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mercoledì 15 novembre 2023

Corpi Civili di Pace. Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione

 

Balcani-Kosovo: Urgenza di Riconciliazione.
Martedì 7 Novembre 2023 ore 20.30
Sala Giulio Regeni - Casa per la Pace “la Filanda”, Via Canonici Renani 8,
Casalecchio di Reno (Bologna)
 
Alla vigilia della Settimana internazionale delle Nazioni Unite della scienza e della pace, occasione preziosa per riflettere e agire per la promozione della conoscenza e della cultura ai fini della prevenzione della violenza e della costruzione della pace, la conferenza ha sviluppato temi e riflessioni sull’importanza e le problematiche connesse al ruolo e al valore del patrimonio culturale in tutte le sue espressioni, nonché dei luoghi della memoria e dei luoghi della cultura, ai fini della comprensione, del rispetto reciproco e del dialogo, della promozione di una difficile riconciliazione nei Balcani occidentali, della costruzione della «pace con giustizia».

Nell’ambito dell’iniziativa sono stati presentati i volumi di Gianmarco Pisa, Paesaggi Kosovari, 1998-2018. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace e Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto dalla Jugoslavia al presente, editi dalla Associazione Editoriale Multimage (Firenze).

La conferenza è organizzata nell’ambito della collaborazione tra l’Associazione Percorsi di Pace, l’Associazione IPRI-CCP, l’Associazione Editoriale Multimage e il Forum ZFD (Forum Ziviler Friedensdienst - Forum Servizio Civile di Pace).
 
Nell'immagine e qui a seguire: il video della conferenza. 
 

sabato 23 ottobre 2021

Mobilitazioni di pace e giustizia


ragesoss,
Protesters march down Pennsylvania Av. toward the Capitol, CC BY SA 3.0

 
È noto che le “guerre dei Balcani”, il lungo ciclo di conflitti che ha segnato il collasso e lo smembramento della Jugoslavia, a partire dal 1991 e fino ai conflitti in Kosovo tra il 1998 e il 1999, hanno rappresentato una pagina, complessa e dolorosa, della più recente storia d’Europa, e hanno, al tempo stesso, costituito una sorta di paradigma del «conflitto etno-politico» del nostro tempo, nel quale finiscono per confluire tanto la strumentalizzazione a fini di potere della cosiddetta questione nazionale, quanto la manipolazione della dimensione umanitaria come chiave di impropria legittimazione, presso le opinioni pubbliche occidentali, di ingerenze ed interventi armati. Al tempo stesso, lo spaccato balcanico, con tutto il valore simbolico della lacerazione del tessuto di convergenza e di solidarietà tra i popoli che veniva a rappresentare e con tutto il carico emotivo segnalato dal ritorno, pesante e sanguinoso, della guerra nel cuore dell’Europa, è stato, come tante volte è stato messo in evidenza, anche il teatro di una vivace partecipazione democratica e di una intensa mobilitazione solidale tra le più significative e straordinarie dei tempi recenti: una mobilitazione, di carattere internazionale, chiaramente dislocata «contro la guerra e per la pace» e che ha indicato una potente testimonianza di pacifismo concreto, di «concreta utopia», animata da associazioni e comitati, reti civiche e solidali, cittadini e cittadine, attivisti e attiviste, che si sono attivati e mobilitati, appunto, personalmente e concretamente, per cercare di prevenire l’escalazione, fermare la violenza, fornire sostegno e supporto.

Quella testimonianza trova oggi l’occasione preziosa di una rievocazione e di una riflessione grazie alla mostra dal titolo «Wake up, Europe! Support and solidarity mobilizations with Bosnia and Herzegovina and its citizens, 1992-1995» (Svegliati, Europa! Mobilitazioni di sostegno e solidarietà con la Bosnia - Erzegovina e i suoi cittadini, 1992-1995), su iniziativa del Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, in collaborazione con il “Memory Lab” e con il supporto dell’Istituto Francese e del Goethe Institute di Bosnia - Erzegovina. La mostra, inaugurata lo scorso 20 ottobre, presso il Museo di Storia della Bosnia - Erzegovina, a Sarajevo, rappresenta un’occasione preziosa per riflettere su quel periodo storico e sugli eventi che lo hanno attraversato e lacerato, ma anche per interrogarsi sul presente, sulla solidarietà internazionale e sulle concrete utopie del nostro tempo, sull’attivismo e la lotta per la pace e contro la guerra, nel tempo difficile della nostra attualità, a cavallo tra crisi economica e sociale, conseguenze della pandemia e del «governo della pandemia», con il corollario di misure ad essa legate, incessante militarizzazione e vecchi e nuovi nazionalismi. Come infatti segnala la presentazione della mostra, si tratta di «un esempio di solidarietà europea nel recente passato che può essere di grande ispirazione per il presente: durante la guerra in Bosnia - Erzegovina del 1992 - 1995, numerose iniziative sono sorte in Francia, Germania, Spagna, Italia, Svezia, Repubblica Ceca ed altri Paesi; cittadini, ONG, gruppi informali e artisti hanno promosso sostegno e solidarietà alla Bosnia - Erzegovina e ai suoi cittadini in vari modi: aiutando i rifugiati giunti in diversi Paesi europei; raccogliendo e consegnando cibo, medicine, vestiti e altri materiali a Sarajevo e in Bosnia - Erzegovina; organizzando incontri, manifestazioni, campagne ed altre attività, volte a mobilitare i propri concittadini, fare pressione sui propri governi ..., e sostenere i gruppi civici in Bosnia e in altre parti della ex Jugoslavia. Si è trattato di una mobilitazione ampia ed eterogenea, un misto di impegno umanitario e di impegno civile ..., e per molti degli attori coinvolti, la cooperazione e la solidarietà con la Bosnia - Erzegovina sono proseguite anche dopo la guerra».

Tra i tanti Paesi, ricordati anche in questa cornice, non si può dimenticare l’impegno che ha attraversato da un capo all’altro il nostro Paese, impegnato in una mobilitazione solidale, pacifista e antimilitarista, che ha rappresentato, lungo tutti gli anni Novanta e, in alcuni casi, anche oltre, un esempio di attivazione solidale e di impegno politico di grande portata. Se, da un lato, è pressoché impossibile completare un elenco esaustivo e minuzioso delle centinaia di attivazioni, spesso piccolissime, ma non per questo meno significative, che hanno animato e continuano ad animare il panorama della solidarietà internazionale e internazionalista con popoli e comunità dei Balcani e, in particolare, della ex Jugoslavia, dall’altro è possibile ricordare almeno alcune pagine. La «marcia dei Cinquecento» a Sarajevo, ad esempio, lanciata dall’appello di mons. Tonino Bello dell’estate 1992 e concretizzata grazie soprattutto all’impegno dei Beati Costruttori di Pace, che porta, il 6 dicembre 1992, cinquecento pacifisti a partire da Ancona alla volta di Sarajevo. La marcia per la pace e la nonviolenza (una forma di interposizione nonviolenta) «Mir Sada» (Pace Ora), tra il 2 e il 14 agosto 1993. La campagna «Kosovo I Care», organizzata, in particolare, dai Beati Costruttori di Pace, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, MIR e Pax Christi, cui prendono parte oltre duecento attivisti, partiti da Bari il 7 dicembre 1998. La «Campagna Kosovo per la nonviolenza e la riconciliazione», promossa dai Beati Costruttori di Pace, Agimi, MIR e Pax Christi, capace di coinvolgere circa venti associazioni e di sviluppare, tra il 1993 e il 2003, quattro delegazioni, tra il 1995 e il 1997, il progetto della Ambasciata di Pace a Prishtina, capoluogo del Kosovo, e tra il 2000 e il 2003, formazione per formatori e formatrici al dialogo inter-etnico. E ancora, in tempi più recenti, il programma dei «Dialoghi di Pace» nei Balcani e in Kosovo, dal 2002 al 2006; il lavoro del Corpo Nonviolento di Pace della Operazione Colomba in Kosovo, dal 1998 al 2010, e dei Corpi Civili di Pace in Kosovo a partire dal 2011. Spesso, come si vede, piccoli progetti, capaci di innescare energie nel lavoro di pace e di solidarietà, tra i tanti esempi di “utopia concreta”, da sviluppare ancora e ancora, nella memoria e nell’impegno. 
 

lunedì 4 novembre 2019

Paesaggi Balcanici: dalle «Vie del Danubio» alla Costruzione della Pace

Felix Romuliana, Gamzigrad (Zajecar, Serbia): Foto di Gianmarco Pisa


È una delle possibili «Vie del Danubio», il grande fiume d’Europa e la via magistrale di connessione di popoli e culture, a cavallo tra la Mitteleuropa e l’Oriente Europeo, l’Europa centrale e austro-tedesca con il mondo slavo e la penisola balcanica. Si tratta della «Via degli Imperatori dell’Antica Roma e dei Vini del Danubio», itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa, che si dipana attraverso quattro paesi, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, attraversando ben 20 siti archeologici e 12 distretti enologici, ove sono distinguibili sia elementi identitari comuni, quali lo sfondo paesaggistico danubiano e il retaggio storico classico, sia elementi culturali distintivi, che fanno, appunto, la «ricchezza nella diversità» di questa vera e propria polifonia multiculturale.

Nel tratto serbo dell’itinerario, i grandi (non certo unici) complessi sono tre, nell’ordine con cui sono stati attraversati e nell’ipotesi di un itinerario ideale facente base a Belgrado: appunto la capitale, Belgrado, con la vicina Kostolac, l’antica Viminacium; quindi Zaječar, con la vicina Gamzigrad, che ospita l’antico complesso di Romuliana; e infine il capoluogo dello Srem, l’antica Sirmio, Sremska Mitrovica, all’epoca Sirmium. 

A Gamzigrad, Romuliana è nella lista del patrimonio dell’umanità dal 2007 e l’eccezionale unicità del sito è rappresentata dalla sua configurazione di «complesso», dove il palazzo fortificato dell’imperatore Galerio (dedicato alla madre Romula, da cui il nome), edificato tra il III e il IV secolo, è in realtà una spettacolare combinazione del palazzo imperiale, di due templi, e di una serie di altre costruzioni. A Sremska Mitrovica, dell’antica Sirmium resta, in particolare, il quartiere commerciale con una strada principale e resti delle strade e delle edificazioni adiacenti, realizzate, in più fasi, tra il II e il V secolo.

Infine, tornando verso Belgrado, l’antica Viminacium, odierna Kostolac, rappresenta uno dei primi siti legionari sul Danubio, del quale restano tracce di strutture militari e civili, dell’anfiteatro e delle terme. Da Belgrado, il tragitto sino a Kraljevo consente di connettere queste tracce con le memorie della storia del Paese, nella quale Kraljevo ha svolto un ruolo importante, nelle cui prossimità sorge il Monastero di Žiča, anch’esso patrimonio culturale di eccezionale importanza, uno dei cosiddetti monasteri di fondazione, e per questo centro delle celebrazioni dell’ottavo centenario della autocefalia della Chiesa Ortodossa Serba, che ricorre quest’anno (1219-2019).

Kraljevo non è distante da Niš, anch’essa legata alla memoria classica, dal momento che l’antica Naissus ha dato i natali all’imperatore Costantino il Grande. L’itinerario prosegue da Kraljevo, porta del sud della Serbia, verso il Kosovo, il cui patrimonio culturale e paesaggistico, è indiscutibile, dal momento che spazia dagli antichi ritrovamenti archeologici della Dardania e di Roma, alle sorprendenti costruzioni moderniste nello stile del razionalismo socialista dell’epoca jugoslava. A proposito della quale, quello che fu uno dei monumenti simbolo di Prishtina, vale a dire il Monumento alla Fratellanza e all’Unità, ha finito perfino per acquisire nuova vita, con la risistemazione della piazza che lo ospita, ora attrezzata anche con piccole aree verdi e punti sosta.

A 12 kilometri da Prishtina si trova Gračanica e, ad un kilometro da questa, lungo la strada per Laplje Selo, il sito archeologico di Ulpiana, anch’esso passato dal più totale abbandono (di cui siamo stati testimoni) ad una efficace risistemazione e valorizzazione (di cui pure siamo testimoni). All’epoca della presenza imperiale nella Dardania, la città si trasformò da tipico insediamento dardanico a tipica città romana, nel corso del I secolo, prendendo il nuovo nome dall’imperatore Marco Ulpio Traiano. 

Ulpiana divenne «splendidissima» tra il III ed il IV secolo e si presenta oggi nella forma di un complesso archeologico importantissimo, razionalmente – simmetricamente – organizzato nelle parti che lo compongono, da Nord verso Sud (in direzione contraria a quella di ingresso) con la porta maggiore (Porta Nord), la via di accesso (Cardo Maximus), una Taberna, le Terme, un Tempio pagano, una Basilica paleocristiana, infine una notevole Villa urbana e uno spettacolare Battistero ottagonale.

Rientrati a Gračanica, non si può non orientarsi verso lo spettacolare Monastero, anch’esso patrimonio dell’umanità dal 2006, con il suo superbo sistema di colonne e di cupole e i rilevanti affreschi, risalenti al 1321. Costituisce patrimonio dell’umanità in solido con il Monastero di Dečani, anch’esso nella lista dal 2004, ultimato nel 1335 da Stefan Dečanski, figlio di Stefan Milutin, costruttore di Gračanica. 

L’esterno, elegantemente armonioso, in un perfetto bilanciamento di romanico e gotico, e l’interno, letteralmente stupefacente, con i suoi mille ritratti affrescati su uno sfondo di blu lapislazzuli (singolare al punto da essere definito «Blu di Dečani») rappresentano un esempio superbo di unità culturale e spirituale, una perfetta interpretazione, per il contesto e i contenuti che rappresenta, di una unità paesaggistica capace di veicolare il carattere universale di questo patrimonio e rappresentare i più alti valori di solidarietà e di pace. 

Enfatizzati, per chiudere questo «itinerario di itinerari», da uno dei patrimoni simbolo della cultura albanese, le Kullat a Junik (Peć/Pejë), a sua volta non distante da Dečani, sulla strada per Gjakova (Ðakovica), come tutte le Kullat, simbolo comunitario e di accoglienza. La stessa Gjakova, del resto, è una delle poche città, in Kosovo, ad avere conservato, nel suo centro storico, i caratteri tradizionali della architettura albanese kosovara. Ancora, da questo patrimonio culturale, un messaggio potente, la cui attualità pare, oggi, più forte che mai.

La fotogallery e il reportage a puntate sono su:
https://www.pressenza.com/it/tag/paesaggi-balcanici


domenica 9 dicembre 2018

Beni comuni, patrimoni culturali, convivenza

Recentissima pubblicazione per la Multimage di Firenze, casa editrice dei diritti umani, il volume dal titolo «Paesaggi Kosovari. Il patrimonio culturale come risorsa di progresso e opportunità per la pace», è stato presentato il 1° dicembre 2018 presso il Giardino Liberato di Materdei, a Napoli, in una dimensione in cui testo e contesto proveranno a dialogare e interagire costantemente.

Il volume è il risultato di una ricerca-azione sul tema dei patrimoni culturali in contesti di conflitto, contesti che hanno subito la furia della guerra, in particolare della guerra etno-politica, e che attraversano un estenuante post-conflitto, presi nella morsa tra gli interessi delle grandi potenze, che condizionano l’autonomia e lo sviluppo di queste comunità, e la violenza che continua a diffondersi nel tessuto delle relazioni, inoculando il proprio veleno, esasperando le divisioni e le segregazioni sociali, etniche, comunitarie.

Siamo nel cuore dell’Europa, appena al di là della “sponda adriatica” del Mare di Mezzo, dove tanti eventi, importanti e decisivi, per la storia sociale e culturale della vicenda europea si sono dipanati. Siamo nel territorio della ex Jugoslavia, che dopo la vittoria contro il nazifascismo e la liberazione della regione, ad opera delle formazioni partigiane e socialiste di Tito, aveva saputo inaugurare una originalissima via nazionale al socialismo, fatta di autogestione della produzione, federalismo e non-allineamento. Siamo in Serbia, e, in particolare, in Kosovo, dove il paradigma della guerra etno-politica e delle cosiddette “nuove guerre” è stato inaugurato proprio nel 1999.

Ma siamo anche nel contesto di una vibrante attualità. La Serbia, come altri Paesi dei Balcani Occidentali, ciascuno con le proprie forme e nei propri tempi, è alle prese con il proprio, dibattuto e controverso, processo di adesione alla Unione Europea. La Serbia e il Kosovo sono impegnati in un dialogo politico per giungere ad una soluzione della cosiddetta «controversia kosovara», che non si può che auspicare basata su una formula win-win, che sappia guardare ai bisogni della popolazione, piuttosto che agli interessi degli Stati. In Kosovo, e intorno al Kosovo, gravitano non pochi patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO, luoghi e beni culturali di grandissima rilevanza storica e culturale, di bellezza, di memoria del passato e di speranza nei confronti del futuro.

Il Monastero di Dečani; il Patriarcato di Peć; la Chiesa della Bogorodica Ljeviška, la Madre di Dio di Ljeviš, a Prizren; il Monastero di Gračanica, poco distante dal capoluogo, Prishtina; l’antica Stari Ras e lo splendido Monastero di Sopočani, in Serbia, e ancora, poco oltre, lo splendido Monastero di Studenica, sono solo alcuni, quelli all’interno delle liste dell’UNESCO nella zona, tra i patrimoni culturali che continuano ad esercitare un fascino indiscutibile e che spesso portano con sé un messaggio che non si limita a ricordare i fasti del passato e le memorie del tempo che fu, ma può continuare a ispirare un messaggio, un contenuto, positivo, per l’oggi e per il domani.

È importante che questo interrogativo, che la ricerca stessa avanza e rilancia, possa essere affrontato in un luogo così significativo come il “Giardino Liberato” di Materdei a Napoli. Lo stesso Giardino Liberato è, infatti, un patrimonio culturale dove si esercita iniziativa sociale e in cui si tesse la memoria del passato con la prospettiva del futuro. È questo giardino il cuore dello spazio un tempo occupato dal complesso delle Teresiane, restituito alla collettività sin dal 2012 grazie a una iniziativa dal basso di cittadini e cittadine per farne un bene comune, riconosciuto, dalla Città di Napoli, «tra i beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico e, come tali, strategici».

La scheda del libro e le ulteriori informazioni sono disponibili al link:
http://www.multimage.org/libri/paesaggi-kosovari-1998-2018

lunedì 21 maggio 2018

Memorie e Culture per la Pace e la Convivenza

Museo Etnologico "Emin Gjiku", Prishtina, Kosovo (Foto di G. Pisa)

Nel “lavoro di pace” e, nello specifico, nei processi di trasformazione del conflitto e di ri-composizione post-conflitto, il complesso delle forme e delle dinamiche che appartengono all’universo culturale assume un’importanza, sebbene spesso sottovalutata o non colta appieno, rilevante e significativa. Spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, la sfera culturale può costituire, infatti, un potente fattore di soggettivazione e di legame, tanto negli aspetti materiali, espressi intorno a luoghi ed oggetti fisici del patrimonio culturale, quanto intorno ai patrimoni immateriali, intangibili, “fatti” di narrazioni e simboli, figure ed eventi, celebrazioni e pratiche rituali.

Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei luoghi della memoria, che, a propria volta, costituiscono punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono a occasioni preziose, contro l’oblio e lo spaesamento, per costruire pace e condivisione. Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, nucleo e limes d’Europa, esprimono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, e riverberano possibilità di inclusione e di convivenza. Riprendendo Johan Galtung, infatti: «Condividere insieme l’arte di una cultura dopo l’altra può già costituire una costruzione della pace; e ancor di più esporsi all’arte che crea essa stessa ponti tra le culture. Essi riconosceranno i propri temi, e la loro armonia con le altre culture può diventare quella tra le culture».

I luoghi del patrimonio culturale, materiale e immateriale, i beni di rilevante interesse storico e culturale, paesaggistico e archeologico, i luoghi della memoria, nell’orizzonte delineato dalla Carta UNESCO e nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», vale a dire della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace lungo i percorsi individuati dalla «convergenza tra le culture», attraverso il Mediterraneo, irradiano per il futuro, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, messaggi di trasformazione, di convivenza e di giustizia. Come indica Lisa Schirch, tra gli altri, la sfera culturale può, infatti, consentire «all’“impossibile” di divenire “reale” in quanto le persone possono generare un contesto unico in cui, anche se solo temporaneamente, simboli, messaggi sensibili ed emozioni espresse riescono a comunicare ciò che le parole, da sole, non possono».

Nei termini in cui si esprime la Carta UNESCO, in effetti, «una pace basata esclusivamente sugli accordi politici ed economici tra governi non è una pace che possa godere del sincero, unanime e duraturo supporto dei popoli del mondo, laddove, al contrario, la pace deve essere fondata, se non intende fallire, sulla piena solidarietà, morale e intellettuale, dell’umanità». Sicché, come recita l’art. 1, «scopo dell’UNESCO è contribuire alla pace e alla sicurezza promuovendo la cooperazione tra i popoli, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, al fine di promuovere il rispetto universale per la giustizia e lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali».

Occasione di confronto su queste tematiche, la presentazione del volume “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Napoli, 2017), Mercoledì 23 Maggio 2018, ore 17.00, Complesso Monumentale di S. Maria la Nova, Napoli, con gli interventi di Elena Coccia, Consigliera Delegata al Patrimonio Culturale, Città Metropolitana di Napoli; Amarilis Gutierrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela; Immacolata Caruso, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, ISSM - CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Dorotea Giorgi, femminista, Casa Internazionale delle Donne, Trieste; Maria Teresa (Maite) Iervolino, anglista e boemista, mediatrice culturale; Manuela Marani, esperta di sviluppo territoriale e di cooperazione decentrata; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata, Università “L’Orientale”, Napoli. L’iniziativa ha il patrocinio morale della Città Metropolitana di Napoli e dell’Osservatorio Permanente per il Centro Storico di Napoli Sito UNESCO. 


giovedì 1 giugno 2017

Tra Memoria, Cultura e Pace

 Foto di Bleron Çaka [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto

L’evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Edizioni Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017), ha costituito, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, un’occasione preziosa per intavolare un confronto aperto, non vincolato ai temi del volume, sensibile a suggestioni di impegno civico e di costruzione della pace. Ovviamente, tale confronto, se da una parte non poteva prescindere da alcuni dei presupposti stessi della ricerca-azione (dal profilo progettuale alla metodologia scelta “sul campo”), dall’altra non ha perso l’occasione di interrogarsi anche su alcuni retroterra storici, culturali e filosofici, senza i quali un percorso di autentica comprensione e di efficace intervento, nella materia, spigolosa e controversa, dell’impegno per la trasformazione in un contesto di conflitto, risulterebbe, a ben vedere, inerte o astratto.

La prima delle relazioni introduttive (quella di Paolo Candelari del MIR) ha avviato una riflessione promettente, anche nel senso di individuare le coordinate spazio-temporali di riferimento, in grado di “situare”, nel tempo e nello spazio, questa disamina: «Una gente che libera tutta O fia serva tra l’Alpe ed il mare; Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor», scrive il Manzoni nella celebre «ode patriottica» del Marzo 1821, dove viene condensata una intera idea di nazione, incarnata in una «unità di intenti», animata da luoghi civili e culturali (le “memorie”, la “lingua”), e, soprattutto, bellici (l’“arme”), di fede religiosa (“d’altare”) e di passione nazionale (“di sangue e di cor”). Ciò consegna una idea di nazione radicata nel sentire comune, in base alla quale la nazione è, essenzialmente, «unità di popolo» a partire dalla lingua comune, dal territorio condiviso, compattamente difeso sulla punta della spada contro l’invasore, e dalla unica fede religiosa.

Tutto ciò, evidentemente, non parla solo a noi, ma ad un intero sviluppo storico e sociale, almeno dalla  formazione sul suolo europeo dei grandi stati nazionali e a maggior ragione a seguire la Pace di Westfalia del 1648; ma parla, in modo particolare, anche in questo caso focalizzando una data storica come quella del Congresso di Berlino del 1878, ai Balcani, contesto multi-etnico e multi-nazionale per eccellenza che, come ricorda l’altra delle relazioni introduttive (quella di Gianni D’Elia, dell’IPRI - Rete CCP), è stato, al tempo stesso, territorio di guerra e laboratorio di pace, nell’un senso perché terreno di saturazione del conflitto etnico fino ad assurgere a paradigma della guerra etno-politica del nostro tempo, e nell’altro perché contesto di attivazione di iniziative e sperimentazioni di società civile, anche e soprattutto italiana, che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, si sono cimentate nell’interposizione nonviolenta e nella promozione della pace.

È bene passare in rassegna, di tutte queste sperimentazioni, almeno quelle richiamate anche nel corso della riflessione torinese: ad esempio, la marcia per la pace e per porre fine alla guerra in Bosnia che è poi passata alla storia come la “Marcia dei Cinquecento”, la quale, ispirata da un appello lanciato da don Tonino Bello nel 1992 e promossa da numerose realtà della società civile di pace del nostro Paese, in primis i Beati Costruttori di Pace, partì poi da Ancona il 6 dicembre 1992 alla volta di Sarajevo, già sotto assedio (lo sarebbe rimasta per quattro inverni consecutivi, più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia recente), per “rompere l’assedio”, nella prospettiva del 10 dicembre, anniversario della promulgazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e Giornata Internazionale dei Diritti Umani, che si celebra all’insegna delle “quattro libertà”: la libertà di parola e di culto, la libertà dal bisogno e dalla paura.

Una testimonianza cruciale, non solo del nesso, simbolico e concreto allo stesso tempo, tra costruzione della pace e tutela dei diritti umani nel complesso delle loro articolazioni o “generazioni” (diritti civili e politici; diritti economico-sociali e culturali; diritti dei popoli e dell’ambiente), ma anche della praticabilità concreta dell’impegno civico, da parte delle espressioni della società civile organizzata, ai fini della prevenzione della violenza, della interposizione disarmata e della deterrenza alla prosecuzione delle ostilità, quando non nella ricostruzione della pace. Alcuni dei compiti dei corpi civili di pace, quale strumento di società civile per la prevenzione dei conflitti armati e per il superamento positivo dei conflitti, vi sono ampiamente prefigurati.

Convergendo verso quello «scenario nello scenario» che è lo specifico del Kosovo, non si può non ricordare anche l’esperienza della Ambasciata di Pace a Prishtina, il capoluogo kosovaro, progetto lanciato, su iniziativa di Alberto L’Abate, dei Berretti Bianchi e di altri, sin dal 1994 (epoca del movimento nonviolento di auto-determinazione degli albanesi kosovari), che si sarebbe caratterizzato come «uno strumento della società civile e delle popolazioni [da cui] sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. È tuttavia possibile e augurabile che alcune istituzioni locali, nazionali o internazionali, aiutino, di volta in volta e in varie forme, l’attività dell’ambasciata di pace, senza, tuttavia, risultare mai determinanti. […] Per società civile si intende […] fare riferimento a tutte quelle organizzazioni internazionali e non che operano sul nostro pianeta nei più diversi settori del volontariato e che intendono oggi farsi carico di questo compito».

Una ambasciata, per esplicito intendimento dei proponenti, da concepirsi come «autonoma da tutti i governi sia finanziariamente sia politicamente» in quanto strumento di “diplomazia dei popoli”, e da strutturarsi attraverso compiti quali l’apertura della comunicazione tra i popoli, il sostegno alle popolazioni, il sostegno alle organizzazioni locali di società civile orientate alla pace, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, un osservatorio permanente di pace e nonviolenza e uno strumento di prevenzione dei conflitti armati (il testo sulla Ambasciata di Pace fu pubblicato in “Guerre & Pace”, n. 15, settembre 1994).

In questo senso, il lavoro sui potenziali sociali e culturali, sia nel senso del consolidamento delle risorse della società civile impegnate nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace, sia nel senso della individuazione di tutte quelle occasioni ed opportunità che, agendo sul piano sociale e culturale, possono contribuire alla costruzione di ponti, di occasioni di comunicazione e di spazi di convivenza tra i popoli, risulta decisivo per la costruzione della pace. Non a caso, questo ambito racchiude una sfera di impegno rilevante nell’azione propria dei corpi civili di pace. Riprendendo l’intuizione di Alex Langer, «nel fare ciò esso ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare».

«Agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Faciliterà il dialogo all’interno della comunità […]. Proverà a rimuovere l’incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. Negozierà con le autorità locali e le personalità di spicco. Faciliterà il ritorno dei rifugiati, cercherà di evitare, con il dialogo, la distruzione delle case, il saccheggio e la persecuzione […]. Promuoverà l’educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l’odio. Incoraggerà il mutuo rispetto fra gli individui. Cercherà di restaurare la cultura dell’ascolto reciproco. E cosa più importante: sfrutterà al massimo le capacità di coloro che … non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)» (documento per la creazione di un corpo civile di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, in “Azione Nonviolenta”, ottobre 1995).

Una lunga e innovativa suggestione, una cui eco si ritrova, peraltro, anche nella elaborazione più recente, tra le altre, della Rete della Pace, quando, in una sua piattaforma tematica, ricorda che «nell’ottica di costruire alternative all’uso della forza …, sosteniamo l’urgenza di organizzare interventi civili di pace in zone di conflitto, tramite corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualità di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L’obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, come cessazione della violenza [e] come affermazione di diritti umani e benessere sociale. […] La scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l’indipendenza e la non-partigianeria dei CCP e consentono di declinare la costruzione della pace in una miriade di attività …».

Sebbene, dunque, le condizioni di progresso sociale costituiscano fattore decisivo ai fini della promozione della società civile e del miglioramento dei rapporti sociali (cosa tanto più vera in Kosovo, dove la disoccupazione è ufficialmente intorno al 35%, quella giovanile stimata intorno al 50% e quella femminile intorno al 60% e lo stipendio medio mensile ufficialmente non superiore a 450 €), non di meno il terreno culturale può risultare cruciale ai fini dello sviluppo di percorsi di reciproca comprensione e di pacifica convivenza. In effetti, il terreno stesso della convivenza, basato sul riconoscimento dei vissuti e delle memorie, su un’apertura pluralistica all’altro nella pienezza della sua umanità e su una piena appropriazione dei patrimoni sociali e culturali come patrimoni diffusi e universali, trova nel lavoro sulle culture e sulle memorie, in particolare in termini di “memorie collettive”, una motivazione e un fondamento assai forti.

D’altro canto, le pratiche sociali attraverso cui un patrimonio di memoria si consolida in memoria collettiva non devono necessariamente essere vincolate dal loro potenziale ideologico, utile alla narrazione dominante, ma possono essere positivamente ri-attraversate come una occasione per una rilettura della storia in chiave pluralistica, come “storia di storie”, o, se non altro, una trama capace di ascoltare anche “la storia dell’altro”. Tali patrimoni di memoria, infatti, risultano tali proprio in forza del rilievo che la comunità vi attribuisce, esaltando quel “di più” di senso in essi racchiuso (o perché costituiscono testimonianza di eventi salienti del passato o perché riconosciuti come particolarmente significativi anche ai fini di una sorta di soggettivazione identitaria) attraverso tipiche funzioni sociali di tipo relazionale, dai discorsi alle commemorazioni, dalle manifestazioni pubbliche alle celebrazioni rituali, dagli eventi e dalle parole che vi si continuano a produrre.

Nella sua relazione, Enrico Peyretti pone l’accento proprio su questo, con una riflessione densa di implicazioni: l’universalismo culturale (ad esempio nel senso dell’«uomo planetario» richiamato da Ernesto Balducci, laddove «tutte le identità [specifiche] perdono di senso per lasciare posto all’unica identità [universale] che ciascuno è in grado di dare a sé stesso, al di fuori di ogni eredità, semplicemente con l’assumersi o con il rigettare le responsabilità del futuro del mondo») inteso come visione comune e visione trasversale, allo stesso tempo, come base della pace e fondamento della convivenza. Vi è, in questo, un rimando assai intenso alla riflessione sulla memoria collettiva, a crocevia tra i patrimoni culturali e i luoghi della memoria, che sostanzia di sé la stessa ricerca-azione: non una memoria “di” tutti, ma una memoria “per” tutti, capace di maturare in sorgente di comprensione e di appropriazione e di fare del Kosovo un Kosovo per tutti e tutte. 

venerdì 17 marzo 2017

"The Boiling Point"

Leonard Raven-Hill (1867-1942), "The boiling point", Punch, 2 Ottobre 1912
  

Come arrivano stati e regioni dei Balcani Occidentali all'importante appuntamento, di oggi e domani, in occasione del “Vertice a Sei”, a Sarajevo, tra il Commissario Europeo all'Allargamento, Johannes Hahn, e le leadership di Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania e dell'auto-governo del Kosovo? Il contesto regionale con cui le cancellerie e gli osservatori si trovano a che fare è uno dei più problematici dell'intero panorama europeo e registra, in questa fase, uno dei momenti più acuti di crisi e di inquietudine. Non è solo la prospettiva incerta e faticosa dell'allargamento europeo ad essere messa in discussione; ancora una volta, è la stessa possibilità di pace e convivenza nella regione a segnare battute di arresto assai preoccupanti.

Anche per questo, più che nel recente passato, le diplomazie si esercitano in un “lavoro sul simbolico”, un “intervento sugli immaginari” che non si vedeva da tempo. Abbiamo già raccontato, qui, dell'intervento di Federica Mogherini, Alto Rappresentante della Politica Estera UE, sul ponte della città divisa di Mitrovica, tra gli Albanesi e i Serbi del Kosovo, in occasione della sua vista il 4 Marzo nella regione; analogamente, venerdì 17 Marzo, Johannes Hahn inaugurerà l'apertura del ponte sulla Sava a Svilaj, a cavallo tra la Bosnia e la Croazia. I “ponti” tornano ad essere veicolo di immaginari potenti: non solo contro i nuovi muri che, non solo in Europa - e qui soprattutto nei Balcani - si ergono per costruire nuove separazioni e impostare nuovi respingimenti “sovrani”; ma anche per segnalare l'esigenza della convivenza e della costruzione della pace.  

Sebbene le cancellerie non manchino di esprimere, ad ogni occasione, “pieno sostegno” al percorso europeo di questo o quel paese della regione (ultimi, in ordine di tempo, il ministro degli esteri italiano, in visita a Belgrado lo scorso 14 marzo, e la cancelliera tedesca, presso la quale si è recato il premier serbo ancora lo scorso 14 marzo), non sempre questo “dialogo strutturato” viene percorso con coerenza né mancano forzature e condizionamenti. Le dichiarazioni, “in parallelo”, del ministro italiano e della cancelliera tedesca, se da una parte confermano il sostegno di Roma e Berlino al percorso europeo, insistono dall'altro sul fare di più e meglio sia nel senso delle riforme interne che, in questo caso la Serbia - ma non si tratta solo della Serbia - devono intraprendere, sia nel senso della “liberalizzazione” sempre più spinta dei mercati nazionali nei confronti del mercato europeo. Senza contare, ovviamente, pressioni anche di altro tipo: come quella, paventata a più riprese, di subordinare il percorso europeo della Serbia al riconoscimento del Kosovo come Stato, alimentando tensioni nel dialogo bilaterale e cancellando di fatto la risoluzione 1244 del 1999.

D'altro canto, una recente risoluzione del Parlamento Europeo, votata in Commissione Esteri il 28 febbraio, approvata con 40 voti favorevoli, 12 contrari e 5 astensioni, si è perfino spinta a stigmatizzare il fatto che cinque paesi membri dell'Unione Europea (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro) non riconoscano il Kosovo come Stato, notando come se i Paesi membri si allineassero su una linea comune rafforzerebbero la credibilità della UE ed affermando, in questo caso persino paradossalmente, che un riconoscimento ufficiale del Kosovo come Stato finirebbe per aiutare a “normalizzare” le relazioni tra il Kosovo stesso e la Serbia.  

Né il Consiglio Europeo è stato in grado di approvare un documento comune sui Balcani Occidentali a conclusione della riunione tenuta lo scorso 10 marzo: nelle conclusioni, il Consiglio sottolinea l'importanza della prosecuzione del processo di riforma, delle relazioni di buon vicinato e delle iniziative di cooperazione regionale; peraltro, come ribadito dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, non è stato un errore l'avere annunciato che non ci sarebbe stato nessun nuovo ingresso nell'UE durante il mandato dell'attuale Commissione, poiché, come riportato dalla stampa, «nessun candidato è pronto per l'ingresso».

Non mancano, poi, nuove minacce e criticità: dalla Bosnia è stata avanzata alle Nazioni Unite la richiesta di rivedere la sentenza della Corte dell'Aja del 2007 che assolse la Serbia in quanto tale dall'accusa di genocidio in Bosnia (richiesta respinta dalla Corte lo scorso 8 Marzo); dal Kosovo, quando ci si aspetterebbe un rilancio del dialogo mediato a Bruxelles e la piena implementazione degli Accordi del 19 Aprile 2013 e del 25 Agosto 2015, avanza addirittura la proposta di trasformare la “Kosovo Security Force” in un vero e proprio esercito regolare del Kosovo (richiesta che, se approvata, non potrebbe che bypassare il dettato stesso della costituzione del Kosovo e che non ha mancato di suscitare preoccupazione anche negli ambienti UE e NATO), progetto per ora accantonato ma che resta sullo sfondo come una minaccia nei rapporti regionali.  

Intanto, annunciata a più riprese per il 20 Gennaio, la riapertura del ponte-simbolo di Mitrovica slitta ancora a data da destinarsi: per quello che la Mogherini stessa auspicava potesse diventare, da “simbolo della divisione”, un “simbolo del dialogo”, si parla adesso addirittura del mese di maggio. Intanto, il 2 Aprile, si voterà in Serbia per il nuovo presidente della Repubblica; il successivo 18 Giugno si terranno le elezioni legislative in Albania; e la Macedonia, ancora senza governo dopo le ultime elezioni politiche, è attraversata da proteste e dissidi, anche questi a sfondo etno-politico, tra nazionalisti macedoni e minoranza albanese locale.

Ancora una volta, i frutti avvelenati del nazionalismo e le interferenze interessate delle maggiori potenze scaricano sui Balcani crisi e tensioni; e i Balcani tornano, ancora una volta, al centro dell'Europa, quando la pace e la convivenza nell'Europa del Sud e dell'Est significano pace e convivenza per il continente intero.  

giovedì 19 giugno 2014

Balcani e Diritti: una geografia dell'ignoto?

commons.wikimedia.org/wiki/File:Pont_"AUSTERLITZ"_ Mitrovica.JPG







La questione della tutela e della promozione dei diritti umani, nella sua declinazione contemporanea, è stata sempre, a partire almeno dalla fine della seconda guerra mondiale e dall'immane tragedia segnata dalla Shoah, al tempo stesso, motivo di impegno e apprensione per i difensori dei diritti e gli operatori di pace e fonte di discussioni e diatribe in merito a politicizzazioni e strumentalizzazioni a riguardo.
Per non farla troppo lunga, parto da uno spunto di “riflessione” stimolato dai contenuti di un recente comunicato di Amnesty International sulla Serbia e i Balcani, pubblicato il 17 Giugno scorso col titolo, molto impegnativo, «Serbia: l'adesione all'Unione Europea è la chiave per porre fine all'impunità per i crimini di guerra», provando ad articolare il contenuto di alcuni interrogativi - nel verso di chiederci che senso possa avere una riflessione più attenta e complessiva sui temi sollevati dal comunicato e quale valore aggiunto possa rappresentare, tra gli altri media, il cinema dei diritti umani come fonte di pluralizzazione e conoscenza.
Articolando, di conseguenza, una possibile riflessione in tre punti, apparentemente contraddittori, se non mutuamente escludenti, ed invece molto legati, sostanzialmente, tra di loro.
Il primo: essere d'accordo sull'"effettività", "efficacia" ed "intensità" della ricerca, dell'individuazione e della consegna alla giustizia dei perpetratori di gravi crimini del diritto internazionale o di gravi violazioni di diritti umani, fondamentali e universali, dunque per questo naturali e indivisibili, è ovvio e rasenta la banalità, sebbene non possa darsi, in ogni caso, per scontato o acquisito.
D'altro canto, un modo meno ovvio di affrontare la vicenda sarebbe quello di condurre una indagine più approfondita su tutte le violazioni più gravi e significative (la gravità e la rilevanza, poi, in base a quali parametri, qualitativi e/o quantitativi?... anche qui il discorso ci porterebbe lontano ed anche la letteratura sull'argomento potrebbe non essere granché di aiuto), occorse in "tutti" i Paesi e per responsabilità di "tutte" le autorità politiche e militari (una cosa è un Paese, una cosa un popolo, un'altra cosa ancora una sua leadership politico-militare) attivamente impegnatesi nei conflitti a cavallo tra la "guerra dei dieci giorni" del 1991 (Slovenia) e gli "scontri dei valichi" tra il Luglio e il Novembre 2011 (Kosovo).
Si verrebbe, in pratica, a delineare una geografia dell'ignoto. Qualcuno ricorda, ad esempio, Karlovac (1991-1992), i massacri della Sava e di Bijelijna (1992), i fatti di Medak Pocket (1993), il massacro di Ahmići (1993), la strage di Markale (1994), l'assedio di Knin (1995), la strage di Niš (1999) e il massacro di Krushë (1999), fino ai pogrom del 17 Marzo 2004 e gli scontri dell'autunno 2011 (Kosovo)?... Si tratta, come si vede, di un intero ventennio, ma solo così, con gli strumenti ed i linguaggi opportuni, si può dare minimamente la portata di ciò che è accaduto e, per alcuni versi e nelle loro conseguenze, continua ad accadere nei "Balcani".
Il secondo: mettere sul "banco degli imputati" di volta in volta questo o quel Paese è un'operazione sempre poco convincente, molto povera dal punto di vista storico-culturale, come dimostra la nostra, peraltro superficialissima, “geografia dell'ignoto”, e, soprattutto, sempre passabile di essere sospetta (e, di conseguenza, di venire strumentalizzata) in termini "anti-qualcuno" o "anti-qualcosa". La Serbia, per altri aspetti la Bosnia, oggi anche, in una certa misura, il Kosovo, sembra essere sempre, costantemente, sotto la luce dei riflettori, "a prescindere", come direbbe qualcuno, dal fatto che al governo vi siano gli eredi (socialisti) di Milošević, quelli (liberali) della “Buldog Revolucija” o quelli (nazionalisti) del SRS che fu di Šešeli.
Ecco che, allora, dei tentativi, peraltro controversi e contraddittori, oltre che problematici ed elefantiaci, di riforma interna del sistema giudiziario, della procedura legale e della rule of law neanche si parla, e si finisce per richiamare, ogni volta, dall'esterno, pressantemente, ai "compiti a casa da svolgere" e alle riforme da "attuare prontamente".
Il tema delle riforme diventa allora, troppo spesso, un pretesto, ed è questo il terzo punto: proprio nel momento in cui il dossier negoziale per l'adesione europea viene aperto a Bruxelles, si inaugura una nuova campagna mediatica, questa volta a New York, sui criminali di guerra e le violazioni dei diritti umani. Con tanto di corollario: «fare come in Croazia».
Peccato, anche in questo caso, che dei crimini di guerra si finisca per parlare solo a senso unico, e quando in Croazia la "politica" liscia il pelo alle sollevazioni per divellere le targhe in cirillico, a Vukovar e non solo, neanche una parola. Giustizia a senso unico e, come si vede dalla scelta delle circostanze, giustizia ad orologeria. Tutt'altro di ciò che la causa della difesa di diritti, universali ed indivisibili, a pensarci bene, richiederebbe.
Si tratta allora di moltiplicare strumenti ed occasioni ed è (anche) per questo che, come nella precedente edizione, anche i "lavori in corso" della prossima edizione del Festival del Cinema per i Diritti Umani affronteranno la sfida di trattare del Mediterraneo e, in particolare, dei Balcani, del nesso tra diritti (di tutte le generazioni) e violazioni (di tutti i tipi) raccogliendo una istanza di libertà ed una occasione di conoscenza. Qui più che altrove il cinema per i diritti umani si fa, concretamente, "cartografia del possibile".

martedì 20 maggio 2014

Il centenario della guerra e la contrapposizione delle memorie

Il Ponte sulla Drina, Visegrad, by Luigi Torreggiani
«Sono iniziative che non vanno a vantaggio di Sarajevo, né dei sarajevesi, e che hanno riaperto una battaglia tra di noi, su Gavrilo Princip. Adesso, per una metà dei bosniaci, Princip è un terrorista, per l'altra metà è un eroe. Che bisogno avevamo ora di discutere di queste cose? Abbiamo un Paese, la Bosnia Erzegovina, completamente distrutto: non funziona, non esiste.

E i politici europei verranno qui per una settimana sorridenti, con i palloncini colorati, con le grandi dichiarazioni, a ricordare l'amore dell'Europa per Sarajevo ed i principi europei. Si tratta di un incredibile cinismo: se c'è un luogo dove i principi europei vengono abbandonati, questo è Sarajevo. Queste “celebrazioni” non sono altro che una occasione meravigliosa per lavarsi la coscienza, per organizzare qualcosa di positivo, per una grande festa, in un momento in cui la situazione europea è drammatica, con la guerra sempre più presente, l'estrema destra sempre più forte ed il progressivo abbandono degli ideali di libertà e cosmopolitismo».

Ripresa dalla stampa internazionale, l'intervista a Zlatko Dizdarević, intellettuale, scrittore, ambasciatore in passato di Bosnia Erzegovina in Medio Oriente, cittadino di Sarajevo, è, al tempo stesso, un invito alla riflessione ed un monito doloroso, contro il cinismo o il protagonismo, di quanti, sul fronte politico o sociale, si apprestano a “commemorare”, nelle celebrazioni istituzionali o in controverse kermesse come il “Peace Event” del prossimo giugno, i cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Se le celebrazioni sono un modo, più o meno avvertito, di “lavarsi la coscienza” o “piantare una bandiera” in un certo segmento politico o sociale, l'invito alla riflessione sulla memoria, la sua funzione e il suo uso, diventa ancora più esigente ed impegnativo. Il tema della “memoria”, ai fini del lavoro di pace è, infatti, decisivo. Nella misura in cui i poteri cercano di dominare il presente per condizionare il futuro, è il passato l'unico terreno davvero a disposizione dell'uso e dell'abuso, della manipolazione e ricostruzione della memoria, funzionale a ridefinire un'immagine di presente o legittimare una certa “narrazione”.

Nei luoghi del post-conflitto, questo esercizio si fa persino scoperto e, per certi aspetti, ancora più cattivo. Prendiamo il caso della narrazione della storia. I sostenitori delle diverse kermesse che si moltiplicheranno a Sarajevo, più volte hanno dichiarato non essere loro intenzione di fare della “storiografia” sulle cause della guerra e sulla figura di Gavrilo Princip. Il giudizio, negativo e “di parte”, su questa figura è tuttavia men che implicito sin nella piattaforma del Peace Event, almeno laddove si dichiara che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale “fu innescato dall'assassinio dell'erede al trono austro-ungarico, a Sarajevo, il 28 Giugno 1914”. Tale giudizio è “di parte” almeno nella misura in cui corrisponde esattamente alla narrazione storica di una sola delle parti in causa. Persino i libri di testo scolastici, nella Bosnia musulmana, parlano del colpo di Sarajevo come di un “assassinio” o di un “attentato”, di Gavrilo Princip come di un “terrorista”, del suo movimento irredentista, la “Giovane Bosnia”, come di un gruppo terroristico o pan-serbo, talvolta, perfino come una Al Qaeda ante litteram.

In un'altra intervista, Nenad Šebek, direttore del Centro per la Democrazia e la Riconciliazione nel sud-est Europa, spiega con chiarezza che «in Serbia sopravvive la vecchia narrazione della ex Jugoslavia in cui si sostiene che la Prima Guerra Mondiale è avvenuta perché è esistito un grande eroe di nome Gavrilo Princip: ha ucciso l'Arciduca Francesco Ferdinando, che rappresentava la personificazione delle forze occupanti dell'Austria-Ungheria, poi l'Austria-Ungheria e l'Impero Tedesco hanno invaso la Serbia ed i Serbi hanno combattuto e sofferto durante la guerra pur essendo “dalla parte della ragione”». Meno approssimativamente, la storiografia ufficiale, nella Bosnia serba ed in Serbia, sostiene che la causa generale della Prima Guerra Mondiale è stata quella che potremmo definire la “contraddizione inter-imperialistica”, “la lotta tra le grandi potenze per il controllo economico ed il dominio politico in Europa”, per cui l'Austria-Ungheria ha “utilizzato” l'assassinio di Sarajevo come pretesto per la guerra. Una narrazione, tra l'altro, più nota e frequente, tra quelle meno strumentali, anche dalle nostre parti.

Se la coltivazione di una memoria nazionale, attraverso la narrazione di una memoria collettiva (tra le varie e diverse che abitano una determinata comunità), è un esercizio frequente presso i poteri costituiti, la contrapposizione delle memorie è sempre un esercizio di violenza, uno strumento di esclusione e di separazione, un comodo alibi intellettuale o un vero e proprio effetto di guerra. A Sarajevo, oggi, la contrapposizione è fisica, non solo nello spazio geografico delle due entità (la Federazione Croato-Bosniaca e la Repubblica Serba di Bosnia), ma anche nell'esercizio della memoria storica. Come ha dichiarato in un'altra intervista il sindaco della Sarajevo Serba (Istočno Sarajevo), Nenad Samardzija, «una volta vivevamo tutti nello stesso Stato, la Jugoslavia, e non abbiamo mai guardato ai fatti del 28 Giugno 1914 come ad un atto terroristico, come alcuni cercano di fare oggi. Abbiamo guardato a quello come ad un movimento, soprattutto di giovani, che volevano liberarsi dal dominio coloniale». Non a caso, i Serbi (e non solo), che hanno disertato la celebrazione sarajevese, ricorderanno la catastrofe del 1914 con altre iniziative, intorno a Višegrad, la città resa famosa da Ivo Andric e dal suo Ponte sulla Drina.

L'articolo rappresenta il testo del contributo alla XX edizione della “Marcia della Pace” promossa dalla Città di Napoli in collaborazione con l'UNICEF, il 22 Maggio, in occasione della “Giornata Ecumenica Internazionale per la Pace”.

martedì 22 aprile 2014

Di Pace e Disarmo

commons.wikimedia.org/wiki/File:Memorial_for_Peace.jpg
Alla vigilia della kermesse della “Arena di Pace e Disarmo” si moltiplicano le riflessioni destinate ad accompagnare i diversi profili tematici di quella che si annuncia come la manifestazione più importante del movimento italiano per la pace, almeno insieme alla prossima Marcia della Pace Perugia-Assisi in programma per il 19 Ottobre, di quest'anno.

Certo, non hanno mancato di destare sconcerto alcune presenze, diciamo così, controverse, in primo luogo quella di Simone Cristicchi, già coinvolto in una lunga polemica per il carattere neo-revisionistico del suo ultimo spettacolo sul fronte orientale (“Magazzino 18”), polemiche che pure, per altro verso, hanno avuto il “merito” di rimettere attenzione sulla controversa vicenda del fronte orientale, degli episodi di guerra, della pulizia etnica fascista, delle “foibe” e delle eredità del conflitto e della liberazione.

Le vicende di guerra, dunque, tracimano, precipitando quotidianamente nel nostro presente. Intanto, le vicende del passato, che non riguardano solo il secondo, quanto oggi soprattutto il primo conflitto mondiale: basti considerare la pubblicistica, eminentemente occidentale, su cause e responsabilità dello scoppio del conflitto, le ambiguità delle kermesse internazionali che “celebrano” il centenario tra sponsor non esattamente di pace (non solo USAID) e partecipazioni non esattamente bilanciate (i serbi ampiamente esclusi), come nel caso, assai controverso, del Sarajevo Peace Event di Giugno 2014.

E poi le vicende del presente, che evidentemente continuano ad imbarazzare, anche tra le forze più consapevoli a sinistra, analisi a volte superficiali e sbrigative. Basti considerare una recente presa di posizione, in merito all'invio di “forze di pace” in Ucraina, da parte di Francuccio Gesualdi, alla quale sarebbe bene ricordare, almeno, che l'intervento dei Corpi Civili di Pace può avvenire solo su una, comunque leggibile, richiesta locale; deve muoversi in una cornice di legittimità e indipendenza dalle formazioni militari sul campo; e non può e non deve prestarsi a manipolazioni ed a strumentalizzazioni di sorta.

Nel caso ucraino, è bene ricordare che la “controparte” dei movimenti che si sono sollevati nelle regioni russofone è un governo illegittimo, salito al potere con un golpe, in cui una parte preponderante hanno avuta formazioni fasciste e naziste. Forse, non è del tutto inutile ricordare che l'azione, civile, disarmata e nonviolenta, dei Corpi Civili di Pace, si sviluppa, al tempo stesso, “sopra” e “dentro” il conflitto, e, pertanto, non può prescindere da un'attenta analisi del conflitto stesso, dai suoi presupposti e le sue motivazioni, dalle sue evoluzioni e i suoi svolgimenti, sino alla dinamica e alle conseguenze, sempre dolorose, che produce.

Anche per questo, a dispetto di quanto sbrigativamente scritto in un recente documento di alcuni enti di pace per il Servizio Civile, i Corpi Civili di Pace svolgono una «azione civile, non armata e nonviolenta di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti. L'obiettivo degli interventi è infatti la promozione di una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come piena affermazione di diritti umani e di benessere sociale».

Di conseguenza, lungi dal «partecipare a briefing periodici sulla sicurezza con missioni militari ONU e italiane nella zona di intervento» come prescrive il - talvolta strampalato - documento per il Servizio Civile, andrebbe piuttosto ricordato che «con gli attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove ciò non pregiudichi la legittimità nonviolenta della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti».

Diciamo che anche stravolgere contenuti faticosamente condivisi per qualche fine altro non è esattamente un bel segnale. I CCP sono uno strumento importante, che parla di un altro modello di difesa civile, popolare, nonviolenta, di cui è bene e necessario avere cura, senza gettarlo nella mischia delle occasioni perdute. Anche per questo siamo tutti, al di là dei limiti e delle contraddizioni, fiduciosi negli sviluppi della Arena di Pace e Disarmo, «per essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo».

giovedì 5 dicembre 2013

I Balcani, Crocevia del Mediterraneo

Comunicato Stampa


I BALCANI

Crocevia del Mediterraneo

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Festival Cinema dei Diritti Umani,
Napoli, VI edizione 

Mercoledì 11 Dicembre
2013

Università degli Studi   
"Suor Orsola Benincasa"
[Napoli | C.so V. Emanuele 292]

PAN - Palazzo delle Arti
[Napoli | Via dei Mille 60]
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Mercoledì 11 dicembre alle 10,00 il Festival ritorna all'Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa" (Corso Vittorio Emanuele, 292) con il convegno “I Balcani a crocevia, tra Europa e Conflitti” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace) e Operatori Di Pace - Campania con Antonello Petrillo (sociologo, docente presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Ottavio di Grazia (docente di "Culture, Identità, Religioni" presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Fabio Marcelli (Ricercatore ISGI | Istituto Studi Giuridici Internazionali - CNR) e Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale). Ospite internazionale la regista Sonja Blagojevic, vincitrice del XXII Festival Internazionale del Cinema Etnografico di Belgrado. Partecipano inoltre Kumjana Novakova, direttrice del Festival dei Diritti Umani di Sarajevo e Turi Finocchiaro, direttore del Faito Doc Festival - Festival Cinema Documentario. In prossimità del 2014, centenario dell'inizio della I Guerra Mondiale e tra gli anniversari del “lungo ventennale” della Guerra di Bosnia, alla fine di un 2013 che ha visto il rilancio dell'iniziativa per l'integrazione europea e celebrato la stipula dei primi accordi di dialogo tra Belgrado e Pristina dopo la Guerra del Kosovo, i Balcani Occidentali sono sempre più, al tempo stesso, epicentro e margine della complessità e delle contraddizioni della costruzione europea. Nel corso dell'evento sarà proiettato il film “KOSMA” di Sonja Blagojevic (Serbia, 2013, 75 min.).

Al Pan - Palazzo delle Arti di Napoli, alle 17,00 si torna poi a parlare di Balcani in una tavola rotonda dal titolo “Un lungo dopo-guerra: i Balcani Occidentali tra memoria e cooperazione internazionale” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace), Operatori Di Pace – Campania, CEICC-ED con la partecipazione di Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale), Kumjana Novakova (direttrice HRFF Serajevo), Turi Finocchiaro (regista, direttore Festival Faito DOC), Sonja Blagojevic (regista), Manuela Marani (esperta di cooperazione internazionale, RESeT), Luigi Cafiero (Manager cooperazione internazionale), Lorenzo Giroffi (regista e scrittore). Il progetto degli “Operatori di Pace - Campania” dal titolo “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, sostenuto dal Comune di Napoli, intende anche essere l'occasione per una indagine volta a ri-costruire terreni condivisi per il dialogo e il riconoscimento reciproco tra le comunità. In chiusura, sarà proiettato il film “La Besa di Luce” di T. Finocchiaro e N. Rossetti (Belgio/Francia, 2007, 53 min.). Durante il forum è prevista inoltre la proiezione del reportage di Lorenzo Giroffi dal titolo “Essere Kosovaro” oltre all'illustrazione dei contenuti del volume di Gianmarco Pisa dal titolo “Corpi Civili di Pace in Azione”, una ricerca-azione per la pace edita da "Ad Est dell'Equatore" (Napoli, 2013).


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