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mercoledì 15 novembre 2023

Corpi Civili di Pace. Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione

 

Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione.
Martedì 7 Novembre 2023 ore 20.30
Sala Giulio Regeni - Casa per la Pace “la Filanda”, Via Canonici Renani 8,
Casalecchio di Reno (Bologna)
 
Alla vigilia della Settimana internazionale delle Nazioni Unite della scienza e della pace, occasione preziosa per riflettere e agire per la promozione della conoscenza e della cultura ai fini della prevenzione della violenza e della costruzione della pace, la conferenza ha sviluppato temi e riflessioni sull’importanza e le problematiche connesse al ruolo e al valore del patrimonio culturale in tutte le sue espressioni, nonché dei luoghi della memoria e dei luoghi della cultura, ai fini della comprensione, del rispetto reciproco e del dialogo, della promozione di una difficile riconciliazione nei Balcani occidentali, della costruzione della «pace con giustizia».

Nell’ambito dell’iniziativa sono stati presentati i volumi di Gianmarco Pisa, Paesaggi Kosovari, 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace e Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto dalla Jugoslavia al presente, editi dalla Associazione Editoriale Multimage (Firenze).

La conferenza è organizzata nell’ambito della collaborazione tra l’Associazione Percorsi di Pace, l’Associazione IPRI-CCP, l’Associazione Editoriale Multimage e il Forum ZFD (Forum Ziviler Friedensdienst - Forum Servizio Civile di Pace).
 
Nell'immagine e qui a seguire: il video della conferenza
 

martedì 30 maggio 2023

“Sindaci” nel Nord, tensione in Kosovo


Радосав Стојановић, Boletin, Public Domain, via Wikimedia Commons

Le notizie che giungono dal Kosovo, nel contesto della nuova ondata di tensione che ha fatto seguito alla forzatura delle autorità albanesi kosovare di insediare propri “sindaci” nelle città a maggioranza serba del Nord del Kosovo, sono preoccupanti e richiamano l’urgenza di una rapida riduzione della tensione, di una ripresa del dialogo, di una prospettiva di pace e giustizia nella regione. Ufficiali della missione NATO KFOR hanno colpito i cittadini serbi raccoltisi in protesta presso gli edifici delle Municipalità, in particolare presso la Municipalità di Zvečan. A detta degli osservatori presenti, a dispetto del fatto che la manifestazione fosse stata annunciata e pacifica, il personale della KFOR, giunto sul posto, ha intimato ai manifestanti di disperdersi, Igor Simic, vicepresidente del partito della Lista Serba, ha chiesto ai manifestanti di sedersi per terra con le mani alzate per mostrare che erano disarmati e pacifici, ed è stato a sua volta trascinato via dalle forze della KFOR. Per disperdere i manifestanti, gli ufficiali della KFOR non hanno esitato a utilizzare anche granate (trenta granate flash bang) e gas lacrimogeni contro i manifestanti, e sono stati feriti almeno due serbi.

La situazione è resa complicata dallo sfondo di tensione, legato al fallimento degli ultimi round del dialogo mediato dalla UE tra Belgrado e Prishtina e alla situazione di guerra sul fronte russo-ucraino in cui la NATO e la UE sono attivamente impegnate, nel quale queste tensioni vengono a cadere. Il Consiglio di sicurezza serbo ha affermato, in una dichiarazione del 27 maggio, che, in violazione del suo mandato, la KFOR ha sostanzialmente ignorato l'attività aggressiva delle forze dell'ordine del Kosovo nei Comuni serbi e non è riuscita (non ha potuto o non ha voluto, si potrebbe aggiungere) a impedire i tentativi delle autorità di Prishtina di “prendere il controllo” degli edifici amministrativi nel Kosovo del Nord. Il 26 maggio, il presidente serbo Aleksandar Vučić aveva invitato la NATO a prendere misure per porre fine alla violenza contro i serbi in Kosovo. Il ministro della Difesa serbo Miloš Vučević ha inoltre confermato che l'esercito serbo è in stato di allerta.

Le origini di questa nuova contrapposizione vanno ricercate nelle modalità di svolgimento delle ultime elezioni amministrative tenute il 23 aprile scorso e boicottate dall’intera comunità serba del Kosovo, in considerazione non solo del clima di tensione, conseguente allo scontro diplomatico tra Belgrado e Prishtina e alla cosiddetta “controversia delle targhe”, ma anche della sostanziale inagibilità politica per i serbi del Kosovo, trattandosi, come dichiarato da Aleksandar Jablanović, uno dei dirigenti serbi a Leposavić, di «una circostanza in cui, quando dal 21 novembre i serbi non possono circolare liberamente con i loro veicoli nel nord del Kosovo per le nuove norme sulla immatricolazione con le nuove targhe, sarebbe assurdo pensare di tenere delle elezioni»; ciò essendo legato al fatto che, come spiegato agli organi di informazione da Aleksandar Arsenijević della iniziativa civica “Srpski opstanak” a Kosovska Mitrovica, «non ci sono le condizioni per indire elezioni. Al Nord non c’è la possibilità di organizzare una partita di calcio, figuriamoci un’elezione. Ascoltiamo la voce dei nostri cittadini, e i nostri cittadini hanno deciso che queste elezioni dovrebbero essere boicottate».

Queste, tra le altre testimonianze raccolte nell’autunno scorso, tornano oggi utili per capire il clima nel quale sono state celebrate queste elezioni e, a maggior ragione, per comprendere le cifre dei risultati delle elezioni nel Nord: a Leposavić, Lulzim Hetemi, di Vetëvendosje, è stato eletto sindaco con 100 voti; a Kosovska Mitrovica, Erden Atiq, ancora di Vetëvendosje, con 519 voti; a Zubin Potok, Izmir Zeqiri, del PDK (Partito Democratico del Kosovo), con 196 voti; a Zvečan, Ilir Peci, ancora del PDK, con 114 voti. Le stesse cerimonie di giuramento sono state celebrate ben distanti dai capoluoghi, e si sono tenute nei villaggi albanesi dell’entroterra del Nord: Lulzim Hetemi, ha prestato giuramento nell’ufficio locale del villaggio di Šaljska Bistrica; Izmir Zeqiri ha prestato giuramento nel villaggio di Čabra; Ilir Peci nel villaggio di Boljetin/Boletini. Quest’ultima destinazione non è priva di risvolti simbolici di tenore nazionalistico: si tratta infatti del villaggio natio di Isa Boletini, icona del nazionalismo albanese e importante leader militare dell'indipendenza albanese, seppellito il 10 giugno 2015 nel villaggio che ospita anche la sua Kulla, oggi celebrato monumento kosovaro.

Al di là della mera maggioranza numerica dei voti espressi, la cornice di legittimità di tali “sindaci” si situa tra un processo elettorale ampiamente compromesso e un esito elettorale visibilmente surreale. La stampa serba non ha mancato, ovviamente, di fare notare come, affermando l’intenzione di lavorare nell’interesse di tutte le comunità del Kosovo, questi stessi “sindaci” abbiano tuttavia prestato giuramento in albanese. Vivono oggi nel Nord del Kosovo oltre 50 mila serbi, che costituiscono oltre il 90% della popolazione dell’area, a fronte di una affluenza al voto, nelle scorse elezioni amministrative, addirittura inferiore al 4%. La metafora della “presa delle istituzioni” del Nord del Kosovo è ampiamente usata dalla stampa, mentre in una surreale dichiarazione, all’indomani del voto, le autorità dell’autogoverno di Prishtina hanno affermato che «il governo sostiene pienamente le nuove amministrazioni nel loro lavoro al servizio di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna».

Sono i frutti avvelenati del nazionalismo e della contrapposizione etnopolitica, che si riversa non a caso anche sui tavoli della diplomazia. Nel vertice tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e il capo dell’autogoverno del Kosovo, Albin Kurti, tenuto lo scorso 2 maggio nell’ambito del dialogo mediato dall’Unione Europea, non si sono fatti passi in avanti sui temi dello statuto e della costituzione della Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo, già concordata e approvata nei precedenti accordi del 2013 e del 2015 e ora rigettata dalle autorità kosovare perché «incompatibile con la Costituzione del Kosovo». Ad oggi, il Kosovo non è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale nel suo complesso: sono meno di novanta gli Stati con cui il Kosovo ha relazioni diplomatiche e circa cento quelli che ad oggi hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara.

Fonti: Pressenza, Novosti, Wikipedia

lunedì 4 novembre 2019

Paesaggi Balcanici: dalle «Vie del Danubio» alla Costruzione della Pace

Felix Romuliana, Gamzigrad (Zajecar, Serbia): Foto di Gianmarco Pisa


È una delle possibili «Vie del Danubio», il grande fiume d’Europa e la via magistrale di connessione di popoli e culture, a cavallo tra la Mitteleuropa e l’Oriente Europeo, l’Europa centrale e austro-tedesca con il mondo slavo e la penisola balcanica. Si tratta della «Via degli Imperatori dell’Antica Roma e dei Vini del Danubio», itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa, che si dipana attraverso quattro paesi, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, attraversando ben 20 siti archeologici e 12 distretti enologici, ove sono distinguibili sia elementi identitari comuni, quali lo sfondo paesaggistico danubiano e il retaggio storico classico, sia elementi culturali distintivi, che fanno, appunto, la «ricchezza nella diversità» di questa vera e propria polifonia multiculturale.

Nel tratto serbo dell’itinerario, i grandi (non certo unici) complessi sono tre, nell’ordine con cui sono stati attraversati e nell’ipotesi di un itinerario ideale facente base a Belgrado: appunto la capitale, Belgrado, con la vicina Kostolac, l’antica Viminacium; quindi Zaječar, con la vicina Gamzigrad, che ospita l’antico complesso di Romuliana; e infine il capoluogo dello Srem, l’antica Sirmio, Sremska Mitrovica, all’epoca Sirmium. 

A Gamzigrad, Romuliana è nella lista del patrimonio dell’umanità dal 2007 e l’eccezionale unicità del sito è rappresentata dalla sua configurazione di «complesso», dove il palazzo fortificato dell’imperatore Galerio (dedicato alla madre Romula, da cui il nome), edificato tra il III e il IV secolo, è in realtà una spettacolare combinazione del palazzo imperiale, di due templi, e di una serie di altre costruzioni. A Sremska Mitrovica, dell’antica Sirmium resta, in particolare, il quartiere commerciale con una strada principale e resti delle strade e delle edificazioni adiacenti, realizzate, in più fasi, tra il II e il V secolo.

Infine, tornando verso Belgrado, l’antica Viminacium, odierna Kostolac, rappresenta uno dei primi siti legionari sul Danubio, del quale restano tracce di strutture militari e civili, dell’anfiteatro e delle terme. Da Belgrado, il tragitto sino a Kraljevo consente di connettere queste tracce con le memorie della storia del Paese, nella quale Kraljevo ha svolto un ruolo importante, nelle cui prossimità sorge il Monastero di Žiča, anch’esso patrimonio culturale di eccezionale importanza, uno dei cosiddetti monasteri di fondazione, e per questo centro delle celebrazioni dell’ottavo centenario della autocefalia della Chiesa Ortodossa Serba, che ricorre quest’anno (1219-2019).

Kraljevo non è distante da Niš, anch’essa legata alla memoria classica, dal momento che l’antica Naissus ha dato i natali all’imperatore Costantino il Grande. L’itinerario prosegue da Kraljevo, porta del sud della Serbia, verso il Kosovo, il cui patrimonio culturale e paesaggistico, è indiscutibile, dal momento che spazia dagli antichi ritrovamenti archeologici della Dardania e di Roma, alle sorprendenti costruzioni moderniste nello stile del razionalismo socialista dell’epoca jugoslava. A proposito della quale, quello che fu uno dei monumenti simbolo di Prishtina, vale a dire il Monumento alla Fratellanza e all’Unità, ha finito perfino per acquisire nuova vita, con la risistemazione della piazza che lo ospita, ora attrezzata anche con piccole aree verdi e punti sosta.

A 12 kilometri da Prishtina si trova Gračanica e, ad un kilometro da questa, lungo la strada per Laplje Selo, il sito archeologico di Ulpiana, anch’esso passato dal più totale abbandono (di cui siamo stati testimoni) ad una efficace risistemazione e valorizzazione (di cui pure siamo testimoni). All’epoca della presenza imperiale nella Dardania, la città si trasformò da tipico insediamento dardanico a tipica città romana, nel corso del I secolo, prendendo il nuovo nome dall’imperatore Marco Ulpio Traiano. 

Ulpiana divenne «splendidissima» tra il III ed il IV secolo e si presenta oggi nella forma di un complesso archeologico importantissimo, razionalmente – simmetricamente – organizzato nelle parti che lo compongono, da Nord verso Sud (in direzione contraria a quella di ingresso) con la porta maggiore (Porta Nord), la via di accesso (Cardo Maximus), una Taberna, le Terme, un Tempio pagano, una Basilica paleocristiana, infine una notevole Villa urbana e uno spettacolare Battistero ottagonale.

Rientrati a Gračanica, non si può non orientarsi verso lo spettacolare Monastero, anch’esso patrimonio dell’umanità dal 2006, con il suo superbo sistema di colonne e di cupole e i rilevanti affreschi, risalenti al 1321. Costituisce patrimonio dell’umanità in solido con il Monastero di Dečani, anch’esso nella lista dal 2004, ultimato nel 1335 da Stefan Dečanski, figlio di Stefan Milutin, costruttore di Gračanica. 

L’esterno, elegantemente armonioso, in un perfetto bilanciamento di romanico e gotico, e l’interno, letteralmente stupefacente, con i suoi mille ritratti affrescati su uno sfondo di blu lapislazzuli (singolare al punto da essere definito «Blu di Dečani») rappresentano un esempio superbo di unità culturale e spirituale, una perfetta interpretazione, per il contesto e i contenuti che rappresenta, di una unità paesaggistica capace di veicolare il carattere universale di questo patrimonio e rappresentare i più alti valori di solidarietà e di pace. 

Enfatizzati, per chiudere questo «itinerario di itinerari», da uno dei patrimoni simbolo della cultura albanese, le Kullat a Junik (Peć/Pejë), a sua volta non distante da Dečani, sulla strada per Gjakova (Ðakovica), come tutte le Kullat, simbolo comunitario e di accoglienza. La stessa Gjakova, del resto, è una delle poche città, in Kosovo, ad avere conservato, nel suo centro storico, i caratteri tradizionali della architettura albanese kosovara. Ancora, da questo patrimonio culturale, un messaggio potente, la cui attualità pare, oggi, più forte che mai.

La fotogallery e il reportage a puntate sono su:
https://www.pressenza.com/it/tag/paesaggi-balcanici


giovedì 6 giugno 2019

Il Kosovo, e un nuovo precipizio della violenza

Fitim Selimi [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Una giornata gravissima per il Kosovo, quella dello scorso 28 Maggio, quando una escalation di violenza e scene di vera e propria guerriglia hanno riportato la regione a un punto di tensione e di conflitto che non si vedeva dal luglio 2011, all’epoca della cosiddetta “crisi dei valichi”. E, per alcuni aspetti, le modalità dell’intervento e il carattere dell’escalation, nei due casi, sembrano mostrare talune similarità e analogie.

In quelle giornate estive, del luglio 2011, le unità speciali della polizia kosovara (ROSU) innescarono un blitz, all’epoca con un coinvolgimento degli elicotteri della missione NATO nella regione (KFOR), allo scopo di prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord, lungo la linea di amministrazione che delimita il Kosovo Settentrionale dalla Serbia Centrale. 

Come in altre circostanze, la reazione delle popolazioni serbe, che sono larghissima maggioranza nelle municipalità del Nord (Kosovska Mitrovica, Zvečan, Leposavić e Zubin Potok), si espresse con il “boicottaggio” e la “non collaborazione” e si manifestò con blocchi e barricate erette lungo le strade di collegamento. L’escalation precipitò nuovamente il Kosovo oltre la soglia del “conflitto congelato” e nuove tensioni e barricate fecero la loro comparsa sul ponte centrale di Mitrovica.

Lo spettro del “conflitto congelato” è stato evocato dallo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić, ma prima, non dopo, l’ultima escalation di tensione che ha nuovamente interessato il Kosovo: un particolare, questo, fatto acutamente notare, per i contenuti di quelle affermazioni e la strettissima successione degli eventi, da diversi osservatori internazionali. 

In una sessione speciale del parlamento serbo, a Belgrado, che si è svolta appena lunedì scorso, il 27 Maggio, il giorno prima della nuova escalation, Vučić aveva dichiarato, in un lungo e impegnativo discorso, trasmesso in diretta dalla televisione serba e che non aveva mancato (e continua a non mancare) di suscitare commenti e reazioni, che la situazione del Kosovo deve essere risolta con il negoziato e il compromesso. 

Ed ancora: che non vi è alternativa tra una situazione nuova frutto di un accordo tra Belgrado e Prishtina e la prospettiva inquietante di mantenere la regione nella situazione di un conflitto congelato, puntualmente sensibile a nuove escalation e a nuovi precipizi, e che l’opinione pubblica serba deve abituarsi a pensare che il Kosovo non è più sotto il controllo serbo, a parte per le funzioni amministrative che lo stato serbo continua ad esercitare nei comuni e nelle enclavi serbe (la sanità e la scuola, essenzialmente) e quindi, di conseguenza, senza una soluzione capace di superare lo status quo, la reazione, da parte della leadership nazionalista della maggioranza albanese, sarà quella di colpire i serbi.

Appena un giorno e una nuova violenza agita il Kosovo. Il 28 Maggio una “operazione anti-crimine” dà corpo ad un vero e proprio raid nelle municipalità del Nord, in particolare nel comune di Zubin Potok, quando, alle prime luci dell’alba, il raid sconvolge la regione del Nord, gli scontri degenerano in un vero e proprio conflitto a fuoco, numerose persone (19 persone, secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia kosovara, 23 persone, secondo le dichiarazioni ufficiali serbe) vengono arrestate: undici serbi, quattro albanesi e quattro bosniaci. Si susseguono scontri a fuoco e cinque poliziotti kosovari e sei civili serbi vengono feriti. 

Le barricate e i blocchi eretti in auto-difesa dai residenti serbi vengono distrutti e smantellati dalle forze speciali kosovare; la tensione cresce e il Kosovo ripiomba nuovamente tra le pagine peggiori della sua storia recente. Alle agenzie internazionali, ripetendo in qualche modo il copione del 2011, le forze della NATO in Kosovo (KFOR) non trovano di meglio che dichiarare che si è trattato «solo» di una «operazione di polizia», conseguenza di una serie di «mandati di arresto» per una «indagine sulla corruzione».

La presenza delle forze speciali della ROSU nel Kosovo Settentrionale a maggioranza serba resta una questione spinosa e controversa. L’Accordo di Principio, l’unico testo di portata complessiva scaturito dal dialogo diplomatico tra le due capitali, il 19 Aprile 2013, prevede, salvaguardando l’unitarietà del Kosovo e la volontà della Serbia di non riconoscerlo, una ampia autonomia dei Serbi del Kosovo e la costituzione di una Comunità dei Comuni Serbi, per un totale di dieci comuni, tra cui i quattro del Nord, K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok. 

Gravissimo anche il fatto che, negli ultimi scontri, due funzionari della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) siano stati arrestati e, tra questi, un diplomatico russo. Il Kosovo è uno stato «di fatto», ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale; sono circa ottanta i Paesi che non lo riconoscono e, tra questi, cinque membri UE (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro).

Tutto ciò succedeva il 28 Maggio, 2019. Avremmo preferito ricordare questa giornata come la vigilia del 29 Maggio, 2019: la giornata mondiale dei peacekeeper delle Nazioni Unite, istituita, appunto, per richiamare tutti gli stati e le persone all’importanza del ruolo delle Nazioni Unite, nel contesto della difesa della sicurezza internazionale e del diritto internazionale, ai fini del mantenimento della pace, e per sollecitare impegni concreti, nel senso della prevenzione delle cause della violenza e della estinzione dei bacini della violenza, per risolvere i conflitti in maniera costruttiva e generare nuovi spazi per la pace e la pace positiva. 

Istituita con la Risoluzione 57/129 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003, essa richiama l’importanza del peacekeeping come strumento – chiave per il mantenimento della pace e della sicurezza a livello internazionale e rende omaggio alla memoria di quanti sono caduti per la causa della pace. Riflettendo sulle ambasciate di pace, uno degli strumenti dei corpi civili di pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione della pace positiva, in un testo dei Berretti Bianchi (1994), si legge: «L’ambasciata di pace è uno strumento della diplomazia dei popoli. […] 

«In quanto diplomazia dei popoli, l’ambasciata di pace deve essere autonoma da tutti i governi. L’ambasciata di pace è uno strumento della società civile e delle popolazioni e da queste sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. […] I suoi compiti sono: aprire e consolidare le comunicazioni tra i popoli; […] aiutare le popolazioni che, in seguito a guerre, esodo forzato, embargo, epidemie o disastri ambientali, si trovano in stato di bisogno; […] essere uno strumento di supporto logistico ed organizzativo per tutte le ONG che intendano contribuire alla pace».

È forse il caso di concludere ricordando le parole di uno tra i maestri italiani della peace-research che più si sono impegnati ai fini della prevenzione della violenza e del superamento del conflitto in Kosovo. Alberto l’Abate, nel suo studio dedicato a «Il contributo di Johan Galtung alla teoria e alla pratica della pace e della nonviolenza», in “Inchiesta” (24 novembre 2013), ricordava quanto fosse importante la «sottolineatura di Galtung dei tre principali compiti dei professionisti di pace che lui si augura … si diffondano in tutto il mondo: 

1) la riconciliazione, e cioè il curare gli effetti della violenza passata; 

2) la costruzione della pace, e cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura; 

3) la trasformazione del conflitto, e cioè la ricerca di metodi per mitigarli (ad esempio passando da una lotta armata ad una lotta di tipo nonviolento), oppure nell’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio (attraverso la mediazione). […]

«In questo campo, il suo «triangolo del conflitto» è formato, da un lato, dagli atteggiamenti (odio, rancore, diffidenza etc., che possono essere superati attraverso l’apprendimento dell’empatia); in un altro angolo, dal comportamento (che può passare, anche grazie ad un buon lavoro dell’operatore di pace, da violento a nonviolento); e, infine, dalle contraddizioni, e cioè dagli obiettivi contrapposti dei due contendenti, che possono tuttavia essere superati grazie alla creatività e alla ricerca di obiettivi di mutuo beneficio».

A margine degli eventi drammatici di questo 28 Maggio, in Kosovo, il capo della missione UNMIK, Zahir Tanin, non ha mancato di fare sentire la propria voce, richiamando tutti al rasserenamento della situazione e alla de-escalazione del conflitto. Non bastano tuttavia gli appelli e le dichiarazioni, se il compito è, come a questo punto appare, quello di prevenire ogni ulteriore possibile escalation e di avviarsi con decisione, a differenza di quanto è stato sin qui fatto, verso la definizione di un percorso diplomatico autentico e la costruzione di solide condizioni per la «pace con giustizia» (pace positiva). 

Richiamando quanto scritto, recentemente, da Rocco Altieri, infatti, nella sua interezza «il Movimento per la Pace ha oggi di fronte a sé il compito di acquisire, così come aveva auspicato nel 1992 l’Agenda per la Pace di Boutros-Ghali, capacità funzionali alternative agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione delle crisi internazionali e della costruzione della pace, prevedendo un’azione di confidence building (un’opera cioè di “diplomazia preventiva”), un’azione di peace-making, peace-keeping e peace-building post-conflitto. Si affacciava per la prima volta, nelle più alte organizzazioni internazionali, l’ipotesi di un’azione civile di prevenzione e interposizione non armata nei conflitti, da affidare a corpi non militari, corpi civili di pace».

In Kosovo la tensione resta alta, in un epicentro del conflitto nel cuore dell’Europa, proiettato sullo scenario complesso e turbolento del Mediterraneo. Oggi giunge la notizia del rilascio, da parte delle autorità kosovare, dei civili serbi arrestati. Non deve, tuttavia, venire meno l’attenzione e l’impegno, perché si cominci a esplorare, finalmente, una strada nuova, di distensione, e, in definitiva, di pace e di giustizia.

domenica 9 dicembre 2018

Beni comuni, patrimoni culturali, convivenza

Recentissima pubblicazione per la Multimage di Firenze, casa editrice dei diritti umani, il volume dal titolo «Paesaggi Kosovari. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace», è stato presentato il 1° dicembre 2018 presso il Giardino Liberato di Materdei, a Napoli, in una dimensione in cui testo e contesto proveranno a dialogare e interagire costantemente.

Il volume è il risultato di una ricerca-azione sul tema dei patrimoni culturali in contesti di conflitto, contesti che hanno subito la furia della guerra, in particolare della guerra etno-politica, e che attraversano un estenuante post-conflitto, presi nella morsa tra gli interessi delle grandi potenze, che condizionano l’autonomia e lo sviluppo di queste comunità, e la violenza che continua a diffondersi nel tessuto delle relazioni, inoculando il proprio veleno, esasperando le divisioni e le segregazioni sociali, etniche, comunitarie.

Siamo nel cuore dell’Europa, appena al di là della “sponda adriatica” del Mare di Mezzo, dove tanti eventi, importanti e decisivi, per la storia sociale e culturale della vicenda europea si sono dipanati. Siamo nel territorio della ex Jugoslavia, che dopo la vittoria contro il nazifascismo e la liberazione della regione, ad opera delle formazioni partigiane e socialiste di Tito, aveva saputo inaugurare una originalissima via nazionale al socialismo, fatta di autogestione della produzione, federalismo e non-allineamento. Siamo in Serbia, e, in particolare, in Kosovo, dove il paradigma della guerra etno-politica e delle cosiddette “nuove guerre” è stato inaugurato proprio nel 1999.

Ma siamo anche nel contesto di una vibrante attualità. La Serbia, come altri Paesi dei Balcani Occidentali, ciascuno con le proprie forme e nei propri tempi, è alle prese con il proprio, dibattuto e controverso, processo di adesione alla Unione Europea. La Serbia e il Kosovo sono impegnati in un dialogo politico per giungere ad una soluzione della cosiddetta «controversia kosovara», che non si può che auspicare basata su una formula win-win, che sappia guardare ai bisogni della popolazione, piuttosto che agli interessi degli Stati. In Kosovo, e intorno al Kosovo, gravitano non pochi patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, luoghi e beni culturali di grandissima rilevanza storica e culturale, di bellezza, di memoria del passato e di speranza nei confronti del futuro.

Il Monastero di Dečani; il Patriarcato di Peć; la Chiesa della Bogorodica Ljeviška, la Madre di Dio di Ljeviš, a Prizren; il Monastero di Gračanica, poco distante dal capoluogo, Prishtina; l’antica Stari Ras e lo splendido Monastero di Sopočani, in Serbia, e ancora, poco oltre, lo splendido Monastero di Studenica, sono solo alcuni, quelli all’interno delle liste dell’UNESCO nella zona, tra i patrimoni culturali che continuano ad esercitare un fascino indiscutibile e che spesso portano con sé un messaggio che non si limita a ricordare i fasti del passato e le memorie del tempo che fu, ma può continuare a ispirare un messaggio, un contenuto, positivo, per l’oggi e per il domani.

È importante che questo interrogativo, che la ricerca stessa avanza e rilancia, possa essere affrontato in un luogo così significativo come il “Giardino Liberato” di Materdei a Napoli. Lo stesso Giardino Liberato è, infatti, un patrimonio culturale dove si esercita iniziativa sociale e in cui si tesse la memoria del passato con la prospettiva del futuro. È questo giardino il cuore dello spazio un tempo occupato dal complesso delle Teresiane, restituito alla collettività sin dal 2012 grazie a una iniziativa dal basso di cittadini e cittadine per farne un bene comune, riconosciuto, dalla Città di Napoli, «tra i beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e, come tali, strategici».

La scheda del libro e le ulteriori informazioni sono disponibili al link:
http://www.multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018

domenica 19 agosto 2018

Kosovo: la tentazione della separazione etnica?

Monumento NEWBORN, per il decennale della indipendenza, Prishtina

I luoghi comuni si moltiplicano, in un agosto in cui i cosiddetti “Balcani Occidentali” sembrano avere riguadagnato la scena; e, in questa cornice, il Kosovo in particolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata l’ultima, in ordine di tempo, proprio intorno alle giornate di Ferragosto, ad intervenire sulla questione più sensibile, che pure sembra affermarsi anche nei circoli diplomatici e nelle osservazioni degli analisti: una inedita partizione, magari nella forma di uno «scambio di territori», tra la Serbia ed il Kosovo, per giungere finalmente ad un accordo risolutivo tra le parti.
 
«Per la Germania la ridefinizione dei confini è una questione chiusa, quindi come andare contro questa posizione? È ovvio che ci vorrà molto più tempo di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ciò che qualcuno può aver pensato, che un accordo possa essere raggiunto nel giro di due o tre mesi, è qualcosa da dimenticare». Così ha sintetizzato i termini della questione il presidente serbo, Aleksandar Vučić, che pure era sembrato, negli ultimi tempi, caldeggiare questa ipotesi.
 
Ma cosa si intende per “ridefinizione dei confini”? Mascherata dietro il linguaggio diplomatico e coperta, di volta in volta, da sinonimi ed eufemismi, sia in alcuni passaggi con la stampa, sia in una recente presa di posizione pubblica a Šid, nel nord della Serbia, non distante dalla Croazia, la proposta è stata più volta ribadita, non solo da Vučić, ma  anche da alcuni alti ufficiali del governo serbo; ed è rimbalzata a Prishtina, dove sembra avere trovato alcuni tra i leader albanesi kosovari, e in primo luogo il presidente stesso della regione separatista, Hashim Thaçi, non contrari.
 
Qualche tempo fa, la premier serba Ana Brnabić, in una presa di posizione pubblica, aveva precisato quale dovrebbe essere il carattere di fondo di una soluzione di compromesso equilibrata, capace di spianare la strada ad un accordo tra Belgrado e Prishtina: tutti dovranno poter ottenere qualcosa, ciascuno dovrà cedere qualcosa. È impensabile un accordo in cui l’una o l’altra delle due parti possa ambire ad ottenere il 100% di ciò che pretende. È da lì che sia il presidente serbo, sia, in maniera più netta, la leadership albanese kosovara, hanno iniziato a porre l’accento sull’esistenza di «linee rosse», dei limiti invalicabili, o conditio sine qua non, nel quadro delle trattative in corso.
 
Una piena indipendenza “di fatto”, senza il riconoscimento ufficiale della sovranità del Kosovo, è il punto di vista di Belgrado. Riconoscimento pieno dello stato kosovaro e adesione a tutte le organizzazioni internazionali, secondo, invece, il punto di vista di Prishtina. Mediati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea a Bruxelles, i dialoghi diplomatici tra serbi e albanesi kosovari non stanno dando, tuttavia, i frutti sperati; anzi, gli ultimi incontri nel mese di luglio, prima dei prossimi, forse già a settembre, sono stati definiti i più difficili degli ultimi tempi.
 
I «luoghi comuni» non sono finiti, se è vero che, in una recente conferenza presso l’Hotel Moskva, nel cuore della capitale, Belgrado, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, ha sottolineato come proprio un certo cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense sia stato tra i presupposti dell’apertura della nuova opzione, quella relativa alla “ridefinizione dei confini”: gli Stati Uniti hanno sempre considerato “chiusa” la questione kosovara con la proclamazione dell’indipendenza (dieci anni fa, il 17 febbraio 2008); adesso sembrano più propensi a disinnescare il «pilota automatico» e più aperti ad una soluzione alternativa raggiunta direttamente da Belgrado e Prishtina.
 
Purché non sia una soluzione che scoperchi per l’ennesima volta il «vaso di Pandora»: lo scambio di territori cui si sta guardando rischia di essere pericoloso e minaccia di scatenare una reazione a catena di portata regionale. Si tratta, infatti, di uno scambio di territori per linee etniche: i confini sarebbero ritracciati in modo che rientrerebbero sotto la piena sovranità serba i distretti a maggioranza serba del Kosovo settentrionale (tra Leposavić, Zvečan, e Zubin Potok, fino a Kosovska Mitrovica), mentre al Kosovo verrebbe assegnata l’estrema parte sud-orientale della Serbia, la zona, a maggioranza albanese, della valle di Preshevo, con le municipalità di Bujanovac, Medvedja, e la stessa Preshevo.
 
D’altra parte, come ha scritto Gordana Filipović, «due decenni dopo la disintegrazione della ex Jugoslavia, nel conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, riscrivere i confini rischierebbe di destabilizzare una regione ancora alle prese con gravi tensioni tra i vari gruppi», serbi, albanesi, croati, bosniaci, macedoni. La Republika Srpska potrebbe rivendicare la separazione dalla federazione croato-musulmana cui è “unita” nel contesto, anche questo nato da una riscrittura post-bellica dei confini, della Bosnia Erzegovina. La Macedonia, ancora alle prese con la disputa con la Grecia sul proprio nome, è popolata da una forte componente albanese, non insensibile al richiamo separatista. 
 
Perfino la parola “guerra” sembra, purtroppo, tornare in auge. Contrario all’apertura mostrata da Thaçi nei confronti della proposta sui confini, il premier albanese kosovaro, Ramush Haradinaj, si è spinto al punto da dichiarare che la guerra ha sancito questi confini, e solo una nuova guerra potrà definirne di nuovi. Nessuno sembra o vuole ricordare che un accordo di principio tra le due capitali è già stato siglato: risale al 19 aprile 2013, lascia intatti i confini, definisce lo status del Kosovo senza un suo riconoscimento ufficiale ed esplicito da parte della Serbia, prevede, all’interno dei confini kosovari, la formazione di una comunità dei comuni serbi, sulle dieci municipalità a maggioranza serba della regione, dunque non solo i distretti del Nord del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia. 

Potrebbe essere il viatico per risolvere la questione in maniera costruttiva, nel senso che, citando Daniel Serwer della John Hopkins University, «se la Serbia e il Kosovo vorranno essere stati democratici e membri dell’UE, dovrebbero lasciare le loro minoranze nazionali entro i confini esistenti». Ed ovviamente, impegnarsi lungo la strada di un accordo reciprocamente accettabile, e nella tutela dei diritti di tutti, in particolare delle minoranze nazionali. Dovremmo davvero lasciarci alle spalle gli incubi degli “stati etnici”. Ma non sembra sia ancora, purtroppo, arrivato il momento. 

Linkto: ildialogo.org
 

lunedì 21 maggio 2018

Memorie e Culture per la Pace e la Convivenza

Museo Etnologico "Emin Gjiku", Prishtina, Kosovo (Foto di G. Pisa)

Nel “lavoro di pace” e, nello specifico, nei processi di trasformazione del conflitto e di ri-composizione post-conflitto, il complesso delle forme e delle dinamiche che appartengono all’universo culturale assume un’importanza, sebbene spesso sottovalutata o non colta appieno, rilevante e significativa. Spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, la sfera culturale può costituire, infatti, un potente fattore di soggettivazione e di legame, tanto negli aspetti materiali, espressi intorno a luoghi ed oggetti fisici del patrimonio culturale, quanto intorno ai patrimoni immateriali, intangibili, “fatti” di narrazioni e simboli, figure ed eventi, celebrazioni e pratiche rituali.

Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei luoghi della memoria, che, a propria volta, costituiscono punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono a occasioni preziose, contro l’oblio e lo spaesamento, per costruire pace e condivisione. Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, nucleo e limes d’Europa, esprimono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, e riverberano possibilità di inclusione e di convivenza. Riprendendo Johan Galtung, infatti: «Condividere insieme l’arte di una cultura dopo l’altra può già costituire una costruzione della pace; e ancor di più esporsi all’arte che crea essa stessa ponti tra le culture. Essi riconosceranno i propri temi, e la loro armonia con le altre culture può diventare quella tra le culture».

I luoghi del patrimonio culturale, materiale e immateriale, i beni di rilevante interesse storico e culturale, paesaggistico e archeologico, i luoghi della memoria, nell’orizzonte delineato dalla Carta UNESCO e nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», vale a dire della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace lungo i percorsi individuati dalla «convergenza tra le culture», attraverso il Mediterraneo, irradiano per il futuro, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, messaggi di trasformazione, di convivenza e di giustizia. Come indica Lisa Schirch, tra gli altri, la sfera culturale può, infatti, consentire «all’“impossibile” di divenire “reale” in quanto le persone possono generare un contesto unico in cui, anche se solo temporaneamente, simboli, messaggi sensibili ed emozioni espresse riescono a comunicare ciò che le parole, da sole, non possono».

Nei termini in cui si esprime la Carta UNESCO, in effetti, «una pace basata esclusivamente sugli accordi politici ed economici tra governi non è una pace che possa godere del sincero, unanime e duraturo supporto dei popoli del mondo, laddove, al contrario, la pace deve essere fondata, se non intende fallire, sulla piena solidarietà, morale e intellettuale, dell’umanità». Sicché, come recita l’art. 1, «scopo dell’UNESCO è contribuire alla pace e alla sicurezza promuovendo la cooperazione tra i popoli, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, al fine di promuovere il rispetto universale per la giustizia e lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali».

Occasione di confronto su queste tematiche, la presentazione del volume “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Napoli, 2017), Mercoledì 23 Maggio 2018, ore 17.00, Complesso Monumentale di S. Maria la Nova, Napoli, con gli interventi di Elena Coccia, Consigliera Delegata al Patrimonio Culturale, Città Metropolitana di Napoli; Amarilis Gutierrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela; Immacolata Caruso, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, ISSM - CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Dorotea Giorgi, femminista, Casa Internazionale delle Donne, Trieste; Maria Teresa (Maite) Iervolino, anglista e boemista, mediatrice culturale; Manuela Marani, esperta di sviluppo territoriale e di cooperazione decentrata; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata, Università “L’Orientale”, Napoli. L’iniziativa ha il patrocinio morale della Città Metropolitana di Napoli e dell’Osservatorio Permanente per il Centro Storico di Napoli Sito UNESCO. 


giovedì 22 marzo 2018

Kosovo: quando la guerra «ferma» il tempo


Foto di Arben Llapashtica, via Wikimedia Commons


Sembra incredibile, ma le cose stanno così: tutti gli orologi attivati da rete elettrica in Europa, come ad esempio, ma non solo, gli orologi delle radio-sveglie, dei forni elettrici, del riscaldamento elettrico, sono sistematicamente in ritardo, accusano cioè un ritardo, che si è progressivamente accumulato a partire dal gennaio di quest’anno, che ammonta adesso a circa sei minuti. 

La spiegazione più immediata sta in una “irregolarità” nella frequenza della rete elettrica europea, come ha confermato un comunicato emesso lo scorso 6 marzo dalla ENTSOE, la Rete Europea degli Operatori dei Sistemi di Trasmissione dell’Elettricità, vale a dire la rete degli operatori di rete elettrica attivi nel cosiddetto «Continental European Power System», un’area comune di frequenza elettrica sincronizzata, che abbraccia 25 Paesi e che si estende dalla Spagna alla Polonia e dai Paesi Bassi alla Turchia. Qui, dalla metà del gennaio 2018 – riporta il comunicato – «si sta verificando una continua deviazione nella frequenza di sistema rispetto al valore principale di 50 Hz». 

Perché questo scostamento sia così significativo e possa avere effetti così paradossalmente rilevanti, è lo stesso comunicato a spiegarlo, quando specifica che un sistema elettrico sincronizzato è un sistema ad ampio raggio (in termini tecnici, una griglia di elettricità) che copre diversi Paesi che operano sulla base di una frequenza sincronizzata e che è tenuta insieme, sotto il profilo elettrico, in normali condizioni di sistema. Nell’Europa continentale, tale frequenza sincronizzata è pari a 50 Hz. 

Tuttavia «affinché il sistema funzioni correttamente, la frequenza non può essere inferiore a 47.6 Hz. e superiore a 52.4 Hz. Ai valori-limite di 47.5 Hz. (sotto-frequenza) e di 52.5 Hz. (sovra-frequenza) i dispositivi collegati si disconnettono automaticamente. La frequenza media a partire da metà gennaio del 2018 sino ad oggi è stata di 49.996 Hz.» inferiore ai 50 Hz. della frequenza media di sincronizzazione. Questo determina il ritardo. 

Vi è un ammanco di energia attualmente pari a 113 GWh. La conseguente riduzione della frequenza sotto i 50 Hz. provoca un ritardo, oggi pari a sei minuti, in tutti gli orologi alimentati dall’energia elettrica nel continente europeo. Ma cosa ha determinato questo vero e proprio, sorprendente, «rallentamento del tempo»? 

«Le deviazioni di potenza» – spiega il comunicato della ENTSOE – «hanno origine nella zona di controllo denominata Serbia, Macedonia, Montenegro (SMM) e, in particolare, in Kosovo e Serbia». E la questione, che a prima vista sembrava ascrivibile a mere motivazioni “tecniche”, finisce per avere invece risvolti e ragioni ben più profonde, politiche: «I disaccordi politici che contrappongono le autorità della Serbia e del Kosovo hanno determinato questo impatto sull’elettricità. Se non sarà trovata una soluzione a livello politico, il rischio di tale deviazione potrà permanere». 

Da quanto si apprende, infatti, proprio a partire dalla metà del gennaio di quest’anno, il Kosovo ha iniziato a consumare più elettricità di quanta ne produce, in relazione ai parametri di produzione e di consumo stabiliti e regolati a livello europeo. Questo ammanco di energia non è stato ripianato e, pertanto, dal momento che il sistema elettrico europeo è interconnesso e i valori regolati in maniera tale da coinvolgere tutti i Paesi connessi nella rete, l’ammanco ha causato un geometrico «effetto domino» da un capo all’altro del continente. 

Come è stato riferito dalla stampa, se vi è uno squilibrio da qualche parte, questo si riverbera sulle altre parti; se vi è una riduzione, questa porta a una lenta diminuzione della frequenza. E così, a cascata, la mancata soluzione dei problemi del Kosovo e lo stallo negli accordi tra Belgrado e Prishtina, ha finito per riverberarsi sul continente. 

Che la controversia richieda una soluzione di natura politica, lo dimostra il tenore delle reciproche accuse tra autorità serbe e kosovare: l’operatore elettrico serbo ha precisato che, nei mesi di gennaio e febbraio, le autorità kosovare hanno prelevato, senza autorizzazione, energia elettrica dall’area continentale europea di sincronizzazione, determinando quindi l’ammanco, la riduzione di frequenza, e il ritardo negli orologi; viceversa, dall’operatore elettrico kosovaro hanno riconosciuto che energia elettrica sia stata stornata nel Kosovo settentrionale, fuori dal controllo delle autorità centrali kosovare, e tuttavia quei consumi elettrici non sono stati pagati all’ente elettrico. 

Il Nord del Kosovo, a maggioranza serba e legato a Belgrado, è in ampia misura fuori dal controllo delle autorità centrali, a maggioranza albanese, del Kosovo. Anche questa situazione è figlia di una controversia politica: Belgrado e Prishtina hanno pattuito un Accordo sull’Energia nel 2015 finalizzato alla costituzione, da parte dell’ente elettrico della Serbia, di una propria controllata per la fornitura dell’energia elettrica in Kosovo, per le municipalità a maggioranza serba della regione; ma l’accordo non è stato implementato, la compagnia prevista non è stata ancora registrata e autorizzata, e le autorità kosovare mostrano, nel migliore dei casi, una certa “indolenza”, nell’implementazione di questi accordi, finalizzati, con altri, alla normalizzazione delle relazioni tra le due “capitali”. 

Il primo accordo di principio per la normalizzazione delle relazioni risale, ormai, al 19 Aprile 2013, l’epoca dei famosi, storici, Accordi di Bruxelles, o Brussels Agreement. Quasi cinque anni di ritardi. E sei, incredibili, minuti.

lunedì 26 febbraio 2018

Un centro culturale serbo a Prishtina, Kosovo

Saint Nicholas Church, Prishtina, Kosovo, by Eraalickaj, commons.wikimedia.org/wiki/File:Saint_Nicholas_Orthodox_Church_in_Prishtina,_Kosovo.JPG


Apre a Prishtina, con l’obiettivo dichiarato di preservare la cultura, i costumi e le tradizioni della comunità serba del Kosovo, che oggi ammonta a non più di una trentina di persone in città, il Centro Culturale Serbo, nei locali della Chiesa di San Nicola, nel centro storico del capoluogo kosovaro, poco distante dal Museo Etnografico Emin Gjiku. La stessa Chiesa di San Nicola rappresenta, peraltro, un «luogo della memoria» per i Serbi della città e della regione. 

La Chiesa, infatti, è stata più volte presa di mira e ripetutamente attaccata dal 2002 in avanti; durante i numerosi attacchi l’ingresso principale è stato danneggiato e le finestre sono andate distrutte. Si tratta di una piccola, storica, chiesa, costruita nel 1830 sulle fondamenta del vecchio monastero serbo-ortodosso di San Nicola, ed è legata a una, tuttora presente sebbene sempre più remota, «memoria collettiva» dei Serbi del Kosovo, dal momento che è l’ultima chiesa serbo-ortodossa rimasta attiva nel capoluogo kosovaro fino ai pogrom anti-serbi del marzo 2004, che finirono col cancellare le ultime tracce di presenza serba in città. Restaurata grazie anche a fondi UE, è rientrata in funzione solo nel 2010.
 
In occasione della storica apertura è stata inaugurata, nei locali del centro culturale, una mostra di fotografie e cartoline sul tema della «Vecchia Prishtina» e una mostra di opere pittoriche. «I pittori serbi oggi sarebbero felici di essere qui con noi, nella città in cui hanno vissuto, creato, esposto le loro opere. Molti di loro hanno organizzato atelier e hanno visto distruggere le loro composizioni. Questa mostra, attraverso la loro creatività, segna il ritorno simbolico degli artisti serbi in città», questo il commento, riportato dagli organi di informazione, dello storico dell’arte Nebojša Jevtić. 

Il Centro Culturale Serbo, che intende organizzare per il futuro dibattiti e mostre, incontri e conferenze, è stato aperto per offrire un punto di riferimento culturale per tutti i serbi del Kosovo, come ha riferito il vescovo della diocesi di Raška e Prizren, Teodosije, che ha partecipato all’inaugurazione e benedetto i locali dello spazio culturale. «Per riunire le persone in amore, unità e armonia», sono state le sue parole. E ancora: «Per promuovere e preservare ciò che è sacro e degno, ciò che i nostri antenati hanno creato e consegnato a noi, e che noi stessi, a nostra volta, siamo chiamati a mantenere e preservare per le future generazioni. Per inviare da qui un messaggio di pace e di unità».
 
All’apertura del Centro Culturale hanno partecipato il vice direttore dell’Ufficio Serbo per il Kosovo, Dušan Kozarev, il Segretario di Stato del Ministero dell’Economia, Branimir Stojanović, il sindaco di Gračanica. «Questo è un pezzo simbolico nel grande mosaico del ritorno della presenza serba a Prishtina», ha riferito alla stampa locale Dušan Kozarev. Ha aggiunto che oggi il popolo serbo lotta per gli stessi valori del 1804, quando ha combattuto per la giustizia, l’onestà, la verità, chiaro riferimento, storico e  simbolico, alla prima rivolta serba, scoppiata proprio nel 1804 e proseguita sino al 1813, quando i serbi insorsero contro l’oppressione ottomana, e «il diritto ad una vita normale per tutti». 

«Questo è un luogo simbolico nel grande mosaico del ritorno dei serbi a Prishtina», aggiungendo, ancora con toni evocativi, «i serbi mancano a Prishtina e Prishtina manca ai serbi. Prishtina non è Prishtina senza la presenza serba e la cultura serba». Il Centro Culturale Serbo a Prishtina si propone dunque di essere un luogo di incontro e di scambio, non solo del popolo serbo, ma anche con le comunità vicine, «con tutti i vicini, indipendentemente dal loro nome e cognome» e con ospiti e amici provenienti da tutto il mondo.
 
Nella Chiesa di S. Nicola si è tenuta anche una celebrazione in occasione della festa della Candelora, con la benedizione delle candele, che celebra la festività della presentazione al Tempio e la festa della Luce. Anche qui si riscontra una tradizione “orientale”: la festa ebbe origine in Oriente con il nome di «Ipapante», vale a dire «Incontro». Soprattutto nella Gallia, a partire dal VI secolo, si caratterizzò per la solenne benedizione e per la processione delle candele (da cui la designazione di festa delle Luci) che ha dato il nome alla festività.

mercoledì 16 agosto 2017

Spariglio di carte, o rottura del quadro?



UTOPIJA, Mikser Festival Belgrado, 2014: Foto di G. Pisa

Nel caldo di agosto, il Kosovo torna, ancora una volta e significativamente, sulla scena. Non ha suscitato particolare eco sulla stampa nostrana, ma è diventata uno dei topic salienti del confronto regionale nei Balcani, soprattutto tra Belgrado, Prishtina e Tirana, la recente iniziativa del presidente serbo, Aleksandar Vučić, di lanciare un inedito “dibattito nazionale” sulla questione kosovara e sul futuro del Kosovo.

Una iniziativa inedita, per le modalità, prima ancora che per i contenuti, che pure non hanno mancato di destare sorpresa e reazioni. Il Kosovo resta, infatti, se non più il centro della vita politica e del dibattito pubblico in Serbia, una questione tuttavia cruciale, che investe, a sua volta, una notevole quantità di implicazioni: la sopravvivenza dei serbi kosovari e la possibilità della riconciliazione tra serbi e albanesi; l’emersione dalla povertà e dalla disoccupazione e le prospettive di sviluppo e di cooperazione nell’area; la questione dello status, il rispetto della risoluzione 1244 del 1999, il percorso di adesione alla UE.

Ora, per la prima volta, con un lungo e ambizioso scritto su Blic, il 24 luglio scorso, Vučić riporta il Kosovo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, non per proporre una soluzione (della quale non c’è, ragionevolmente, traccia nel suo articolo), ma per impostare il tema: ragionare su una soluzione della questione kosovara che «se per un verso non può basarsi nei miti e nei conflitti, per l’altro non può nemmeno risolversi nel cedere su tutti i nostri interessi statali e nazionali» e che richiede «un approccio serio e responsabile, coraggioso e realistico nello stesso tempo, con lo sguardo rivolto al futuro».

Le reazioni non sono mancate. I primi a “dissodare” nel merito la proposta e affacciare prime ipotesi di contenuto sono stati il vicepremier serbo e il ministro degli esteri dell’autogoverno kosovaro. Ivica Dačić ha precisato, lo scorso 13 agosto, un suo precedente intervento, chiarendo che la proposta da lui avanzata per una soluzione sostenibile della questione kosovara «non consiste nella partizione, ma nella demarcazione»: si tratta di «un compromesso tra diritti storici e nazionali, che comporta una precisa demarcazione o delimitazione (delineation in inglese, razgraničenje in serbo) di ciò che è serbo e ciò che è albanese». 

Alla precisazione per la quale ciò non comporterà, in alcun caso, da parte della Serbia, un riconoscimento formale della indipendenza auto-proclamata del Kosovo, sebbene implicherà la rinuncia a rivendicazioni della Serbia sulla regione, hanno fatto seguito le dichiarazioni di Enver Hoxhaj, secondo il quale è destinato al fallimento ogni dialogo che non comporti alla fine, in ogni caso, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Non solo: «le idee della Serbia sul cambiamento dei confini sono pericolose e inaccettabili».

Ovviamente, non si può che guardare con favore a ogni tentativo che muova nella direzione del dialogo e del negoziato, che si basi su principi di verità e di giustizia e guardi prima di tutto ai bisogni e al benessere di tutti quanti vivono in Kosovo, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, religiosa. E forse, proprio per questo, la prospettiva più salutare da cui leggere questa dinamica è quella di rispettare la forma, oltre che i contenuti, di questo rinnovato dialogo: quella cioè, così com’è stata avanzata e potrà svilupparsi, di un dibattito interno e aperto, di e tra serbi e albanesi, senza, si spera, ingerenze e condizionamenti esterni. 

È anche un tentativo, del resto, per rilanciare gli sforzi di un negoziato che stenta a prendere quota, complici anche le recenti elezioni in Serbia e in Kosovo, dove, in particolare, ad oltre due mesi dalle ultime elezioni politiche, non è stato ancora eletto il presidente del parlamento e non si è ancora potuto insediare un governo, la formazione della cui maggioranza parlamentare appare, per di più, delicata e problematica.

Dopo quello di febbraio, infatti, si è svolto un solo incontro a Bruxelles tra le leadership della Serbia e del Kosovo, ai primi di luglio, e non sono stati fatti passi avanti nell’implementazione di quello che, ad oggi, è la base del percorso negoziale, gli accordi del 19 aprile 2013 e del 25 agosto 2015, che fondano la Comunità dei Comuni a maggioranza serba del Kosovo, ne riconoscono l’autonomia nel quadro legale kosovaro, ne individuano le competenze nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità, pianificazione urbana e pianificazione rurale, istituiscono un comando di polizia regionale per il Kosovo del Nord (a maggioranza serba) e una divisione della Corte d’Appello a Mitrovica Nord, l’area serba della città divisa di Mitrovica. 

Difficile prevedere sviluppi ed esiti di tutto questo, al netto di ciò che vogliono le cancellerie occidentali («la Germania ha riconosciuto il Kosovo, la Serbia no», disse lapidariamente, qualche anno fa, Angela Merkel); com’è stato più volte ribadito, incamminarsi lungo una strada nella quale si possano, legittimamente, costruire le condizioni della trasformazione positiva e del mutuo beneficio, è senza dubbio un primo passo.