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mercoledì 15 novembre 2023

Corpi Civili di Pace. Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione

 

Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione.
Martedì 7 Novembre 2023 ore 20.30
Sala Giulio Regeni - Casa per la Pace “la Filanda”, Via Canonici Renani 8,
Casalecchio di Reno (Bologna)
 
Alla vigilia della Settimana internazionale delle Nazioni Unite della scienza e della pace, occasione preziosa per riflettere e agire per la promozione della conoscenza e della cultura ai fini della prevenzione della violenza e della costruzione della pace, la conferenza ha sviluppato temi e riflessioni sull’importanza e le problematiche connesse al ruolo e al valore del patrimonio culturale in tutte le sue espressioni, nonché dei luoghi della memoria e dei luoghi della cultura, ai fini della comprensione, del rispetto reciproco e del dialogo, della promozione di una difficile riconciliazione nei Balcani occidentali, della costruzione della «pace con giustizia».

Nell’ambito dell’iniziativa sono stati presentati i volumi di Gianmarco Pisa, Paesaggi Kosovari, 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace e Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto dalla Jugoslavia al presente, editi dalla Associazione Editoriale Multimage (Firenze).

La conferenza è organizzata nell’ambito della collaborazione tra l’Associazione Percorsi di Pace, l’Associazione IPRI-CCP, l’Associazione Editoriale Multimage e il Forum ZFD (Forum Ziviler Friedensdienst - Forum Servizio Civile di Pace).
 
Nell'immagine e qui a seguire: il video della conferenza. 
 

mercoledì 20 ottobre 2021

Una riflessione sulla “riconciliazione”: il caso di Francia e Algeria


Mehnimalik, French Wikipedia, CC BY-SA 3.0:
Monument aux martyrs de la Guerre d'Algérie

In occasione della cerimonia istituzionale per il sessantesimo anniversario della strage degli algerini, una delle pagine più tragiche del colonialismo francese, avvenuta a Parigi il 17 ottobre 1961, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha riconosciuto i contorni e la tragedia della strage come una «verità indiscutibile». Tuttavia, la commemorazione non ha registrato un discorso da parte del presidente francese, come sarebbe stato forse giusto e opportuno aspettarsi, viceversa è stata accompagnata da un comunicato della Presidenza, tracciato nel senso di indicare, al tempo stesso, la gravità della strage e le responsabilità storiche di parte francese. Come ha riportato la stampa, «questa tragedia è stata a lungo taciuta, negata o nascosta», mentre i tragici eventi del 17 ottobre 1961 non possono essere qualificati se non come una «sanguinosa repressione».

Il comunicato prosegue segnalando che «la Francia guarda con lucidità a tutta la sua storia e ne riconosce le responsabilità chiaramente accertate. Lo deve innanzitutto a sé stessa, a tutti coloro che la guerra d’Algeria e il suo susseguirsi di crimini, commessi da tutte le parti, hanno ferito nel corpo e nell’anima. Lo deve in particolare ai suoi giovani, perché non rimangano prigionieri nei “conflitti della memoria” e sappiano costruire, nel rispetto e nel riconoscimento reciproco, il proprio futuro». Se da un lato, viene riconosciuto che «i crimini commessi quella notte sotto l’autorità di Maurice Papon sono imperdonabili per la Repubblica», dall’altro viene indicata l’autorità del prefetto di Parigi, Papon, e non dello Stato francese, quale nucleo della responsabilità della repressione, che si inserisce peraltro nel contesto più ampio del colonialismo francese in terra d’Algeria.

Torna, in queste parole, il tema, delicato e controverso, per altri aspetti discutibile e ambiguo, del “conflitto della memoria”, già al centro di analoghe prese di posizione da parte dell’Eliseo. A Sciences Po a Parigi, è attivo un gruppo di lavoro sul rapporto dello storico Benjamin Stora su “Memoria della colonizzazione e della guerra d’Algeria”. Il rapporto è stato redatto nel gennaio 2021 come base per una commissione di “Memoria e Verità” allo scopo di impostare «iniziative congiunte tra la Francia e l’Algeria sui temi della memoria» con l’obiettivo ultimo della “riconciliazione”. Il rapporto, pubblicato da Le Figaro, propone una ricostruzione in base alla quale immaginare un percorso di “memoria e verità”, e si sofferma, in particolare, su dieci proposte:

1. l’istituzione in Francia di una commissione “Memoria e Verità” incaricata di promuovere iniziative congiunte tra Francia e Algeria sui temi della memoria (le “questioni della memoria”);

2. la commemorazione delle date simboliche del conflitto, tra le quali l’accordo di Evian del 19 marzo 1962, l’omaggio agli harkis, i lealisti algerini sostenitori delle forze francesi tra il 1954 e il 1962, il 25 settembre, e la repressione, appunto, dei manifestanti algerini in Francia il 17 ottobre 1961, nonché la proposta di erigere “luoghi della memoria” in quattro campi di internamento per algerini in Francia;

3. la restituzione all’Algeria della spada dell’emiro Abdelkader, eroe della resistenza nel XIX secolo;

4. il riconoscimento dell’assassinio dell’avvocato e militante Ali Boumendjel (1919 - 1957), figura di primo piano del movimento progressista e del Consiglio Mondiale per la Pace, nella battaglia di Algeri (1957);

5. l’istituzione di una commissione mista di storici francesi e algerini per fare luce sui rapimenti e gli assassinii di cittadini europei ad Orano nel 1962;

6. lo sviluppo dei lavori sui test nucleari francesi nel Sahara e sulle loro conseguenze, nonché quelli riguardanti le mine antipersona durante la guerra;

7. la facilitazione degli spostamenti degli harkis e dei loro discendenti tra la Francia e l’Algeria;

8. la conservazione dei cimiteri europei in Algeria, nonché dei cimiteri ebraici e delle tombe dei soldati algerini morti per la Francia durante la guerra;

9. lo sviluppo della ricerca sugli archivi, con l’obiettivo di trasferire alcuni archivi dalla Francia all’Algeria e consentire ai ricercatori dei due Paesi l’accesso agli archivi francesi ed algerini;

10. infine, la ripresa del progetto (2010) di un “Museo di Storia della Francia e dell’Algeria” a Montpellier.

Tuttavia, lungi dall’imbastire un vero e proprio percorso di costruzione di commissioni per la verità e la riconciliazione, si tratta in sostanza di una iniziativa unilaterale della parte francese, che non ha mancato di suscitare polemiche e scatenare anche, recentemente, un vero e proprio scontro politico-diplomatico con l’Algeria, liberatasi, è bene ricordarlo, al prezzo di una dura guerra di liberazione nazionale dal giogo francese, costata, secondo stime, la vita di almeno trecentomila algerini, non meno di un milione secondo le autorità algerine.

Secondo quanto riferito dai media, non sarebbero mancate addirittura prese di posizione riecheggianti echi neo-coloniali o quanto meno venature provocatorie da parte del presidente francese, che avrebbe evocato una presunta rendita della memoria nel percorso di costruzione dell’Algeria post-indipendenza e che avrebbe parlato delle istituzioni algerine in termini di un sistema politico-militare, portando il governo algerino a denunciare, di conseguenza, i «commenti irresponsabili» e l’«inammissibile ingerenza negli affari interni» dell’Algeria.

Lo scorso 2 ottobre l’Algeria ha quindi deciso di richiamare il proprio ambasciatore a Parigi in segno di protesta di fronte alle dichiarazioni attribuite al presidente francese, e il 3 ottobre è arrivata la comunicazione della chiusura dello spazio aereo (spazio di sorvolo) algerino agli aerei militari francesi, una zona dello spazio aereo normalmente utilizzata dall’aviazione francese per raggiungere o lasciare la regione sahariana e subsahariana.

Se da un lato la Francia ha annunciato, anche con l’iniziativa del rapporto, la propria intenzione di avviare un percorso di “riconciliazione” legato al proprio passato coloniale, mai, tuttavia, fermamente e radicalmente messo in discussione e condannato, dall’altro continua a mantenere una presenza militare imponente nella regione. La Francia è presente in Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti con contingenti, che, nell’insieme, assommano ad oltre tremila unità; allo stesso tempo, è presente con oltre cinquemila uomini in Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chad nella missione “Barkhane”; nell’ambito del dispositivo militare europeo è presente nel Mediterraneo e nell’Africa subsahariana e ha una missione marittima nel Golfo di Guinea. Sono oltre trentamila gli effettivi francesi dislocati nelle diverse missioni militari, bilaterali e multinazionali, nel mondo. La presenza militare francese, di carattere imperialistico, nella regione, è dunque più che mai eclatante.

Secondo le dichiarazioni dei veterani della Guerra d’Indipendenza (1954-1962), lo storico francese autore del rapporto, Benjamin Stora, ha celato i crimini coloniali della Francia in Algeria e non ha affrontato, nel rapporto, i numerosi crimini perpetrati dallo Stato francese. La stessa cerimonia del 17 ottobre ha suscitato la prevedibile reazione da parte algerina: il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, ha respinto l’approccio, il «pensiero colonialista», in merito alle questioni di natura storica con la Francia e ha ribadito, in un messaggio in occasione dell’anniversario della strage del 17 ottobre 1961, «la preoccupazione di affrontare i temi della storia e della memoria, senza compiacimenti o compromessi, e con vivo senso di responsabilità [...] lontano dall’infatuazione e dal predominio del pensiero colonialista arrogante da parte di gruppi incapaci di liberarsi dal loro estremismo cronico», come si legge in un comunicato pubblicato sul sito internet della presidenza algerina.

Già a suo tempo i veterani avevano indicato che «gli algerini non si aspettano che lo Stato francese fornisca un risarcimento economico per i milioni di vite perse; invitano, piuttosto, lo Stato francese a riconoscere i propri crimini contro l’umanità», e, da più parti, è stato deplorato il fatto che l’Eliseo abbia sinora rifiutato sistematicamente di pronunciare scuse ufficiali e di intraprendere passi effettivi e concreti per impostare, con l’Algeria, un percorso di riconoscimento dei crimini commessi. Se, come è noto, di fronte alle lacerazioni e ai conflitti della storia, non è praticabile alcuna “memoria comune”, così non è realizzabile l’idea “di scrivere una storia comune tra l’Algeria e la Francia”. Dunque, come si diceva sopra, mancano due degli elementi necessari per attivare un vero e proprio percorso di «verità e riconciliazione»: il pieno riconoscimento dei torti e delle ingiustizie, e un approccio condiviso, non unilaterale, animato da sincere intenzioni di comprensione e di convivenza, che sia, al tempo stesso, capace di gettare luce sul passato e aprire le porte a una nuova speranza e a rinnovati rapporti in direzione dell’avvenire, una diversa, cioè, propensione verso il passato e immagine al futuro, che non può prescindere dalla parola, dall’ascolto e dalla partecipazione delle persone, della società.

L’esempio offerto dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, per il superamento dell’apartheid in Sudafrica, la cessazione della segregazione etnica e la riparazione dei torti conseguenti è un esempio positivo, in un contesto del tutto diverso, di giustizia “riabilitativa” piuttosto che di giustizia “retributiva” in cui il punto non è solo distinguere tra il (chi ha) torto e la (chi ha) ragione, punire il colpevole e risarcire la vittima, sanzionare il reo perché sia ridotta la possibilità della recidiva; il punto è, in particolare, quello di individuare con rigore e nettezza i torti e le responsabilità, espungere dal contesto sociale contenuti e fattori che possano disarticolare il tessuto delle relazioni e la qualità della democrazia, distinguere il colpevole dalla colpa commessa e, per questa via, proteggere l’umanità di tutti e tutte e offrire al colpevole stesso una possibilità, affinché la colpa sia riconosciuta e confinata e, nella misura del giusto e del possibile, il colpevole sia reinserito. Quella rottura esige di salvaguardare l’umanità delle persone e, al tempo stesso, la compiutezza dei rapporti sociali.

Tale modello di giustizia, nel caso sudafricano ed altri casi simili, ha consentito alla popolazione di acquisire consapevolezza condivisa delle ingiustizie patite per evitare che potessero e possano ripetersi ancora in futuro; ha dato una possibilità ai responsabili di acquisire consapevolezza delle colpe commesse, della violenza compiuta e del dolore provocato, chiedendo perdono non solo di fronte alla vittima ma di fronte alla intera comunità; e ha offerto uno spazio e un tempo alle vittime per condividere, a livello pubblico e sociale, il dolore, la violenza, l’ingiustizia subita, facendo del loro il caso esemplare di giustizia da esigere, non solo per sé, ma per tutti e tutte. Non si tratta di “perdonare” e “dimenticare”, ma di trascendere il dolore e il trauma e traguardare una prospettiva di giustizia e di inclusione. Ciò è valso in Sudafrica, e può valere nei casi in cui ciascuna delle parti abita un medesimo spazio pubblico, che risulterebbe del tutto sfigurato senza una tale “compresenza”.

Riconoscere il portato dei movimenti storici di liberazione, all’insegna dell’autodeterminazione, resta centrale, in ogni caso, per contrastare ogni forma di colonialismo e neo-colonialismo e per ribadire la centralità dei diritti e della libertà dei popoli, fondamento dell’amicizia e della solidarietà tra le nazioni. Non è un caso che il 4 luglio 1976 proprio ad Algeri, per iniziativa di Lelio Basso, fosse proclamata la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli, vale a dire la Carta di Algeri, proposta di paradigma dei diritti dei popoli e compimento, al tempo stesso, del processo di decolonizzazione inaugurato all’indomani della seconda guerra mondiale. Qui si riconosce, in premessa, che «l’imperialismo, in forza di meccanismi e di interventi perfidi o brutali, con la complicità di governi spesso da esso stesso imposti, continua a dominare una parte del mondo», e si rivendica, all’art. 28, che «ogni popolo i cui diritti fondamentali sono gravemente misconosciuti ha il diritto di farli valere soprattutto attraverso la lotta politica o sindacale e anche, in ultima istanza, attraverso il ricorso alla forza».

domenica 19 agosto 2018

Kosovo: la tentazione della separazione etnica?

Monumento NEWBORN, per il decennale della indipendenza, Prishtina

I luoghi comuni si moltiplicano, in un agosto in cui i cosiddetti “Balcani Occidentali” sembrano avere riguadagnato la scena; e, in questa cornice, il Kosovo in particolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata l’ultima, in ordine di tempo, proprio intorno alle giornate di Ferragosto, ad intervenire sulla questione più sensibile, che pure sembra affermarsi anche nei circoli diplomatici e nelle osservazioni degli analisti: una inedita partizione, magari nella forma di uno «scambio di territori», tra la Serbia ed il Kosovo, per giungere finalmente ad un accordo risolutivo tra le parti.
 
«Per la Germania la ridefinizione dei confini è una questione chiusa, quindi come andare contro questa posizione? È ovvio che ci vorrà molto più tempo di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ciò che qualcuno può aver pensato, che un accordo possa essere raggiunto nel giro di due o tre mesi, è qualcosa da dimenticare». Così ha sintetizzato i termini della questione il presidente serbo, Aleksandar Vučić, che pure era sembrato, negli ultimi tempi, caldeggiare questa ipotesi.
 
Ma cosa si intende per “ridefinizione dei confini”? Mascherata dietro il linguaggio diplomatico e coperta, di volta in volta, da sinonimi ed eufemismi, sia in alcuni passaggi con la stampa, sia in una recente presa di posizione pubblica a Šid, nel nord della Serbia, non distante dalla Croazia, la proposta è stata più volta ribadita, non solo da Vučić, ma  anche da alcuni alti ufficiali del governo serbo; ed è rimbalzata a Prishtina, dove sembra avere trovato alcuni tra i leader albanesi kosovari, e in primo luogo il presidente stesso della regione separatista, Hashim Thaçi, non contrari.
 
Qualche tempo fa, la premier serba Ana Brnabić, in una presa di posizione pubblica, aveva precisato quale dovrebbe essere il carattere di fondo di una soluzione di compromesso equilibrata, capace di spianare la strada ad un accordo tra Belgrado e Prishtina: tutti dovranno poter ottenere qualcosa, ciascuno dovrà cedere qualcosa. È impensabile un accordo in cui l’una o l’altra delle due parti possa ambire ad ottenere il 100% di ciò che pretende. È da lì che sia il presidente serbo, sia, in maniera più netta, la leadership albanese kosovara, hanno iniziato a porre l’accento sull’esistenza di «linee rosse», dei limiti invalicabili, o conditio sine qua non, nel quadro delle trattative in corso.
 
Una piena indipendenza “di fatto”, senza il riconoscimento ufficiale della sovranità del Kosovo, è il punto di vista di Belgrado. Riconoscimento pieno dello stato kosovaro e adesione a tutte le organizzazioni internazionali, secondo, invece, il punto di vista di Prishtina. Mediati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea a Bruxelles, i dialoghi diplomatici tra serbi e albanesi kosovari non stanno dando, tuttavia, i frutti sperati; anzi, gli ultimi incontri nel mese di luglio, prima dei prossimi, forse già a settembre, sono stati definiti i più difficili degli ultimi tempi.
 
I «luoghi comuni» non sono finiti, se è vero che, in una recente conferenza presso l’Hotel Moskva, nel cuore della capitale, Belgrado, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, ha sottolineato come proprio un certo cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense sia stato tra i presupposti dell’apertura della nuova opzione, quella relativa alla “ridefinizione dei confini”: gli Stati Uniti hanno sempre considerato “chiusa” la questione kosovara con la proclamazione dell’indipendenza (dieci anni fa, il 17 febbraio 2008); adesso sembrano più propensi a disinnescare il «pilota automatico» e più aperti ad una soluzione alternativa raggiunta direttamente da Belgrado e Prishtina.
 
Purché non sia una soluzione che scoperchi per l’ennesima volta il «vaso di Pandora»: lo scambio di territori cui si sta guardando rischia di essere pericoloso e minaccia di scatenare una reazione a catena di portata regionale. Si tratta, infatti, di uno scambio di territori per linee etniche: i confini sarebbero ritracciati in modo che rientrerebbero sotto la piena sovranità serba i distretti a maggioranza serba del Kosovo settentrionale (tra Leposavić, Zvečan, e Zubin Potok, fino a Kosovska Mitrovica), mentre al Kosovo verrebbe assegnata l’estrema parte sud-orientale della Serbia, la zona, a maggioranza albanese, della valle di Preshevo, con le municipalità di Bujanovac, Medvedja, e la stessa Preshevo.
 
D’altra parte, come ha scritto Gordana Filipović, «due decenni dopo la disintegrazione della ex Jugoslavia, nel conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, riscrivere i confini rischierebbe di destabilizzare una regione ancora alle prese con gravi tensioni tra i vari gruppi», serbi, albanesi, croati, bosniaci, macedoni. La Republika Srpska potrebbe rivendicare la separazione dalla federazione croato-musulmana cui è “unita” nel contesto, anche questo nato da una riscrittura post-bellica dei confini, della Bosnia Erzegovina. La Macedonia, ancora alle prese con la disputa con la Grecia sul proprio nome, è popolata da una forte componente albanese, non insensibile al richiamo separatista. 
 
Perfino la parola “guerra” sembra, purtroppo, tornare in auge. Contrario all’apertura mostrata da Thaçi nei confronti della proposta sui confini, il premier albanese kosovaro, Ramush Haradinaj, si è spinto al punto da dichiarare che la guerra ha sancito questi confini, e solo una nuova guerra potrà definirne di nuovi. Nessuno sembra o vuole ricordare che un accordo di principio tra le due capitali è già stato siglato: risale al 19 aprile 2013, lascia intatti i confini, definisce lo status del Kosovo senza un suo riconoscimento ufficiale ed esplicito da parte della Serbia, prevede, all’interno dei confini kosovari, la formazione di una comunità dei comuni serbi, sulle dieci municipalità a maggioranza serba della regione, dunque non solo i distretti del Nord del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia. 

Potrebbe essere il viatico per risolvere la questione in maniera costruttiva, nel senso che, citando Daniel Serwer della John Hopkins University, «se la Serbia e il Kosovo vorranno essere stati democratici e membri dell’UE, dovrebbero lasciare le loro minoranze nazionali entro i confini esistenti». Ed ovviamente, impegnarsi lungo la strada di un accordo reciprocamente accettabile, e nella tutela dei diritti di tutti, in particolare delle minoranze nazionali. Dovremmo davvero lasciarci alle spalle gli incubi degli “stati etnici”. Ma non sembra sia ancora, purtroppo, arrivato il momento. 

Linkto: ildialogo.org
 

lunedì 13 novembre 2017

Conflitto e riconciliazione, tra cinema e diritti umani

http://www.cinenapolidiritti.it/web
Una riflessione sui percorsi della pace e le prospettive della riconciliazione è una sfida necessaria, nel tempo della ricomparsa guerra permanente e della rinnovata minaccia nucleare. 

Bene ha fatto, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, ad ospitare, nel programma degli eventi della sua IX edizione, in corso nella metropoli partenopea sino al prossimo 11 novembre, una tavola rotonda, con confronto e film, su queste tematiche. 

Appunto, in occasione del 25esimo della Guerra di Bosnia e la conseguente disgregazione della Jugoslavia.

Sono passati 25 anni da quella primavera del 1992 che inaugurò, con lo scoppio delle ostilità in Bosnia, la deflagrazione della conflittualità etno-politica, l’instaurazione di un nuovo paradigma che avrebbe trovato la sua più eclatante affermazione pochi anni dopo, ancora nei Balcani, in Kosovo, e l’urbicidio pianificato che ha accompagnato, da allora e per più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia dei tempi recenti, a Sarajevo, capitale della Bosnia e città-simbolo di mille universi e linguaggi, religioni e culture plurisecolari. 

Le guerre dei Balcani lasciano ferite profonde, ben visibili perfino a uno sguardo sommario sulla carta geografica della Bosnia odierna, dopo la guerra etno-politica e la riformulazione politico-istituzionale prodotta dagli «Accordi di Dayton», proprio per il carattere, distorto e paradossale, dei nuovi assunti che inaugura: una «guerra celeste» (ancora di più lo sarebbe stata quella contro la Serbia del 1999), segnata dalla superiorità tecnologica delle potenze occidentali; una «guerra in presa diretta», raccontata spesso da giornalisti al seguito degli aggressori anziché al lato degli aggrediti; una guerra che finisce, attraverso la propaganda e la manipolazione, perfino per mortificare le parole e il loro significato, come ricorda Michele Nardelli: «Nel nome … dei diritti umani si fece grande uso di uranio impoverito e di armi chimiche. L’altro era la barbarie e anche i luoghi e le testimonianze di una cultura millenaria diventavano obiettivi di guerra».

Tutto ciò non impedisce, anzi rafforza, la convinzione di contrastare la “militarizzazione” della memoria e di esplorare le vie della riconciliazione. Ma: quale riconciliazione? Se e come, in che termini e attraverso quali modalità, sia possibile passare dalla coesistenza, contrassegnata da una quantità di separazioni e barriere, troppo spesso mentali oltre che fisiche, imposta da Dayton, alla convivenza, riattivando ed aggiornando l’eredità migliore della convivenza trans-nazionale nello spazio jugoslavo, sono stati i temi e gli interrogativi della tavola rotonda ospitata dallo spazio polifunzionale di «Piazza Forcella», a Napoli, il pomeriggio e la sera del 7 novembre, per l’evento centrato sul tema: «La Bosnia e i Balcani: orizzonti della riconciliazione». 

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Preceduto dalla testimonianza di Luca Saltalamacchia, che ha ricordato due tra le più significative esperienze di solidarietà internazionale e di “diplomazia dal basso” sperimentate dalla società civile in Bosnia all’inizio e all’indomani della guerra (la «Marcia dei Cinquecento», nel 1992, e il Progetto «Duga» a Sarajevo e Lukavica, tra le due parti della Sarajevo divisa dalla guerra, nel 1996), l’intervento di Rosanna Morabito ha messo in luce gli aspetti perfino linguistici di una contrap-posizione che attraversa l’intera società «bosniaca» (in quanto condivide la comune appartenenza al territorio della Bosnia Erzegovina), alimenta la disarticolazione della comune lingua serbo-croata (fino a ricostruire un lessico distinto per una specificità linguistica «bosniaca») e rinfocola le distinzioni tra «bosniacchi» (bosniaci musulmani) da una parte, e croati e serbi di Bosnia (questi ultimi nella Republika Srpska) dall’altra.

Se, da una parte, come ha riferito Maite Iervolino, è l’idea stessa di confine a dover essere trascesa e il concetto stesso di ponte, a cavallo tra le due sponde dell’Adriatico, a dover essere aggiornato, costruendo nuove occasioni di confronto e scambio culturale e di tessuto e condivisione dei vissuti; dall’altra, come ha rimarcato Francesco Soverina, non è possibile una memoria condivisa, bensì si tratta di affrontare la sfida delle memorie accoglienti, che non escludano le storie e le memorie “degli altri”, entro una cornice di salvaguardia democratica e di diritti umani, e traggano alimento da una vera assunzione di responsabilità, nei confronti degli eventi tragici degli anni Novanta: eventi su cui hanno agito nuclei locali di potere nazionalistico, ma su cui hanno pesantemente interferito potenze straniere e poteri esterni, interessati alla disgregazione del socialismo jugoslavo e all’acquisizione di nuove sfere di influenza politica ed economica.

La riconciliazione resta una strada necessaria e difficile, dunque, se è vero che le divisioni permangono, che il 70% dei giovani nei Balcani Occidentali mostra un atteggiamento negativo nei confronti dei giovani dei Paesi vicini, che le occasioni di autentico confronto inter-culturale e la possibilità di una effettiva mobilità trans-nazionale sono, tuttora, assai limitati, al punto che, oggi, per il regime dei visti tra Paese e Paese, come ricorda Ðuro Blanuša, «andare dalla Bosnia al Kosovo è una vera e propria mission impossible». E così, alla fine, Raffaele Crocco riconduce l’attenzione al ruolo dei media e delle pubbliche narrazioni e alla importanza di un percorso di verità e di giustizia, che coinvolga tutte le comunità di Bosnia, per rilanciare non più solo la speranza ma soprattutto la praticabilità di una ricomposizione, e quindi in prospettiva di una riconciliazione, che si nutra di relazione e di convivenza e faccia spazio alla democrazia e ai diritti umani.
 
Non a caso, il tema del film scelto per alimentare la riflessione ha come tema la “dimora”. «Home(s)», prodotto dal Festival Cinematografico dei Diritti Umani di Sarajevo nel 2016 (che, tra l’altro, si svolge quest’anno, nella sua XII edizione, negli stessi giorni del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, del quale è partner), è un film cooperativo, tra sperimentazione e video-arte, basato su un progetto di ricerca che ha chiesto a sette autori, in sette giornate, di cimentarsi sul tema «Home(s)», «Casa/e»: spazi e luoghi immaginari per amori e relazioni immaginari, a cavallo tra topografie della dimora, ora concrete, ora ideali. Una riflessione sulla prossimità e sullo spaesamento; quasi una rappresentazione della Bosnia attuale. 
 
«Abitare i conflitti significa indagarli, comprenderne le dinamiche di potere, provare ad immaginare nuove e diverse narrazioni rispetto a quelle delle parti in conflitto. È il complesso lavoro dell’elaborazione del conflitto, … che la cooperazione internazionale si guarda bene dal fare, ma senza il quale il tempo rimane sospeso, le guerre si portano dentro e il passato non passa. Nella costruzione di relazioni, nel cercare di favorire il dialogo, … c’è l’essenza di un impegno che prescinde dai progetti, perché le relazioni profonde non finiscono mai. Disporsi alla meraviglia, aprire occhi e orecchie, essere presenti al proprio tempo». Ancora in una riflessione di Michele Nardelli troviamo uno spunto che può accompagnare le conclusioni della tavola rotonda. E un contributo per continuare ad alimentare, con la speranza, iniziativa e impegno.