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venerdì 18 marzo 2022

Sulle stucchevoli polemiche contro le forze della pace

Silar, CC BY-SA 4.0, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93671816



Uno degli aspetti su cui più si sta dibattendo, ma su cui manca ancora una riflessione più approfondita e meno reattiva, è senza dubbio la polemica in corso, alimentata soprattutto dalla grande stampa e da alcuni opinionisti, che ha preso di mira i pacifisti e le pacifiste, le organizzazioni impegnate nella lotta, per dirla nei suoi termini più generali, «contro la guerra e per la pace», in definitiva, il movimento pacifista nel suo complesso.

Una polemica stucchevole, nel senso proprio del termine, per cui da una parte suscita noia, dall’altra allestisce uno spettacolo francamente sgradevole. Se non la si razionalizzasse nei termini della “polarizzazione”, della dinamica classica “amico-nemico” e della logica di schieramento che (inevitabilmente?) la guerra porta con sé, finirebbe per risultare a dir poco sorprendente. Ma come – verrebbe da dire – proprio nel momento in cui la guerra è in corso, quando tutti esprimono sconcerto di fronte alla guerra e tutti levano la voce per dire basta con le ostilità, si colpiscono proprio quelli e quelle, operatori e attivisti, operatrici e attiviste, che da sempre si battono contro la guerra, si impegnano in campagne contro la guerra e per la pace, si attivano in ricerche e iniziative, sperimentazioni e progetti a salvaguardia della pace e a difesa dei diritti umani per tutti e per tutte?

Eppure, è proprio quello che sta succedendo, e sembra evidente che tale meccanismo possa rientrare a pieno titolo nel clima di propaganda di guerra che anche in questo caso la guerra (inevitabilmente?) porta con sé. Alcuni aspetti di questo dibattito non sembrano meritare più di tanto tempo e inchiostro: bollare i grandi eventi della storia come frutto di follie deliranti o pulsioni individuali significa in sostanza non riuscire a ricostruirne la storia e il contesto; immaginare che la ragione e il torto si dividano radicalmente, tutta la ragione solo da una parte (dal punto di vista prevalente in Occidente, la parte degli Stati Uniti, della NATO e del governo ucraino) e tutto il torto solo dall’altra (secondo lo stesso punto di vista, la Russia, e, con accenti e sfumature diverse, la Cina); ritagliare su misura del “dittatore” di turno (oggi Putin, ieri Assad, ieri l’altro Milošević) una perfetta «immagine di nemico» può soddisfare le ragioni della schematizzazione, della banalizzazione o della propaganda di guerra, certo non soddisfa quelle dell’analisi e della comprensione degli eventi e degli scenari.

Altri aspetti di questo dibattito, meno condizionati dalle contrapposte propagande, meritano invece alcuni rilievi. A partire dalla questione dell’ambiguità di una parola d’ordine che pure si sente risuonare: l’ormai noto né-né, come ieri né con la NATO né con Milošević, così oggi né con la NATO né con la Russia. Il né-né, purtroppo, non funziona: è una facile soluzione che, proprio per la sua comodità, non aiuta ad approfondire la questione e non sollecita un’iniziativa politica che sia, al tempo stesso, rigorosa ed incisiva. Anche perché, nello specifico del conflitto che oppone la NATO e la Russia in Ucraina, rischia di tramutarsi in banalità: ovviamente non si può essere, dal punto di vista di chi sostiene le ragioni della pace con giustizia sociale, dalla parte della NATO, con tutto il suo portato di espansionismo e di militarismo; così come, per le stesse ragioni, non si può essere dalla parte del governo russo, di quell’establishment che esprime, sul piano politico e istituzionale, le ragioni del capitalismo nazionale e delle oligarchie politico-economiche dello sterminato Paese euro-asiatico.

Tanto è vero che una recente presa di posizione del Partito Comunista della Federazione Russa ha chiaramente messo in evidenza che «il PC è guidato dalle idee di storica amicizia e fratellanza dei nostri popoli, ha esposto l’essenza fascista dell’ideologia banderista, e ha dimostrato la natura antidemocratica del regime di Kiev. Abbiamo difeso il diritto del popolo del Donbass alla vita e alla dignità, alla lingua russa e alla sua cultura, e al riconoscimento della sua giovane statualità. [...] Il Partito ha inviato 93 convogli di aiuti umanitari nel Donbass» e ha espresso l’auspicio che «in queste condizioni di crescenti minacce esterne la leadership della Federazione Russa prenda la strada della “sicurezza nazionale omnicomprensiva”. Nella nostra convinzione, essa può essere garantita solo da un cambiamento radicale del corso socio-economico». L’idea è di superare il nazionalismo, lo sciovinismo e il militarismo a partire dal superamento del modello economico basato sulla esasperazione della competizione, sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’accumulazione dei profitti che sono tra le più potenti spinte alla guerra. Del resto è noto, alle forze di progresso, l’antico monito di Jean Jaurès, cui si deve la celebre affermazione per cui «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la tempesta»

Superare la logica del né-né significa sforzarsi di comprendere l’articolazione e la dinamica delle ragioni e delle responsabilità. Il contesto del conflitto attuale non è definito dagli ultimi mesi, ma semmai dagli ultimi anni, a meno di fingere che il golpe di Maidan non vi sia stato, che il collaborazionista nazista Stepan Bandera non sia oggi eroe nazionale in Ucraina, che l’adesione alla NATO non sia oggi addirittura principio costituzionale del Paese. La stessa guerra in Donbass, a partire dal 2014, è praticamente “scomparsa dai radar” di certa stampa. Come giustamente è stato detto, se, dal punto di vista militare, la responsabilità della campagna in corso è della Russia, dal punto di vista politico e strategico, le responsabilità di USA, UE e NATO, spintasi fin sotto i confini della Russia e ben dentro il territorio di quella che era l’Unione Sovietica, difficilmente, ad uno sguardo lucido, possono essere sottaciute o diminuite. 
 
Per quello che riguarda questa parte del mondo, sarebbe bene soffermarsi sull’irrazionalità di una posizione che pretende di costruire la pace inviando armi e alimentando guerra (qualcuno ricorderà gli ossimori, dalla «esportazione della democrazia» alla «guerra umanitaria», tutti di conio occidentale, peraltro), e concentrarsi piuttosto sul «preparare la pace attraverso la pace», sostenendo gli sforzi diplomatici per una soluzione politica, positiva e di mutuo beneficio. Per quanto riguarda i pacifisti, poi, dopo tutte queste polemiche, al netto di ogni altra considerazione, un elemento sembra essere finalmente acquisito: ben difficilmente, alla vigilia del prossimo conflitto, si potrà ancora dubitare della loro presenza. 
 

venerdì 28 maggio 2021

Le scuse per la guerra alla Jugoslavia

 
Monumento in Memoria delle vittime delle guerre 1991-1999, Kraljevo. Foto di G. Pisa


Alla fine, si è tramutato in un evento “storico” il vertice dello scorso 18 maggio tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e il suo omologo ceco, Miloš Zeman, a Praga. Il primo a dare notizia dell’evento è stato il portavoce del presidente ceco, Jiří Ovčáček, quando ha confermato che «il presidente Miloš Zeman ha presentato pubbliche scuse al presidente Aleksandar Vučić per i bombardamenti [NATO] della Jugoslavia nel 1999» e «ha chiesto perdono al popolo serbo». Miloš Zeman, si ricorderà, era primo ministro in Repubblica Ceca nel 1999, quando il Paese entrò nella NATO e quando fu scatenata l’aggressione alla Jugoslavia.

Successivamente, è stato lo stesso Zeman a dichiarare che «stavamo disperatamente cercando almeno un altro Paese [della NATO] che si unisse a noi e si opponesse [alla guerra contro la Jugoslavia]. Siamo rimasti soli». Ma ha anche dichiarato che il suo governo avrebbe dovuto esercitare maggiore risolutezza nel chiedere, nel più breve tempo possibile, la fine dei bombardamenti. La Repubblica Ceca entrò a far parte della NATO, con Ungheria e Polonia, proprio nel fatidico 1999, anno in cui, tra l’altro, la guerra alla Jugoslavia mise al banco di prova il nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica. Come ricordò Živadin Jovanović, già Ministro degli Esteri della Jugoslavia, oggi presidente del Forum di Belgrado per un mondo di eguali, «l’aggressione della NATO segna un cambiamento strategico nell’essenza dell’Alleanza: essa ... ha introdotto una politica offensiva aggressiva, autorizzandosi a intervenire in ogni momento in ogni punto del globo» e, in particolare, un segnale nei confronti dei Paesi desiderosi di promuovere e sviluppare una politica estera indipendente.

In una intervista, pubblicata il 25 maggio, per il portale ceco Parlamentary Paper, Vučić ha confermato che Zeman è stato il primo presidente, primo dirigente politico di primo piano in carica, ad esporsi in una tale presa di posizione: pubbliche scuse per la brutale e illegale aggressione alla Jugoslavia. La Serbia «è stata attaccata da 19 Paesi stranieri, che continueranno a ripetere che hanno dato corso all’attacco a causa di una catastrofe umanitaria». «Allora bisognerebbe chiedere se l’uccisione di migliaia di persone, e in particolare di 72 bambini serbi, sia stata solo un danno collaterale». Ha ricordato che Madeleine Albright, segretaria di Stato in carica al tempo dell’aggressione alla Jugoslavia, quando le è stato chiesto della guerra NATO, ha risposto che doveva essere fatta per salvare vite umane. «Trovano sempre motivi per giustificarsi, ma si tratta chiaramente di un approccio unilaterale. Unilaterale e non corrispondente al vero». Tra i 19 Paesi partecipanti all’aggressione, anche l’Italia, in violazione dell’art. 11 della Costituzione, in base al quale «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Se le scuse per la guerra alla Jugoslavia di un capo di Stato risultano dunque un fatto inedito e, a suo modo, storico, non vi è dubbio che la guerra NATO alla Jugoslavia, oltre che una grave violazione internazionale, ha rappresentato anche una catastrofe di dimensioni impressionanti. Secondo il Rapporto sull’Impatto ambientale della guerra in Jugoslavia sull'Europa del sud-est, pubblicato dalla Commissione Ambiente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (2001), «i 1200 aerei militari della NATO hanno svolto oltre 34.000 missioni, compiendo circa 2.300 attacchi. La quantità totale di ordigni utilizzati dalla NATO è stimata tra le 22.000 e le 79.000 tonnellate. Ben 78 siti industriali e 42 impianti energetici sono stati distrutti o danneggiati. I bombardamenti hanno sottoposto gli ecosistemi, le acque superficiali, le falde acquifere, il suolo e l’aria nei Balcani a una contaminazione senza precedenti con la presenza di oltre cento sostanze tossiche. L’impatto ambientale della crisi del Kosovo sui Balcani si può suddividere in: a) danni diretti e indiretti causati dagli ordigni NATO; b) effetti della distruzione di infrastrutture e impianti industriali; c) danni al patrimonio naturale; d) conseguenze dello sfollamento della popolazione». Inoltre, «gli aerei militari della NATO hanno volato per un totale di circa 150.000 ore nello spazio aereo della Jugoslavia e nelle regioni limitrofe.

«Tale concentrazione di aerei da guerra su un’area relativamente piccola ha provocato alti livelli di contaminanti nell’aria e nelle precipitazioni. [...] Inoltre, a seguito della distruzione e degli incendi negli impianti industriali, si è verificata una grave contaminazione di aria, acqua e suolo con sostanze pericolose, tra cui diossine e composti tossici. [...] Inoltre, è stato confermato l’impiego di ordigni contenenti uranio impoverito (U238), utilizzato soprattutto, a causa della sua alta densità, nei proiettili perforanti, in particolare nei proiettili anticarro sparati dai jet d'assalto A-10 Thunderbolt. In base a informazioni ufficiali, sono state utilizzate circa 31.000 testate, con un carico totale di 10 tonnellate di uranio impoverito. [...] Oltre agli effetti radioattivi, l'uranio è un elemento altamente tossico e un potente cancerogeno e mutageno. Le particelle di ossido di uranio, che si formano dopo l’esplosione, vengono disperse dai venti e si depositano sul suolo e sulla vegetazione. [...] Concentrazioni di uranio possono causare danni irreversibili alla salute delle persone delle aree colpite»: migliaia i civili esposti alle contaminazioni, mentre solo «in Italia il numero dei militari ammalatisi di cancro ammonta a 7.600, di cui 400 sono deceduti. Si tratta di malattie provocate dall’uso di uranio impoverito».

Come scrisse Stefano Rodotà, «il potere di delineare l’assetto della comunità internazionale è sfuggito ai luoghi della democrazia e si è concentrato in quelli della forza». Il comune impegno contro la guerra e per la pace è anche la comune responsabilità di difendere gli spazi della democrazia e della giustizia, in definitiva, della vita. 
 

mercoledì 10 aprile 2019

«Uscire dal sistema di guerra, ora»

pressenza.com/it/2018/09/palermo-convegno-mediterraneo-nonviolenza-pace

Nell’ambito della due giorni di assemblea, la nostra associazione, IPRI - CCP (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Corpi Civili di Pace) ha avuto modo di partecipare ai lavori della Conferenza Internazionale in occasione dei 70 anni della NATO, dal titolo: «I 70 anni della NATO: quale bilancio storico? Uscire dal sistema di guerra, ora», che si teneva, negli stessi giorni, nella città di Firenze. 

Come è stato riportato sul sito della associazione, a proposito della NATO, quest’ultima rappresenta «la longa manus di chi ha interessi nella produzione di armi di ogni tipo, cioè il complesso militare-industriale e politico, oggi anche finanziario, termine, talvolta, usato in senso più ampio per includere l’intera rete di contratti e flussi di denaro e risorse tra individui, società, istituzioni, appaltatori della difesa, il Pentagono, il Congresso e, in definitiva, il ramo esecutivo del Governo degli Stati Uniti». 

D’altra parte, il Convegno, nello svolgimento dei lavori e nell’articolazione delle sue sessioni tematiche, ha affrontato alcune questioni di grande portata strategica, che riguardano il posizionamento odierno della NATO nei diversi scacchieri mondiali, il suo ruolo e i suoi obiettivi, ma anche la minaccia di guerra che essa ha rappresentato e continua a rappresentare, e la conseguente esigenza di lottare per uscire dal sistema di guerra, per contrastare la logica militare, per lottare per la pace e la giustizia. 

Tra gli argomenti del Convegno, si è dibattuto, infatti, di Jugoslavia (20 anni fa la guerra fondante della nuova NATO in Europa e nel Mondo); i due fronti della NATO a Est e a Sud (recentemente le mobilitazioni contro la guerra e contro la NATO, tra cui quelle nella città di Napoli, hanno inteso contrastare la logica delle cosiddette «Esercitazioni Trident», dove Trident rappresenta, appunto, il «tridente strategico» della NATO, orientata verso il Mediterraneo, a Sud, verso l’Africa e il Vicino Oriente, e a Est, verso lo spazio ex sovietico e, in ultima analisi, verso la Russia e la Cina); e, come chiaramente si vede anche da questi brevi cenni, l’Europa, sempre più in prima linea in questo nuovo confronto nucleare. 

Una delle tavole rotonde del Convegno ha posto l’accento su una delle domande cruciali per chi, in questa fase storica e politica, si batte per la pace e contro la guerra: Cultura di pace o Cultura di guerra?  E’ oggi più che mai evidente che, insieme con la Siria e il Vicino Oriente, con lo spazio mediterraneo e il continente africano, l’Oriente e la Cina, il Venezuela Bolivariano sia sulla «linea del fuoco» delle minacce e delle aggressioni da parte degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati della NATO. 

L’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO è chiaro. Con una sequela di minacce, minacce di aggressione, tentativi di diversione, vere e proprie ingerenze, perfino sabotaggi e il paventato ricorso alla violenza di piazza, come all’epoca delle famigerate e terroristiche “guarimbas”, fino al riconoscimento di un sedicente «auto-proclamato presidente», intendono, per un verso, mettere una ipoteca sulle riserve strategiche venezuelane (il Venezuela detiene da solo circa il 25% delle riserve petrolifere mondiali), per altro verso, porre fine in tutti i modi a ciò che, politicamente e socialmente, il Venezuela oggi rappresenta: una alternativa reale al dominio del neo-liberismo e dell’imperialismo, un esperimento originale, concreto, di emancipazione, all’insegna del socialismo e del bolivarismo, una alternativa concreta per i popoli e le comunità di «Nuestra America», una via originale al Socialismo per il XXI secolo.

Come hanno attestato, per l’ennesima volta, le Nazioni Unite e, in particolare, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per il Venezuela, Idriss Jazairy, riferendo al Consiglio dei Diritti Umani, le nuove sanzioni unilaterali statunitensi contro il Venezuela sono usate per indebolire e porre fine in maniera violenta al governo legittimo del presidente Nicolas Maduro. Tale “coercizione”, da parte di poteri esterni, «è in violazione di tutte le norme del diritto internazionale». Inoltre, «fare precipitare una crisi economica … non è un fondamento positivo ai fini della risoluzione pacifica delle controversie». 

Per questo siamo a fianco di quanti lottano per la pace, pace con giustizia, e contro la guerra: e riconosciamo nella diplomazia di pace delle legittime autorità bolivariane e socialiste un percorso promettente, all’insegna della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli, per la tutela dei diritti e la risoluzione pacifica delle controversie, all’insegna della pace positiva, dell’autodeterminazione e della non-ingerenza. 

martedì 8 marzo 2016

Contro la Guerra. Con Alternative concrete.

Bo Yaser (Opera propria) [CC BY-SA 3.0] attraverso Wikimedia Commons

«Il lavoro delle Nazioni Unite per raggiungere un accordo solido e stabile sul Governo [in Libia] è ancora in pieno svolgimento. Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare - sulla base della richiesta di un governo legittimato - un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari. Dunque questo non è il tempo delle forzature, ma della prudenza, dell'equilibrio e del buon senso».

Così scrive il presidente del consiglio nella sua e-news del 5 marzo. Non sono d'accordo, perché non basta; e di fronte all'orribile precipizio della guerra, dire che non basta, equivale a dire che non va bene. Non è sufficiente una soluzione equilibrata, prudente, eventualmente - solo formalmente - legittima. È necessario impegnarsi a non intervenire militarmente, a ribadire in tutte le sedi che l'azione militare non è un'opzione percorribile, che non si può rispondere al caos (esacerbato dalle nostre guerre) con la guerra (con la quale si pretende di porre argine al caos).

Ricordate la notevole relazione di Carlo Galli a “Cosmopolitica”?: in primo luogo, «il compito della sinistra oggi è convivere con il conflitto per superarlo; con una volontà di pace che non entri nella logica, obsoleta e ipocrita, della “guerra giusta” e che non cerchi di “esportare la democrazia” con la guerra, sapendo che è la giustizia che previene e neutralizza la guerra»; in secondo luogo, «noi vogliamo essere la sinistra che fa passare il “caos” in “cosmo”, il disordine in ordine, con la politica, in modo che si possa dire, con il Poeta, che nell'immensa città del sole, il caos, finalmente cosmo, con l'umana compagnia, gli uomini, “tutti fra sé confederati”» (G. Leopardi, “La Ginestra”).

Abbiamo il compito, allora, di attenerci rigorosamente e di pretendere altrettanto rigoroso rispetto dell'art. 11 della Costituzione Repubblicana; respingere l'idea e la pratica della “pacificazione”, l'imposizione di un ordine o di una pace decisa o pretesa da noi; rispettare senza deroghe la autodeterminazione, la libera scelta dei popoli in ordine alle forme del loro sviluppo e del loro progresso. Dunque, prendendo ancora spunto da quella relazione, vi è bisogno di una “grande politica”: e nello scenario internazionale, di diplomazia, cooperazione, convergenza tra i popoli.

Non occorre, come pure è stato detto e scritto, una forza "che imponga il cessate il fuoco a tutte le parti in lotta"; si tratterebbe a tutti gli effetti di una operazione di "peace-enforcing": una misura controversa, secondo una parte consistente del dibattito internazionale al di fuori della legalità internazionale, in ogni caso con un chiaro carattere assertivo e di ingerenza. Diverso sarebbe il caso di un intervento di polizia internazionale, ma deve essere richiesto dalle autorità locali legittime, vedere l'esplicito consenso delle parti in causa e prevedere una cornice stabile di legalità internazionale; quest'ultima può essere prevista solo dalle Nazioni Unite.

Ribadire: ONU, non NATO. Per la sua composizione, per il suo comando e per la sua dottrina, la NATO è un dispositivo di aggressione a tutti gli effetti. Esattamente ciò di cui non abbiamo bisogno in questo scenario e, aggiungo, ciò di cui semmai dovremmo richiedere il superamento.

La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" non obbliga ad alcun intervento di pacificazione dall'esterno, viceversa stabilisce, sin nel Preambolo, che i diritti umani siano protetti da "norme giuridiche" e conferma, all'art. 22, che la realizzazione dei diritti può avvenire solo "attraverso le sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ciascuno Stato".

I principi fondamentali dell'ordinamento internazionale restano quelli di auto-determinazione, sovranità popolare, non-ingerenza, non-discriminazione, e come dice l'art. 11 della Costituzione Repubblicana, rifiuto (anzi, perfino "ripudio") della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e, prima ancora, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Per questo, se si tratta di un dovere repubblicano e di un cimento politico, allora è necessario che tutte le articolazioni repubblicane dicano all'unisono “no alla guerra”: respingendo la guerra e l'aggressione e rivendicando con forza la politica e la pace. Il 9 Marzo è in calendario la discussione in Parlamento sulla Libia. Mobilitiamoci. Costruiamo iniziativa, azione, sensibilizzazione. Stendiamo documenti, volantini, ordini del giorno. Diamo una chance alla politica e alla pace.