcani, in particolare in Kosovo, e sviluppa un itinerario di carattere sociale e culturale, quest'anno 2019 ricorrendo i venti anni della Guerra del Kosovo. 

La Guerra del Kosovo ha rappresentato un vero e proprio spartiacque: concretizza per la prima volta, nella sua formulazione contemporanea, il paradigma della "guerra umanitaria" ed inaugura una nuova modalità di concezione della guerra stessa, in cui la caratterizzazione etno-politica può intervenire a giustificare, strumentalizzando la dinamica etnica e manipolando le narrazioni culturali, interventi militari o vere e proprie aggressioni. 

L'azione degli operatori e operatrici civili di pace punta ad un lavoro di tessitura e di ricomposizione dei rapporti sociali: sviluppa, in sinergia con gli operatori e le operatrici locali, una modalità di intervento "sul" e "nel" conflitto, abitando lo scenario del conflitto dalla parte delle vittime delle violenze e delle violazioni e attraversando la dinamica di conflitto con un approccio orientato al superamento delle conseguenze della violenza e alla trasformazione dello scenario, all'insegna, al contempo, della pace e della giustizia. 

E' anche una azione di ricomposizione e di comunicazione: di messa in condivisione, di costruzione di ponti, di lettura e di interpretazione del conflitto e del contesto. Per quello parliamo spesso di ricerca-azione: una metodologia che ci riporta alla lezione di un maestro degli studi per la pace, Alberto l'Abate, che abbiamo fatto nostra, come operatori e operatrici di pace, che ci mantiene in costante ascolto, del conflitto e delle sue "griglie di lettura" e del contesto con le sue contraddizioni e le sue ambivalenze. 

Negli scenari del conflitto, le risorse sociali e i patrimoni culturali possono assumere una importanza estremamente significativa. Precipitati nella spirale della violenza, quando vengono fatti oggetto di distruzione e di vandalizzazione, perché identificati come segni culturali o matrici identitarie del "nemico", essi possono tuttavia veicolare una memoria collettiva e rappresentare un determinato complesso di eventi e di relazioni, o trasferire un patrimonio di senso attraverso le epoche. 

Se da una parte i Balcani sono da sempre luogo di conflitti e di attraversamenti, essi sono anche, d'altra parte, lo scenario in cui sono state sperimentate, storicamente, esperienze politiche e culturali di grandissima rilevanza, nel senso della pace e della giustizia, ma anche ed in particolare nel senso dell'inclusione e dell'incontro tra i popoli e le culture. Nel senso della convivenza. Il contesto multi-culturale della ex Jugoslavia: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti .... 

Il volume, con la ricerca-azione che lo sostanzia, rappresenta anche una riflessione sui patrimoni culturali, sia materiali sia intangibili, in termini di sedimenti di memoria e di valore culturale universale al di là e oltre le divisioni socio-culturali e le barriere etniche. Il nesso tra pace e giustizia, migrazioni e inclusione diventa allora significativamente evidente: nell'incontro con l'altro maturano le condizioni dello sviluppo dei rapporti sociali e l'impegno per l'inclusione e per l'accoglienza. 

L'evento presso la Libreria Tamu, a Napoli, in calendario sabato 16 Marzo, diventa così l'occasione per riflettere e per confrontarci su questi ed altri contenuti. Una riflessione corale con cui provare a mettere a fuoco il tema della memoria per superare i "recinti" delle appartenenze escludenti e delineare una prospettiva di convivenza, di condivisione e di pace. 

mercoledì 26 settembre 2018

«Alla scoperta di Galtung»


È un’iniziativa importante, quella realizzata dal Centro Gandhi di Pisa, con la pubblicazione, nel dicembre 2017, del volume di Johan Galtung, a partire da un dialogo con Erika Degortes, dal titolo «Alla scoperta di Galtung. J. Galtung illustra i fondamenti della sua opera di mediatore dei conflitti in un dialogo con E. Degortes», volume, peraltro, arricchito da una bella presentazione a cura di Rocco Altieri e, tra gli ulteriori contributi, da due appendici, la prima con la ripubblicazione dell’articolo di Galtung del 26 maggio 2014 sugli “Studi per la Pace: dieci punti fondamentali”, e la seconda con un’intensa “Conversazione con Antonino Drago in otto domande”. Si diceva dell’importanza e del merito di questa pubblicazione; ma si potrebbe dire ancora di più e meglio: si tratta di un volume di una forza indiscutibile, oltre che di una utilità spiccata.

Anzitutto, anche grazie ai contenuti di queste presentazioni e di queste appendici, vi è una partecipazione attiva ed una ricapitolazione interessante delle idee e del lavoro di alcuni tra i grandi maestri della ricerca per la pace in Italia, non solo, come detto più sopra, Rocco Altieri e Tonino Drago, ma anche Nanni Salio e Alberto L’Abate, ai quali, scomparsi rispettivamente nel febbraio 2016 e nell’ottobre 2017, è dedicato un bel contributo, anche questo redatto da Rocco Altieri, “In memoria di Nanni Salio e Alberto L’Abate”. E poi, tratto decisivo della pubblicazione, vi si svolgono, attraverso il dialogo con Erika Degortes, una poderosa ricapitolazione dell’intero approccio galtunghiano alla ricerca-azione per la pace (e, in particolare, agli studi sulla pace e i conflitti, all’analisi della violenza e alle proposte per la mediazione) ed una formidabile sintesi degli aspetti fondamentali del suo pensiero (operazione davvero meritoria, se solo si pensa che si tratta di un pensiero che, spaziando dalla logica all’epistemologia e dalle relazioni internazionali agli studi per la pace, si dipana in una produzione monumentale, fatta di oltre cento volumi e di oltre mille tra articoli, editoriali e saggi brevi). Il libro ha quindi il grande merito di compendiare e sintetizzare, in forma di dialogo e con un’articolazione efficacemente razionale, questo pensiero, e l’altrettanto grande utilità di porsi come manuale, una guida agile per ricapitolare idee, concetti e strumenti di base della mediazione dei conflitti.

E dunque: quali sono queste idee e queste proposte fondamentali? Nel dialogo, articolato in tre sezioni, ne vengono esposte venti, corrispondenti ai paragrafi che compongono i capitoli. Di questi venti concetti, per il modo come vengono affrontati dallo stesso Galtung e per il carattere di connettori che hanno nello svolgimento del dialogo, risaltano, senza dubbio, tre. Il primo è la «dimensione epistemologica» della ricerca-azione per la pace. Lo riferisce lo stesso autore: «l’episteme è la porta di ingresso per comprendere Galtung» (p. 32). Il nesso fondamentale sul quale si basa gran parte della riflessione e della pratica di Galtung, che, poco oltre, si definisce, al tempo stesso, «ricercatore per la pace» e «operatore di pace» (p. 42), è rappresentato dal carattere relazionale della dinamica del conflitto e della trasformazione e, quindi, dal rilievo delle relazioni umane e delle contraddizioni fondamentali sia nell’innesco dei conflitti, come incompatibilità tra bisogni, interessi e obiettivi delle parti, sia nella costruzione della pace, come contesto della cooperazione basata su equità ed empatia: «ciò che esiste sono tutte le relazioni, compresi i rapporti yin/yang al loro interno, tutti da esplorare, per comprendere la realtà» (p. 34). La dimensione epistemologica (nella quale forte si avverte l’influenza del pensiero orientale e, in particolare, del taoismo), risalta tanto nell’approccio «sia-sia», volto ad individuare i sanogeni e i patogeni in ogni aspetto della realtà e in ogni dimensione della relazione, quanto nella dinamica «positivo-negativo» che connota gli attributi della nonviolenza e della pace (p. 65). È qui il secondo concetto fondamentale della ricerca-azione di Galtung: «pace negativa e pace positiva», che l’autore, riprendendo Gandhi, efficacemente spiega nel suo dialogo: «la nonviolenza negativa era azione per ridurre la violenza con mezzi nonviolenti, … la nonviolenza positiva era azione per promuovere cooperazione e armonia attraverso mezzi pacifici» (p. 66).

Il che è anche presupposto del Metodo Transcend, l’orientamento alla definizione di una realtà nuova nella dinamica di relazione tra le parti, per consentire il superamento, o trascendimento, del conflitto, che è il grande apporto metodologico di Galtung alla «teoria-prassi per la risoluzione dei conflitti»: mappare il conflitto, individuare gli obiettivi legittimi, sulla base dei bisogni fondamentali e dei diritti umani, e costruire ponti tra le incompatibilità per giungere a soluzioni condivise di mutuo beneficio. Ci porta così al terzo punto-chiave: l’articolazione di un «pensiero pratico orientato alla azione». È una lezione importante di Galtung, «qualcosa che fosse teoreticamente semplice e che orientasse la pratica» (p. 78), come, appunto, la sua famosa formula della pace: 

(equità × empatia) ÷ (trauma × conflitto). 

Lo si diceva all’inizio: un libro prezioso, che ci consente di avviarci al galtunghismo e, prima ancora, di ampliare la nostra visuale e la nostra consapevolezza, in una prospettiva di abolizione della guerra e costruzione, sempre più, di pace con giustizia.

lunedì 13 novembre 2017

Una lettura della Rivoluzione Disarmista di Carlo Cassola

L’ormai “storico” volumetto, pamphlet, di Carlo Cassola, La Rivoluzione Disarmista, pubblicato a Milano nel 1983, continua, nonostante i quasi trentacinque anni di distanza dalla pubblicazione, a parlarci di una vicenda attuale e a chiamarci ad un impegno, una responsabilità, davvero pressante. È forse questo tempo di “ricomparsa guerra permanente” e “rinnovata minaccia nucleare” a consegnarci una attualità imprevista della riflessione di Cassola; fatto sta che, dalla speranza nei presunti «dividendi della pace», all’indomani della fine della Guerra Fredda, della contrapposizione bipolare e della deterrenza nucleare, siamo ripiombati oggi in una stagione nella quale il nucleare continua a segnare il nostro tempo, la minaccia e la deterrenza nucleare tornano purtroppo di attualità, lo spettro della guerra resta aggressivo e minaccioso come in tanti altri momenti nel Novecento.

E così ridiventa utile leggere questo contributo di Cassola che, situandosi a metà strada, per l’andamento della sua stesura ed il carattere della sua argomentazione, tra il diario delle riflessioni personali e il saggio della ricerca analitica, assume davvero l’aspetto e il tono di un volumetto politico, insieme dotato di vigore letterario e di spessore polemico. Vale appena la pena di ricordare, detto in premessa, che, nel momento in cui ci riferiamo all’autore, stiamo parlando di uno dei più noti scrittori del Novecento Letterario italiano, autore di racconti e romanzi del calibro di “Fausto e Anna”, “I vecchi compagni” e soprattutto l’opera sua più famosa, “La ragazza di Bube”, che gli valse il Premio Strega nel 1960. Un autore sempre contraddistinto dallo sguardo penetrante e attento alle pieghe del vivere e alle sfumature dell’esistenza e dalla prosa piana e lineare, forse perfino semplice, lontana dall’avanguardia. Della sua letteratura, Salvatore Guglielmino, ad esempio, ha detto che «mira a cogliere, in una vicenda o in un gesto, il suo aspetto più autentico, l’elemento sia pur modesto e quotidiano che ci svela il senso di un’esistenza, il tono di un sentimento». 

Sincero democratico (partigiano nelle brigate garibaldine, iscritto al Partito d’Azione, consigliere socialista) ed autentico antimilitarista (fondatore della «lega per il disarmo», promotore di un celebre «appello degli uomini di cultura per il disarmo unilaterale dell’Italia», ispiratore di una vera e propria «rivoluzione disarmista»), è proprio all’idea (all’utopia?) di una «rivoluzione disarmista» che Cassola dedica il suo pamphlet. Il tema cruciale è quello della “rivoluzione” che occupa, infatti, un posto di primo piano nell’articolazione del volume, al punto che il capitolo introduttivo si intitola, ambiziosamente, “La Rivoluzione che non c’è stata”: «I due flagelli biblici della peste e della fame sono stai domati in epoca moderna (quello della fame, solo in Europa): con sollievo generale. Il flagello biblico della guerra continua ad esistere, con sopportazione generale. È ad esso che si devono i milioni di morti di fame ogni anno in quattro continenti. È ad esso che si dovrà, a brevissima scadenza, la fine del mondo, cioè il più gran crimine che l’uomo possa commettere ai danni di sé stesso» (p. 7). È forse appena il caso di osservare, con Cassola, che questa “rivoluzione”, prima ancora che “disarmista”, è senza dubbio “umanista”, almeno nel senso del carattere fondativo, quasi neo-illuminista, che la ragione umana deve avere nel suo sviluppo: «fuor di metafora dirò che l’intelligenza è progressista, anzi, rivoluzionaria; il pregiudizio è, per contro, conservatore e reazionario» (p. 9). Un bel messaggio, pertinente e sfidante, anche alla luce dei tempi che corrono: «il nuovo è la rivoluzione. Ed è facile capire perché: l’intelligenza non fa mai le cose a mezzo» (p. 13). 

Proprio per questo, la rivoluzione auspicata da Cassola non può che essere, al tempo stesso, e qui si giunge al nucleo della sua riflessione, “disarmista” ed “antimilitarista”, in senso complessivo: vale a dire, non solo nell’accezione negativa del superamento del complesso militare e delle articolazioni (e condizionamenti) di potere che ne derivano, ma anche nell’accezione positiva della trasformazione del modello di sviluppo in un senso che metta fuori gioco il primato o la centralità dello stesso complesso militare. Cassola non ha dubbi nell’individuare il principale problema del giorno d’oggi: «evitare ad ogni costo una terza guerra mondiale, che significherebbe la fine della vita sul pianeta terra» (p. 57). E si mostra lucidissimo anche nell’indicare la forma di questo problema: «non si risolve la questione sociale se non si elimina il peggiore ostacolo alla sua soluzione, vale a dire il militarismo» (p. 122). In questo modo, individua con precisione la connessione tra modello di sviluppo (capitalista) e logica della guerra (militarista) ed indica la direzione di marcia di una lotta conseguente contro la guerra e per la pace, vale a dire, al tempo stesso, contro il capitalismo e il militarismo e contro il primato del militare e la logica della sopraffazione nelle relazioni tra i popoli. 

Nell'immagine, il poster di una delle più recenti iniziative di presentazione del volume, uno degli ultimi interventi pubblici di Alberto L'Abate (1931 - 2017), per gli ulteriori approfondimenti dei cui contenuti si rimanda all'articolo su Odissea nonché al reportage a cura di Salvatore de Napoli per RTA live.