Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post

lunedì 17 maggio 2021

Napoli in piazza per la Palestina

Foto Pagina FB del Centro Culturale Handala Ali - مركز حنظله علي الثقاف

 
Come tutte le maggiori città del Paese, anche Napoli è stata attraversata da migliaia di persone che si sono riversate nelle strade per dare vita a una grande manifestazione contro l’aggressione israeliana a Gaza, contro le violenze e i raid delle forze di polizia in diverse località della Cisgiordania, e, in particolare, contro la brutale repressione delle manifestazioni che, a Gerusalemme, hanno accompagnato l’ordine di espulsione di diverse decine di persone, intere famiglie, spesso con bambini, dal quartiere di Sheikh Jarrah, nella zona occupata di Gerusalemme Est. 
 
La manifestazione a Napoli, che ha visto la presenza in piazza di alcune migliaia di persone e ha registrato una corale partecipazione unitaria di una variegata platea di associazioni, partiti, organizzazioni politiche e sindacali, comitati, collettivi, articolazioni di movimento, ha dapprima animato un presidio in Piazza del Plebiscito, una della piazze simbolo della “capitale del Mezzogiorno”, quindi dato vita a un corteo che si è diretto verso il porto, per rappresentare un blocco simbolico delle navi cariche di armi destinate a Israele e come ponte di solidarietà e di impegno con i lavoratori portuali di Livorno, che hanno manifestato contro la partenza della nave Asiatic Island, diretta, secondo quanto riportato dalla stampa, al porto di Ashdod, in Israele, con un carico che avrebbe compreso anche esplosivi e munizioni. 
 
Come ha specificato un comunicato dell’USB, infatti, «grazie alla segnalazione del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova e dell’associazione WeaponWatch, sappiamo che al suo interno vi sono contenitori carichi di armi ed esplosivi diretti al porto israeliano di Ashdod. Armi ed esplosivi che serviranno ad uccidere la popolazione palestinese già colpita da un duro attacco proprio questa notte che ha causato centinaia di vittime tra la popolazione civile, tra cui anche numerosi bambini». Anche allo scopo di rimarcare il carattere strategico dell’unità del mondo del lavoro e dell’impegno del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, in senso internazionalista, per la pace e contro la guerra, per porre fine all’occupazione in Palestina e sostenere l’autodeterminazione e l’amicizia tra i popoli, il comunicato ha specifico infatti che «contemporaneamente abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione con i lavoratori portuali livornesi affinché il coraggioso esempio che arriva dal porto di Genova possa essere riproposto anche sul nostro territorio. Il lavoro è importante, specie in questi tempi, ma questo non può farci chiudere gli occhi, o peggio ancora farci diventare complici, di massacri continui nei confronti della popolazione civile». 
 
Tornando a Napoli, tanto nel presidio, quanto nel corteo verso il porto, la richiesta di iniziative concrete e unificanti, capace di raccogliere la più ampia adesione delle forze di progresso e di traguardare una dimensione propositiva e costruttiva, sia di denuncia e di contro-informazione, sia di iniziativa e di programma, è stata scandita in maniera chiara: ritiro da tutti i territori occupati, dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est, dalle alture del Golan; smantellamento delle colonie israeliane e sospensione immediata della demolizione delle case e della pulizia etnica in atto a Gerusalemme, come ad esempio nel quartiere, appunto, di Sheikh Jarrah; fine dell’assedio di Gaza; libertà per i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. 
 
E poi, ovviamente, in termini complessivi, il rispetto del diritto e della giustizia internazionale con applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina, tra le quali, in particolare, la risoluzione 194 (1948) della Assemblea Generale che sancisce il diritto al ritorno nelle proprie case dei profughi palestinesi, la risoluzione 242 (1967) che ribadisce che l’occupazione israeliana della Palestina è illegale, fuori e contro il diritto e la giustizia internazionale, e ancora la cruciale, recente, risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza, in base alla quale, «condannando ogni misura tesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, riguardante, tra l’altro, la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali [...] riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce flagrante violazione del diritto internazionale; [...] insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est; [...] sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispensabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati [...]». 
 
Sono state avanzate altresì, in particolare, la richiesta al governo italiano di «sospendere immediatamente tutte le forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso, nonché di farsi promotore di simile istanza presso i governi dei Paesi dell’Unione Europea» e la richiesta alla comunità internazionale di sospendere qualsiasi accordo militare con Israele e di promuovere un embargo militare a Israele come forma legittima di pressione internazionale per la cessazione delle violenze e la fine dell’occupazione della Palestina. 
 

sabato 12 luglio 2014

Verità e Giustizia per la Palestina


La guerra scatenata da Israele contro la Palestina, all'indomani della uccisione dei tre giovani coloni israeliani in area, peraltro, sotto controllo israeliano, è in realtà una rappresaglia violenta ed una punizione collettiva 

nei confronti dell’intero popolo palestinese: demolizioni, bombardamenti, arresti, cento morti e seicento feriti, senza contare l’immane devastazione, in termini di dolore e sofferenza, di raccapriccio e terrore, che questa violenza ha innescato, solo nei primi giorni della campagna militare cinicamente denominata “Barriera Protettiva”.


Questa autentica aggressione, con l’imperiosa e improvvisa devastazione scatenata, non dovrebbe semplicemente accendere i riflettori di una (ennesima) emergenza, ma soprattutto ricordare al mondo che la guerra nei Territori Palestinesi Occupati, in realtà, non è mai finita. La Cisgiordania continua a subire la violenza di una costante colonizzazione, una lacerante sottrazione di terra e di libertà, la ferita obbrobriosa del Muro dell’Apartheid. Gaza è una autentica prigione a cielo aperto, il cui confine è presidiato dalle forze militari di Israele e da cui non è praticamente possibile né entrare né uscire. I palestinesi di Gaza, in trappola e sotto le bombe, vivono la situazione più disperata.

La matrice del conflitto non è nel terrorismo palestinese, deprecabile e contro-producente, contro Israele, ma nell’occupazione israeliana. Fa sempre un certo effetto dovere ricordare, nel silenzio e nell’oblio del mainstreaming mediatico, che i Territori Palestinesi di Cisgiordania e Gaza, sin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, sono occupati dallo Stato di Israele, che è lo Stato occupante e, pertanto, responsabile della sicurezza, in particolare nell’area in cui è avvenuto il sequestro e l’uccisione, altrettanto deprecabile e contro-producente, dei tre giovani coloni israeliani. Il tentativo, da parte di Israele, di fare ricadere sulle spalle dell’Autorità Nazionale Palestinese, la responsabilità dell’accaduto, è un tentativo cinico e baro, una menzogna creata ad arte per giustificare la guerra, che punta a preservare lo status quo e distruggere l’unità nazionale palestinese, così faticosamente conseguita.

Oggi, nel pieno dell'aggressione israeliana contro Gaza, siamo esattamente a dieci anni dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia contro il Muro dell'Apartheid, costruito da Israele entro i confini della Cisgiordania, definito “contrario alla legge internazionale”, pericoloso in quanto costituisce un “fatto compiuto” che può determinare un “precedente grave”, in termini di segregazione di un popolo e di sottrazione di territorio, e “impedisce gravemente l’esercizio da parte della popolazione palestinese del suo diritto alla auto-determinazione, costituendo un’infrazione dell’obbligo di Israele a rispettare quel diritto”, riconosciuto e protetto dalla Carta delle Nazioni Unite.

La questione palestinese ha al suo centro l’occupazione militare israeliana, ed è fatta, da una parte, di apartheid e colonizzazione, dall’altra di diritti e speranze negate, a partire dal diritto di auto-determinazione e dal diritto al ritorno del popolo palestinese. Senza porre fine all'occupazione ed al colonialismo, come si comprende anche ad un’occhiata, superficiale e distratta, alla carta geografica, sarà impossibile una soluzione positiva del conflitto e il percorso pieno della pace.

Queste ragioni chiamano in causa noi tutti, la “comunità internazionale”, società civile e autorità istituzionali, complessivamente intesa. Israele non è uno “stato illegittimo” da fare scomparire dalla carta geografica; Israele è nella condizione di uno “stato criminale” che, attraverso gli strumenti del diritto e della giustizia internazionale, deve essere ricondotto nel consesso dei soggetti pari della “comunità internazionale”, né al di sopra della legge, né tributario di una grazia speciale di esenzione o di impunità. Sono circa settanta le risoluzioni delle Nazioni Unite di condanna dei comportamenti dello Stato di Israele; circa trenta le risoluzione dell’ONU violate da Israele, primo in questa “classifica”.

Serve un’assunzione di responsabilità. Ad esempio, mettendo al bando le attività economiche e i relativi investimenti nei Territori Occupati e cessando la cooperazione militare, a tutti i livelli, con Israele: bloccare la consegna a Israele dei jet M346, definiti “addestratori avanzati” ma in realtà già progettati per essere armati con missili o bombe, da usare, come è accaduto finora, prevalentemente contro i palestinesi; cancellare, sul piano della politica italiana, la cooperazione militare Italia-Israele (l. 17 maggio 2005, n. 94) e, sul piano internazionale, il programma di cooperazione individuale nel quadro della partnership NATO-Israele, varato il 2 dicembre 2008, alla vigilia di “Piombo Fuso”.

Come bene mette in luce una delle piattaforme di mobilitazione a sostegno della auto-determinazione palestinese e contro la guerra a Gaza, che si stanno moltiplicando negli ultimi giorni: « Opporsi a questo stato di cose non significa essere “antisemiti”, anzi, significa combattere ogni forma di razzismo, discriminazione e sopraffazione portando avanti rivendicazioni di libertà, democrazia e giustizia che accomunano tutti gli sfruttati e gli oppressi della terra, che quotidianamente lottano per conquistare diritti sociali e civili, culturali e politici; giustizia e libertà per un futuro dignitoso».