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giovedì 7 gennaio 2021

Contro ogni forma di antisemitismo, per l’autodeterminazione e i diritti dei popoli.



Anti-Semitism poster in World War II.
The Title (Serbian language) says: "Jews passed through this forest";
by ОстапБендер, CC0, Wikimedia Commons

Meritoria e coraggiosa è l’iniziativa intrapresa dalle 122 personalità del mondo accademico, intellettuale e culturale palestinese che hanno deciso di fare chiarezza con una lettera aperta contro l’uso distorto e strumentale che troppo spesso viene fatto della definizione e dell’interpretazione del termine antisemitismo e a favore del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, a partire dalla libertà e dall’autodeterminazione.

Un’iniziativa, si è detto, meritoria, perché centra l’obiettivo di fare chiarezza sull’uso delle parole che costituisce uno degli aspetti più delicati e sostanziali del discorso pubblico e della battaglia politica, al tempo stesso un veicolo di costruzione dell’egemonia politica e culturale nella società e uno strumento di costruzione di lotta politica e di articolazione del consenso all’interno dell’opinione pubblica.

E poi, in particolare, un’iniziativa coraggiosa, perché sfida senza incertezze le manipolazioni mediatiche, lo costruzioni artificiose di senso, persino senso comune e tabù che troppo spesso, usati in maniera distorta e strumentale, finiscono per paralizzare, inibendo libertà di espressione e di attivazione sociale.

Ma quali sono i termini fondamentali della iniziativa assunta dagli intellettuali arabi e palestinesi?

Il principale punto di forza della lettera aperta è senza dubbio quello della chiarezza: non si gira intorno al problema, si intende centrare l’obiettivo, puntando al cuore della questione. Tale nucleo non è tanto la definizione di antisemitismo in sé bensì l’uso troppo spesso distorto e strumentale che se ne fa.

Non ci può essere nessuna esitazione e nessuna incertezza nella condanna di ogni forma di antisemitismo, purtroppo tuttora presente, spesso largamente presente, nelle nostre società, dagli Stati Uniti all’Europa, l’Europa continentale, l’Europa centro-orientale senza dubbio, ma anche nel nostro Paese.

Giustamente la lettera puntualizza che «l’antisemitismo si manifesta attraverso generalizzazioni e stereotipi indiscriminati sugli ebrei, riguardanti in particolare il potere e il denaro, insieme a teorie del complotto e alla negazione dell’Olocausto». E, giustamente, senza mezzi termini, esordisce ribadendo che «l’antisemitismo deve essere smascherato e combattuto; indipendentemente dai pretesti, nessuna espressione di odio per gli ebrei in quanto ebrei dovrebbe essere tollerata in nessuna parte del mondo».

Si tratta di una posizione intorno alla quale non possono che unirsi tutte le soggettività democratiche, tutti i sinceri democratici, tutti gli amanti della pace, della libertà nella giustizia, della democrazia.

Per i/le comunisti/e e i/le socialisti/e, che sono stati e sono sempre in prima fila nella lotta contro ogni forma di nazionalismo e di fascismo, di teorie e prassi politiche basate su presunti e assurdi primati di etnia o di cultura, e che hanno dato il contributo più alto, di lotta e di vite, per liberare l’Europa dalla barbarie del fascismo e del nazismo e dall’orrore della persecuzione e della segregazione, questa posizione ha ancora più valore, corroborata dalla lezione della storia e dalla pratica quotidiana della lotta politica.

Anche per questo non si può accettare nessuna banalizzazione della gravità dell’antisemitismo e della tragedia della Shoah e, al tempo stesso, nessuna strumentalizzazione dell’antisemitismo e della stessa tragedia della Shoah per interessi politici. Se, per un verso, è indispensabile la lotta contro ogni rigurgito antisemita, per l’altro, tale battaglia deve valere sempre, deve essere affrontata in termini di principi, non può essere piegata a interessi di questa o quella parte, onde evitare di vanificare il suo scopo.

È questo l’ulteriore punto di forza della lettera aperta: «negli ultimi anni la lotta contro l’antisemitismo è stata sempre più strumentalizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori nel tentativo di delegittimare la causa palestinese e mettere a tacere i difensori dei diritti dei palestinesi»; mai la lotta contro l’antisemitismo può essere trasformata «in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione della loro terra».

È la stessa chiarezza che torna nel primo punto della lettera: «La lotta contro l’antisemitismo deve essere condotta nel quadro del diritto internazionale e dei diritti umani. Dovrebbe essere parte integrante della lotta contro tutte le forme di razzismo e xenofobia, compresi l’islamofobia e il razzismo anti-arabo e anti-palestinese. Lo scopo di questa lotta è garantire libertà ed emancipazione a tutte le categorie oppresse. Orientarlo verso la difesa di uno Stato oppressivo e rapace costituisce un profondo stravolgimento».

Per questo va sostenuta l’iniziativa delle 122 personalità arabe e palestinesi del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo; va salutata l’adesione delle centinaia e centinaia di personalità che, da tutto il mondo, si sono espresse a sostegno della loro iniziativa; va ancora di più continuata e sostenuta la battaglia “per i principi” e “per i diritti”: contro ogni forma di nazionalismo, antisemitismo, discriminazione; a sostegno, sempre, della lotta per la libertà, i diritti, l’autodeterminazione dei popoli.

Testo e firmatari (4 gennaio 2021) sono qui: zeitun.info/2021/01/04/dal-mondo-della-cultura-italiano-il-sostegno-alla-lettera-di-122-palestinesi-e-del-mondo-arabo

 

domenica 19 agosto 2018

Kosovo: la tentazione della separazione etnica?

Monumento NEWBORN, per il decennale della indipendenza, Prishtina

I luoghi comuni si moltiplicano, in un agosto in cui i cosiddetti “Balcani Occidentali” sembrano avere riguadagnato la scena; e, in questa cornice, il Kosovo in particolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata l’ultima, in ordine di tempo, proprio intorno alle giornate di Ferragosto, ad intervenire sulla questione più sensibile, che pure sembra affermarsi anche nei circoli diplomatici e nelle osservazioni degli analisti: una inedita partizione, magari nella forma di uno «scambio di territori», tra la Serbia ed il Kosovo, per giungere finalmente ad un accordo risolutivo tra le parti.
 
«Per la Germania la ridefinizione dei confini è una questione chiusa, quindi come andare contro questa posizione? È ovvio che ci vorrà molto più tempo di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ciò che qualcuno può aver pensato, che un accordo possa essere raggiunto nel giro di due o tre mesi, è qualcosa da dimenticare». Così ha sintetizzato i termini della questione il presidente serbo, Aleksandar Vučić, che pure era sembrato, negli ultimi tempi, caldeggiare questa ipotesi.
 
Ma cosa si intende per “ridefinizione dei confini”? Mascherata dietro il linguaggio diplomatico e coperta, di volta in volta, da sinonimi ed eufemismi, sia in alcuni passaggi con la stampa, sia in una recente presa di posizione pubblica a Šid, nel nord della Serbia, non distante dalla Croazia, la proposta è stata più volta ribadita, non solo da Vučić, ma  anche da alcuni alti ufficiali del governo serbo; ed è rimbalzata a Prishtina, dove sembra avere trovato alcuni tra i leader albanesi kosovari, e in primo luogo il presidente stesso della regione separatista, Hashim Thaçi, non contrari.
 
Qualche tempo fa, la premier serba Ana Brnabić, in una presa di posizione pubblica, aveva precisato quale dovrebbe essere il carattere di fondo di una soluzione di compromesso equilibrata, capace di spianare la strada ad un accordo tra Belgrado e Prishtina: tutti dovranno poter ottenere qualcosa, ciascuno dovrà cedere qualcosa. È impensabile un accordo in cui l’una o l’altra delle due parti possa ambire ad ottenere il 100% di ciò che pretende. È da lì che sia il presidente serbo, sia, in maniera più netta, la leadership albanese kosovara, hanno iniziato a porre l’accento sull’esistenza di «linee rosse», dei limiti invalicabili, o conditio sine qua non, nel quadro delle trattative in corso.
 
Una piena indipendenza “di fatto”, senza il riconoscimento ufficiale della sovranità del Kosovo, è il punto di vista di Belgrado. Riconoscimento pieno dello stato kosovaro e adesione a tutte le organizzazioni internazionali, secondo, invece, il punto di vista di Prishtina. Mediati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea a Bruxelles, i dialoghi diplomatici tra serbi e albanesi kosovari non stanno dando, tuttavia, i frutti sperati; anzi, gli ultimi incontri nel mese di luglio, prima dei prossimi, forse già a settembre, sono stati definiti i più difficili degli ultimi tempi.
 
I «luoghi comuni» non sono finiti, se è vero che, in una recente conferenza presso l’Hotel Moskva, nel cuore della capitale, Belgrado, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, ha sottolineato come proprio un certo cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense sia stato tra i presupposti dell’apertura della nuova opzione, quella relativa alla “ridefinizione dei confini”: gli Stati Uniti hanno sempre considerato “chiusa” la questione kosovara con la proclamazione dell’indipendenza (dieci anni fa, il 17 febbraio 2008); adesso sembrano più propensi a disinnescare il «pilota automatico» e più aperti ad una soluzione alternativa raggiunta direttamente da Belgrado e Prishtina.
 
Purché non sia una soluzione che scoperchi per l’ennesima volta il «vaso di Pandora»: lo scambio di territori cui si sta guardando rischia di essere pericoloso e minaccia di scatenare una reazione a catena di portata regionale. Si tratta, infatti, di uno scambio di territori per linee etniche: i confini sarebbero ritracciati in modo che rientrerebbero sotto la piena sovranità serba i distretti a maggioranza serba del Kosovo settentrionale (tra Leposavić, Zvečan, e Zubin Potok, fino a Kosovska Mitrovica), mentre al Kosovo verrebbe assegnata l’estrema parte sud-orientale della Serbia, la zona, a maggioranza albanese, della valle di Preshevo, con le municipalità di Bujanovac, Medvedja, e la stessa Preshevo.
 
D’altra parte, come ha scritto Gordana Filipović, «due decenni dopo la disintegrazione della ex Jugoslavia, nel conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, riscrivere i confini rischierebbe di destabilizzare una regione ancora alle prese con gravi tensioni tra i vari gruppi», serbi, albanesi, croati, bosniaci, macedoni. La Republika Srpska potrebbe rivendicare la separazione dalla federazione croato-musulmana cui è “unita” nel contesto, anche questo nato da una riscrittura post-bellica dei confini, della Bosnia Erzegovina. La Macedonia, ancora alle prese con la disputa con la Grecia sul proprio nome, è popolata da una forte componente albanese, non insensibile al richiamo separatista. 
 
Perfino la parola “guerra” sembra, purtroppo, tornare in auge. Contrario all’apertura mostrata da Thaçi nei confronti della proposta sui confini, il premier albanese kosovaro, Ramush Haradinaj, si è spinto al punto da dichiarare che la guerra ha sancito questi confini, e solo una nuova guerra potrà definirne di nuovi. Nessuno sembra o vuole ricordare che un accordo di principio tra le due capitali è già stato siglato: risale al 19 aprile 2013, lascia intatti i confini, definisce lo status del Kosovo senza un suo riconoscimento ufficiale ed esplicito da parte della Serbia, prevede, all’interno dei confini kosovari, la formazione di una comunità dei comuni serbi, sulle dieci municipalità a maggioranza serba della regione, dunque non solo i distretti del Nord del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia. 

Potrebbe essere il viatico per risolvere la questione in maniera costruttiva, nel senso che, citando Daniel Serwer della John Hopkins University, «se la Serbia e il Kosovo vorranno essere stati democratici e membri dell’UE, dovrebbero lasciare le loro minoranze nazionali entro i confini esistenti». Ed ovviamente, impegnarsi lungo la strada di un accordo reciprocamente accettabile, e nella tutela dei diritti di tutti, in particolare delle minoranze nazionali. Dovremmo davvero lasciarci alle spalle gli incubi degli “stati etnici”. Ma non sembra sia ancora, purtroppo, arrivato il momento. 

Linkto: ildialogo.org
 

lunedì 9 gennaio 2017

Serbia multietnica

Foto Stewart Butterfield (flickr) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons

È recente la notizia, positiva, che ci ricorda, da un lato, che la Serbia resta Paese propriamente multi-etnico, con la Bosnia, tra quelli emersi dalla disgregazione della Jugoslavia, federazione pluri-nazionale per eccellenza, e ci informa, d'altro canto, che il tema della tutela della pluralità etnica e della diversità culturale e quello della difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali non possono che essere strettamente intrecciati.
 
Alla vigilia di Natale, lo scorso 23 dicembre, è stato siglato, da parte del ministro dell'istruzione di Serbia, Mladen Šarčević, del direttore dell'Istituto per i libri di testo in uso nelle scuole, Dragoljub Kojičić, e dei rappresentanti dei consigli nazionali delle minoranze in Serbia (bosniaca, bulgara, ungherese, rumena, rutena, slovacca e croata) un significativo memorandum sulla cooperazione nel settore dei libri di testo nelle lingue delle minoranze. Con l'ottavo tra questi, il consiglio della minoranza albanese, sarà analogamente firmato un allegato alle stesse condizioni, quando avrà inizio l'implementazione del memorandum stesso.
 
Come messo in evidenza da un comunicato del ministero, «il memorandum si riferisce al completamento dei libri di testo per le scuole primarie, con riferimento a quelle minoranze che hanno intere classi impegnate nell'apprendimento in lingua madre all'interno della scuola primaria». Inoltre, «il rispetto dei diritti umani in materia di istruzione, con particolare attenzione a promuovere la conservazione della pluralità inter-culturale e a incoraggiare le identità nazionali e le culture delle minoranze, sono i principali punti che hanno orientato l'iniziativa del ministero», come riferito in una comunicazione dell'ufficio del ministro, un indipendente all'interno del governo, non appartenente a nessuno dei due principali partiti della coalizione (i progressisti, nazional-conservatori, dell'SNS, e i socialisti, socialdemocratici, dell'SPS), un passato da dirigente scolastico.
 
La notizia segue quella del 24 marzo, quando il processo di ratifica del memorandum è stato avviato; al fine di raggiungere la piena attuazione del piano d'azione per i diritti delle minoranze, infatti, il Ministero, insieme con l'Istituto e i Consigli delle minoranze, ha affrontato la questione dei libri di testo in lingua madre, dapprima con le minoranze rumena, rutena, ungherese, bulgara, croata, bosniaca, slovacca, e, quindi, con i rappresentanti della minoranza albanese, il cui memorandum è stato firmato lo scorso mese di agosto.
 
Si è trattato, in questo caso, di una “notizia nella notizia”, per la problematicità dei rapporti tra la minoranza albanese e le istituzioni serbe, non solo per i noti motivi storici, tra cui quelli legati alla questione kosovara e alle rivendicazioni della minoranza albanese della valle di Preševo, ma anche per la più recente controversia dei libri di testo, legata agli eventi del marzo 2016, quando migliaia di libri di testo in albanese, provenienti dal Kosovo, diretti alle scuole di Preševo, furono bloccati al terminal amministrativo e infine spediti indietro.
 
Il memorandum prevede che, prima dell'inizio dell'anno scolastico, ciascuna minoranza presenti una lista di libri di testo. Gli allegati prevedono la fornitura di 84 nuovi titoli di cui 25 in lingua bosniaca, 18 in croato, 16 in slovacco, 12 in bulgaro, 5 in rumeno, 5 in ruteno e 3 in ungherese. A questi andranno aggiunti quelli che si definiranno per la lingua albanese. Ciò potrebbe rappresentare un ulteriore punto di distensione nei rapporti bilaterali. 

E questo è stato uno degli effetti dell'accordo in relazione ai, diversamente problematici, rapporti con la Croazia. Infatti, all'indomani della stipula del memorandum, la Croazia ha manifestato l'intenzione di “rimuovere le proprie riserve” in merito all'apertura di un nuovo capitolo del negoziato di adesione della Serbia all'UE, facendo riferimento, in particolare, al capitolo 26 (Istruzione e Cultura) dei negoziati in corso.
 
La decisione della Croazia, peraltro, è maturata non solo in conseguenza dell'accordo, ma anche a seguito del pressing esercitato dalle diplomazie europee ed atlantiche. Come è stato riportato da fonti di stampa, infatti,  la Commissione Europea e gli Stati Membri avevano già dichiarato di considerare la questione materia prettamente bilaterale, che sarebbe dovuta essere risolta tra Serbia e Croazia e che non avrebbe dovuto coinvolgere le istituzioni comunitarie. 

La Croazia si era trovata isolata nel suo veto alla prosecuzione dei negoziati della Serbia, in un momento in cui, con le elezioni tedesche alle porte, non si avverte, tra le cancellerie, alcun bisogno di creare nuove occasioni di controversia nella UE o di alimentare ulteriori focolai di tensione in quella che resta la sempre più delicata “rotta balcanica” delle migrazioni e dei rientri dalla Siria e dall'Iraq.
 
Qui, in ogni caso, la geo-politica resta sullo sfondo. Il memorandum riguarda i diritti delle minoranze e il pluralismo culturale, la possibilità, cioè, con la tutela dei diritti universali, di preservare la diversità e il pluralismo delle culture. E consente di salutare il nuovo anno con una rinnovata speranza “interculturale”. 

lunedì 9 marzo 2015

Una proposta democratica e antifascista per l'Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli 

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell'epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.
 
La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l'aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall'inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.
 
L'Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l'hanno accompagnata nel corso dell'inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell'insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.
 
Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale - a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all'Europa Centrale - ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all'Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l'Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).
 
La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all'Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l'Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l'Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d'ufficio.
 
Si intravedono dunque, sin dall'inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell'Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all'esplosione della crisi successiva.
 
In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell'ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l'assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l'avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell'Europa.
 
L'assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell'Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all'uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l'intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.
 
Non che la violenza, nell'Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l'apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l'inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.
 
Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all'indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l'insegnamento e l'uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull'intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.
 
Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell'orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l'esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.
 
Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell'intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.
 
Solo per alcuni aspetti, si diceva all'inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un'istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell'imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall'altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.
 
Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l'occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e ...domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.