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mercoledì 3 agosto 2022

L’amicizia tra i popoli e la costruzione della pace


Unknown camera 10/02/2018 , CC0, https://pxhere.com/en/photo/1531645

Si celebra il 30 luglio la giornata internazionale dell’amicizia, una ricorrenza delle Nazioni Unite con la quale, come segnala la risoluzione istitutiva (risoluzione dell’Assemblea Generale 65/275 del 28 luglio 2011), si invita la comunità internazionale nella sua interezza, tutti gli Stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altre organizzazioni regionali e internazionali, come pure la società civile, comprese le organizzazioni non governative e le singole persone, «a celebrare la Giornata Internazionale dell’Amicizia in maniera appropriata, in accordo con le culture e altre circostanze e costumi delle rispettive comunità locali, nazionali e regionali, anche attraverso l’istruzione e attività di promozione di consapevolezza presso l’opinione pubblica», osservando, peraltro, che «attività, eventi e iniziative legate al tema dell’amicizia si svolgono ogni anno in diversi Paesi», a conferma dell’importanza e dell’attualità della questione.

Infatti, per quanto spesso catalogata tra le “ricorrenze dimenticate” del sistema delle Nazioni Unite, la giornata internazionale dell’amicizia è un’occasione assai preziosa per rimettere a tema e sollecitare iniziativa pubblica sulla questione, importante e attuale più che mai, dell’amicizia tra popoli e comunità, della collaborazione e della cooperazione internazionale e, in prospettiva, della costruzione della pace. È ancora la risoluzione dell’Assemblea Generale a richiamare, sin nei suoi paragrafi introduttivi, «la rilevanza e l’importanza dell’amicizia quale sentimento nobile e prezioso per la vita degli esseri umani ovunque nel mondo» e a soffermarsi sul fatto che «l’amicizia tra popoli, Paesi, culture e singole persone può ispirare gli sforzi per la pace e costituisce un’opportunità per costruire ponti tra le comunità, rispettando la diversità culturale». È cioè, la questione dell’amicizia e, in particolare, con essa, la costruzione dell’amicizia tra i popoli e le culture, la realizzazione di progetti e di iniziative per la solidarietà e la cooperazione internazionale, la promozione del legame e della fiducia, uno strumento prezioso del lavoro di pace e degli stessi Corpi civili di pace.

L’orizzonte della “pace positiva”

In particolare, in questo senso, è ancora la risoluzione a osservare che «l’amicizia può contribuire agli sforzi della comunità internazionale, in linea con la Carta delle Nazioni Unite, verso la promozione del dialogo tra le culture, la solidarietà, la comprensione reciproca e la riconciliazione», ponendo, per questa via, la questione dell’amicizia e della cooperazione tra i popoli sulla falsariga della questione della pace, in particolare del lavoro di pace e per la ricomposizione. Il nesso viene esplicitamente richiamato nella risoluzione quando si richiamano «le finalità e gli obiettivi della Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace e il Decennio internazionale per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010)». Il documento di riferimento, importantissimo per la sua portata e per i suoi contenuti, è, appunto, la risoluzione dell’Assemblea Generale 53/243 del 6 ottobre 1999 contenente la Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace. Qui viene messo in evidenza, in maniera opportuna e adeguata, che «la pace non è solo l’assenza del conflitto, ma richiede anche un processo positivo, dinamico e partecipativo, in cui il dialogo sia incoraggiato e i conflitti siano risolti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione».

Si tratta, precisamente, della definizione, ormai ampiamente assodata in letteratura, di pace “positiva”: non più pace, in negativo, come carenza, mancanza, negazione (negazione del conflitto o mera assenza della guerra, ad esempio), bensì una rinnovata, più articolata e più esigente allo stesso tempo, concezione della pace, in positivo, come presenza, affermazione, pienezza, realizzazione, cioè, di un contesto in cui tutti i diritti umani per tutti e per tutte siano riconosciuti, tutelati e promossi, sia promossa la giustizia sociale, siano costruiti processi di inclusione e di partecipazione. Come ricorda, ad esempio, Johan Galtung, tra i massimi esponenti a livello internazionale della ricerca per la pace, «la distinzione fra pace negativa e pace positiva che introdussi nel 1958 era ispirata alla distinzione di Marie Jahoda fra salute mentale negativa e positiva, criterio precursore della psicologia positiva. Il che non implica alcun monopolio sulla definizione. Per una valida nozione scientifica è tuttavia indispensabile una conoscenza del campo, a discernimento degli elementi da escludere o includere. [...] Ci servono criteri sulla pace per sapere di che trattiamo; per la pace negativa: assenza o basso livello di violenza diretta e strutturale, tali per cui vengono soddisfatti i bisogni umani basilari e di natura-diversità-simbiosi; per la pace positiva: presenza di cooperazione-equità, armonia-empatia, trasversalmente ai fronti conflittuali, di genere-generazione-razza-classe-natura-territorio. [...] Pace positiva significa che si muove qualcosa di buono. Pace è un rapporto fra le parti, così come salute è un equilibrio nelle persone».

Per il pieno sviluppo di una “cultura di pace”

Non si tratta di un lavoro banale: è ancora Galtung a ricordare, infatti, che «la pace positiva si struttura sulla pace negativa, costruendo sulla riconciliazione dei traumi e sulla risoluzione dei conflitti. C’è da fare molto lavoro». Non a caso, come ricorda la citata Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace, «il pieno sviluppo di una cultura di pace è integralmente connesso con la promozione della risoluzione pacifica dei conflitti, del mutuo rispetto e della reciproca comprensione, e della cooperazione internazionale; il rispetto degli obblighi internazionali sotto la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale; la promozione della democrazia, dello sviluppo e del rispetto universale di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali; il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della piena partecipazione; lo sradicamento della povertà e dell’ analfabetismo e la riduzione delle diseguaglianze, all’interno e tra le nazioni». Elementi fondamentali, nello spirito della giornata del 30 luglio, per costruire, sull’amicizia, un orizzonte di cooperazione e di pace.

lunedì 29 marzo 2021

“Fermiamo la Guerra!”


ZhengZhou, CC BY-SA 3.0, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38588191

 
Convocata con il duplice obiettivo di rappresentare contenuti di analisi e documentazione utili per animare e rilanciare iniziativa sulle grandi questioni della lotta contro la guerra e per la pace, e di consolidare relazioni e convergenze nell’ottica di fare rete e promuovere unità tra le diverse realtà della variegata galassia pacifista, antimilitarista e nonviolenta, l’assemblea online “Fermiamo la Guerra!” (27 marzo) è stata un’occasione preziosa, in questo tempo difficile, per fare il punto e rilanciare proposte di attivazione.

L’assemblea ha illustrato i contenuti di una recente, importante, elaborazione collettiva, vale a dire il Dossier “Fermiamo la Guerra”, cui hanno contribuito, insieme, le reti e i comitati dell’antimilitarismo napoletano e campano, vale a dire il Comitato di lotta per la Salute Mentale - Napoli, il Comitato BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele) Campania, il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio - Campania, la Campagna «Napoli Città di Pace», e la Rete Contro la Guerra e il Militarismo.

Non si tratta solo di una raccolta di contenuti di analisi e documentazione su militarismo, complesso militare industriale e dinamica delle spese e degli investimenti militari, nel nostro Paese e non solo, ma anche di uno strumento di rete e di iniziativa - come indica l’opuscolo - per riprendere «la mobilitazione per contrastare il crescente militarismo», per opporsi «alla militarizzazione dei territori diventata ancora più invasiva con i lockdown» e per contrastare «questo sistema basato sullo sfruttamento dell’essere umano e della natura».

L’opuscolo è quindi uno strumento analitico e pratico «contro la guerra e per la pace» e nasce (anche) dall’esigenza di creare convergenza e superare frammentazione, uno dei problemi di lunga data dell’universo, complessivamente inteso, in tutte le sue articolazioni, antimilitarista, pacifista e nonviolento, ribadendo l’importanza dell’impatto politico e, pertanto, del creare, al tempo stesso, unità e movimento. Gli attivisti e le attiviste delle reti coinvolte provengono da diverse esperienze e da diversi retroterra, cristiani, marxisti, pacifisti, antimilitaristi, nonviolenti, ma ciò non ha rivelato, per quanto complesso, impossibile giungere ad una riflessione condivisa e ad una elaborazione congiunta che si è tradotta in questa redazione collettiva.

«Tutto è interconnesso»: la correlazione tra capitalismo, militarismo e patriarcato è un luogo fondamentale del pensiero delle donne e dei movimenti per l’alternativa e a una figura storica del socialismo europeo, Jean Jaurès, si deve la celebre affermazione per la quale «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la tempesta». Come richiamato nel dossier, «questo sistema permette al 10% della popolazione mondiale di consumare il 90% dei beni prodotti: un mondo dove i pochi ricchi diventano straricchi a spese di miliardi di impoveriti. Secondo i dati delle Nazioni Unite, due miliardi di persone soffrono di insicurezza alimentare. [...]

«Duemila super-ricchi detengono una ricchezza superiore a quella posseduta da 4.5 miliardi di impoveriti e 3.8 miliardi di questi devono accontentarsi dell’1% della ricchezza». Solo in relazione alle spese militari del nostro Paese, citando il dossier, «la manovra finanziaria per il 2021 ... ha destinato al bilancio della difesa ben 24.5 miliardi € (+ 6.9% sul 2020). Di questi ca. 4.3 miliardi dedicati all’ammodernamento e al rinnovo dello strumento militare». Inoltre, «l’Italia è il nono esportatore mondiale di armi e copre il 2.1% delle esportazioni globali».

Oggi, nel quadro del «governo della pandemia», il dispositivo militare è giunto ad attraversare ambiti sempre più vari della scena pubblica, dalla logistica alla sanità, passando per il controllo del territorio; ed è militare il vertice della struttura «per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale». Una impostazione che, com’è ben noto, non ha mancato di sollevare, da più parti, critiche e interrogativi.

Ciò riporta alle basi materiali e, in definitiva, al modello di sviluppo: non c’è pacifismo che non sia collegato alla iniziativa ecologista e al conflitto sociale. Il pacifismo, cioè, come «parte di un ciclo di protesta più ampio di cui il movimento per i diritti civili, il movimento studentesco, il movimento delle donne e quello ambientalista costituivano altri, importanti, elementi». L’opuscolo richiama «gli effetti devastanti della guerra e degli apparati militari sull’ambiente e sull’integrità degli ecosistemi. [...] Il solo consumo di carburante nelle guerre USA «antiterrorismo», dal 2011 al 2017, è costato, in termini di emissioni, ben 1.2 miliardi di tonnellate di gas serra».

E, sotto il profilo sociale, i fattori di accumulazione legati al complesso militare-industriale si impongono «non come devianza accidentale dell’ordine costituito, bensì come un derivato inevitabile della organizzazione sociale e produttiva della realtà in cui viviamo». Per questo, non si tratta solo di dare sostanza allo slogan: meno spese militari - più spese sociali e sanitarie; si tratta anche di partire proprio da queste parole d’ordine per immaginare e sperimentare un diverso modello di sviluppo libero dallo sfruttamento e dalla guerra.
 

venerdì 8 novembre 2019

Appunti sull’attivazione internazionalista e per le questioni internazionali

www.flickr.com/photos/walmo55/2454763329


L’iniziativa internazionalista è, per tutte le soggettività progressiste e democratiche, solidaristiche e nonviolente, un terreno di impegno strategico e necessario. In queste due parole, vi è anche il senso della traiettoria che è necessario imprimere a questa azione, perché possa essere autentica, sincera, credibile, originale, e, possibilmente, innovativa.

Quando parliamo di iniziativa internazionalista e di solidarietà internazionale parliamo, allo stesso tempo, di un impegno strategico: la parola d’ordine della «pace» è una delle tre intorno alle quali si condensò la formula degli impegni programmatici della Rivoluzione d’Ottobre, nel 1917; sul tema della guerra e della pace e sul rifiuto della guerra imperialistica delle borghesie nazionali e dei cosiddetti «crediti di guerra» si determinò la divisione, nell’ambito delle socialdemocrazie europee, che determinò lo stallo, prima, e la fine, poi, della Seconda Internazionale, ponendo le basi della costituzione della Terza Internazionale; la pace è fondamento costituzionale del nostro ordinamento democratico, tanto è vero che, a norma di Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 

Ma, come si diceva, il terreno della solidarietà internazionale è anche un terreno necessario. C’è dibattito, nel campo delle forze antimilitariste e pacifiste, sulla corretta declinazione dell’antimilitarismo e su una corretta definizione di «pacifismo»: è qui appena il caso di sottolineare come le categorie storiche, a fronte del necessario aggiornamento e dell’opportuna attualizzazione cui devono essere sottoposte, continuano a rappresentare il lessico comune delle forze progressiste e comuniste a livello mondiale, e della sentita e condivisa esigenza di lottare contro l’imperialismo (categoria economica, prima che politica, com’è noto dalla lezione leniniana), contro il neo-colonialismo (a sostegno delle lotte per l’emancipazione dei popoli, tenendo sempre insieme i principi cardine della fratellanza, dell’auto-determinazione dei popoli, della non-ingerenza nelle questioni interne dei singoli Stati), contro il militarismo (inteso come vero e proprio «dispositivo politico», cioè, al tempo stesso, dispositivo di comando e di gerarchia di potere su scala internazionale, fattore ordinatore della produzione, a partire dal cosiddetto «complesso militare-industriale», strumento di minaccia o di risoluzione delle controversie e dei confitti attraverso l’esercizio della guerra). Parliamo di pacifismo, quindi, nel senso di una azione strategica per la pace, e parliamo della pace nel senso della «pace positiva», vale a dire del nesso unitario e inscindibile tra pace, emancipazione e giustizia sociale.

Dunque, a partire da tali presupposti, come costruire iniziativa nell’ambito delle questioni internazionali? O, in estrema sintesi, come “fare solidarietà” internazionale? «Fare solidarietà» è sempre una pratica: forte di precise e rigorose connotazioni analitiche, la solidarietà è, sempre e comunque, esercizio di partecipazione e di coinvolgimento. L’iniziativa che si intende costruire in tal senso, pertanto, dovrebbe sempre tenere lo sguardo su almeno tre elementi fondamentali: in primo luogo, individuare sempre con precisione l’oggetto, il tema politico e l’area geografica di riferimento, sviluppando, a partire da questa, gli opportuni rimandi e le necessarie estensioni (è il caso tipico di tre contesti a noi molto vicini: Cuba socialista e il Venezuela bolivariano, che consentono di riflettere sul subcontinente latino-americano; la lotta di resistenza e di auto-determinazione del popolo palestinese, che consente di far luce sul complesso della vicenda vicino-orientale; gli esiti delle cosiddette “primavere arabe” che, con le loro innovazioni e le loro contraddizioni, rimandano e alludono alla vicenda complessiva del Mediterraneo). In secondo luogo, l’iniziativa internazionalista, per essere propriamente tale, dovrebbe sempre consentire di stabilire un «dialogo tra i mondi», tra la nostra realtà vicina e la realtà cui si guarda, per consentire una relazione e uno scambio di pratiche e di esperienze (si pensi all’esperienza bolivariana e alla elaborazione del «Socialismo per il XXI secolo»). Infine, consentire l’intreccio di relazioni, coinvolgendo i protagonisti delle lotte e stabilendo legami di solidarietà (come nel caso delle comunità di immigrate e immigrati, nei nostri territori, attivi in esperienze di lotta). 

Declinare efficacia e innovazione, una sfida per l’internazionalismo del nostro tempo. 

martedì 3 novembre 2015

"Carovane per Sarajevo"


Si riporta qui di seguito la riflessione di Giovanna Baracchi, del Circolo di Paderno Dugnano di Rifondazione Comunista, all'indomani della presentazione del volume di Francesco Pugliese, "Carovane per Sarajevo", presso la Biblioteca Civica di Nova Milanese, lo scorso 31 Ottobre. 

Lo scorso 31 ottobre 2015, a Nova Milanese (MB), si è svolta, all'interno della Biblioteca, la presentazione del libro “Carovane per Sarajevo” di Francesco Pugliese.
 
Laura Tussi scrittrice, giornalista del territorio, ha presentato l'evento assieme ad Alfonso Navarra “antigiornalista ed antiesperto” come lui ama definirsi, ma anche storico obiettore di coscienza, e Gianmarco Pisa dei Corpi Civili di Pace, scrittore e responsabile esteri del PRC di Napoli.
 
A volte ci si domanda quali siano le organizzazioni che operano per la pace ma, soprattutto, dove siano, vista la scarsa anzi assente informazione che viene trasmessa dai mass-media. L'importanza di essere operatori di pace e a favore della smilitarizzazione dei territori non è certo argomentazione gradita ai soliti circuiti informativi. “Quando si parla di pace, e anche di nonviolenza, ci si ferma spesso solo agli aspetti generali, di principio, morali”.

Francesco Pugliese, insegnante ed autore del testo, si occupa da anni di pacifismo ma soprattutto di opposizione popolare alla guerra. Il libro ripropone la memoria di una guerra che non va dimenticata, ricordando anche i numerosi operatori di pace italiani che sono stati presenti con la loro significativa solidarietà, senza precedenti, verso le popolazioni, soprattutto nell'aiuto e nel soccorso alle vittime.
 
ll dibattito fra i presenti, che ne è scaturito, ha raccolto ed evidenziato l'importanza di partire con una sorta di “educazione alla pace” da sviluppare con l'aiuto delle istituzioni scolastiche per divenire costruttori di pace. L'esigenza è quella di “declinare” l'impegno per la pace nei termini di una mobilitazione, al tempo stesso, per la pace e contro la guerra.
 
Alla presentazione del libro hanno partecipato il sindaco di Nova Milanese, Rosaria Longoni, assieme all'Assessore alla Cultura ed anche la nostra delegazione padernese del PRC Casaletti. “È attraverso la memoria che si supera la vendetta e si trascende il perdono, si stabiliscono le coordinate sociali, infine si progetta la riconciliazione e si definisce la convivenza” (Gianmarco Pisa). 

martedì 29 settembre 2015

Premio della Nonviolenza e Corpi Civili di Pace

Campidoglio, Sala della Protomoteca

Venerdì, 2 Ottobre 2015 ore 09.00 

ROMA... SPAZIO ALLA NONVIOLENZA!



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Comunicato Stampa

L'evento finale della IV edizione del Premio della Nonviolenza si svolge a Roma durante le celebrazioni della Giornata Internazionale della Nonviolenza, voluta nel 2007 dall’ONU nell’anniversario della nascita di Gandhi. 

“La Nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’Umanità” affermava il Mahatma Gandhi; ma la nonviolenza ha bisogno di far conoscere le sue potenzialità, relegata come è da questa società a fenomeno di costume, dall’alto valore etico e morale, ma poco usata nel risolvere i conflitti.

I Promotori - “Mondo Senza Guerre e Senza Violenza” e Greenpeace - incoraggiano e sostengono azioni che danno risalto alla capacità risolutiva della nonviolenza e contribuiscono al rafforzamento di questa consapevolezza nella coscienza di tutti, con particolare attenzione ai giovani. In questa IV edizione il Premio sarà ospitato a Roma, nella Protomoteca, la sala prestigiosa del Campidoglio.

Quest’anno, oltre a un riconoscimento a Livia Parisi per i reportage di AssoPacePalestina, saranno presentati i finalisti della sezione Action per i progetti ("La scuola dei diritti umani", la campagna "Un’altra difesa è possibile" e il Progetto P.U.L.S.A.R. - Project on Understanding and Linkages to Serbs and Albanians Reconcile), le scolaresche della Enrico Fermi di Macerata e della Bodoni - Paravia di Torino che partecipano ad Action Scuole, Erminia Scaglia e Stefania Daneluzzo che con le loro foto concorrono alla sezione Gandhi.

I vincitori delle tre sezioni sono stati scelti da una votazione avvenuta nel mese di settembre sulla pagina Facebook del Premio alla quale si può accedere dal sito www.premiodellanonviolenza.it

“Siamo molto orgogliosi della partecipazione che - sostengono gli organizzatori - mai come in questa edizione abbraccia veramente tutt’Italia, da Como a Palermo, da Torino a Napoli, non dimenticando Macerata e naturalmente Roma, che ospita l’evento”.

Comitato Promotore, Premio della Nonviolenza: info@premiodellanonviolenza.it
Evento FB: www.facebook.com/events/1470158923293778

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Per approfondimenti dedicati al progetto P.U.L.S.A.R. per Corpi Civili di Pace in Kosovo e alla ricerca-azione, per i tipi di Ad Est dell'Equatore, dal titolo "La Pagina in Comune":

www.corpicivilidipace.com
www.adestdellequatore.com/2015/05/la-pagina-in-comune-gianmarco-pisa
www.facebook.com/lapaginaincomune

sabato 12 luglio 2014

Verità e Giustizia per la Palestina


La guerra scatenata da Israele contro la Palestina, all'indomani della uccisione dei tre giovani coloni israeliani in area, peraltro, sotto controllo israeliano, è in realtà una rappresaglia violenta ed una punizione collettiva 

nei confronti dell’intero popolo palestinese: demolizioni, bombardamenti, arresti, cento morti e seicento feriti, senza contare l’immane devastazione, in termini di dolore e sofferenza, di raccapriccio e terrore, che questa violenza ha innescato, solo nei primi giorni della campagna militare cinicamente denominata “Barriera Protettiva”.


Questa autentica aggressione, con l’imperiosa e improvvisa devastazione scatenata, non dovrebbe semplicemente accendere i riflettori di una (ennesima) emergenza, ma soprattutto ricordare al mondo che la guerra nei Territori Palestinesi Occupati, in realtà, non è mai finita. La Cisgiordania continua a subire la violenza di una costante colonizzazione, una lacerante sottrazione di terra e di libertà, la ferita obbrobriosa del Muro dell’Apartheid. Gaza è una autentica prigione a cielo aperto, il cui confine è presidiato dalle forze militari di Israele e da cui non è praticamente possibile né entrare né uscire. I palestinesi di Gaza, in trappola e sotto le bombe, vivono la situazione più disperata.

La matrice del conflitto non è nel terrorismo palestinese, deprecabile e contro-producente, contro Israele, ma nell’occupazione israeliana. Fa sempre un certo effetto dovere ricordare, nel silenzio e nell’oblio del mainstreaming mediatico, che i Territori Palestinesi di Cisgiordania e Gaza, sin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, sono occupati dallo Stato di Israele, che è lo Stato occupante e, pertanto, responsabile della sicurezza, in particolare nell’area in cui è avvenuto il sequestro e l’uccisione, altrettanto deprecabile e contro-producente, dei tre giovani coloni israeliani. Il tentativo, da parte di Israele, di fare ricadere sulle spalle dell’Autorità Nazionale Palestinese, la responsabilità dell’accaduto, è un tentativo cinico e baro, una menzogna creata ad arte per giustificare la guerra, che punta a preservare lo status quo e distruggere l’unità nazionale palestinese, così faticosamente conseguita.

Oggi, nel pieno dell'aggressione israeliana contro Gaza, siamo esattamente a dieci anni dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia contro il Muro dell'Apartheid, costruito da Israele entro i confini della Cisgiordania, definito “contrario alla legge internazionale”, pericoloso in quanto costituisce un “fatto compiuto” che può determinare un “precedente grave”, in termini di segregazione di un popolo e di sottrazione di territorio, e “impedisce gravemente l’esercizio da parte della popolazione palestinese del suo diritto alla auto-determinazione, costituendo un’infrazione dell’obbligo di Israele a rispettare quel diritto”, riconosciuto e protetto dalla Carta delle Nazioni Unite.

La questione palestinese ha al suo centro l’occupazione militare israeliana, ed è fatta, da una parte, di apartheid e colonizzazione, dall’altra di diritti e speranze negate, a partire dal diritto di auto-determinazione e dal diritto al ritorno del popolo palestinese. Senza porre fine all'occupazione ed al colonialismo, come si comprende anche ad un’occhiata, superficiale e distratta, alla carta geografica, sarà impossibile una soluzione positiva del conflitto e il percorso pieno della pace.

Queste ragioni chiamano in causa noi tutti, la “comunità internazionale”, società civile e autorità istituzionali, complessivamente intesa. Israele non è uno “stato illegittimo” da fare scomparire dalla carta geografica; Israele è nella condizione di uno “stato criminale” che, attraverso gli strumenti del diritto e della giustizia internazionale, deve essere ricondotto nel consesso dei soggetti pari della “comunità internazionale”, né al di sopra della legge, né tributario di una grazia speciale di esenzione o di impunità. Sono circa settanta le risoluzioni delle Nazioni Unite di condanna dei comportamenti dello Stato di Israele; circa trenta le risoluzione dell’ONU violate da Israele, primo in questa “classifica”.

Serve un’assunzione di responsabilità. Ad esempio, mettendo al bando le attività economiche e i relativi investimenti nei Territori Occupati e cessando la cooperazione militare, a tutti i livelli, con Israele: bloccare la consegna a Israele dei jet M346, definiti “addestratori avanzati” ma in realtà già progettati per essere armati con missili o bombe, da usare, come è accaduto finora, prevalentemente contro i palestinesi; cancellare, sul piano della politica italiana, la cooperazione militare Italia-Israele (l. 17 maggio 2005, n. 94) e, sul piano internazionale, il programma di cooperazione individuale nel quadro della partnership NATO-Israele, varato il 2 dicembre 2008, alla vigilia di “Piombo Fuso”.

Come bene mette in luce una delle piattaforme di mobilitazione a sostegno della auto-determinazione palestinese e contro la guerra a Gaza, che si stanno moltiplicando negli ultimi giorni: « Opporsi a questo stato di cose non significa essere “antisemiti”, anzi, significa combattere ogni forma di razzismo, discriminazione e sopraffazione portando avanti rivendicazioni di libertà, democrazia e giustizia che accomunano tutti gli sfruttati e gli oppressi della terra, che quotidianamente lottano per conquistare diritti sociali e civili, culturali e politici; giustizia e libertà per un futuro dignitoso».

giovedì 19 giugno 2014

Balcani e Diritti: una geografia dell'ignoto?

commons.wikimedia.org/wiki/File:Pont_"AUSTERLITZ"_ Mitrovica.JPG







La questione della tutela e della promozione dei diritti umani, nella sua declinazione contemporanea, è stata sempre, a partire almeno dalla fine della seconda guerra mondiale e dall'immane tragedia segnata dalla Shoah, al tempo stesso, motivo di impegno e apprensione per i difensori dei diritti e gli operatori di pace e fonte di discussioni e diatribe in merito a politicizzazioni e strumentalizzazioni a riguardo.
Per non farla troppo lunga, parto da uno spunto di “riflessione” stimolato dai contenuti di un recente comunicato di Amnesty International sulla Serbia e i Balcani, pubblicato il 17 Giugno scorso col titolo, molto impegnativo, «Serbia: l'adesione all'Unione Europea è la chiave per porre fine all'impunità per i crimini di guerra», provando ad articolare il contenuto di alcuni interrogativi - nel verso di chiederci che senso possa avere una riflessione più attenta e complessiva sui temi sollevati dal comunicato e quale valore aggiunto possa rappresentare, tra gli altri media, il cinema dei diritti umani come fonte di pluralizzazione e conoscenza.
Articolando, di conseguenza, una possibile riflessione in tre punti, apparentemente contraddittori, se non mutuamente escludenti, ed invece molto legati, sostanzialmente, tra di loro.
Il primo: essere d'accordo sull'"effettività", "efficacia" ed "intensità" della ricerca, dell'individuazione e della consegna alla giustizia dei perpetratori di gravi crimini del diritto internazionale o di gravi violazioni di diritti umani, fondamentali e universali, dunque per questo naturali e indivisibili, è ovvio e rasenta la banalità, sebbene non possa darsi, in ogni caso, per scontato o acquisito.
D'altro canto, un modo meno ovvio di affrontare la vicenda sarebbe quello di condurre una indagine più approfondita su tutte le violazioni più gravi e significative (la gravità e la rilevanza, poi, in base a quali parametri, qualitativi e/o quantitativi?... anche qui il discorso ci porterebbe lontano ed anche la letteratura sull'argomento potrebbe non essere granché di aiuto), occorse in "tutti" i Paesi e per responsabilità di "tutte" le autorità politiche e militari (una cosa è un Paese, una cosa un popolo, un'altra cosa ancora una sua leadership politico-militare) attivamente impegnatesi nei conflitti a cavallo tra la "guerra dei dieci giorni" del 1991 (Slovenia) e gli "scontri dei valichi" tra il Luglio e il Novembre 2011 (Kosovo).
Si verrebbe, in pratica, a delineare una geografia dell'ignoto. Qualcuno ricorda, ad esempio, Karlovac (1991-1992), i massacri della Sava e di Bijelijna (1992), i fatti di Medak Pocket (1993), il massacro di Ahmići (1993), la strage di Markale (1994), l'assedio di Knin (1995), la strage di Niš (1999) e il massacro di Krushë (1999), fino ai pogrom del 17 Marzo 2004 e gli scontri dell'autunno 2011 (Kosovo)?... Si tratta, come si vede, di un intero ventennio, ma solo così, con gli strumenti ed i linguaggi opportuni, si può dare minimamente la portata di ciò che è accaduto e, per alcuni versi e nelle loro conseguenze, continua ad accadere nei "Balcani".
Il secondo: mettere sul "banco degli imputati" di volta in volta questo o quel Paese è un'operazione sempre poco convincente, molto povera dal punto di vista storico-culturale, come dimostra la nostra, peraltro superficialissima, “geografia dell'ignoto”, e, soprattutto, sempre passabile di essere sospetta (e, di conseguenza, di venire strumentalizzata) in termini "anti-qualcuno" o "anti-qualcosa". La Serbia, per altri aspetti la Bosnia, oggi anche, in una certa misura, il Kosovo, sembra essere sempre, costantemente, sotto la luce dei riflettori, "a prescindere", come direbbe qualcuno, dal fatto che al governo vi siano gli eredi (socialisti) di Milošević, quelli (liberali) della “Buldog Revolucija” o quelli (nazionalisti) del SRS che fu di Šešeli.
Ecco che, allora, dei tentativi, peraltro controversi e contraddittori, oltre che problematici ed elefantiaci, di riforma interna del sistema giudiziario, della procedura legale e della rule of law neanche si parla, e si finisce per richiamare, ogni volta, dall'esterno, pressantemente, ai "compiti a casa da svolgere" e alle riforme da "attuare prontamente".
Il tema delle riforme diventa allora, troppo spesso, un pretesto, ed è questo il terzo punto: proprio nel momento in cui il dossier negoziale per l'adesione europea viene aperto a Bruxelles, si inaugura una nuova campagna mediatica, questa volta a New York, sui criminali di guerra e le violazioni dei diritti umani. Con tanto di corollario: «fare come in Croazia».
Peccato, anche in questo caso, che dei crimini di guerra si finisca per parlare solo a senso unico, e quando in Croazia la "politica" liscia il pelo alle sollevazioni per divellere le targhe in cirillico, a Vukovar e non solo, neanche una parola. Giustizia a senso unico e, come si vede dalla scelta delle circostanze, giustizia ad orologeria. Tutt'altro di ciò che la causa della difesa di diritti, universali ed indivisibili, a pensarci bene, richiederebbe.
Si tratta allora di moltiplicare strumenti ed occasioni ed è (anche) per questo che, come nella precedente edizione, anche i "lavori in corso" della prossima edizione del Festival del Cinema per i Diritti Umani affronteranno la sfida di trattare del Mediterraneo e, in particolare, dei Balcani, del nesso tra diritti (di tutte le generazioni) e violazioni (di tutti i tipi) raccogliendo una istanza di libertà ed una occasione di conoscenza. Qui più che altrove il cinema per i diritti umani si fa, concretamente, "cartografia del possibile".

lunedì 2 giugno 2014

Una mobilitazione popolare: per un 2 Giugno di democrazia e di pace

Presidio Ucraina Antifascista: fonte PDCI Nazionale
Ogni anno, da diversi anni a questa parte, il 2 Giugno rappresenta, al tempo stesso, un'occasione e un contenitore: l'occasione per confermare e rivendicare, contro ogni deriva neo-militarista e revisionista, il carattere democratico e antifascista della nostra Costituzione, su cui si fonda (si dovrebbe, concretamente, fondare) la nostra Repubblica; e il contenitore di programmi e progetti, attivazioni ed iniziative che provino a mettere a fuoco le emergenze, vecchie e nuove, intorno alle quali riporre a tema l'elaborazione, cara ai movimenti per la pace e la nonviolenza, contro la guerra e l'imperialismo, per la democrazia ed il disarmo.
Ovviamente, l'esistenza dell'occasione e l'organizzazione del contenitore non risolvono da sé il problema: problema, che è oggi, anzitutto, quello della “messa a rete” e della “messa a sistema”, delle attivazioni e dei percorsi che, maturati all'interno e per iniziativa del movimento stesso, troppe volte faticano, pur perseguendo i medesimi obiettivi, a procedere insieme, a sviluppare le opportune sinergie ed a trovare le necessarie convergenze. A Napoli, città metropolitana, ponte tra le culture e porta del Mediterraneo, con le sue mille istanze e contraddizioni, la ricchezza del suo tessuto associativo e la varietà del suo panorama migratorio, tutto ciò assume connotati estremi, vivacissimi ed esplosivi. Per mille ragioni e - anche - in occasioni recenti.
Prendiamo il caso dell'Ucraina, tenendo a mente, sin da subito, che non di sola Ucraina si tratta, dal momento che, soprattutto all'indomani del recente discorso di Barack Obama a West Point, dovrebbero essere chiari i connotati dell'imperialismo statunitense, incarnati nel nuovo multilateralismo aggressivo (o, meglio, multilateralismo minaccioso) di quella che finalmente si afferma compiutamente come la “nuova” dottrina Obama, destinata a superare ed aggiornare, al tempo stesso, la “vecchia” dottrina Bush (per la quale sia consentito di rimandare al ns. “Da Bush a Bush”, Città del Sole Ed., qui): combinazione efficace di soft power ed hard power, introduzione di una diplomazia aggressiva, diversificazione ed ampliamento delle opzioni politiche e militari a disposizione, rivendicazione dell'impianto “messianico” alla esportazione della “democrazia” e conferma della guerra quale strumento di tutela ed affermazione degli interessi “americani”, ovunque minacciati, o semplicemente messi in discussione, ai quattro angoli del globo.
Senza disdegnare il ricorso a vecchi arnesi, che tuttavia, nella nuova configurazione del pianeta e alla luce della “ansia da leadership”, che anche il discorso obamiano minacciosamente ripropone, ri-assumono un aspetto sorprendentemente nuovo e finanche innovativo: destabilizzazioni e guerre per procura; sostegno alle istanze eversive, ovunque collocate e comunque ispirate (persino fasciste e naziste, all'occorrenza), per rovesciare il tiranno (alias: anti-americano o, semplicemente, non ultra-americano) di turno; appoggio diretto, in uomini e mezzi, consiglieri ed armati, media ed armi, a tutti quei soggetti (talvolta anche singoli) e organizzazioni (talvolta partiti, talvolta gruppi, talvolta fondazioni) che operano “dall'interno” delle singole compagini da rovesciare e sbaragliare in nome e per conto della democrazia liberale “a stelle e strisce”.
Non si sbaglia, dunque, a far correre la mente, non solo ad esempi che tendono a fare parte della storia, sebbene le loro propaggini si dipanino drammaticamente nella più imminente attualità, come mostrano i casi della Libia e della Siria, ma anche ai ben più imminenti casi del Venezuela, con i tentativi golpisti e le guarimbas delle destre ricche contro il governo bolivariano, e dell'Ucraina, dove la sollevazione golpista, ampiamente sostenuta e militarmente combattuta da settori fascisti e persino neo-nazisti, ha prima rovesciato un governo e poi dato corso ad una violenta repressione militare contro quella parte di popolo e di Paese meno incline a sopportare i diktat della junta. A Napoli, come si accennava, il 2 Giugno delle forze più conseguentemente democratiche e antifasciste, sarà dedicato alla mobilitazione per la pace e contro la guerra.
Dopo il presidio democratico al consolato ucraino (9 maggio), le iniziative di volantinaggio e l'assemblea aperta “Giù le Mani dall'Ucraina”, contro la guerra e il fascismo, per la pace e la democrazia, presso lo spazio ROSS@ nella Galleria Principe (23 maggio), la mostra-convegno promossa da cittadini e cittadine, provenienti dalle più varie repubbliche della ex Unione Sovietica, presso il Centro Culturale “La Città del Sole”, contro le aggressioni e le stragi della junta golpista (29 maggio), ha gettato i presupposti di un coordinamento delle mobilitazioni, che sarà lanciato proprio, simbolicamente, in occasione del 2 Giugno, per attivare un percorso di sensibilizzazione sociale, contro la minaccia fascista e le derive autoritarie, il precipizio della guerra e delle aggressioni che drammaticamente si affacciano, ancora, nel cuore dell'Europa.  

domenica 27 aprile 2014

...per una ripresa del movimento per la pace e contro la guerra

pressenza.com/it/2014/04/arena-pace-disarmo-fotoreportage
La vicenda ucraina rappresenta solo l’anello più recente di una catena di avvenimenti della politica internazionale in direzione di una crescente conflittualità tra le principali potenze mondiali la cui evoluzione dovrebbe far scattare più di un campanello di allarme tra gli attivisti ed i pacifisti conseguenti. 
La competizione non si svolge più solo con gli strumenti della finanza o della diplomazia ma sempre più spesso attraverso l’uso delle armi. Che siano inviate ai propri alleati locali nei paesi che si intende destabilizzare o usate direttamente dai propri eserciti di occupazione, dipende dai rapporti di forza momentanei e da valutazioni di opportunità.  
I rumori di guerra si avvicinano in maniera crescente al centro dell’area europea ma tutto questo non sembra ridare vitalità a quel movimento contro la guerra che di fronte all’aggressione all’Iraq del 2003 seppe portare in piazza milioni di persone per denunciare la natura brigantesca di quella invasione anche se si mascherava dietro le insegne della missione umanitaria e del ripristino della legalità internazionale.  
Eppure noi siamo convinti che siamo entrati in una fase in cui il confronto tra le grandi potenze non può rimanere più confinato in aree geografiche limitate ma è destinato a sfociare in uno scontro a tutto campo in cui si vanno accumulando le condizioni per un conflitto mondiale generalizzato che solo una opposizione radicale in tutti i paesi coinvolti può arrestare.  
Questo testo vuole essere un invito alla riflessione collettiva per indagare le ragioni di tale latitanza e provare a ritrovare le motivazioni per una opposizione senza se e senza ma ai crescenti interventi militari comunque vengano giustificati e mascherati. 
Qui il testo completo del documento.

mercoledì 6 novembre 2013

Un confronto aperto: il Sarajevo 2014 Peace Event e i tanti perché della non adesione


http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm
Cari amici ed amiche del MIR,

vi ringrazio molto, personalmente, della vostra comunicazione. Mi sento, in via preliminare, di unirmi a molti degli auspici che nella vostra lettera (che si può leggere in scorrimento) sono contenuti: 

in primo luogo, quale premessa di metodo, quello ad evitare di addentrarsi in diatribe o polemiche politico-storiografiche che necessiterebbero di sedi più adeguate per potere essere sviluppate e rischierebbero di instradare la nostra riflessione lungo un binario sterile o auto-compiaciuto; in secondo luogo, quale proposta di merito, quello a concorrere con tutte le riflessioni e le osservazioni che saremo in grado di elaborare a fare maturare il confronto ed il dibattito tra le forze del movimento per la pace e la nonviolenza.

Proprio perché condivido tale premessa, se volete, “di metodo” e “di merito” nello stesso tempo, il mio intervento a cui si fa riferimento, dal titolo “Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire”, non va letto in maniera politicistica o strumentale. Non si tratta di un appello al boicottaggio, semplicemente di una riflessione in merito all'opportunità di non aderire ad un evento con i presupposti, il profilo e l'impostazione come quelli che stanno evidentemente caratterizzando questa rassegna. Basti fare riferimento, a titolo di esempio, al passaggio finale dell'articolo, in cui appunto si sottolinea come «tutto questo non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze». La ricapitolazione che l'articolo offre a tal proposito credo che sia esaustiva e ripeterla in questa sede sarebbe senz'altro ridondante e non aggiungerebbe altro.

Per questo, mi sento, senza difficoltà alcuna, di poter confutare la valutazione, molto “politica” peraltro, che viene avanzata in un punto della lettera aperta in relazione al mio intervento, vale a dire quello di “assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo”. Anche in merito a questo aspetto, basterebbe leggere l'intervento stesso, almeno nel passaggio in cui si mette in evidenza come ciò (riferito all'impostazione dell'evento ed alla lettura storiografica che vi retro-agisce) «è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte della opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia …che ha prima stigmatizzato la separazione ed il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura». D'altro canto, anche la stampa internazionale ha, occasionalmente, ospitato prese di posizione di intellettuali o personalità (non solo quindi il mondo “istituzionale-governativo”) molto critiche o contrarie al profilo dell'evento.

Ecco perché, in definitiva, mi sembra mal impostata l'ambivalenza provocatoria tra il “promuovere il dialogo” e il “boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole”: sia perché molte delle premesse nell'impostazione stessa dell'evento mal si confanno all'intenzione (o per lo meno rendono assolutamente illeggibile l'intenzione) di “promuovere il dialogo”, appunto per il carattere unilaterale, escludente e divisivo che tale percorso ha già nei fatti assunto, sia perché le prese di posizione contrarie all'evento nella sfera politico-istituzionale sono successive e non precedenti alle prese di posizione, variamente critiche o contrarie, espresse da altri settori dell'opinione pubblica e del mondo intellettuale, in particolare serbi, ma, evidentemente, non solo. Per quanto mi riguarda, e con le realtà che hanno già condiviso tale orientamento, non posso dunque che confermare la non adesione all'evento di Sarajevo 2014, convinto, in tal senso, che tra i ruoli dell'operatore di pace vi sia sicuramente quello di contribuire a gettare ponti e valicare frontiere, non certo quello di concorrere ad alimentare divisioni ed ostilità. Auspicando quindi nuovi spunti e nuove sollecitazioni. 

un caro saluto di pace,

Gianmarco Pisa 


 ***


Caro GianMarco,

abbiamo letto il tuo intervento “Peace event Sarajevo 2014: perché non aderire”, scritto su http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm#gpisa e l’abbiamo commentato durante il nostro consiglio nazionale tenutosi a Roma il 19,20 ottobre scorso.

Francamente dobbiamo dirti che ci è dispiaciuto molto vedere questo appello a boicottare l’evento di Sarajevo, su cui stiamo lavorando con altre associazioni italiane e straniere da ormai 2 anni. Per questo abbiamo voluto scrivere questa lettera aperta in cui cerchiamo di spiegare perché secondo noi occorre aderire.

Partiamo da una precisazione: l’evento di Sarajevo non vuole ricordare, né celebrare alcunché. L’idea di un evento di pace è nata nel corso di alcuni incontri tra associazioni nonviolente, prevalentemente facenti capo al Mir internazionale e ai coordinamenti per il decennio sull’educazione alla pace e alla nonviolenza, 2 anni fa, nel 2011. Certamente l’ispirazione erano i saloni della pace di Parigi, tenutisi fino al 2008, e sospesi per mancanza dei fondi di sostegno pubblico (dunque come puoi ben vedere non ci sono ricchi “donatori” dietro); sin dall’inizio l’idea era di realizzare un evento più che un salone, ed un evento possibilmente aperto alla partecipazione di associazioni e movimenti di base soprattutto dell’Est Europa, solitamente assenti per complesse ragioni storico politiche. E si era pensato ad una rosa di città candidate a ospitare questo evento: tra queste Trieste, Berlino, Vienna, Budapest. Alla fine si optò per Sarajevo proprio per il significato simbolico che tale città assume nel 2014, in riferimento agli avvenimenti che portarono alla Grande Guerra, oltre che perché questa città è stata teatro di quella che al momento, e speriamo per sempre, è stata l’ultima guerra combattuta in Europa.

Proprio perché il 2014 ci saranno eventi celebrativi ed alla memoria di quella che fu una tragica scelta per il mondo intero, si scelse Sarajevo per raccontare un’altra storia, che da una parte si oppone a quella come a tutte le altre guerre, dall’altra si proietta in un futuro che vogliamo profondamente diverso e per cui ci battiamo: a un secolo di guerre viste come soluzioni ai conflitti, vogliamo proporre una via alternativa di interventi civili di pace: invitati tutti coloro, che pur con errori e imperfezioni, talvolta con ingenuità, provano sul campo questa alternativa. Sappiamo benissimo che l’”incidente” (va bene chiamarlo così?) di Sarajevo del 1914 è stato solo il pretesto per scatenare la prima guerra mondiale, che ebbe tutt’altre cause che solo in parte avevano a che fare con le questioni balcaniche; ciò è non solo ben chiaro a noi, ma largamente accettato dalla storiografia sia pacifista che non.


Noi non vogliamo assolutamente addentrarci in discussioni politico storiografiche, né vogliamo organizzare un simposio sulla prima guerra mondiale.

Sappiamo bene, anche, che certe ferite, quelle recenti delle guerre che tra il 1991 ed il 1999 hanno accompagnato il disfacimento della Jugoslavia, non certo quelle di 100 anni fa, sono tuttora profonde da quelle parti, e sono ancora aperte e “sanguinanti”. E’ possibile che chi sta preparando l’evento di Sarajevo non si sia reso pienamente cosciente di quanto, anche una semplice parola al posto di un’altra, possa provocare diffidenze e riaccendere risentimenti. Compito però dei pacifisti in generale e dei nonviolenti in particolare, in occasioni come queste, dovrebbe essere quello di gettare ponti, non di lasciarsi avviluppare dalle contese nazionalistiche locali, come invece si evince dal tuo intervento, che sembra assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo. Il tuo intervento è ospitato tra l’altro, in un sito Web che non mi sembra molto alla ricerca di dialogo.

Se tu, grazie anche al fatto di lavorare con organizzazioni di società civile serbe, hai rilevato alcuni errori, che, nella preparazione dell’evento di Sarajevo 2014, possano essere discriminanti nei confronti dei Serbi, o di qualunque altra parte, è giusto che tu lo faccia presente. Ed è auspicabile che porti questa tua sensibilità al servizio della preparazione di quest’evento; proprio perché l’intenzione è di favorire un confronto tra tutte le realtà che si richiamano alla pace e, possibilmente, alla nonviolenza. Ci chiediamo infatti quale sia il ruolo degli operatori di pace: quello di promuovere il dialogo o quello di boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole?

Sperando che questa nostra possa servire a riprendere una collaborazione e che si porti in quelle terre martoriate un messaggio di pace, ti inviamo un caro saluto


Il consiglio nazionale del MIR

venerdì 20 settembre 2013

Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire

L’idea di un Evento di Pace a Sarajevo in occasione del centenario della prima guerra mondiale e del lungo ventennale della guerra di Bosnia è stata dettata da alcune circostanze e da una ispirazione di fondo. La circostanza è indubbiamente legata alla ricorrenza: a cento anni dalla Grande Guerra (1914-2014) essa può costituire l’occasione di una riflessione su un secolo breve a lungo attraversato da guerre e conflitti ed a venti anni da uno dei lunghi anni della Guerra di Bosnia (1992-1995) può alimentare la memoria e la riflessione e indurre spunti e sollecitazioni preziose per un secolo nuovo all’insegna della pace e della giustizia, della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli. 

È proprio su questo terreno che, sin dalla sua indizione, il “Sarajevo Peace Event 2014” non ha mancato di suscitare dubbi e perplessità, di alimentare resistenze e divisioni anziché solidarietà e amicizia, di finire per accendere polemiche e lacerazioni, in una direzione paradossalmente eguale e contraria a quella mostrata nei suoi intendimenti dichiarati. Il tutto, sin dall’ispirazione di fondo: quella di fare in terra di Bosnia qualcosa di analogo a quanto realizzato in occasione dei Saloni per la Pace di Parigi nell’ambito delle celebrazioni e delle iniziative inquadrate nel programma della Decade delle Nazioni Unite per una Cultura di Pace e Nonviolenza (2001-2010); col rischio di fare dell’evento di Sarajevo più una vetrina dei grandi “donatori inter-nazionali” che una occasione utile al “lavoro di pace”.  

Sin dalla dichiarazione programmatica, infatti, l’Evento di Pace di Sarajevo attesta come l'anno 2014 segna il 100° anniversario dell'inizio della prima guerra mondiale, che è stata innescata dall'assassinio dell'erede al trono austriaco a Sarajevo il 28 giugno 1914. Questa può essere vista come una data simbolica per un secolo di "cultura della guerra e della violenza", con due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali - tra cui quella nei paesi dell'ex Jugoslavia negli anni Novanta, quando Sarajevo ha sofferto l'assedio della città nella "ultima guerra in Europa" - così come per il dominio globale della violenza strutturale e culturale.  

Una dichiarazione nella quale l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico (della potenza allora occupante, in Bosnia) è considerata alla stregua di un mero assassinio e, di conseguenza, l’azione di Gavrilo Princip (irredentista serbo-bosniaco, patriota e rivoluzionario) ridotta ad una mera azione terroristica (secondo la vulgata bosniacca e austriaca che ha fatto di un movimento di liberazione, Mlada Bosna, la “Giovane Bosnia”, né più né meno di un movimento violento, estremista e terrorista).  

Ciò è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte dell'opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia (una delle due entità delle quali si compone la Bosnia Erzegovina all’indomani degli Accordi e della Costituzione di Dayton, 1995) che ha prima stigmatizzato la separazione e il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura.  

Preoccupazioni analoghe sono state ribadite, al più alto livello, anche dal premier serbo, il socialista Ivica Dacic, che è tornato sulla questione della revisione e della mistificazione della storia, e sulla campagna di denigrazione ed emarginazione dei serbi, che vorrebbe metterli, in un modo o nell’altro, ancora una volta, sul banco degli imputati, bollandoli come nazionalisti e guerrafondai ed attribuendo loro il grosso delle colpe e delle responsabilità per la destabilizzazione che ha portato alla prima guerra mondiale.  

Il 99° anniversario della famosa battaglia di Cer, celebrato lo scorso 19 Agosto con i più alti onori militari e statali a Tekeris, vicino Loznica, nella Serbia occidentale, come la battaglia in cui l’esercito serbo ha segnato la prima vittoria per le forze alleate contro l'esercito austro-ungarico durante la stessa prima guerra mondiale, ha costituito l’occasione e la cornice, per le massime autorità statali serbe e in primo luogo per il premier Dacic, per tornare sulla questione e puntualizzare la posizione. 

Rivolgendosi ai cittadini riuniti nell’occasione, Dacic ha detto che la Serbia deve lottare per la verità sulla Grande Guerra, cento anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, e deve contrastare il tentativo in corso di “revisione” della storia. Ha inoltre espresso la preoccupazione che, nella celebrazione del 100° anniversario della prima guerra mondiale a Sarajevo, i serbi siano ancora una volta “messi ai margini” ed accusati di incitamento del più grande conflitto armato della storia moderna.  

Tali tentativi sono stati rinnovati con maggiore insistenza anche nel corso degli ultimi mesi, in modo da incolpare i serbi per l’assassinio di Sarajevo, in cui i membri della organizzazione irredentista, Mlada Bosna, hanno colpito il principe austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie il 28 giugno 1914. Il fatto di collocare in tale evento l’inizio reale del conflitto mondiale dimostra il tentativo di falsificazione in atto e la strumentalizzazione dell’evento stesso. Un fatto che viene ignorato in questo contesto è che l’assassinio di Sarajevo è stato utilizzato come scusa e pretesto per le tendenze imperialiste e per i piani di aggressione da parte dell’Austria-Ungheria e della Germania, come è stato ricordato da Dacic. 

Tale processo di autentico, negativo, “revisionismo storico”, passa sia per la lettura strumentale della storia, sia per le iniziative che intendono muoversi sul terreno del ricordo, della memoria e del simbolico. Dacic ha ricordato che vi sono annunci che indicano l’intenzione, da parte delle autorità cittadine, di erigere un monumento in onore di Francesco Ferdinando a Sarajevo, aggiungendo che questo potrebbe rappresentare una “sanzione” della revisione della storia in atto e che deve essere evitato. Ha infine ricordato che Gavrilo Princip e gli altri partecipanti ai fatti di Sarajevo non erano solo serbi, ma membri del movimento jugoslavo, per l’unità degli Slavi del Sud, che ha raccolto molti croati e molti musulmani.  

Questo è il motivo per cui è importante, per preservare una memoria corretta e limpida degli eventi che hanno avuto luogo cento anni fa, ricordare e illustrare i contenuti degli eventi e il reale svolgimento dei fatti e trasferirli correttamente presso le più giovani generazioni. Non va dimenticato che i serbi sono stati tra le maggiori vittime nella prima guerra mondiale e hanno dovuto affrontare, in quella circostanza, il peggior ultimatum che un Paese abbia potuto, sino a quel momento, imporre a un altro Stato.  

Le maggiori potenze dell’epoca hanno preso parte all'aggressione alla Serbia, e la Serbia avrebbe continuato a subire aggressioni a sfondo imperialistico anche negli anni a seguire, come dimostrano l’invasione e il bombardamento di Belgrado ad opera dei Nazisti nel 1941, nel corso della seconda guerra mondiale, e l’ultimatum di Rambouillet e l’aggressione della NATO contro l’intera Serbia nel 1999, guerra per la quale si stimano danni complessivi per oltre cento miliardi di dollari. Per intendersi, l’intero Prodotto Lordo della Serbia, nel 2013, è di poco superiore ai quaranta miliardi di dollari.  

Tutto questo ovviamente non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione, possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze.  

USAID è il sostenitore e lo sponsor principale delle organizzazioni bosniache che coordinano il processo; l’Open Society di George Soros è tra i principali supporter e finanziatori di una ampia platea di organizzazioni e fondazioni che sono sin dall’inizio nella rete dei promotori dell’evento; alcuni tra i protagonisti hanno tra i propri sponsor e supporter, sia a livello di organizzazioni sia a livello di progetti, ambasciate straniere non esattamente indifferenti al passato (storico e recente) e al presente della complessa vicenda di guerra dei Balcani, tra cui l’Austria e in particolare la Francia e la Germania.  

Quest’ultima, come è stata il principale sponsor delle secessioni unilaterali che, tra il 1991 e il 1992, hanno inaugurato la stagione lunga e sanguinosa della disgregazione della Jugoslavia, è oggi il principale finanziatore della “cabina di regia” istituzionale che sovra-intende al complesso delle celebrazioni del centenario e uno dei motori della ridda di eventi che sono in cartellone al 2014. Se tale è l’inaugurazione di un nuovo secolo all’insegna di “pace e nonviolenza”, c’è davvero poco di cui nutrire speranza.