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lunedì 23 maggio 2022

Ottocento anni dopo


Decan, Christ Church Cathedral, Interior, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
 
In un momento già definito, da più parti, storico, la Chiesa d’Inghilterra, nell’occasione della funzione tenuta all’inizio di questo mese, domenica 8 maggio, ha manifestato il proprio pentimento ed espresso le proprie scuse, per la prima volta in modo solenne e ufficiale, per i provvedimenti anti-ebraici approvati esattamente ottocento anni fa, provvedimenti che, nel corso del tempo e ponendo le basi per ulteriori misure anti-ebraiche, hanno alla fine portato all’espulsione degli ebrei dal regno, in un processo storico durato secoli. La funzione, presso la Cattedrale di Cristo a Oxford, si è svolta con la partecipazione del rabbino capo di Gran Bretagna, Ephraim Mirvis, e dei rappresentanti dell’arcivescovo di Canterbury.

Il Sinodo di Oxford del 1222, esattamente ottocento anni fa, vietò infatti i rapporti tra ebrei e cristiani, impose una decima agli ebrei e li costrinse ad indossare un segno di identificazione. Gli ebrei furono successivamente banditi da alcune professioni e fu impedita la costruzione di nuove sinagoghe. Di lì alla fine del XIII secolo, ulteriori misure, via via introdotte, proibirono loro di possedere terreni e di trasmettere l’eredità. Centinaia furono gli ebrei arrestati, impiccati o imprigionati, fino a giungere all’espulsione di massa dei 3.000 ebrei dell’epoca dall’Inghilterra (1290). Ci sarebbero voluti 360 anni e più prima che agli ebrei fosse permesso di tornare, venendo riammessi da Oliver Cromwell nel 1656, nel contesto della rivoluzione inglese.

L’editto di espulsione dei 3.000 ebrei d’Inghilterra fu promulgato da re Edoardo I nel 1290. Sebbene, come è stato ricordato, la Chiesa d’Inghilterra non fu istituita fino al 1530 (dopo lo scisma che portò Enrico VIII alla separazione dal Papa di Roma), è giusto che i cristiani riconoscano tali «azioni vergognose», pur accadute secoli e secoli prima, e «ricostruiscano positivamente» i rapporti con la comunità ebraica, come richiamato in una dichiarazione di Jonathan Chaffey, arcidiacono di Oxford. «La nostra intenzione è che la commemorazione sia un segnale forte, per un potenziale così ricco, riflesso nella profondità dell’incontro interreligioso, che esiste sempre più a Oxford e in tutta la società», è stato ribadito dalla Diocesi in una dichiarazione prima dell’evento. Non solo la funzione «è un’opportunità per ricordare e ricostruire», ma, in particolare, è utile per ispirare i cristiani di oggi «a rifiutare le forme contemporanee di antisemitismo».

Qui, la storia incontra l’attualità e l’evento incrocia uno dei nodi dell’Europa di oggi. Un documento della chiesa pubblicato nel 2019, dal titolo “La parola infallibile di Dio”, ha delineato per la prima volta in modo netto l’importanza del rapporto ebraico-cristiano, riconoscendo, elemento storico e politico di notevole importanza, che secoli di antisemitismo cristiano in Europa hanno contribuito, tra altri fattori e circostanze, a gettare le basi per la Shoah. Il documento afferma inoltre che gli atteggiamenti cristiani nei confronti dell’ebraismo, nel corso dei secoli, hanno fornito anche un «fertile brodo di coltura per l’antisemitismo». Non solo si tratta di riconoscere tali “responsabilità del passato”, ma soprattutto di impegnarsi a sfidare atteggiamenti e stereotipi antiebraici. Sullo sfondo, ovviamente, vi sono anche questioni di relazioni e, perfino, teologiche tra cristiani ed ebrei.

Tony Kushner, docente alla Southampton University, ha ricordato che «questo è il passo più difficile per la chiesa. Accettare che la diffamazione del sangue, i massacri e le espulsioni fossero sbagliati è semplice... accettare che l’ebraismo custodisca un’intrinseca validità religiosa è più impegnativo». Le scuse per il Sinodo di Oxford sembrano riflettere oggi «preoccupazioni per l’antisemitismo contemporaneo» e rientrano in una più ampia rivalutazione circa le ideologie e i fenomeni della storia, tra i più tragici, inclusa la schiavitù. Del resto, l’incremento e la diffusione dell’antisemitismo nelle società contemporanee costituiscono una sfida che le società europee sono chiamate ad affrontare. È stato registrato in diversi rapporti l’aumento di incidenti razzisti e antisemiti nella UE, nonché l’esacerbazione dei crimini di odio di carattere razzista e antisemita e della negazione della Shoah, in particolare, ma non solo, nel contesto degli eventi legati alla diffusione della pandemia.

Anche una “riduzione della tensione” circa la memoria dell’antifascismo e la lotta contro fascismo e nazismo in Europa sono fattori che concorrono alla diffusione dell’antisemitismo e all’erosione del tessuto democratico. Il voto alle Nazioni Unite di Stati Uniti e Ucraina contro la risoluzione di condanna della glorificazione del nazismo (novembre 2020) e la risoluzione del Parlamento Europeo (dal titolo, generico e fuorviante, “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”) che sostanzialmente equipara nazismo e comunismo (settembre 2019) sono, sul piano istituzionale, eventi, in tal senso, assai cupi e preoccupanti.

Una recente indagine (ottobre 2021), intitolata “Antisemitic Prejudices in Europe”, pubblicata da Ipsos, ha riscontrato che può esistere una scarsa correlazione tra atteggiamenti antisemiti e attacchi diretti contro gli ebrei, alla luce dei dati che prendono a riferimento una platea diffusa in 16 Paesi del Vecchio Continente. Qui, l’affermazione per cui «sarebbe meglio se gli ebrei lasciassero il Paese» è sostenuta dal 24% degli intervistati in Polonia, dal 23% in Grecia e dal 21% in Ungheria. Non solo, in Grecia, Ungheria e Romania oltre il 20% degli intervistati ritiene che «il numero di ebrei vittime della Shoah sia molto più basso di quello che viene normalmente ricordato».

Ancora, quasi un terzo degli intervistati in Austria, Ungheria e Polonia ha affermato che gli ebrei non saranno mai in grado di «integrarsi appieno» nella società. In Spagna, il 35% ha affermato che gli israeliani si comportano «come nazisti» nei confronti dei palestinesi; nei Paesi Bassi il 29%; in Svezia il 26%. Sono segnali della diffusione di immagini e stereotipi che alimentano pregiudizi e ostilità. Altre indagini confermano, non senza preoccupazione, l’aumento di casi ed episodi di razzismo, intolleranza, xenofobia. Alla luce di tutto ciò, sempre più essenziale diventa allora il nesso, tanto più oggi e in Europa, tra costruzione di società pluralistiche e inclusive, difesa della memoria e dei valori democratici e sociali, tutela dei diritti e della democrazia. 
 

mercoledì 10 novembre 2021

Contro antisemitismo, fascismi vecchi e nuovi, xenofobia

Darwinek, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


«Quando gli ebrei sono presi di mira a causa delle loro convinzioni o della loro identità, quando Israele viene individuato in ragione dell’odio antiebraico, questo è antisemitismo». La vicepresidente USA, Kamala Harris, ha presieduto la sessione di apertura della conferenza, sul tema «Never Is Now», dell’Anti-Defamation League, lo scorso 7 novembre, esprimendo il proprio sostegno alla lotta contro l’ondata crescente di antisemitismo.

La prima sessione è stata dedicata all’antisemitismo e i crimini d’odio, con l’introduzione della vicepresidente USA, seguita dall’intervento del ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid, il dialogo tra le note giornaliste Sheera Frenkel e Kara Swisher sulla diffusione dell’odio e della disinformazione online attraverso i social media, e, infine, un confronto, sugli stessi temi, tra Jonathan Greenblatt, direttore della Anti-Defamation League e già assistente speciale alla Casa Bianca con Barack Obama e direttore dell’Ufficio per l’Innovazione Sociale e la Partecipazione, e Daniel Dae Kim, attore e produttore, recentemente salito alla ribalta delle cronache per il suo impegno contro la discriminazione delle minoranze, in particolare delle comunità asiatiche, negli USA, e contro l’insorgere dei fenomeni di crimini d’odio, razzismo e xenofobia, legati alla diffusione della pandemia.

La seconda sessione ha avuto invece per tema “L’unità di fronte all’antisemitismo”, indicando, a fronte della pluralità e della varietà dell’universo dell’ebraismo in Occidente, pericoli e sfide poste dall’ondata antisemita avvertita nelle diverse comunità ebraiche. Molte sono, com’è noto, le comunità ebraiche statunitensi, dai riformatori ai conservatori, dai ricostruzionisti agli ortodossi, e molti gli statunitensi di origine ebraica legati alla cultura ebraica ma non appartenenti né osservanti. In questo scenario, sostanzialmente pluralistico e secolare, da una parte l’antisemitismo può assumere forme diverse, dall’altra è necessario trovare, tra le diverse esperienze culturali e religiose, terreno comune per favorire il dialogo e contrastare le discriminazioni.

La terza sessione, particolarmente delicata, ha riguardato invece le tematiche dell’attivismo anti-sionista e delle propensioni antisemite che si affacciano anche nel contesto degli spazi e dei movimenti democratici. Il panel, ad esempio, segnala che «spesso attivisti ebrei sono esclusi da alcune comunità che si battono per la giustizia sociale e a volte persino attaccati a causa del loro legame con Israele»; e indica l’esigenza di avanzare «approfondimenti su come distinguere tra espressioni e azioni critiche nei confronti di Israele ed espressioni e azioni che creano situazioni in cui l’antisemitismo rischia di essere tollerato e persino incoraggiato».

È ovviamente, per quanti e quante si battono per la pace, il progresso e la giustizia sociale, un tema cruciale: non è mai superfluo ribadire, infatti, la distinzione tra antisemitismo (riprendendo la definizione data in apertura dalla stessa Kamala Harris, «prendere di mira gli ebrei in quanto ebrei» e «contrastare Israele in quanto tale in ragione dell’odio antiebraico») e antisionismo (come critica razionale all’ideologia nazionale del sionismo e alle politiche messe in opera dal governo d’Israele), come peraltro ribadito anche in alcune recenti sentenze della magistratura italiana (ad esempio la sentenza del 24 maggio 2017 del Tribunale di Vercelli).

Nel focus «Game Over? Come l’odio online si sta infiltrando nelle nuove piattaforme», la descrizione del panel riferisce come «l’odio, le offese e le molestie online si sono diffuse al di là dei social media nello spazio virtuale delle nuove piattaforme, come il mondo dei giochi online (gaming), la cui popolarità e la cui diffusione sono letteralmente esplose durante la pandemia. Tante ormai le persone in contatto con il mondo dei giochi online, le cui piattaforme sono ormai “abitate” in modo simile a come sono “abitati” i social media. Come le piattaforme di social media, anche questi spazi interattivi possono ospitare una retorica estremista, antisemita e ostile: l’83% degli adulti e il 60% dei giovani hanno subito odio o molestie attraverso le comunità di gioco online».

Kamala Harris ha usato poi una frase ebraica diffusa negli ambienti dell’ebraismo progressista, e che, nel corso della pandemia, ha finito per essere adottata e menzionata anche in altri contesti, vale a dire «Tiqqun 'olam (תיקון עולם‎)» nel senso di «curare il mondo», non solo in relazione agli sforzi per uscire dalla pandemia verso una maggiore democrazia, inclusione, giustizia sociale, ma anche per ribadire l’impegno contro l’antisemitismo e la xenofobia. L’espressione ebraica, del resto, ha attinenza non solo con il concetto di cura, ma anche con il concetto di bene comune e di giustizia sociale. È stata l’occasione, infine, per ricordare la nomina della storica della Shoah, Deborah Lipstadt, come inviata speciale del Dipartimento di Stato per monitorare l’antisemitismo.

La sua figura, del resto, non è solo quella di una delle più accreditate storiche della Shoah e dei movimenti antisemiti, essendo già stata consulente presso lo United States Holocaust Memorial Museum. Per chi ricorda lo splendido film, La verità negata, in cui la protagonista è interpretata da Rachel Weisz, è alla sua figura che è ispirata la storia del processo che confermò, anche in via giudiziaria, il saggista David Irving come negazionista della Shoah. La sentenza ribadiva, tra l’altro, che David Irving era un «attivo negazionista dell’Olocausto», un antisemita e un razzista, ed era inoltre «associato con estremisti di destra che promuovono il neo-nazismo».

L’antisemitismo come forma specifica di razzismo, xenofobia e discriminazione, e le variegate pulsioni ultra-nazionaliste, neo-fasciste e neo-naziste, vecchi e nuovi fascismi, si accompagnano e si alimentano a vicenda e ciò richiede attenzione, «vigilanza democratica», per preservare gli spazi del conflitto e della mobilitazione, da infiltrazioni e insorgenze regressive. Non a caso, la conferenza si è svolta ad 82 anni dalla Notte dei Cristalli (Kristallnacht), l’ondata di pogrom e devastazione del 9 novembre 1938, quando i nazisti distrussero centinaia di sinagoghe, uffici e negozi ebraici in Germania, Austria e parti della Cecoslovacchia: «l’antisemitismo non è una reliquia del passato». Proprio per questo, va tenuto al riparo dalle strumentalizzazioni e preservato da adozioni controproducenti. Come infatti ha scritto Johan Galtung, «la violenza è radicata nelle relazioni cattive; la pace in relazioni buone, rigettate dagli antisemiti, e gli autoproclamati certificatori di antisemitismo non mi renderanno mai tale. Ma la loro narrativa è basata esclusivamente su vittime innocenti e malvagi perpetratori».

sabato 9 ottobre 2021

Un discorso memoriale per contrastare l’antisemitismo

Beny Shlevich - www.flickr.com/photos/shlevich/37431682
CC BY  SA 2.0 -  commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1307789

Nella recente visita istituzionale in Ucraina, il presidente israeliano Isaac Herzog ha tenuto un vero e proprio “discorso memoriale”, la cui valenza politica pare evidente, per commemorare l’ottantesimo anniversario del massacro di Babi Yar, una pagina non particolarmente nota tra i molti episodi di violenze e massacri condotti dai nazisti, in tempo di guerra, non solo nei territori dell’Europa centrale e orientale. Molto significativo, per rappresentare propriamente il “carattere memoriale” del discorso, il fatto che queste parole siano state pronunciate nel contesto del costituendo Babi Yar Holocaust Memorial, che si annuncia essere, quando sarà ultimato, uno dei più grandi in assoluto e senza dubbio il più grande tra gli istituti memoriali (uno specifico “luogo della memoria” anche con scopi di ricerca ed educazione delle giovani generazioni) nell’Europa orientale.

«Della maggior parte delle vittime di Babi Yar non rimane traccia. Nessun nome, nessun ricordo. […] È tempo di ricordare, ed è per questo che siamo qui oggi», è stato uno dei passaggi del discorso, così come riportato dalla stampa. D’altra parte, la realizzazione del Memorial è stata giudicata «un capitolo importante nella storia dell’Ucraina e di Israele, dell’Ucraina e del popolo ebraico». Del resto, prima ancora della partenza per la visita istituzionale, una dichiarazione rilasciata dal gabinetto presidenziale ammoniva a «non dimenticare il terribile massacro di Babi Yar, in cui furono sterminati 33.000 ebrei ...: uomini, bambini, anziani e donne». Indubitabile, del resto, la portata e la gravità di questo, tra i tanti, eccidio: il massacro è considerato il maggiore compiuto dai nazisti e dai loro collaborazionisti nel corso dell’invasione ai danni dell’Unione Sovietica, ed è, in tal senso, l’episodio più grave tra gli eccidi nazisti, dopo il massacro di Odessa (oltre 50.000 ebrei massacrati nell’ottobre del 1941 ad opera delle truppe tedesche e rumene) e l’Aktion Erntefest (oltre 40.000 ebrei massacrati a Lublino e nei campi di Majdanek, Poniatowa e Trawniki da parte delle SS e delle formazioni paramilitari naziste del “Sonderdienst” ucraino tra il 3 e il 4 novembre del 1943). Vittime di eccidi nazisti in terra ucraina - e non solo - furono prigionieri di guerra, comunisti e antifascisti, nazionalisti e minoranze nazionali. Pesanti ovunque le responsabilità dei collaborazionisti, tra cui i fascisti italiani, come documenta l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia circa le stragi compiute da nazisti e fascisti contro il popolo italiano, tra il 1943 e il 1945.

In uno dei passaggi del discorso, è stata dedicata una riflessione di portata più complessiva circa la necessità di ricordare “la storia del popolo ebraico” (in Ucraina e non solo) «con pogrom e uccisioni che hanno avuto luogo e sono continuati fino al terribile massacro di Babi Yar». La vicenda dell’antisemitismo in Europa ha infatti una storia lunga e drammatica e, di volta in volta in forme nuove e diverse, episodi o eventi di carattere antisemita non cessano di destare inquietudine e preoccupazione in diversi Paesi (tra cui l’Italia) del continente. Il Babi Yar Holocaust Memorial si propone, sotto questo aspetto, di diventare un luogo “della memoria e del rispetto” e programma di ospitare un complesso museale, una biblioteca/mediateca, un archivio, uno spazio dedicato alla ricerca e un luogo di preghiera multi-religioso (chiesa, moschea, sinagoga, e anche un luogo dedicato alla spiritualità non confessionale) e una piattaforma multimediale, anche per programmi educativi.

Nel 2018, su richiesta della Commissione Europea, l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, con sede a Vienna, ha condotto un’indagine sulle percezioni e sugli episodi riferiti dai cittadini ebrei europei relativi a crimini d’odio, discriminazione e antisemitismo in 12 Paesi membri della UE, vale a dire Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e, all’epoca, Gran Bretagna che, nel loro insieme, ospitano oltre il 95% della popolazione ebraica europea. L’indagine, ampiamente rappresentativa, ha raggiunto 16.395 persone, di età superiore ai sedici anni, che si identificano come ebrei («self-identified Jewish people»). Nove ebrei su dieci (89%) ritengono che l’antisemitismo sia aumentato nel loro Paese, otto su dieci (85%) considerano l’antisemitismo un problema serio; considerano l’antisemitismo particolarmente grave su internet e nei social media (89%), ma anche negli spazi pubblici (73%), nei media tradizionali (71%) e nella vita politica (70%). Sono inoltre indicate alcune tra le dichiarazioni con connotati antisemiti più comuni - del tipo «gli israeliani si comportano come i nazisti nei confronti dei palestinesi» (51%), «gli ebrei hanno troppo potere» (43%) o «gli ebrei sfruttano il vittimismo della Shoah per i propri scopi» (35%); anche in questo caso, risulta dall’indagine che tali espressioni siano più comuni online (80%), decisamente più frequenti online che nei media tradizionali (56%) o in manifestazioni politiche (48%).

L’indagine rileva che uno su quattro (28%) ha subito molestie riconducibili all’antisemitismo o di carattere antisemita e quattro su dieci (40%) si dicono preoccupati di subire un’aggressione di matrice antisemita; preoccupante anche il dato dell’indagine per cui uno su tre (34%) dice di evitare di partecipare a eventi o visitare siti ebraici perché non si sente al sicuro “come ebreo” quando si trova sul posto o durante il viaggio. Molto significativi anche alcuni dati riguardanti l’Italia: sebbene il 32% ritenga che le autorità contrastino efficacemente l’antisemitismo, oltre il 90% ritiene l’antisemitismo in internet particolarmente problematico. D’altra parte, come pure è stato ricordato, in Germania la vendita di cimeli inneggianti al fascismo e al nazismo è vietata: «Considerando le sofferenze che la Germania ha causato tra il 1933 e il 1945 non c’è alcuna ragione di tutelare il commercio di questi oggetti» come ha ricordato Felix Klein. È anche una questione di democrazia: per contrastare le rinnovate spinte alla criminalizzazione della diversità e delle differenze, le tendenze all’assurda equiparazione tra nazismo e comunismo, i progetti di moltiplicare muri e barriere per separare e respingere. 

 

sabato 4 agosto 2018

Contro il revisionismo e il negazionismo. Il caso Nedić

I «Tre Pugni», simbolo del notevole Memorial Park di Bubanj, a Nis, nel sud della Serbia,
in memoria dei caduti negli eccidi nazisti in Serbia tra il 1942 e il 1944
e della Lotta di Liberazione della Jugoslavia
(Foto di Gianmarco Pisa, Missione in Serbia, 09-20 Luglio, 2018)

L’Alta Corte di Belgrado, con una decisione assunta lo scorso 11 luglio, ma resa pubblica solo alla fine di luglio, ha respinto la richiesta di riabilitazione che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei proponenti, portare all’annullamento del decreto delle autorità jugoslave dell’epoca, in base al quale Milan Nedić fu dichiarato «nemico del popolo» e conseguentemente privato dei diritti politici e delle proprietà private. Si tratta del decreto assunto dalle autorità della Jugoslavia post-bellica, che si incamminava lungo il cammino del socialismo jugoslavo, un esperimento che si sarebbe poi rivelato interessante ed inedito nella storia del socialismo realizzato, e che aveva conquistato la propria libertà a seguito di una eroica lotta di resistenza partigiana, una delle più impressionanti in Europa, contro gli occupanti nazisti e i collaborazionisti locali. 

I proponenti avevano avanzato la richiesta di riabilitazione riferendosi alle decisioni delle autorità jugoslave come «infondate» dal punto di vista giuridico e amministrativo, ritenendo, di conseguenza, che la condanna del generale collaborazionista sarebbe stata decisa esclusivamente in forza di una decisione politica e per ragioni eminentemente ideologiche. Insomma, nella domanda era contenuto, implicitamente, anche il tentativo di una riabilitazione revisionistica, che puntasse a fare passare Milan Nedić come “vittima”, ingiustamente privato della libertà e sottoposto a processo politico. Peraltro, la decisione della corte giunge ad esito di un iter giudiziario lungo ed articolato, se è vero che il procedimento per la riabilitazione di Nedić è stato avviato, ormai, dieci anni fa, nel 2008, e che le udienze innanzi alla corte, alla presenza del pubblico, hanno avuto inizio solo verso la fine del 2015, trovando, peraltro, subito eco sulla stampa nazionale.

Non c’è dubbio, per la forma e per la tempistica, che l’intera operazione rappresenti un tentativo di riabilitazione postuma e si inscriva nel contesto di «revisionismo diffuso» nel dibattito e nella letteratura storiografica dei Paesi della ex Jugoslavia dopo la fine dell’esperienza socialista e la disgregazione della federazione multinazionale. Non si tratta peraltro di un caso isolato, non solo nell’Europa dell’Est, quando il venire meno delle esperienze di democrazia popolare e di provenienza antifascista, unito alla generale trasformazione che quei Paesi andavano affrontando e all’affievolirsi della memoria pubblica intorno agli eventi della resistenza, della liberazione e delle trasformazioni sociali post-belliche, ha dato nuova linfa a tentativi di ridefinizione delle memorie e riscrittura della storia, spesso ad uso e consumo delle nuove élite.

Lo stesso Milan Nedić è stata una delle figure più controverse della storia serba contemporanea: politico e generale, già nel 1941 fu nominato presidente del cosiddetto “Governo di Salvezza Nazionale” della Serbia, vale a dire il «governo fantoccio» delle autorità naziste d’occupazione del Paese, che avrebbe dovuto allineare il governo e l’amministrazione del Paese alle decisioni dell’Asse, sostenendone in particolare lo sforzo bellico, le campagne di occupazione e di aggressione, le deportazioni e lo sterminio. Ciononostante la sua figura è divenuta paradossalmente controversa negli anni Novanta e in particolare nel corso degli anni Duemila, quando nel dibattito pubblico sono comparse anche posizioni inclini a considerare Nedić non tanto un «nemico del popolo», criminale o traditore, quanto piuttosto un patriota, che ha difeso l’integrità della Serbia e ha combattuto per gli interessi del popolo serbo sotto occupazione della Germania nazista.

È ovviamente, come capo del governo serbo nel corso dell’occupazione, corresponsabile di attività legate alla Shoah, all’istituzione di campi di concentramento e della persecuzione di ebrei, comunisti e antifascisti. Né di poco conto il fatto che, all’indomani della liberazione della Serbia, si ritirò con i Tedeschi in Austria, cercando di organizzare anche una resistenza nazionalista alla nuova Jugoslavia socialista. Arresosi agli Alleati, fu consegnato alle nuove autorità jugoslave; condotto in arresto nel gennaio del 1946, si è suicidato, il 4 febbraio, prima che fosse aperto il processo per collaborazionismo, crimini di guerra e contro l’umanità.

Il direttore del Centro Simon Wiesenthal, Efraim Zuroff, a tal proposito, ha ricordato che il ruolo svolto da Nedić, come primo ministro dello “stato quisling” che ha servito gli interessi del Terzo Reich in Serbia, è di per sé una ragione sufficiente per respingerne la riabilitazione. Secondo quanto ha riportato la stampa, «l’inerzia di fronte all’esigenza di salvare serbi ed ebrei è una prova evidente della sua gravissima responsabilità nell’aver accettato di guidare un “governo fantoccio” che ha tradito i cittadini della Serbia» e ha servito gli interessi del Reich. 300.000 i serbi uccisi, 80.000, tra questi, nei campi di concentramento, nel corso della guerra mondiale e della occupazione della Serbia. Non meno di un milione e mezzo i morti jugoslavi nel corso della guerra, almeno 300.000 i partigiani di Tito caduti per la liberazione del Paese.