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martedì 20 maggio 2014

Il centenario della guerra e la contrapposizione delle memorie

Il Ponte sulla Drina, Visegrad, by Luigi Torreggiani
«Sono iniziative che non vanno a vantaggio di Sarajevo, né dei sarajevesi, e che hanno riaperto una battaglia tra di noi, su Gavrilo Princip. Adesso, per una metà dei bosniaci, Princip è un terrorista, per l'altra metà è un eroe. Che bisogno avevamo ora di discutere di queste cose? Abbiamo un Paese, la Bosnia Erzegovina, completamente distrutto: non funziona, non esiste.

E i politici europei verranno qui per una settimana sorridenti, con i palloncini colorati, con le grandi dichiarazioni, a ricordare l'amore dell'Europa per Sarajevo ed i principi europei. Si tratta di un incredibile cinismo: se c'è un luogo dove i principi europei vengono abbandonati, questo è Sarajevo. Queste “celebrazioni” non sono altro che una occasione meravigliosa per lavarsi la coscienza, per organizzare qualcosa di positivo, per una grande festa, in un momento in cui la situazione europea è drammatica, con la guerra sempre più presente, l'estrema destra sempre più forte ed il progressivo abbandono degli ideali di libertà e cosmopolitismo».

Ripresa dalla stampa internazionale, l'intervista a Zlatko Dizdarević, intellettuale, scrittore, ambasciatore in passato di Bosnia Erzegovina in Medio Oriente, cittadino di Sarajevo, è, al tempo stesso, un invito alla riflessione ed un monito doloroso, contro il cinismo o il protagonismo, di quanti, sul fronte politico o sociale, si apprestano a “commemorare”, nelle celebrazioni istituzionali o in controverse kermesse come il “Peace Event” del prossimo giugno, i cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Se le celebrazioni sono un modo, più o meno avvertito, di “lavarsi la coscienza” o “piantare una bandiera” in un certo segmento politico o sociale, l'invito alla riflessione sulla memoria, la sua funzione e il suo uso, diventa ancora più esigente ed impegnativo. Il tema della “memoria”, ai fini del lavoro di pace è, infatti, decisivo. Nella misura in cui i poteri cercano di dominare il presente per condizionare il futuro, è il passato l'unico terreno davvero a disposizione dell'uso e dell'abuso, della manipolazione e ricostruzione della memoria, funzionale a ridefinire un'immagine di presente o legittimare una certa “narrazione”.

Nei luoghi del post-conflitto, questo esercizio si fa persino scoperto e, per certi aspetti, ancora più cattivo. Prendiamo il caso della narrazione della storia. I sostenitori delle diverse kermesse che si moltiplicheranno a Sarajevo, più volte hanno dichiarato non essere loro intenzione di fare della “storiografia” sulle cause della guerra e sulla figura di Gavrilo Princip. Il giudizio, negativo e “di parte”, su questa figura è tuttavia men che implicito sin nella piattaforma del Peace Event, almeno laddove si dichiara che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale “fu innescato dall'assassinio dell'erede al trono austro-ungarico, a Sarajevo, il 28 Giugno 1914”. Tale giudizio è “di parte” almeno nella misura in cui corrisponde esattamente alla narrazione storica di una sola delle parti in causa. Persino i libri di testo scolastici, nella Bosnia musulmana, parlano del colpo di Sarajevo come di un “assassinio” o di un “attentato”, di Gavrilo Princip come di un “terrorista”, del suo movimento irredentista, la “Giovane Bosnia”, come di un gruppo terroristico o pan-serbo, talvolta, perfino come una Al Qaeda ante litteram.

In un'altra intervista, Nenad Šebek, direttore del Centro per la Democrazia e la Riconciliazione nel sud-est Europa, spiega con chiarezza che «in Serbia sopravvive la vecchia narrazione della ex Jugoslavia in cui si sostiene che la Prima Guerra Mondiale è avvenuta perché è esistito un grande eroe di nome Gavrilo Princip: ha ucciso l'Arciduca Francesco Ferdinando, che rappresentava la personificazione delle forze occupanti dell'Austria-Ungheria, poi l'Austria-Ungheria e l'Impero Tedesco hanno invaso la Serbia ed i Serbi hanno combattuto e sofferto durante la guerra pur essendo “dalla parte della ragione”». Meno approssimativamente, la storiografia ufficiale, nella Bosnia serba ed in Serbia, sostiene che la causa generale della Prima Guerra Mondiale è stata quella che potremmo definire la “contraddizione inter-imperialistica”, “la lotta tra le grandi potenze per il controllo economico ed il dominio politico in Europa”, per cui l'Austria-Ungheria ha “utilizzato” l'assassinio di Sarajevo come pretesto per la guerra. Una narrazione, tra l'altro, più nota e frequente, tra quelle meno strumentali, anche dalle nostre parti.

Se la coltivazione di una memoria nazionale, attraverso la narrazione di una memoria collettiva (tra le varie e diverse che abitano una determinata comunità), è un esercizio frequente presso i poteri costituiti, la contrapposizione delle memorie è sempre un esercizio di violenza, uno strumento di esclusione e di separazione, un comodo alibi intellettuale o un vero e proprio effetto di guerra. A Sarajevo, oggi, la contrapposizione è fisica, non solo nello spazio geografico delle due entità (la Federazione Croato-Bosniaca e la Repubblica Serba di Bosnia), ma anche nell'esercizio della memoria storica. Come ha dichiarato in un'altra intervista il sindaco della Sarajevo Serba (Istočno Sarajevo), Nenad Samardzija, «una volta vivevamo tutti nello stesso Stato, la Jugoslavia, e non abbiamo mai guardato ai fatti del 28 Giugno 1914 come ad un atto terroristico, come alcuni cercano di fare oggi. Abbiamo guardato a quello come ad un movimento, soprattutto di giovani, che volevano liberarsi dal dominio coloniale». Non a caso, i Serbi (e non solo), che hanno disertato la celebrazione sarajevese, ricorderanno la catastrofe del 1914 con altre iniziative, intorno a Višegrad, la città resa famosa da Ivo Andric e dal suo Ponte sulla Drina.

L'articolo rappresenta il testo del contributo alla XX edizione della “Marcia della Pace” promossa dalla Città di Napoli in collaborazione con l'UNICEF, il 22 Maggio, in occasione della “Giornata Ecumenica Internazionale per la Pace”.

venerdì 20 settembre 2013

Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire

L’idea di un Evento di Pace a Sarajevo in occasione del centenario della prima guerra mondiale e del lungo ventennale della guerra di Bosnia è stata dettata da alcune circostanze e da una ispirazione di fondo. La circostanza è indubbiamente legata alla ricorrenza: a cento anni dalla Grande Guerra (1914-2014) essa può costituire l’occasione di una riflessione su un secolo breve a lungo attraversato da guerre e conflitti ed a venti anni da uno dei lunghi anni della Guerra di Bosnia (1992-1995) può alimentare la memoria e la riflessione e indurre spunti e sollecitazioni preziose per un secolo nuovo all’insegna della pace e della giustizia, della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli. 

È proprio su questo terreno che, sin dalla sua indizione, il “Sarajevo Peace Event 2014” non ha mancato di suscitare dubbi e perplessità, di alimentare resistenze e divisioni anziché solidarietà e amicizia, di finire per accendere polemiche e lacerazioni, in una direzione paradossalmente eguale e contraria a quella mostrata nei suoi intendimenti dichiarati. Il tutto, sin dall’ispirazione di fondo: quella di fare in terra di Bosnia qualcosa di analogo a quanto realizzato in occasione dei Saloni per la Pace di Parigi nell’ambito delle celebrazioni e delle iniziative inquadrate nel programma della Decade delle Nazioni Unite per una Cultura di Pace e Nonviolenza (2001-2010); col rischio di fare dell’evento di Sarajevo più una vetrina dei grandi “donatori inter-nazionali” che una occasione utile al “lavoro di pace”.  

Sin dalla dichiarazione programmatica, infatti, l’Evento di Pace di Sarajevo attesta come l'anno 2014 segna il 100° anniversario dell'inizio della prima guerra mondiale, che è stata innescata dall'assassinio dell'erede al trono austriaco a Sarajevo il 28 giugno 1914. Questa può essere vista come una data simbolica per un secolo di "cultura della guerra e della violenza", con due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali - tra cui quella nei paesi dell'ex Jugoslavia negli anni Novanta, quando Sarajevo ha sofferto l'assedio della città nella "ultima guerra in Europa" - così come per il dominio globale della violenza strutturale e culturale.  

Una dichiarazione nella quale l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico (della potenza allora occupante, in Bosnia) è considerata alla stregua di un mero assassinio e, di conseguenza, l’azione di Gavrilo Princip (irredentista serbo-bosniaco, patriota e rivoluzionario) ridotta ad una mera azione terroristica (secondo la vulgata bosniacca e austriaca che ha fatto di un movimento di liberazione, Mlada Bosna, la “Giovane Bosnia”, né più né meno di un movimento violento, estremista e terrorista).  

Ciò è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte dell'opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia (una delle due entità delle quali si compone la Bosnia Erzegovina all’indomani degli Accordi e della Costituzione di Dayton, 1995) che ha prima stigmatizzato la separazione e il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura.  

Preoccupazioni analoghe sono state ribadite, al più alto livello, anche dal premier serbo, il socialista Ivica Dacic, che è tornato sulla questione della revisione e della mistificazione della storia, e sulla campagna di denigrazione ed emarginazione dei serbi, che vorrebbe metterli, in un modo o nell’altro, ancora una volta, sul banco degli imputati, bollandoli come nazionalisti e guerrafondai ed attribuendo loro il grosso delle colpe e delle responsabilità per la destabilizzazione che ha portato alla prima guerra mondiale.  

Il 99° anniversario della famosa battaglia di Cer, celebrato lo scorso 19 Agosto con i più alti onori militari e statali a Tekeris, vicino Loznica, nella Serbia occidentale, come la battaglia in cui l’esercito serbo ha segnato la prima vittoria per le forze alleate contro l'esercito austro-ungarico durante la stessa prima guerra mondiale, ha costituito l’occasione e la cornice, per le massime autorità statali serbe e in primo luogo per il premier Dacic, per tornare sulla questione e puntualizzare la posizione. 

Rivolgendosi ai cittadini riuniti nell’occasione, Dacic ha detto che la Serbia deve lottare per la verità sulla Grande Guerra, cento anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, e deve contrastare il tentativo in corso di “revisione” della storia. Ha inoltre espresso la preoccupazione che, nella celebrazione del 100° anniversario della prima guerra mondiale a Sarajevo, i serbi siano ancora una volta “messi ai margini” ed accusati di incitamento del più grande conflitto armato della storia moderna.  

Tali tentativi sono stati rinnovati con maggiore insistenza anche nel corso degli ultimi mesi, in modo da incolpare i serbi per l’assassinio di Sarajevo, in cui i membri della organizzazione irredentista, Mlada Bosna, hanno colpito il principe austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie il 28 giugno 1914. Il fatto di collocare in tale evento l’inizio reale del conflitto mondiale dimostra il tentativo di falsificazione in atto e la strumentalizzazione dell’evento stesso. Un fatto che viene ignorato in questo contesto è che l’assassinio di Sarajevo è stato utilizzato come scusa e pretesto per le tendenze imperialiste e per i piani di aggressione da parte dell’Austria-Ungheria e della Germania, come è stato ricordato da Dacic. 

Tale processo di autentico, negativo, “revisionismo storico”, passa sia per la lettura strumentale della storia, sia per le iniziative che intendono muoversi sul terreno del ricordo, della memoria e del simbolico. Dacic ha ricordato che vi sono annunci che indicano l’intenzione, da parte delle autorità cittadine, di erigere un monumento in onore di Francesco Ferdinando a Sarajevo, aggiungendo che questo potrebbe rappresentare una “sanzione” della revisione della storia in atto e che deve essere evitato. Ha infine ricordato che Gavrilo Princip e gli altri partecipanti ai fatti di Sarajevo non erano solo serbi, ma membri del movimento jugoslavo, per l’unità degli Slavi del Sud, che ha raccolto molti croati e molti musulmani.  

Questo è il motivo per cui è importante, per preservare una memoria corretta e limpida degli eventi che hanno avuto luogo cento anni fa, ricordare e illustrare i contenuti degli eventi e il reale svolgimento dei fatti e trasferirli correttamente presso le più giovani generazioni. Non va dimenticato che i serbi sono stati tra le maggiori vittime nella prima guerra mondiale e hanno dovuto affrontare, in quella circostanza, il peggior ultimatum che un Paese abbia potuto, sino a quel momento, imporre a un altro Stato.  

Le maggiori potenze dell’epoca hanno preso parte all'aggressione alla Serbia, e la Serbia avrebbe continuato a subire aggressioni a sfondo imperialistico anche negli anni a seguire, come dimostrano l’invasione e il bombardamento di Belgrado ad opera dei Nazisti nel 1941, nel corso della seconda guerra mondiale, e l’ultimatum di Rambouillet e l’aggressione della NATO contro l’intera Serbia nel 1999, guerra per la quale si stimano danni complessivi per oltre cento miliardi di dollari. Per intendersi, l’intero Prodotto Lordo della Serbia, nel 2013, è di poco superiore ai quaranta miliardi di dollari.  

Tutto questo ovviamente non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione, possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze.  

USAID è il sostenitore e lo sponsor principale delle organizzazioni bosniache che coordinano il processo; l’Open Society di George Soros è tra i principali supporter e finanziatori di una ampia platea di organizzazioni e fondazioni che sono sin dall’inizio nella rete dei promotori dell’evento; alcuni tra i protagonisti hanno tra i propri sponsor e supporter, sia a livello di organizzazioni sia a livello di progetti, ambasciate straniere non esattamente indifferenti al passato (storico e recente) e al presente della complessa vicenda di guerra dei Balcani, tra cui l’Austria e in particolare la Francia e la Germania.  

Quest’ultima, come è stata il principale sponsor delle secessioni unilaterali che, tra il 1991 e il 1992, hanno inaugurato la stagione lunga e sanguinosa della disgregazione della Jugoslavia, è oggi il principale finanziatore della “cabina di regia” istituzionale che sovra-intende al complesso delle celebrazioni del centenario e uno dei motori della ridda di eventi che sono in cartellone al 2014. Se tale è l’inaugurazione di un nuovo secolo all’insegna di “pace e nonviolenza”, c’è davvero poco di cui nutrire speranza.