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martedì 12 agosto 2025

Cipro, una storica controversia e l'orizzonte della ricomposizione

Monumento alla Libertà, Nicosia, Cipro, foto di Gianmarco Pisa. 

La storica e non ancora risolta controversia cipriota torna, se mai vi fosse uscita, nell'agenda internazionale. Si è tenuta infatti giovedì 17 luglio 2025 la sessione plenaria della conferenza su Cipro, convocata dal Segretario Generale, António Guterres, presso la sede delle Nazioni Unite, alla presenza del Presidente della Repubblica di Cipro Nikos Christodoulides, del leader turco-cipriota Ersin Tatar, dei Ministri degli Esteri di Grecia e Turchia, Giorgos Gerapetritis e Hakan Fidan, e del Ministro per l'Europa del Regno Unito, Stephen Doughty. Scopo della conferenza - rilanciare i colloqui di pace, mettendo così alla prova la speranza di una possibile riconciliazione e riunificazione dell'isola, vera e propria - non è solo uno slogan - “perla del Mediterraneo”. Il tutto sotto l’egida delle Nazioni Unite, nel cui contesto si svolgono i colloqui diplomatici e che mantiene una propria storica missione di interposizione (peacekeeping di prima generazione) a Cipro, la Unficyp (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus), sin dal 1964, quando fu dislocata sull’isola, all’indomani degli scontri intercomunitari tra greco-ciprioti e turco-ciprioti degli anni precedenti, allo scopo di impedire il ripetersi delle violenze intercomunitarie, interporsi tra le parti in conflitto e contribuire al mantenimento della sicurezza. 

Sebbene le Nazioni Unite abbiano definito i colloqui “costruttivi”, non molti sono stati gli sviluppi effettivamente rilevanti e difficile resta il clima di dialogo tra le parti. Il Presidente cipriota Christodoulides ha ribadito la disponibilità a riprendere i negoziati, sospesi sin dal 2017, sottolineando la necessità di rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e il quadro giuridico delle Nazioni Unite come fondamento per la risoluzione della questione cipriota, che è infatti, al tempo stesso, prodotto di conflitto etnopolitico e questione complessa di diritto internazionale. D’altra parte, secondo la posizione espressa dal portavoce del Ministero degli Esteri turco, Öncü Keçeli, è necessario rilanciare il quadro negoziale a partire dalla c.d. “soluzione a due stati”, quanto mai problematica, tuttavia, dal momento che l’articolazione istituzionale turco-cipriota, la cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord, istituita nel 1983, non ha, a parte quello della Turchia, alcun riconoscimento internazionale, e mantiene sul proprio territorio un contingente militare turco di ben quaranta mila soldati.  

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato che sono stati compiuti progressi su quattro delle sei iniziative concordate nella precedente riunione allargata sulla questione di Cipro, tenutasi a Ginevra a marzo. I quattro ambiti in cui si è registrato un progresso sono stati la creazione di un nuovo comitato tecnico bi-comunitario per i giovani, una serie di iniziative da intraprendere in materia ambientale, il restauro dei cimiteri e la definizione degli accordi sullo sminamento, che saranno finalizzati “una volta ultimati i dettagli tecnici definitivi”. Tuttavia, le due principali iniziative concordate a marzo, l'apertura di quattro nuovi punti di attraversamento tra le due parti dell'isola (la parte sud, a maggioranza greco-cipriota, su cui esercita effettivo controllo la Repubblica di Cipro, e la parte nord, amministrata de facto dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord e a maggioranza turco-cipriota), nonché la creazione di un impianto di energia solare presso la zona cuscinetto sotto controllo della missione delle Nazioni Unite, non hanno registrato progressi rilevanti.  

Come hanno confermato alla stampa fonti diplomatiche turco-cipriote, “non ci sono ancora progressi sulla questione dei valichi di frontiera perché il leader greco-cipriota [il presidente Nikos Christodoulides] insiste su un corridoio di transito, invece di un vero e proprio valico di frontiera”. Si tratta dei punti di attraversamento che si estenderebbero da una parte all’altra dell’isola, in particolare quello attraverso Kokkina, piccolo centro a maggioranza turco-cipriota solo in parte ricadente nel territorio della cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord (luogo sensibile, peraltro, perché luogo della battaglia di Tillyria, un violento scontro armato tra forze greco-cipriote, turco-cipriote e turche dell'agosto 1964), e quello tra Aglantzia e Athienou (uno dei quattro villaggi all’interno della zona cuscinetto delle Nazioni Unite, gli altri tre essendo Pyla, Troulloi e Deneia). Come si intuisce, anche questa questione ha a che fare con l'integrità del diritto internazionale: i punti di transito che attraversano la zona cuscinetto (la buffer zone delle Nazioni Unite) e permettono il passaggio tra le due parti non sono infatti un “confine” ma una linea di separazione e al contempo, nei punti concordati, una linea di transito.  

A parte la questione dei punti di attraversamento, il Segretario Generale ha poi affermato che le parti hanno raggiunto una “intesa comune” in ordine alla creazione di un “organismo consultivo per il coinvolgimento della società civile”, sulla questione dei beni culturali, su un'iniziativa per il monitoraggio della qualità dell'aria e sulla lotta all'inquinamento. “È fondamentale attuare queste iniziative, tutte, il prima possibile a beneficio di tutti i ciprioti”. Ha poi confermato l’intenzione di incontrare nuovamente entrambi i leader durante la settimana di alto livello dell'Assemblea Generale in programma a settembre. “C'è una lunga strada da percorrere”, ha affermato, “ma questi passi mostrano l'impegno a proseguire il dialogo e a lavorare su iniziative a beneficio di tutti i ciprioti”. Una soluzione da ricercare, appunto, all’insegna del “win-win”, del comune beneficio.   

È questa anche la posizione “storica” delle forze di progresso e dei comunisti ciprioti. Come ricordato infatti dai compagni e dalle compagne dell’AKEL (Anorthotikó Kómma Ergazómenou Laoú, Partito Progressista dei Lavoratori, la storica formazione marxista-leninista cipriota, seconda forza politica del Paese, con oltre il 22% dei consensi e 15 seggi nel Parlamento nazionale) in una recente presa di posizione, “nella fase in cui ci troviamo, con la prolungata situazione di stallo che circonda la questione cipriota e che ostacola gli sforzi per raggiungere una soluzione, il nostro compito è quello di sbloccare la situazione, proseguire i negoziati dal punto in cui si sono interrotti nel 2017, negoziare le questioni ancora in sospeso sulla base del Quadro Negoziale del Segretario Generale delle Nazioni Unite e, naturalmente, preservare l'acquis negoziale, che può fornire una solida base, in modo che, una volta ripresi i negoziati, si possa completare lo sforzo e raggiungere la soluzione necessaria, porre fine all'occupazione e riunire il Paese e il suo popolo. L’AKEL e l'intero movimento popolare proseguono i loro sforzi in tal senso e continuano ad insistere sul fatto che esiste la possibilità di una soluzione”.  

Quanto agli interrogativi in merito all'incontro informale a New York, il Segretario Generale dell'AKEL ha affermato che il risultato era pienamente atteso. Ha spiegato che, dal momento che il Segretario Generale delle Nazioni Unite ritiene che non vi sia alcun terreno comune necessario, dato che la Turchia e la leadership turco-cipriota hanno ormai ufficialmente spostato la loro posizione verso una “soluzione a due stati”, quanto pianificato consisteva nel mantenere lo slancio sulla questione cipriota e compiere alcuni piccoli passi avanti. Potrà essere conseguita una soluzione di diritto e giustizia, continua la posizione dell’AKEL, “solo con la fine dell'occupazione turca e la riunificazione di Cipro e del popolo. Potrà arrivare solo attraverso il raggiungimento di una soluzione al problema di Cipro, che potrà essere solo quella prevista dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, che prevedono una federazione bi-zonale e bi-comunitaria con uguaglianza politica, con unica sovranità e unica cittadinanza”.  

La controversia cipriota resta una questione cruciale in un’area strategica: Cipro (e il suo conflitto ancora irrisolto) è all’interno dell’Unione Europea e occupa una regione strategica (dal punto di vista militare e dal punto di vista economico) nel Mediterraneo orientale. Quest’area, a cavallo tra Grecia, Turchia, Israele, Egitto, e, appunto, Cipro, ospita infatti, secondo alcuni studi del 2010 della USGS, l’Istituto Geologico Nazionale degli Stati Uniti, circa 10 trilioni di metri cubi di gas. Un’area di tensioni, sulla quale insistono pesantemente le mire e le ambizioni dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali, che da tempo le forze di pace cercano di trasformare in una zona di speranza: non mancano situazioni e contesti di coesistenza, e da sempre i comunisti e le comuniste ciprioti sono impegnati in direzione di una soluzione di convivenza, di riunificazione dell’isola e del suo popolo, libera da minacce e condizionamenti stranieri, di sovranità, di pace, e di giustizia. 


Riferimenti:

Vibhu Mishra, UN chief reports progress in Cyprus talks, 17.07.2025:
https://news.un.org/en/story/2025/07/1165427 

Elias Hazou, UN bid to break Cyprus deadlock, 17.07.2025:
https://cyprus-mail.com/2025/07/17/un-hosts-informal-cyprus-talks 

Statements by the General Secretary of the C.C. of AKEL Stefanos Stefanou after the laying of wreaths at the Makedonitissa Cemetery on the occasion of the tragic anniversary of the Turkish invasion, 20.07.2025: https://akel.org.cy/statements-by-the-general-secretary-of-the-c-c-of-akel-stefanos-stefanou-after-the-laying-of-wreaths-at-the-makedonitissa-cemetery-on-the-occasion-of-the-tragic-anniversary-of-the-turkish-invasion/?lang=en  

Erdogan’s presence at the celebrations for the anniversary of the invasion is a blatant provocation to the Cypriot people, 21.07.2025: https://akel.org.cy/erdogans-presence-at-the-celebrations-for-the-anniversary-of-the-invasion-is-a-blatant-provocation-to-the-cypriot-people/?lang=en  

Cyprus: a country still divided. Cyprus problem in brief, AKEL, 2021:
https://akel.org.cy/wp-content/uploads/2021/09/A-Country-Still-Divided-English.pdf.  

Progetto "Dialoghi di Pace a Cipro": https://www.pacedifesa.org/home-2/progetti-sul-campo/dialoghi-di-pace-a-cipro 


martedì 11 gennaio 2022

I Corpi Civili di Pace della Repubblica di San Marino


Children, Nanterre - UNESCO / Dominique Roger, CC BY-SA 3.0 IGO, via Wikimedia Commons
 
La recente approvazione della legge che istituisce i Corpi Civili di Pace nella Repubblica di San Marino rappresenta un momento importante nel processo di ampliamento dell’area del riconoscimento e dell’impegno dei Corpi Civili di Pace come strumento della difesa popolare nonviolenta e, in particolare, alla lettura dei singoli articoli della legge, fornisce alcuni interessanti elementi di caratterizzazione riguardo al profilo, alla composizione e al mandato di questo strumento importante di prevenzione, interposizione e trasformazione positiva dei conflitti.

La legge nasce sulla base di un Progetto di legge di iniziativa legislativa popolare «per l’istituzione del Corpo Civile di Pace della Repubblica di San Marino» (qui il testo), nella cui relazione illustrativa si pongono in evidenza tre presupposti basilari per l’istituzione di tale strumento nelle modalità indicate dal testo normativo. Il primo consiste nella «lunga tradizione di pace e di neutralità» della Repubblica di San Marino. Il secondo consiste nella solidità del retroterra internazionalistico, con l’esplicito riferimento all’Agenda per la Pace del Segretario Generale delle Nazioni Unite (1992) e alla Raccomandazione del Parlamento Europeo sull’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo (1999). Il terzo consiste in un impianto metodologico sostanzialmente consolidato, in virtù del quale «tali operazioni comportano ... l’intervento nelle varie fasi del conflitto ...: a) prima dello scoppio della violenza armata, per costruire relazioni di fiducia, sostenere chi già lavora per una soluzione nonviolenta, sensibilizzando l’opinione pubblica locale e internazionale; b) durante la fase acuta, con l’obiettivo di abbassare il livello di violenza, interponendosi e affiancandosi a chi più subisce gli effetti distruttivi della guerra; c) dopo il conflitto, per ricostruire relazioni tra le parti e creare i presupposti per il dialogo e la riconciliazione. Il metodo di intervento nei conflitti è, dunque, finalizzato alla riconciliazione operando con tutte le parti in lotta, senza schierarsi se non contro la violenza e l’ingiustizia» (qui la relazione).

Nel merito della legge (l. n. 194 del 2 dicembre 2021 recante la Istituzione del Corpo Civile di Pace della Repubblica di San Marino e disposizioni in materia di volontariato internazionale), approvata lo scorso 24 novembre 2021, si dispone l’istituzione di un Corpo Civile di Pace definito, in base all’art. 2, quale «strumento operativo privilegiato per collaborare alla costruzione e al mantenimento della pace in particolare in quei territori in cui sono presenti conflitti anche armati o possono presentarsi situazioni di violenza che, se non contenute, possono degenerare in conflitti armati». Viene specificato che si tratta di un Corpo Civile di Pace nonviolento, volontario e organizzato dallo Stato, e se ne definiscono i compiti in termini, in generale, di «azioni pianificate nonviolente» e, nello specifico, con «attività di formazione, prevenzione e trasformazione dei conflitti, monitoraggio, mediazione, accompagnamento, interposizione e riconciliazione, assistenza umanitaria, educazione alla nonviolenza, progetti di cooperazione e di assistenza tecnica internazionale». Risorse pubbliche e private concorrono al finanziamento delle missioni, e lo Stato istituisce in bilancio «nell’ambito del Dipartimento Affari Esteri, un fondo apposito, denominato Fondo speciale per il Corpo Civile di Pace, cooperazione, volontariato e assistenza internazionale» come stabilisce l’art. 16 della legge.

Quanto, in particolare, al mandato, il Corpo Civile di Pace di San Marino, istituito presso la Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e concepito come strumento della politica estera del Paese in relazione all’ambito del mantenimento (peacekeeping) e della costruzione (peacebuilding) della pace, è operativamente realizzato anche in concorso con enti o associazioni che, in base al successivo art. 3, in particolare, non perseguano finalità di lucro e non abbiano rapporti di dipendenza da enti con finalità di lucro; siano dotati di esperienza operativa e capacità organizzativa di almeno tre anni; e abbiano come finalità istituzionali quelle corrispondenti alle finalità di intervento proprie dei CCP. Quanto alla composizione, anche questo elemento assai significativo, si specifica che il personale del Corpo Civile di Pace deve essere adeguatamente preparato e formato (in base all’art. 3 c. 2 «gli enti autorizzati sono tenuti a predisporre idonei corsi di formazione ... al termine dei quali ai partecipanti, se ritenuti idonei sulla base di criteri predefiniti, è rilasciato un attestato necessario per poter prendere parte alle missioni del CCP per le quali i corsi sono finalizzati») e deve essere costituito da personale su base volontaria (art. 5), composto da cooperanti (retribuiti) e da volontari (non retribuiti) e ad entrambi la norma (art. 17) assicura «il mantenimento dell’eventuale posto di lavoro ...; i diritti assicurativi e previdenziali ...; la maturazione di carriera, l’iscrizione e il punteggio nelle graduatorie di avviamento al lavoro».

La norma interviene a disciplinare anche un altro ambito importante del profilo dei CCP, vale a dire la questione della legittimità dell’intervento in un contesto terzo; viene infatti esplicitato, all’art. 4, che tra i requisiti per ottenere il riconoscimento di una missione di CCP, vi deve essere, tra gli altri, «una attestazione di consenso motivato alla missione, rilasciata da un organo istituzionale ovvero da un ente privato purché senza finalità di lucro, dello Stato ospitante, oppure una attestazione di collaborazione con l’ONU o con un’agenzia specializzata dell’ONU, ovvero altre organizzazioni internazionali cui la Repubblica di San Marino aderisce». In definitiva, pur nella specificità del contesto istituzionale di riferimento (San Marino non fa parte dell’UE ed è Stato neutrale) si tratta di uno sviluppo significativo, nella prospettiva dell’intervento civile per la trasformazione dei conflitti. 
 

sabato 29 maggio 2021

Peacekeeping: l'impegno degli operatori e delle operatrici di pace


Groov3, CC0, via Wikimedia Commons

 
Alla vigilia della pubblicazione, per i tipi della Associazione Editoriale Multimage, del volume Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente, Firenze, 2021: qui la scheda.

Quest’anno più che mai, la giornata del 29 maggio si tinge di significati particolarmente importanti e carichi di prospettive, alludendo alle contraddizioni del presente, ma anche segnalando gli impegni per il tempo che verrà. Nella ricorrenza della Giornata Internazionale del Peacekeeping l’occasione è, al tempo stesso, preziosa e inedita, per riflettere sul mondo che la pandemia ha ridisegnato e, inevitabilmente, sulle premesse che hanno portato agli sconvolgimenti e alle limitazioni, ma anche alle violazioni e alle perdite, di questo 2020 - 2021, nonché sulle speranze che si stanno accumulando in vista di un domani lontano e diverso dal passato che ci ha portato sin qui.

Il peacekeeping porta dentro di sé le ansie di queste preoccupazioni ed enuclea una gamma di significati che interrogano, insieme, la difesa della democrazia, della giustizia e della dignità, dei diritti umani, in uno scenario di emergenza e di crisi come quello che si è andato delineando e che ha a che fare, al tempo stesso, con l’equilibrio del mondo, le condizioni di benessere e giustizia sociale, di armonia e di cooperazione internazionale, di solidarietà e di amicizia tra i popoli, necessarie per prevenire violazioni ed abusi e per concorrere alla costruzione di un mondo di pace con giustizia e dignità, pace con giustizia sociale, in una sola espressione, «pace positiva». È questo, ad esempio, uno dei nuclei della lezione di Johan Galtung, tra i massimi esponenti e principali fondatori della moderna ricerca per la pace, quando sintetizza i fattori di costruzione della pace e di prevenzione dell’escalation, nella celebre formula della pace: PACE = [EQUITA’ x ARMONIA] / [TRAUMA x CONFLITTO].

La spiegazione è in un suo recente scritto: «Qualunque vera educazione dovrebbe preparare alla pratica, guidata da una teoria generale. Procedendo dalla destra del denominatore alla sinistra del numeratore, la formula significa: mediare soluzioni ai conflitti accettabili e sostenibili; conciliare le parti del conflitto bloccate in traumi del passato; empatizzare con tutti i contendenti divisi da linee di faglia sociali/mondiali; costruire cooperazione a beneficio reciproco e uguale». Da qui, nel senso appunto della preparazione alla pratica e quindi alla ricerca-azione per la pace, alla pace come pensiero/pratica di costruzione di relazioni e di trasformazione della società, il passo ulteriore dalla «pace» alla «costruzione della pace» (peace-building) e al «mantenimento della pace» (peace-keeping) che si sviluppano nel senso della interazione e della circolarità
 
«La pace si basa su rapporti equi, relativamente orizzontali. [...] La pace si basa sull’empatia, la comprensione profonda di tutte le parti. SunTzu ne faceva un elemento basilare della mentalità militare; la novità sarebbe la ricerca dei punti di forza, del buono, anziché delle debolezze, del cattivo, negli altri - e viceversa per sé, per sé stessi. [...] La pace si basa sulla riconciliazione, sullo sgombrare il passato, sul costruire un futuro. L’esperienza recente indica che i veterani su ambo i versanti sono meglio al riguardo che i politici, condividendo come appariva dall’altro lato, mettendo in discussione la saggezza della guerra. [...] La pace si basa sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, l’aggredire l’altro lato, in una ricerca rabbiosa di vittoria. Orientamento alle soluzioni anziché alla vittoria, che peraltro c’è comunque: della pace sulla guerra», definendo, peraltro, il peace-keeping, «una grande esperienza di apprendimento», oltre che uno strumento di prevenzione della guerra.

La giornata del 29 maggio serve dunque, a ben vedere, proprio ad allertare questo richiamo: «la Giornata ... offre l’opportunità di rendere omaggio al contributo inestimabile del personale civile e militare ... e di onorare gli oltre 4.000 peace-keeper che hanno perso la vita prestando servizio sotto la bandiera delle Nazioni Unite dal 1948 a oggi, di cui 130 solo lo scorso anno». Settantadue, in totale, le missioni di peacekeeping dal 1948 al 2020; dodici, le missioni attualmente in corso. Si tratta di un impegno, spesso ostacolato dagli interessi dominanti che si muovono contro la prevenzione degli interventi e delle aggressioni militari e quindi contro la costruzione di una pace giusta e duratura tra i popoli della Terra, che si sviluppa attraverso una quantità sorprendente di misure, quali la protezione dei civili, la prevenzione dei conflitti, la promozione dello stato di diritto, la costruzione di istituzioni di sicurezza e la protezione della funzionalità amministrativa, la tutela e la promozione dei diritti umani e il mantenimento delle condizioni di pace, oltre che il rispetto delle linee di tregua e di cessate-il-fuoco, nonché il rafforzamento del ruolo delle donne, la promozione dell’attivazione dei giovani, il supporto sul campo.

«I peace-keeper proteggono i civili, prevengono i conflitti, riducono la violenza, rafforzano la sicurezza e sostengono le autorità nazionali nell’assumersi tali responsabilità. Ciò richiede una coerente strategia di sicurezza e di costruzione della pace in grado di supportare la strategia politica. Il peacekeeping delle Nazioni Unite aiuta i Paesi ospitanti a diventare più resilienti ai conflitti, ponendo le basi per sostenere la pace a lungo termine». Ciò in base ai principi del peacekeeping che non possono essere né trascurati né relativizzati: consenso di tutte le parti; imparzialità; non utilizzo della forza, se non per autodifesa e a tutela del mandato ricevuto». Riprendendo qui la dichiarazione del Segretario Generale, «il peacekeeping aiuta a coltivare la pace in alcuni dei luoghi più pericolosi del pianeta». 
 

martedì 24 settembre 2019

Del 21 Settembre, la Giornata per la Pace

ZKS, VIII Congress - Ljubljana, 1978
MIJ, Dizajn za Novi Svet - Belgrado, 2016

La Giornata Internazionale per la Pace, che si è celebrata, come ogni anno, lo scorso 21 Settembre, è uno dei momenti cruciali per riflettere sulla situazione e le prospettive dello scenario internazionale, per confermare e consolidare l’impegno, di tutti e di ciascuno, nella lotta contro la guerra e per la costruzione della pace, per condividere idee ed ipotesi di lavoro, lungo le quali incamminarci, in una prospettiva di futuro. Sono, del resto, queste le motivazioni di fondo che stanno alla base della risoluzione 36/67 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite (30 Novembre 1981), che, istituendo la Giornata per la Pace, ha chiesto a tutti e tutte, popoli e Stati, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», intendendo, allo stesso tempo, l’impegno contro la guerra e per la pace, non solo come una vocazione “morale”, ma specificamente come un impegno “fattivo”, al quale tutti e tutte siamo chiamati. L’occasione è pertanto preziosa per riflettere sullo stato del pianeta e per sollecitare ad un rinnovato impegno nella direzione del rilancio del ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione della guerra e nella costruzione della pace, per dirla con Johan Galtung, «a partire dalle cause», rimuovendo e contrastando, attivamente, le diseguaglianze e le ingiustizie, l’oppressione e lo sfruttamento, e, come ha recentemente richiamato il Segretario Generale, Antonio Guterres, in apertura del summit delle Nazioni Unite contro il surriscaldamento climatico, lo stravolgimento dell’equilibrio eco-sistemico, che, unito all’iper-sfruttamento delle risorse energetiche, costituisce uno dei fattori oggi più allarmanti di sperequazione e di tensione, di guerra e di conflitti.  

Anche per questo è molto importante recuperare e rilanciare, nel contesto di un nuovo multipolarismo e di una riforma del sistema stesso delle Nazioni Unite, che vada verso un maggiore bilanciamento dei rapporti di forza, una più accentuata democraticità dell’organizzazione, una più coinvolgente partecipazione di popoli e comunità, il ruolo delle Nazioni Unite, della comunità internazionale complessivamente intesa, nella prevenzione dei conflitti armati e nella costruzione della «pace positiva». L’Agenda per la Pace, «An Agenda for Peace. Preventive diplomacy, peace-making and peace-keeping», il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1992, esplicitamente richiede che ufficiali di polizia civile, osservatori civili dei diritti umani, specialisti civili per i profughi, i rifugiati e l’aiuto umanitario abbiano lo stesso ruolo dei militari, siano considerati altrettanto se non maggiormente decisivi nelle misure di protezione dei diritti umani e di costruzione della pace, siano attori cruciali per il peace-keeping ed il peace-building. 

Come infatti ricordano i panel dedicati delle Nazioni Unite, «il peace-keeping delle Nazioni Unite sostiene i Paesi sconvolti dai conflitti nel creare condizioni per una pace duratura»; tale peace-keeping ha alcuni specifici punti di forza, quali «legittimità, condivisione delle responsabilità e la capacità di dislocare effettivi provenienti da tutto il mondo, integrati con operatori di pace (peacekeeper civili) nel contesto di mandati multi-dimensionali». Tra questi: la prevenzione dei conflitti, vale a dire le «misure diplomatiche volte a prevenire che le tensioni degenerino in conflitti violenti», quali l’allerta tempestiva, la documentazione, e l’analisi dei dati-sentinella, potenziali spie di conflitto; quindi, il peace-making, vale a dire le «misure tese a portare le parti in conflitto a giungere alla negoziazione di un accordo», anche attraverso iniziative diplomatiche, ufficiali o popolari; infine, il peace-building, vale a dire le «misure tese a rafforzare le capacità locali di gestione dei conflitti e di prevenzione delle escalation» a livello sociale ed istituzionale. 

In questa strategia, che si dipana, a partire dagli anni Novanta, sino ai giorni nostri, numerosi tasselli hanno confermato il ruolo cruciale degli operatori civili nei percorsi di prevenzione della violenza e trasformazione dei conflitti. Nel 1995, la risoluzione 50/49 dell’Assemblea Generale sulla partecipazione dei «Caschi Bianchi» nell’aiuto umanitario, nella cooperazione per lo sviluppo e nella ricostruzione «incoraggia azioni … tese a mettere a disposizione del sistema delle Nazioni Unite corpi volontari nazionali come Caschi Bianchi, al fine di fornire risorse umane specializzate per l’aiuto umanitario in casi di emergenza e di riabilitazione». Nel 1999, la raccomandazione 47/99 del Parlamento Europeo al Consiglio dell’UE propone l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo in forma di un contingente minimo, flessibile e facilmente dispiegabile, con compiti quali (art. 2): «arbitrato, mediazione e costruzione della fiducia tra le parti; aiuto umanitario, reintegrazione (disarmo e smobilitazione di ex-combattenti), riabilitazione, ricostruzione e monitoraggio; osservazione, monitoraggio e miglioramento della situazione dei diritti umani».

È più che mai il caso, all’indomani della Giornata della Pace 2019, di rilanciare dunque questo impegno: a maggior ragione dopo l’approvazione della risoluzione 2250 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite («Giovani e Pace») che esplicitamente afferma «l’importante ruolo dei giovani nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti e come attori cruciali per la sostenibilità e il successo degli sforzi per il peace-keeping ed il peace-building»: una nuova leva per rafforzare, oggi, l’impegno per la pace.