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sabato 22 agosto 2026

Tra simboli, miti, e storie: immaginari e culture per la pace

 
H.E.R.M.E.S.
(Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing) 
 
Bogdan Bogdanović (Belgrado, 20 agosto 1922 - Vienna, 18 giugno 2010) è stato un architetto, scultore, filosofo, docente universitario (professore all'Università di Belgrado) e politico jugoslavo (sindaco di Belgrado dal 1982 al 1986): in una parola, in relazione alla riflessione estetica e alla produzione artistica della Jugoslavia socialista, una delle figure più iconiche e uno degli artefici più importanti della cosiddetta “scultura monumentale negli spazi aperti”, che ci ha consegnato vibranti esemplari di arte per la pace e indimenticabili capolavori del modernismo socialista, che ha saputo unire, in un connubio singolare e affascinante, la razionalità, l’essenzialità e l’equilibrio formale tipici del modernismo, con i principi di autogestione, emancipazione, giustizia sociale, fratellanza e unità tra i popoli, tipici del socialismo jugoslavo.

La sua produzione artistica va sotto la categoria, piuttosto omnicomprensiva e alquanto generica, di architettura commemorativa, con specifico riferimento ai monumenti eretti in memoria delle vittime del fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale in tutta la Jugoslavia socialista e agli eroi partigiani della Lotta di Liberazione dei popoli jugoslavi. Egli stesso partigiano, Bogdan Bogdanović ha vissuto in prima persona la distruzione e la violenza, l'oppressione e l'occupazione, come pure, con la liberazione della Jugoslavia, l’emancipazione dei popoli e la costruzione del socialismo, esperienze che hanno poi plasmato la sua filosofia in materia di monumenti, dei quali, tra i più significativi, almeno quelli a Belgrado, Jasenovac, Prilep, Mostar, Leskovac.

Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952

La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960

La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961


La presenza di Bogdan Bogdanović nel panorama estetico jugoslavo è significativa sia per l'architettura sia per la scultura. Come è stato detto, ha portato “l'architettura nella scultura”, sostituendo la figuratività tradizionale prevalente (si pensi, ad esempio, al canone rituale, affascinante, potente, del realismo socialista) con monumenti che emergono dalla memoria storica e dal paesaggio stesso, rappresentando un tutt'uno architettonico con la natura, l'ambiente e il contesto sociale e territoriale in cui sono inseriti. Il tratto estetico delle sue opere è astratto, simbolico, evocativo, allusivo e, soprattutto, universale, sia per i riferimenti culturali retroagenti (alle culture orientali, per esempio), sia per la “forma assoluta” che essi intendono rievocare.

Molto significativa è la sua riflessione sullo “spazio della città”, caratterizzata da una visione fortemente simbolica sull'“architettura interiore” e sull'“architettura umana”. Il suo contributo si colloca propriamente a crocevia tra estetica, architettura, scultura, urbanismo e mitologia. Fondamentale, da questo punto di vista, il suo saggio "Urbanističke mitologeme" (Mitologemi urbanistici) del 1966, ove il termine “mitologema”, che fa da nucleo dello studio, intende riferirsi propriamente al nucleo originario del mito, il tema di fondo o il modello di base a partire dal quale si sviluppa la narrazione mitica o il singolo racconto mitico.

In altri termini, alludendo alla teoria di Kerényi, si tratta dell'elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che è a sua volta continuamente rivisitato, riconfigurato e riorganizzato e che purtuttavia, nella sua essenza, si mantiene, di fatto, come la stessa storia fondamentale, lo stesso racconto originario. È l'idea guida o l'immagine fondamentale che una cultura sviluppa in un racconto vero e proprio ed è al tempo stesso, nell’estetica di Bogdan Bogdanović, il tema narrativo fondamentale, il nucleo estetico e simbolico che poi, variamente forgiato e ridisegnato, caratterizza e anima plasticamente le sue opere.

I suoi Mitologemi urbanistici, dunque, si muovono lungo tre coordinate: l’idea dello spazio della città come spazio di costruzione mitica, “la città come mito”, nel senso che l’insediamento umano nasce da un (come un) atto di fondazione rituale, legato a cosmologie arcaiche e ispirato da forme di memoria collettiva; poi, gli archetipi spaziali, legati a figure primarie e simboli cosmologici che ricorrono nella costruzione delle città e dei monumenti e che, come vedremo, ispirano gran parte della simbologia e della forma dei suoi monumenti e delle sue realizzazioni più mature; infine, il nesso inscindibile tra costruzione e paesaggio: l'urbanistica è concepita come un dialogo profondo (estetico-magico-rituale) tra il segno umano e la natura, e il monumento è a sua volta costruito in relazione e in funzione con il paesaggio circostante, con il quale costituisce tutt’uno e che a sua volta entra come parte costitutiva della costruzione monumentale (esperienza estetica).
 
La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961

La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961

La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965, credit Inicijativa Prijatelja Partizanskog Spomen-Groblja Građana Mostara


Ancora a proposito dello “spazio della città”, Bogdan Bogdanović è anche l’ispiratore, promotore e fondatore della Scuola rurale di filosofia dell'architettura a Mali Popović, presso Belgrado. Qui, come ha ricordato Ljubica Slavković, si perseguiva «l'obiettivo di formare un architetto come ricercatore capace di produrre nuove conoscenze, rappresentando un'alternativa alla figura enciclopedica tradizionale dell'architetto, intesa come mero riproduttore di conoscenze già acquisite (Đilas, 2014). I principi cardine della Nuova Scuola riflettevano lo sforzo di rafforzare la professione ripensando l'ambiente umano, introducendo lavoro di squadra e collaborazione interdisciplinare, soprattutto nell'ambito delle scienze umane e sociali. Le lezioni interdisciplinari venivano realizzate in collaborazione con docenti e studenti di altre facoltà, nonché con esperti provenienti da ambiti non accademici. Uno degli obiettivi principali era di accrescere la dedizione dei docenti e instaurare un rapporto più diretto tra docenti e studenti. Ogni studente aveva un proprio spazio fisso in aula, e i docenti erano tenuti a recarsi presso il luogo di lavoro dello studente» (Ljubica Slavković 2015, link).

Come ha riferito lo stesso Bogdan Bogdanović, nell’intervista a Samuel Abrahám e Miroslav Marcelli, «nel nostro campo, il termine “urbanologia” non è generalmente accettato. Si usa solo il termine “urbanistica”. La situazione era la stessa anche alla facoltà di Belgrado, e quando sono diventato professore ho iniziato a riflettere su cosa avrei dovuto e voluto insegnare. Facevo parte del Dipartimento di Urbanistica. “Urbanologia” non esisteva in precedenza. L'ho definita io, se così si può dire, come una sorta di filosofia della città. L'urbanologia, cioè, come un'ampia piattaforma su cui la città può essere considerata liberamente, senza le pressioni del mercato e senza le pressioni che l'urbanistica pratica porta con sé. L'urbanistica pratica, soprattutto dopo i cambiamenti avvenuti nei nostri Paesi, è diventata dominio inviolabile della mafia.

«Quando ho introdotto l'urbanologia nella facoltà, è stata accolta positivamente. Mi hanno concesso una certa libertà di esprimere ciò che volevo, perché la mia situazione nell'ex Jugoslavia era particolare. Ho progettato monumenti alla Seconda Guerra Mondiale, che presto hanno ottenuto riconoscimenti e suscitato interesse internazionale. Ma ora credo che sia necessario separare la teoria e la filosofia della città dall'urbanistica pratica. Le utopie non riconoscono nulla al di fuori di sé stesse, dunque è meglio che siano assolutamente distaccate. Tutte le città utopiche sono su isole. Fuggono dalla realtà e diventano regni di sogni. Sono interessanti, ma non sono pratiche» (Bogdan Bogdanović, Samuel Abrahám, Miroslav Marcelli 2014, link).

Questa visione si dirama prospetticamente nella sua scultura monumentale. «La maggior parte dei miei monumenti è dedicata alle vittime del fascismo, ai movimenti partigiani. Sono monumenti dedicati alla sofferenza; non sono mai trionfalistici e non hanno alcun carattere vittorioso. Sono tutti legati all'enigma della vita e della morte e alla complessità dei nostri sentimenti di fronte agli eventi storici. In seguito ho scoperto in essi qualcosa che non è facile ammettere nemmeno a me stesso: è come se anticipassero il presente. Commemoravano la tragedia passata con la premonizione che potesse ripetersi» (Bogdan Bogdanović 1992, link).
 
Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966

Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971

Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971
 
 
A lui, da sempre attivo contro la guerra e per la pace, è legato anche un altro volume, il saggio breve dedicato al “massacro rituale delle città”, pubblicato in Italia nel 1992, sull'onda suscitata dalla distruzione, durante le guerre etnopolitiche e di smembramento della Federazione degli anni Novanta, di alcune città storiche della Jugoslavia, in particolare Dubrovnik, Sarajevo o Mostar. «La cancellazione totale di ogni residuo di memoria storica dell'avversario è per l'autore una componente fondamentale della guerra nell'ex Jugoslavia. “I nuovi unni” - come li chiama - si sono scagliati contro le città proprio perché simbolo di quella coesistenza multietnica che i nuovi nazionalismi negano. Bersaglio principale di questa nuova barbarie non poteva che essere Sarajevo, città cosmopolita per eccellenza. “Se accettiamo il principio di una divisione delle città in base ad unità fittizie - etniche, religiose, linguistiche, culturali - pagheremo delle conseguenze terribili”, ha spiegato Bogdan Bogdanović durante un colloquio a Berlino, in occasione della presentazione di un suo libro („Die Architektur der Erinnerung”, L'architettura della memoria): “Nessuna città europea è pura”» (Sandro Orlando 1995, link).

«L’approccio di Bogdanović - osserva Emanuele Morezzi - definito dall’architetto stesso come volutamente surrealista, in coerenza con la propria formazione, mira a sviluppare un linguaggio libero, non riducibile alla mera drammatizzazione degli eventi storici, ma orientato a porre al centro delle proprie attenzioni l’utente che viene inteso nella sua dimensione più universale di essere umano, senza specifiche di nazionalità, etnia, religione, provenienza, fede politica, nel tentativo di metterlo direttamente in relazione alla memoria e al monumento.

«I memoriali di Bogdanović sono quindi esperienze architettoniche di memoria del trauma, utili a comprendere il profondo e universale significato del passato. Le scelte morfologiche, decorative e simboliche richiamano forme primitivistiche e riferimenti alle culture preistorica, etrusca e babilonese, nel tentativo di ricerca di figure che potessero davvero dirsi universali, poste in dialogo con elementi architettonici ricorrenti come cancelli, varchi e terrazze, organizzati in percorsi di visita attentamente progettati» (Emanuele Morezzi 2025, link).
 
Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973
 
Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975 credit VI, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7264419, CC BY-SA 3.0

Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980

Ragguardevole, di conseguenza, l’elenco dei premi che gli sono stati assegnati. È stato insignito del Premio Ottobre nel 1960 e nel 1966, del Premio Repubblicano e del Premio Federale del giornale “Borba” nel 1965, del Premio “7 Luglio” (in osservanza della data memoriale del 7 luglio, Giorno dell'insurrezione del popolo della Serbia, “Dan ustanka naroda Srbije”, che ricordava l'inizio della lotta armata contro i nazifascisti nel 1941) nel 1976, del Gran Premio per l'Architettura e del Premio Piranesi nel 1989, del Premio Herder nel 1997, della Croce d'Onore Austriaca per la Scienza e l'Arte nel 2002, e della Medaglia d'Oro della Città di Vienna nel 2003.

Tra i suoi monumenti, suoi principali capolavori, indubbiamente: 
  • Il Memoriale per le vittime ebree del fascismo, Belgrado, 1952;
  • La Necropoli memoriale alle vittime del fascismo, Sremska Mitrovica, 1960;
  • La Necropoli partigiana (il Tumulo degli Invitti), Prilep, 1961;
  • La Necropoli simbolica di Slobodište (Kruševac), 1961;
  • La Necropoli monumentale ai partigiani, Mostar, 1965;
  • Il Monumento alle vittime del lager di Jasenovac (il Fiore di Pietra), Jasenovac, 1966;
  • Il Cimitero memoriale, Leskovac, 1971;
  • Il Sacrario della rivoluzione dedicato ai minatori partigiani serbi e albanesi, Kosovska Mitrovica, 1973;
  • Il Sacrario per i combattenti per la libertà, Vlasotince, 1975;
  • Il Parco memoriale di Dudik, Vukovar, 1980.
Per gli scopi della ricerca-azione (link) sviluppata dal progetto H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing), per Corpi civili di pace in Kosovo, a partire dai luoghi della cultura e della memoria per la pace, si tratta di riferimenti imprescindibili, veicoli di una narrazione non astratta orientata alla memoria, alla convivenza, e alla pace. 

sabato 23 ottobre 2021

Mobilitazioni di pace e giustizia


ragesoss,
Protesters march down Pennsylvania Av. toward the Capitol, CC BY SA 3.0

 
È noto che le “guerre dei Balcani”, il lungo ciclo di conflitti che ha segnato il collasso e lo smembramento della Jugoslavia, a partire dal 1991 e fino ai conflitti in Kosovo tra il 1998 e il 1999, hanno rappresentato una pagina, complessa e dolorosa, della più recente storia d’Europa, e hanno, al tempo stesso, costituito una sorta di paradigma del «conflitto etno-politico» del nostro tempo, nel quale finiscono per confluire tanto la strumentalizzazione a fini di potere della cosiddetta questione nazionale, quanto la manipolazione della dimensione umanitaria come chiave di impropria legittimazione, presso le opinioni pubbliche occidentali, di ingerenze ed interventi armati. Al tempo stesso, lo spaccato balcanico, con tutto il valore simbolico della lacerazione del tessuto di convergenza e di solidarietà tra i popoli che veniva a rappresentare e con tutto il carico emotivo segnalato dal ritorno, pesante e sanguinoso, della guerra nel cuore dell’Europa, è stato, come tante volte è stato messo in evidenza, anche il teatro di una vivace partecipazione democratica e di una intensa mobilitazione solidale tra le più significative e straordinarie dei tempi recenti: una mobilitazione, di carattere internazionale, chiaramente dislocata «contro la guerra e per la pace» e che ha indicato una potente testimonianza di pacifismo concreto, di «concreta utopia», animata da associazioni e comitati, reti civiche e solidali, cittadini e cittadine, attivisti e attiviste, che si sono attivati e mobilitati, appunto, personalmente e concretamente, per cercare di prevenire l’escalazione, fermare la violenza, fornire sostegno e supporto.

Quella testimonianza trova oggi l’occasione preziosa di una rievocazione e di una riflessione grazie alla mostra dal titolo «Wake up, Europe! Support and solidarity mobilizations with Bosnia and Herzegovina and its citizens, 1992-1995» (Svegliati, Europa! Mobilitazioni di sostegno e solidarietà con la Bosnia - Erzegovina e i suoi cittadini, 1992-1995), su iniziativa del Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, in collaborazione con il “Memory Lab” e con il supporto dell’Istituto Francese e del Goethe Institute di Bosnia - Erzegovina. La mostra, inaugurata lo scorso 20 ottobre, presso il Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, a Sarajevo, rappresenta un’occasione preziosa per riflettere su quel periodo storico e sugli eventi che lo hanno attraversato e lacerato, ma anche per interrogarsi sul presente, sulla solidarietà internazionale e sulle concrete utopie del nostro tempo, sull’attivismo e la lotta per la pace e contro la guerra, nel tempo difficile della nostra attualità, a cavallo tra crisi economica e sociale, conseguenze della pandemia e del «governo della pandemia», con il corollario di misure ad essa legate, incessante militarizzazione e vecchi e nuovi nazionalismi. Come infatti segnala la presentazione della mostra, si tratta di «un esempio di solidarietà europea nel recente passato che può essere di grande ispirazione per il presente: durante la guerra in Bosnia - Erzegovina del 1992 - 1995, numerose iniziative sono sorte in Francia, Germania, Spagna, Italia, Svezia, Repubblica Ceca ed altri Paesi; cittadini, ONG, gruppi informali e artisti hanno promosso sostegno e solidarietà alla Bosnia - Erzegovina e ai suoi cittadini in vari modi: aiutando i rifugiati giunti in diversi Paesi europei; raccogliendo e consegnando cibo, medicine, vestiti e altri materiali a Sarajevo e in Bosnia - Erzegovina; organizzando incontri, manifestazioni, campagne ed altre attività, volte a mobilitare i propri concittadini, fare pressione sui propri governi ..., e sostenere i gruppi civici in Bosnia e in altre parti della ex Jugoslavia. Si è trattato di una mobilitazione ampia ed eterogenea, un misto di impegno umanitario e di impegno civile ..., e per molti degli attori coinvolti, la cooperazione e la solidarietà con la Bosnia - Erzegovina sono proseguite anche dopo la guerra».

Tra i tanti Paesi, ricordati anche in questa cornice, non si può dimenticare l’impegno che ha attraversato da un capo all’altro il nostro Paese, impegnato in una mobilitazione solidale, pacifista e antimilitarista, che ha rappresentato, lungo tutti gli anni Novanta e, in alcuni casi, anche oltre, un esempio di attivazione solidale e di impegno politico di grande portata. Se, da un lato, è pressoché impossibile completare un elenco esaustivo e minuzioso delle centinaia di attivazioni, spesso piccolissime, ma non per questo meno significative, che hanno animato e continuano ad animare il panorama della solidarietà internazionale e internazionalista con popoli e comunità dei Balcani e, in particolare, della ex Jugoslavia, dall’altro è possibile ricordare almeno alcune pagine. La «marcia dei Cinquecento» a Sarajevo, ad esempio, lanciata dall’appello di mons. Tonino Bello dell’estate 1992 e concretizzata grazie soprattutto all’impegno dei Beati Costruttori di Pace, che porta, il 6 dicembre 1992, cinquecento pacifisti a partire da Ancona alla volta di Sarajevo. La marcia per la pace e la nonviolenza (una forma di interposizione nonviolenta) «Mir Sada» (Pace Ora), tra il 2 e il 14 agosto 1993. La campagna «Kosovo I Care», organizzata, in particolare, dai Beati Costruttori di Pace, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, MIR e Pax Christi, cui prendono parte oltre duecento attivisti, partiti da Bari il 7 dicembre 1998. La «Campagna Kosovo per la nonviolenza e la riconciliazione», promossa dai Beati Costruttori di Pace, Agimi, MIR e Pax Christi, capace di coinvolgere circa venti associazioni e di sviluppare, tra il 1993 e il 2003, quattro delegazioni, tra il 1995 e il 1997, il progetto della Ambasciata di Pace a Prishtina, capoluogo del Kosovo, e tra il 2000 e il 2003, formazione per formatori e formatrici al dialogo inter-etnico. E ancora, in tempi più recenti, il programma dei «Dialoghi di Pace» nei Balcani e in Kosovo, dal 2002 al 2006; il lavoro del Corpo Nonviolento di Pace della Operazione Colomba in Kosovo, dal 1998 al 2010, e dei Corpi Civili di Pace in Kosovo a partire dal 2011. Spesso, come si vede, piccoli progetti, capaci di innescare energie nel lavoro di pace e di solidarietà, tra i tanti esempi di “utopia concreta”, da sviluppare ancora e ancora, nella memoria e nell’impegno. 
 

sabato 29 maggio 2021

Peacekeeping: l'impegno degli operatori e delle operatrici di pace


Groov3, CC0, via Wikimedia Commons

 
Alla vigilia della pubblicazione, per i tipi della Associazione Editoriale Multimage, del volume Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente, Firenze, 2021: qui la scheda.

Quest’anno più che mai, la giornata del 29 maggio si tinge di significati particolarmente importanti e carichi di prospettive, alludendo alle contraddizioni del presente, ma anche segnalando gli impegni per il tempo che verrà. Nella ricorrenza della Giornata Internazionale del Peacekeeping l’occasione è, al tempo stesso, preziosa e inedita, per riflettere sul mondo che la pandemia ha ridisegnato e, inevitabilmente, sulle premesse che hanno portato agli sconvolgimenti e alle limitazioni, ma anche alle violazioni e alle perdite, di questo 2020 - 2021, nonché sulle speranze che si stanno accumulando in vista di un domani lontano e diverso dal passato che ci ha portato sin qui.

Il peacekeeping porta dentro di sé le ansie di queste preoccupazioni ed enuclea una gamma di significati che interrogano, insieme, la difesa della democrazia, della giustizia e della dignità, dei diritti umani, in uno scenario di emergenza e di crisi come quello che si è andato delineando e che ha a che fare, al tempo stesso, con l’equilibrio del mondo, le condizioni di benessere e giustizia sociale, di armonia e di cooperazione internazionale, di solidarietà e di amicizia tra i popoli, necessarie per prevenire violazioni ed abusi e per concorrere alla costruzione di un mondo di pace con giustizia e dignità, pace con giustizia sociale, in una sola espressione, «pace positiva». È questo, ad esempio, uno dei nuclei della lezione di Johan Galtung, tra i massimi esponenti e principali fondatori della moderna ricerca per la pace, quando sintetizza i fattori di costruzione della pace e di prevenzione dell’escalation, nella celebre formula della pace: PACE = [EQUITA’ x ARMONIA] / [TRAUMA x CONFLITTO].

La spiegazione è in un suo recente scritto: «Qualunque vera educazione dovrebbe preparare alla pratica, guidata da una teoria generale. Procedendo dalla destra del denominatore alla sinistra del numeratore, la formula significa: mediare soluzioni ai conflitti accettabili e sostenibili; conciliare le parti del conflitto bloccate in traumi del passato; empatizzare con tutti i contendenti divisi da linee di faglia sociali/mondiali; costruire cooperazione a beneficio reciproco e uguale». Da qui, nel senso appunto della preparazione alla pratica e quindi alla ricerca-azione per la pace, alla pace come pensiero/pratica di costruzione di relazioni e di trasformazione della società, il passo ulteriore dalla «pace» alla «costruzione della pace» (peace-building) e al «mantenimento della pace» (peace-keeping) che si sviluppano nel senso della interazione e della circolarità. 
 
«La pace si basa su rapporti equi, relativamente orizzontali. [...] La pace si basa sull’empatia, la comprensione profonda di tutte le parti. SunTzu ne faceva un elemento basilare della mentalità militare; la novità sarebbe la ricerca dei punti di forza, del buono, anziché delle debolezze, del cattivo, negli altri - e viceversa per sé, per sé stessi. [...] La pace si basa sulla riconciliazione, sullo sgombrare il passato, sul costruire un futuro. L’esperienza recente indica che i veterani su ambo i versanti sono meglio al riguardo che i politici, condividendo come appariva dall’altro lato, mettendo in discussione la saggezza della guerra. [...] La pace si basa sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, l’aggredire l’altro lato, in una ricerca rabbiosa di vittoria. Orientamento alle soluzioni anziché alla vittoria, che peraltro c’è comunque: della pace sulla guerra», definendo, peraltro, il peace-keeping, «una grande esperienza di apprendimento», oltre che uno strumento di prevenzione della guerra.

La giornata del 29 maggio serve dunque, a ben vedere, proprio ad allertare questo richiamo: «la Giornata ... offre l’opportunità di rendere omaggio al contributo inestimabile del personale civile e militare ... e di onorare gli oltre 4.000 peace-keeper che hanno perso la vita prestando servizio sotto la bandiera delle Nazioni Unite dal 1948 a oggi, di cui 130 solo lo scorso anno». Settantadue, in totale, le missioni di peacekeeping dal 1948 al 2020; dodici, le missioni attualmente in corso. Si tratta di un impegno, spesso ostacolato dagli interessi dominanti che si muovono contro la prevenzione degli interventi e delle aggressioni militari e quindi contro la costruzione di una pace giusta e duratura tra i popoli della Terra, che si sviluppa attraverso una quantità sorprendente di misure, quali la protezione dei civili, la prevenzione dei conflitti, la promozione dello stato di diritto, la costruzione di istituzioni di sicurezza e la protezione della funzionalità amministrativa, la tutela e la promozione dei diritti umani e il mantenimento delle condizioni di pace, oltre che il rispetto delle linee di tregua e di cessate-il-fuoco, nonché il rafforzamento del ruolo delle donne, la promozione dell’attivazione dei giovani, il supporto sul campo.

«I peace-keeper proteggono i civili, prevengono i conflitti, riducono la violenza, rafforzano la sicurezza e sostengono le autorità nazionali nell’assumersi tali responsabilità. Ciò richiede una coerente strategia di sicurezza e di costruzione della pace in grado di supportare la strategia politica. Il peacekeeping delle Nazioni Unite aiuta i Paesi ospitanti a diventare più resilienti ai conflitti, ponendo le basi per sostenere la pace a lungo termine». Ciò in base ai principi del peacekeeping che non possono essere né trascurati né relativizzati: consenso di tutte le parti; imparzialità; non utilizzo della forza, se non per autodifesa e a tutela del mandato ricevuto». Riprendendo qui la dichiarazione del Segretario Generale, «il peacekeeping aiuta a coltivare la pace in alcuni dei luoghi più pericolosi del pianeta».