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martedì 20 settembre 2022

Una Giornata della pace alla vigilia delle elezioni

そらみみ, Hiroshima Memorial Park, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons.

Incroci e scadenze del calendario civile hanno dato luogo alla significativa coincidenza per cui la Giornata internazionale della pace (21 settembre) viene a cadere praticamente alla vigilia delle Elezioni politiche in Italia (25 settembre), dopo una campagna elettorale dominata, insieme con quello della prosecuzione o meno della cosiddetta “agenda Draghi” e delle misure legate all’attuazione del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, soprattutto dal tema del carovita, della recessione, dell’aumento della bolletta energetica e dei costi a carico dei cittadini, dei lavoratori, e degli attori produttivi in generale, come conseguenza della speculazione inter-nazionale e delle sanzioni imposte dall’Italia e dagli alleati della NATO alla Russia a seguito del conflitto in Ucraina. La coincidenza porta con sé una domanda: si tratta della solita retorica, per cui non si troverà nessuno contrario, a parole, alla pace e a una soluzione politica e pacifica del conflitto, o si possono intravedere elementi concreti che disegnano una proposta, politicamente percorribile, di pace, anche in questa campagna elettorale?

Una possibile risposta alla domanda, canonica, porta con sé, in effetti, un’altra domanda: cosa c’è scritto, sul tema della guerra e della pace, sulla grande questione del nostro tempo, nei programmi elettorali delle forze politiche che si presentano all’appuntamento elettorale del 25 settembre? Per quello che riguarda il Partito Democratico, ad esempio, il sostegno alle politiche in corso e l’allineamento con la NATO sono ribaditi e rivendicati: «Vogliamo che UE, NATO e ONU rimangano le organizzazioni internazionali di riferimento per l’Italia, dove svolgere un ruolo autorevole e da protagonisti. Deve inoltre continuare il sostegno all’Ucraina, insieme all’iniziativa politico-diplomatica congiunta di Germania, Francia e Italia per la fine dell’aggressione e l’avvio di negoziati di pace». Come dire: la NATO sullo stesso piano dell’ONU quali «organizzazioni internazionali di riferimento» e prosecuzione del sostegno (evidentemente anche militare) all’Ucraina. Tale spazio di intervento viene esteso alla UE, della quale si rivendica anche la strategia propriamente militare: «Con l’approvazione della nuova “Bussola strategica”, la UE ha assunto con più decisione la prospettiva della costruzione di una Difesa comune. È un punto che riteniamo decisivo affinché l’Europa sia sempre più influente nel contesto globale».

Sull’altro versante dell’arco parlamentare, Lega e Fratelli d’Italia non hanno posizioni, al di là della propaganda elettorale, significativamente diverse: «L’Italia deve diventare il ponte verso i Paesi terzi a nome della NATO e dell’Europa, assumendo il ruolo come uno dei principali interlocutori dell’Occidente e, in determinate situazioni di conflitto, cooperando con l’ONU per lavorare alle crisi regionali e globali», è scritto nel programma della Lega. Con le proposte, tra le altre, di «promuovere sul fronte della sicurezza continentale una maggiore collaborazione tra eserciti dei Paese europei» e di «recuperare un ordine internazionale liberale, con l’Italia protagonista nel riportare i suoi principi cardine in seno alle sue principali alleanze: NATO e UE». In particolare, «l’appartenenza alla NATO è garanzia di una mutua difesa e richiede un impegno anche in termini di risorse economiche». Senza grandi differenze, nel programma di Fratelli d’Italia, se non con un’accentuazione ancora maggiore: «Pieno rispetto delle nostre alleanze internazionali, anche adeguando gli stanziamenti per la Difesa ai parametri concordati in sede di Alleanza Atlantica. Al fianco dei nostri alleati internazionali nel sostegno all’Ucraina di fronte all’aggressione della Federazione Russa. [...] Promuovere politiche di Difesa comune dell’Unione europea e la costituzione di una «colonna europea» della NATO, pilastri indispensabili per la sicurezza e l’indipendenza del Continente».

Quanto al Movimento 5 Stelle, il programma conferma le due «stelle polari» della politica internazionale: «da un lato, la nostra vocazione europeista, [...] dall’altro, la centralità dell’appartenenza del nostro Paese alla Alleanza Atlantica, la quale resta essenziale al fine di garantire la sicurezza e la difesa del nostro Continente» aggiungendo, in relazione al conflitto in Ucraina, la proposta di «una Conferenza internazionale, ispirata non all’esempio della Conferenza di Yalta, ovvero alla divisione del mondo in blocchi e sfere di influenza, ma piuttosto alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa di Helsinki del 1975, che, coinvolgendo anche l’Unione Sovietica, seppe inaugurare una stagione di distensione e un percorso volto al superamento della politica dei blocchi in Europa, creando le basi per un organismo multilaterale di sicurezza quale è l’OSCE».

Fin qui dunque il panorama delle forze che, confermando l’impegno per un rafforzamento anche militare della integrazione europea e una rinnovata rilevanza della NATO nello scenario internazionale, si collocano, con diversi accenti e sfumature, nell’orbita di quello che pure è stato definito il «partito unico della guerra». Al di fuori di questo si collocano, invece, quelle aggregazioni elettorali al cui interno hanno deciso di situarsi le forze politiche da più tempo e con maggiore coerenza impegnate sul versante, in senso generale, di lotta contro la guerra e per la pace. Nel programma della Alleanza Verdi e Sinistra, che comprende Sinistra Italiana ed Europa Verde, «il ripudio fermo di ogni guerra, il faticoso e costante lavoro per la pace, il diritto di auto-determinazione dei popoli, la difesa non derogabile dei diritti umani sono i riferimenti imprescindibili della nostra politica internazionale»; «va interrotto subito l’invio di armi in Ucraina e riaperta la strada del confronto diplomatico».

Qui, pur senza mettere sostanzialmente in discussione il sistema di alleanze internazionali, si richiama l’esigenza di una «moratoria delle spese aggiuntive ... per le nuove spese d’arma» e di una «legge quadro istitutiva dei Corpi Civili di Pace» e per una Difesa Civile Non-armata e Nonviolenta. Sulla stessa falsariga, ma con accentuazioni e caratterizzazioni diverse, il programma di Unione Popolare, che comprende Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, che chiede lo «stop immediato dell’invio di armi a tutti i Paesi in guerra e ritiro dei soldati all’estero se non autorizzati dall’ONU, che va rafforzata e sottratta ai veti incrociati delle superpotenze», ma si limita, quanto al sistema di alleanze internazionali, a proporre di «operare per il superamento della NATO» e «operare ... per una riforma in senso democratico delle istituzioni di Bruxelles». Tra le cosiddette, utilizzando la corrente espressione giornalistica, “formazioni anti-sistema”, per quanto riguarda le questioni della guerra e della pace e le politiche internazionali, Italia Sovrana e Popolare, che raccoglie una pluralità di forze politiche diverse, tra cui Partito Comunista e Azione Civile, e formazioni sovraniste, da Ancora Italia a Riconquistare l’Italia, chiede («rigettiamo la presenza della NATO») «l’immediato blocco all’invio di armi al regime ucraino, la promozione di un’opera di mediazione rivolta alla pace, l’interruzione delle sanzioni alla Russia»; «l’archiviazione della stagione dell’unipolarismo atlantista e l’approdo a un mondo multipolare»; «una posizione di neutralità ed equidistanza».

Com’è noto, a proposito della Giornata Internazionale della Pace, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato la ricorrenza del 21 settembre una giornata dedicata a consolidare, rafforzare e promuovere gli ideali della pace, anche osservando 24 ore di iniziative per la pace, di nonviolenza e di cessate-il-fuoco nei conflitti in corso. Sono le stesse Nazioni Unite, peraltro, a riconoscere che «conseguire la pace significa molto più che, semplicemente, fare tacere le armi. Conseguire la pace richiede la costruzione di società nelle quali tutti i membri sentano di poter prosperare; riguarda la creazione di un mondo in cui le persone siano trattate in maniera eguale, qualunque sia la loro provenienza etnica. Come ha detto, infatti, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Il razzismo continua ad avvelenare le istituzioni, le strutture sociali, e la vita quotidiana in ogni società; continua a rappresentare un fattore di persistente diseguaglianza; e continua a impedire alle persone di godere dei propri diritti umani fondamentali. Il razzismo destabilizza le società, minaccia le democrazie, erode la legittimità dei governi; il nesso tra razzismo e diseguaglianza di genere è inconfondibile». Per questo, il tema della Giornata per il 2022 è «Porre fine al razzismo, costruire la pace».

lunedì 13 novembre 2017

Una lettura della Rivoluzione Disarmista di Carlo Cassola

L’ormai “storico” volumetto, pamphlet, di Carlo Cassola, La Rivoluzione Disarmista, pubblicato a Milano nel 1983, continua, nonostante i quasi trentacinque anni di distanza dalla pubblicazione, a parlarci di una vicenda attuale e a chiamarci ad un impegno, una responsabilità, davvero pressante. È forse questo tempo di “ricomparsa guerra permanente” e “rinnovata minaccia nucleare” a consegnarci una attualità imprevista della riflessione di Cassola; fatto sta che, dalla speranza nei presunti «dividendi della pace», all’indomani della fine della Guerra Fredda, della contrapposizione bipolare e della deterrenza nucleare, siamo ripiombati oggi in una stagione nella quale il nucleare continua a segnare il nostro tempo, la minaccia e la deterrenza nucleare tornano purtroppo di attualità, lo spettro della guerra resta aggressivo e minaccioso come in tanti altri momenti nel Novecento.

E così ridiventa utile leggere questo contributo di Cassola che, situandosi a metà strada, per l’andamento della sua stesura ed il carattere della sua argomentazione, tra il diario delle riflessioni personali e il saggio della ricerca analitica, assume davvero l’aspetto e il tono di un volumetto politico, insieme dotato di vigore letterario e di spessore polemico. Vale appena la pena di ricordare, detto in premessa, che, nel momento in cui ci riferiamo all’autore, stiamo parlando di uno dei più noti scrittori del Novecento Letterario italiano, autore di racconti e romanzi del calibro di “Fausto e Anna”, “I vecchi compagni” e soprattutto l’opera sua più famosa, “La ragazza di Bube”, che gli valse il Premio Strega nel 1960. Un autore sempre contraddistinto dallo sguardo penetrante e attento alle pieghe del vivere e alle sfumature dell’esistenza e dalla prosa piana e lineare, forse perfino semplice, lontana dall’avanguardia. Della sua letteratura, Salvatore Guglielmino, ad esempio, ha detto che «mira a cogliere, in una vicenda o in un gesto, il suo aspetto più autentico, l’elemento sia pur modesto e quotidiano che ci svela il senso di un’esistenza, il tono di un sentimento». 

Sincero democratico (partigiano nelle brigate garibaldine, iscritto al Partito d’Azione, consigliere socialista) ed autentico antimilitarista (fondatore della «lega per il disarmo», promotore di un celebre «appello degli uomini di cultura per il disarmo unilaterale dell’Italia», ispiratore di una vera e propria «rivoluzione disarmista»), è proprio all’idea (all’utopia?) di una «rivoluzione disarmista» che Cassola dedica il suo pamphlet. Il tema cruciale è quello della “rivoluzione” che occupa, infatti, un posto di primo piano nell’articolazione del volume, al punto che il capitolo introduttivo si intitola, ambiziosamente, “La Rivoluzione che non c’è stata”: «I due flagelli biblici della peste e della fame sono stai domati in epoca moderna (quello della fame, solo in Europa): con sollievo generale. Il flagello biblico della guerra continua ad esistere, con sopportazione generale. È ad esso che si devono i milioni di morti di fame ogni anno in quattro continenti. È ad esso che si dovrà, a brevissima scadenza, la fine del mondo, cioè il più gran crimine che l’uomo possa commettere ai danni di sé stesso» (p. 7). È forse appena il caso di osservare, con Cassola, che questa “rivoluzione”, prima ancora che “disarmista”, è senza dubbio “umanista”, almeno nel senso del carattere fondativo, quasi neo-illuminista, che la ragione umana deve avere nel suo sviluppo: «fuor di metafora dirò che l’intelligenza è progressista, anzi, rivoluzionaria; il pregiudizio è, per contro, conservatore e reazionario» (p. 9). Un bel messaggio, pertinente e sfidante, anche alla luce dei tempi che corrono: «il nuovo è la rivoluzione. Ed è facile capire perché: l’intelligenza non fa mai le cose a mezzo» (p. 13). 

Proprio per questo, la rivoluzione auspicata da Cassola non può che essere, al tempo stesso, e qui si giunge al nucleo della sua riflessione, “disarmista” ed “antimilitarista”, in senso complessivo: vale a dire, non solo nell’accezione negativa del superamento del complesso militare e delle articolazioni (e condizionamenti) di potere che ne derivano, ma anche nell’accezione positiva della trasformazione del modello di sviluppo in un senso che metta fuori gioco il primato o la centralità dello stesso complesso militare. Cassola non ha dubbi nell’individuare il principale problema del giorno d’oggi: «evitare ad ogni costo una terza guerra mondiale, che significherebbe la fine della vita sul pianeta terra» (p. 57). E si mostra lucidissimo anche nell’indicare la forma di questo problema: «non si risolve la questione sociale se non si elimina il peggiore ostacolo alla sua soluzione, vale a dire il militarismo» (p. 122). In questo modo, individua con precisione la connessione tra modello di sviluppo (capitalista) e logica della guerra (militarista) ed indica la direzione di marcia di una lotta conseguente contro la guerra e per la pace, vale a dire, al tempo stesso, contro il capitalismo e il militarismo e contro il primato del militare e la logica della sopraffazione nelle relazioni tra i popoli. 

Nell'immagine, il poster di una delle più recenti iniziative di presentazione del volume, uno degli ultimi interventi pubblici di Alberto L'Abate (1931 - 2017), per gli ulteriori approfondimenti dei cui contenuti si rimanda all'articolo su Odissea nonché al reportage a cura di Salvatore de Napoli per RTA live.

lunedì 16 ottobre 2017

Il Nobel per la Pace all’ICAN

Mrsmokeybear (opera propria), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


La Campagna Internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN) ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2017, come recita la motivazione ufficiale, «per il suo lavoro nel sollevare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsivoglia uso di armi nucleari e per il suo impegno nel conseguimento di un trattato internazionale per la proibizione di tali ordigni». 

Si tratta di un riconoscimento, senza entrare nelle polemiche relative ad altre assegnazioni di Nobel per la Pace, senza dubbio significativo: perché riconosce l’importanza della proibizione, della messa al bando, e, in prospettiva, dell’eliminazione delle armi nucleari; e perché conferisce un riconoscimento all’impegno continuativo di realtà di base, singole e associate, per un mondo libero da armi nucleari, nella prospettiva del transarmo e del disarmo, e per il contrasto alla guerra e la promozione della pace, nell'orizzonte, da più parti perseguito, di un mondo di «pace con giustizia». 

Infatti, l’ICAN è una coalizione internazionale, attiva dal 2007, che è partita letteralmente dall’altro capo del mondo, l’Australia, e che è stata poi ufficialmente lanciata a Vienna, in Austria (2007). I fondatori della campagna, come ricorda il sito ufficiale dell’ICAN, sono stati ispirati dagli importanti successi della Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine, che, appena un decennio prima, aveva svolto un ruolo fondamentale ai fini della negoziazione di una convenzione internazionale per la messa al bando delle mine anti-persona, che avrebbe poi dato luogo al Trattato di Ottawa, entrato in vigore nel 1999.

Sin dalla fondazione, l’ICAN ha lavorato e lavora per consolidare un consenso globale ai fini dell’abolizione delle armi nucleari. Impegnando un’ampia rete di gruppi e comitati, singoli ed associazioni, e lavorando fianco a fianco con la Croce Rossa ed istituzioni con atteggiamento positivo sulla questione della abolizione del nucleare, è stato possibile rilanciare il dibattito sulle armi nucleari e riprendere l’opzione della totale eliminazione. Come ha ribadito anche l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, va reso, quindi, il dovuto merito all’ICAN, anche e soprattutto «per il suo impegno e per la sua creatività». 

Essendo una campagna internazionale, all’ICAN aderiscono reti e organizzazioni. In particolare, si tratta di una “convergenza” di 468 organizzazioni partner presenti in 101 Paesi del mondo. 

Tra le articolazioni internazionali, sono numerose le piattaforme e le campagne, le strutture e le reti che fanno parte di ICAN (tra queste ricordiamo almeno la Global Partnership for the Prevention of Armed Conflict - GPPAC, la International Fellowship of Reconciliation - IFOR, l’International Peace Bureau - IPB, la Confederazione Sindacale Internazionale - ITUC, l’Unione Internazionale della Gioventù Socialista - IUSY, Pax Christi International, l’Agenzia Stampa Pressenza International, il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà - WILPF). 

In Italia, fanno parte di ICAN: l’Associazione Italiana di Medicina per la Prevenzione della Guerra Nucleare, Cormuse, l’IRIAD - Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, la RID - Rete Disarmo, PeaceLink, Senzatomica, la WILPF Italia e la World Foundation for Peace. Dunque, un’ampia articolazione di società civile per la pace e per il disarmo.

D’altra parte, come hanno sottolineato le piattaforme italiane sostenitrici di ICAN e degli sforzi per il disarmo nucleare, si tratta di un vero e proprio riconoscimento popolare, del lavoro degli attivisti e delle attiviste che, impegnati quotidianamente nello sforzo per costruire un mondo di pace, libero dalle armi e, in particolare, dalle armi nucleari, si battono sul versante sociale, politico, culturale contro il militarismo. 

Nelle parole della Rete Disarmo e della Campagna Senzatomica, infatti, si tratta di «un riconoscimento che premia gli sforzi della società civile internazionale che ha rilanciato il percorso del disarmo nucleare a partire da principi umanitari, e che dimostra come ci sia la necessità, in questo mondo pieno di tensioni, di mettere al bando le armi nucleari. 

«Questo premio è l’occasione per rilanciare ulteriormente il percorso del Trattato internazionale di messa al bando delle armi nucleari e chiedere che il Governo italiano ripensi la propria posizione, che si oppone al Trattato stesso, andando a seguire quella che è sicuramente la volontà delle maggioranza degli italiani: che le armi nucleari siano messe fuori dalla storia!». 

Analoga nei contenuti la presa di posizione dell’altra piattaforma italiana sostenitrice di ICAN, quella dei “Disarmisti Esigenti”, dal momento che è possibile «agire e pesare dal basso per costruire un mondo disarmato e di giustizia, cercando la pace con vie di pace, anche a partire da scelte di disarmo unilaterale del nostro Paese». 

Ricostruire un terreno unitario di convergenza tra reti e piattaforme, sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica, delle articolazioni sociali e dei decisori pubblici, rilanciare e approfondire iniziativa e mobilitazione per il disarmo, in particolare il disarmo nucleare, e per la pace e contro la guerra, è l’impegno, con ancora più forza e determinazione del passato, cui il Nobel per la Pace all’ICAN richiama tutti gli attivisti e le attiviste. 

venerdì 22 maggio 2015

Pace per decreto. La norma attuativa dei corpi di pace, tra traguardi e contraddizioni.

Ponte di Mitrovica, Kosovo, 2005
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015) del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali recante misure inerenti alla «Organizzazione del contingente dei Corpi Civili di Pace, ai sensi dell'articolo 1, comma 253, della legge 27 dicembre 2013, n. 147», il cosiddetto, atteso, decreto attuativo di sperimentazione delle “azioni non-governative di pace” introdotte, nell'ambito del Servizio Civile Nazionale, con l'emendamento Marcon (SEL) in Legge Finanziaria 2014, segna, indubbiamente, una tappa rilevante nel percorso relativo alla sperimentazione e istituzionalizzazione degli interventi di pace della società civile del nostro Paese, dal momento che, insieme con l'appena citato emendamento, rappresenta il primo atto normativo compiuto, nel quadro della legislazione italiana, in materia di interventi civili di pace.
 
Il decreto attuativo viene così a rappresentare il momento culminante di una lunga stagione di impegno, nel corso della quale le formazioni della società civile organizzata, raccolte nelle reti tematiche impegnate sul tema della gestione nonviolenta e della trasformazione costruttiva dei conflitti (in primo luogo, la Rete Disarmo, la Rete della Pace, il Tavolo Interventi Civili di Pace), hanno maturato una progressiva evoluzione, impegnandosi nella riflessione sulle modalità ed i limiti dell'azione civile di pace, in Italia e all'estero, riflettendo sul carattere ed il profilo, le specificità e le caratteristiche, dell'intervento di pace della società civile italiana ed avanzando proposte volte alla sperimentazione sul campo e alla definizione normativa.
 
Non sarà del tutto inutile, a questo scopo, ricordare almeno, sotto il profilo della riflessione relativa alla impostazione generale, la redazione del documento, a cura degli attori del tavolo degli interventi civili di pace, dedicato a «Identità e Criteri degli Interventi Civili di Pace Italiani» (10 Giugno 2012), che, per la prima volta in Italia, ha definito le modalità dell'impegno nonviolento e le linee-guida per gli operatori di pace, impegnati in azioni, interventi e corpi civili di pace, in territorio nazionale e in ambito internazionale; nonché, sotto il profilo della sensibilizzazione pubblica e della promozione sociale, l'implementazione del progetto omonimo Info-EaS per la sensibilizzazione e l'educazione alla pace e alla gestione creativa dei conflitti, la costruzione di momenti di approfondimento e di advocacy a cura delle diverse organizzazioni delle reti tematiche e, in particolare a Vicenza, la realizzazione di un vero e proprio percorso di ideazione creativa per corpi civili di pace, sin dal 2011, in collaborazione con i gruppi e le associazioni della Rete CCP.
 
Né, certamente, meno importanti sono state le esperienze realizzate sino a questo punto dalle organizzazioni di società civile che, anche in un contesto di sostanziale vuoto normativo, almeno a livello nazionale, hanno saputo ideare ed innovare, sviluppando, nella concezione e nella pratica, esperienze pilota che hanno letteralmente aperto una prospettiva di futuro: dalle esperienze dei Caschi Bianchi e dei progetti di peace-keeping civile già incardinati, sin dal 2004, nell'ambito del servizio civile nazionale all'estero, sino al progetto “Raccogliendo la Pace” per interventi civili di pace in Palestina, a partire dal 2010, e al progetto dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo” che, sostenuto dal Comune di Napoli nel 2011-2012, ha rappresentato un altro precedente importante, il primo progetto di un Ente Locale per Corpi Civili di Pace in zona di conflitto.
 
Su questo lungo ed esteso retroterra, viene dunque ad innestarsi l'articolato del decreto attuativo. Si tratta di un testo non occasionale né superficiale, articolato e dettagliato, che, attraverso nove articoli, definisce i caratteri salienti della sperimentazione delle azioni non-governative di pace, inquadrate nell'ambito del Servizio Civile, in base ai contenuti dell'emendamento Marcon. Tali articoli riguardano: la definizione e l'ambito di applicazione, i settori e le aree di intervento, la tipologia di progetti prevista, le caratteristiche e la formazione del personale, le disposizioni di sicurezza, il monitoraggio e la valutazione. Sin dai titoli e, a maggior ragione dalla lettura, vengono alla luce alcune tra le maggiori criticità e le più significative contraddizioni del testo del documento che, in estrema sintesi, riguardano proprio i temi della configurazione esclusivamente volontaria, delle aree di intervento e delle disposizioni di sicurezza. Procediamo con ordine.
 
Giustamente il decreto, nella sua premessa che è parte integrante del testo, dettaglia il quadro normativo di riferimento, sia a livello internazionale e comunitario, sia a livello nazionale, e opportunamente menziona, tra gli altri, il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite «Una Agenda per la Pace» (17 Giugno 1992), la Risoluzione della Assemblea Generale «Sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi sociali di promuovere e proteggere le libertà fondamentali ed i diritti umani universalmente riconosciuti» (8 Marzo 1999) e la Raccomandazione del Parlamento Europeo sull'istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo (10 Febbraio 1999). Non meno significativa, peraltro, la totale assenza di qualsivoglia riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno, a più riprese, ricordato al legislatore la parità di livello tra la difesa civile e la difesa militare e l'esigenza di assicurare un'adeguata promozione ed un adeguato sviluppo alla difesa civile, a partire almeno dalla sentenza 164 del 1985.
 
Qui si innesta la prima contraddizione del decreto attuativo: recidendo il legame tra azioni civili di pace e difesa, in particolare difesa civile, si instaura una soluzione di continuità con il percorso che ha portato dalla obiezione di coscienza al servizio civile e dall'impegno per la pace e contro la guerra all'azione costruttiva per la promozione della pace e la prevenzione della guerra. Inoltre, si finisce per confermare non solo il primato, ma addirittura l'esclusiva del “militare” nel settore della difesa, relegando di fatto l'azione dei progetti, che saranno presentati in questa cornice normativa, ad azioni di solidarietà e di promozione sociale, pur se chiaramente legate ai temi della pace e dei diritti umani, slegate di fatto a compiti di prevenzione della guerra e della escalation. Se è vero che l'art. 2, comma 2, alle lettere a., b., c. ed e., adeguatamente elenca gli ambiti di impegno propri di tali azioni di pace (sostegno ai processi di democratizzazione, mediazione e riconciliazione; sostegno alle capacità della società civile locale per la risoluzione dei conflitti; monitoraggio dei diritti umani e del diritto umanitario; educazione alla pace), è pur vero che lo stesso comma, alla lettera d., inserisce “attività umanitarie”, genericamente intese, rischiando quindi di ulteriormente de-specificare il profilo ed il carattere di tali azioni di pace ed allontanandole dal “proprium” dei Corpi Civili di Pace.
 
La cornice che si è scelta per “inquadrare” la sperimentazione non è, d'altro canto, la più idonea o adeguata se si vuole traguardare, appunto, l'obiettivo dei Corpi Civili di Pace: si fa riferimento, infatti, come previsto nelle premesse normative ed esplicitamente segnalato dall'art. 4 del decreto, a giovani volontari tra i 18 e i 28 anni di età (art. 4, comma 1, lettera a.), in linea con il fatto che la sperimentazione si svolge attraverso progetti di servizio civile, in Italia o all'estero. Viene così messo in luce il duplice problema, di caratterizzare la sperimentazione esclusivamente nei termini dell'impegno volontario e di consegnarla ad una platea con un'età non superiore ai 28 anni. È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno delle reti e del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque -esclusivamente- di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.
 
Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati -regolari e non regolari- non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole persino cogenti per gli operatori.
 
Vi si legge infatti che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI (Ministero degli Esteri)» (art. 7, comma 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, comma 2). Come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per -peraltro generiche- «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, inoltre, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del comma 6 in merito alla eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la stessa sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici dei “Peace Corps” statunitensi.
 
In conclusione, pur recependo alcuni caratteri condivisi degli interventi di pace della società civile italiana, il decreto attuativo è lontano dal profilo dei Corpi Civili di Pace che intendono impegnarsi sul tema della trasformazione costruttiva e della “pace con giustizia”. Introducendo di fatto un ibrido all'italiana tra “Cascos Blancos” e “Peace Corps”, tale inquadramento normativo inevitabilmente finirà per ispirare due tendenze distinte, all'interno del movimento, a seconda che si aderisca o meno all'impostazione fornita dal decreto stesso.

lunedì 2 giugno 2014

Una mobilitazione popolare: per un 2 Giugno di democrazia e di pace

Presidio Ucraina Antifascista: fonte PDCI Nazionale
Ogni anno, da diversi anni a questa parte, il 2 Giugno rappresenta, al tempo stesso, un'occasione e un contenitore: l'occasione per confermare e rivendicare, contro ogni deriva neo-militarista e revisionista, il carattere democratico e antifascista della nostra Costituzione, su cui si fonda (si dovrebbe, concretamente, fondare) la nostra Repubblica; e il contenitore di programmi e progetti, attivazioni ed iniziative che provino a mettere a fuoco le emergenze, vecchie e nuove, intorno alle quali riporre a tema l'elaborazione, cara ai movimenti per la pace e la nonviolenza, contro la guerra e l'imperialismo, per la democrazia ed il disarmo.
Ovviamente, l'esistenza dell'occasione e l'organizzazione del contenitore non risolvono da sé il problema: problema, che è oggi, anzitutto, quello della “messa a rete” e della “messa a sistema”, delle attivazioni e dei percorsi che, maturati all'interno e per iniziativa del movimento stesso, troppe volte faticano, pur perseguendo i medesimi obiettivi, a procedere insieme, a sviluppare le opportune sinergie ed a trovare le necessarie convergenze. A Napoli, città metropolitana, ponte tra le culture e porta del Mediterraneo, con le sue mille istanze e contraddizioni, la ricchezza del suo tessuto associativo e la varietà del suo panorama migratorio, tutto ciò assume connotati estremi, vivacissimi ed esplosivi. Per mille ragioni e - anche - in occasioni recenti.
Prendiamo il caso dell'Ucraina, tenendo a mente, sin da subito, che non di sola Ucraina si tratta, dal momento che, soprattutto all'indomani del recente discorso di Barack Obama a West Point, dovrebbero essere chiari i connotati dell'imperialismo statunitense, incarnati nel nuovo multilateralismo aggressivo (o, meglio, multilateralismo minaccioso) di quella che finalmente si afferma compiutamente come la “nuova” dottrina Obama, destinata a superare ed aggiornare, al tempo stesso, la “vecchia” dottrina Bush (per la quale sia consentito di rimandare al ns. “Da Bush a Bush”, Città del Sole Ed., qui): combinazione efficace di soft power ed hard power, introduzione di una diplomazia aggressiva, diversificazione ed ampliamento delle opzioni politiche e militari a disposizione, rivendicazione dell'impianto “messianico” alla esportazione della “democrazia” e conferma della guerra quale strumento di tutela ed affermazione degli interessi “americani”, ovunque minacciati, o semplicemente messi in discussione, ai quattro angoli del globo.
Senza disdegnare il ricorso a vecchi arnesi, che tuttavia, nella nuova configurazione del pianeta e alla luce della “ansia da leadership”, che anche il discorso obamiano minacciosamente ripropone, ri-assumono un aspetto sorprendentemente nuovo e finanche innovativo: destabilizzazioni e guerre per procura; sostegno alle istanze eversive, ovunque collocate e comunque ispirate (persino fasciste e naziste, all'occorrenza), per rovesciare il tiranno (alias: anti-americano o, semplicemente, non ultra-americano) di turno; appoggio diretto, in uomini e mezzi, consiglieri ed armati, media ed armi, a tutti quei soggetti (talvolta anche singoli) e organizzazioni (talvolta partiti, talvolta gruppi, talvolta fondazioni) che operano “dall'interno” delle singole compagini da rovesciare e sbaragliare in nome e per conto della democrazia liberale “a stelle e strisce”.
Non si sbaglia, dunque, a far correre la mente, non solo ad esempi che tendono a fare parte della storia, sebbene le loro propaggini si dipanino drammaticamente nella più imminente attualità, come mostrano i casi della Libia e della Siria, ma anche ai ben più imminenti casi del Venezuela, con i tentativi golpisti e le guarimbas delle destre ricche contro il governo bolivariano, e dell'Ucraina, dove la sollevazione golpista, ampiamente sostenuta e militarmente combattuta da settori fascisti e persino neo-nazisti, ha prima rovesciato un governo e poi dato corso ad una violenta repressione militare contro quella parte di popolo e di Paese meno incline a sopportare i diktat della junta. A Napoli, come si accennava, il 2 Giugno delle forze più conseguentemente democratiche e antifasciste, sarà dedicato alla mobilitazione per la pace e contro la guerra.
Dopo il presidio democratico al consolato ucraino (9 maggio), le iniziative di volantinaggio e l'assemblea aperta “Giù le Mani dall'Ucraina”, contro la guerra e il fascismo, per la pace e la democrazia, presso lo spazio ROSS@ nella Galleria Principe (23 maggio), la mostra-convegno promossa da cittadini e cittadine, provenienti dalle più varie repubbliche della ex Unione Sovietica, presso il Centro Culturale “La Città del Sole”, contro le aggressioni e le stragi della junta golpista (29 maggio), ha gettato i presupposti di un coordinamento delle mobilitazioni, che sarà lanciato proprio, simbolicamente, in occasione del 2 Giugno, per attivare un percorso di sensibilizzazione sociale, contro la minaccia fascista e le derive autoritarie, il precipizio della guerra e delle aggressioni che drammaticamente si affacciano, ancora, nel cuore dell'Europa.