Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post

giovedì 13 ottobre 2022

Manifestare per la pace

 

facebook.com/photo?fbid=541412494459728

Manifestare, assumere un’iniziativa, scendere in piazza per la pace, meglio ancora, si può dire, «contro la guerra e per la pace», è opportuno, necessario, importante. Opportuno, anzitutto, perché occorre dare voce ed espressione, tangibile e visibile, a quella larga maggioranza del popolo italiano che si è espressa e continua a esprimersi contro la guerra, con specifico riferimento alla guerra più recente, quella che oppone la Russia e la NATO in Ucraina. Come ha riportato, lo scorso 15 luglio, un articolo di antimafiaduemila, «dal 20 maggio all’8 luglio gli italiani che ... pensano che bisognerebbe continuare a inviare armi a Kiev si attestano su una media del 16%, ... mentre con maggiore favore, tra il 19% e il 31%, è vista l’opzione di mantenere le sanzioni ma smettere di mandare armi. Un dato rilevante ... evidenzia che al netto della percentuale di chi non esprime la propria opinione, la maggioranza relativa degli intervistati auspica il ritiro delle sanzioni e l’assunzione da parte dell’Italia del ruolo di mediazione (tra il 26% e il 28%). Rispetto all’aumento delle spese militari, inoltre, prevale un atteggiamento prevalentemente pacifista dell’opinione pubblica italiana, con un 60% ... in disaccordo con la scelta governativa di aumentare le spese militari, stando alle rilevazioni periodiche di Emg Different. Le percentuali di quanti invece si mostrerebbero favorevoli a un tale incremento si attesterebbero a un massimo del 30%».

Necessario, quindi, perché sempre più la dinamica della guerra e i suoi effetti economici e sociali, in particolare sui Paesi europei, si stanno rivelando insostenibili, con una escalation di distruzione e di morte sul campo di battaglia e con pesanti ripercussioni sulle economie e sulle società del Vecchio Continente, come emerge dal Report FragilItalia, di Area Studi Legacoop e Ipsos, secondo il quale «rispetto a inizio anno aumentano le difficoltà di pagare rate di finanziamenti personali (... 66%), di pagare l’affitto (... 65%) e di pagare il mutuo (... 61%). A pagare il prezzo più alto, i giovani della fascia 18-30 anni (il 76% ha difficoltà a pagare l’affitto), i residenti nel Mezzogiorno, gli appartenenti al ceto popolare (dove l’85% dichiara difficoltà a pagare le rate del mutuo e l’84% i canoni dell’affitto) e medio-basso. Ma sono anche i consumi a risentirne. L’81% (2 punti in più rispetto a inizio anno) dichiara di dover ridurre i consumi, o rinunciarvi, di gas ed energia elettrica; il 75% (4 punti in più) di abbigliamento; il 74% (3 punti in più) di benzina e gasolio; ... il 62% (1 punto in più) di carne. In testa alla lista dei consumi che subiranno drastici tagli o la completa rinuncia si colloca l’abbigliamento (33%), seguito ... dalle scarpe e dal gas ed energia elettrica (entrambi al 29%) e da benzina e gasolio (26%)».

Importante, appunto, perché prendere parola e assumere un’iniziativa contro la guerra e per la pace e, nello specifico del conflitto ucraino, per la fine di tutte le iniziative e le misure utili solo ad alimentare la guerra e la prosecuzione delle ostilità, per la fine della fornitura di armi all’Ucraina e la fine delle sanzioni alla Russia, per la cessazione dell’escalation e un immediato cessate-il-fuoco, per l’apertura di spazi per la soluzione diplomatica del conflitto basata su ipotesi di mutuo beneficio e di reciproca sicurezza (anche sulla base dello spirito dei protocolli di Minsk del settembre 2014 e del febbraio 2015, contemperando i principi di integrità territoriale e di autodeterminazione dei popoli e assicurando uno spazio di sicurezza libero dalla minaccia rappresentata dalle ingerenze USA e NATO sino ai confini della Federazione Russa), significa, al tempo stesso, riportare la logica della pace (del dialogo e della politica, del confronto e della diplomazia) e non la follia della guerra (con cui provare a imporre nuovi disegni egemonici o domini unipolari) al centro della politica e delle relazioni internazionali.

Non di meno, manifestare per la pace, assumere un’iniziativa in direzione del superamento e della trasformazione del conflitto e, in definitiva, della fine della guerra e della costruzione della «pace con mezzi pacifici», comporta anche un’assunzione di responsabilità che interroga, al tempo stesso, la credibilità di chi si fa interprete di proposte di manifestazione e di iniziativa e l’impegno di un’articolazione sociale la più incisiva ed efficace possibile rispetto agli obiettivi delle azioni che si vanno proponendo. Anche per questo hanno suscitato reazioni comprensibilmente contrastanti le proposte di manifestazione sin qui avanzate a livello istituzionale: da quella lanciata, con una recente intervista al Fatto Quotidiano, da Giuseppe Conte per «una manifestazione senza sigle e senza bandiere, aperta a tutti i cittadini che nutrono forte preoccupazione per il crinale che il conflitto in Ucraina sta prendendo», a quella proposta dal presidente della giunta della Regione Campania, Vincenzo de Luca, quest’ultima con l’obiettivo di «un cessate-il-fuoco di un mese, per ridare spazio a organismi nazionali e internazionali, ad autorità religiose e morali, al mondo della cultura, per lo sviluppo di iniziative di pace».

Occorre, viceversa, un’iniziativa di pace sociale e politica al tempo stesso, di ispirazione sociale e di caratura politica, tale da porsi, cioè, nell’ottica di costruire la piattaforma più avanzata possibile capace di mobilitare lo schieramento sociale più ampio possibile, in maniera incisiva e non episodica, alimentando la mobilitazione e facendo politica per la pace, e per la «pace positiva», nel senso della pace, dei diritti e della giustizia sociale. Un segnale in questa direzione, per la platea coinvolta e la tempistica indicata, giunge dall’appello «Non per noi, ma per tutte e tutti» per una manifestazione nazionale il 5 novembre «per la pace, la giustizia sociale e ambientale, contro le diseguaglianze e l’esclusione», in una dimensione «plurale, partecipata, democratica, conflittuale per rimettere al centro la voce dei diritti, contro le disuguaglianze e l’esclusione, per la giustizia sociale e ambientale».

lunedì 29 marzo 2021

“Fermiamo la Guerra!”


ZhengZhou, CC BY-SA 3.0, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38588191

 
Convocata con il duplice obiettivo di rappresentare contenuti di analisi e documentazione utili per animare e rilanciare iniziativa sulle grandi questioni della lotta contro la guerra e per la pace, e di consolidare relazioni e convergenze nell’ottica di fare rete e promuovere unità tra le diverse realtà della variegata galassia pacifista, antimilitarista e nonviolenta, l’assemblea online “Fermiamo la Guerra!” (27 marzo) è stata un’occasione preziosa, in questo tempo difficile, per fare il punto e rilanciare proposte di attivazione.

L’assemblea ha illustrato i contenuti di una recente, importante, elaborazione collettiva, vale a dire il Dossier “Fermiamo la Guerra”, cui hanno contribuito, insieme, le reti e i comitati dell’antimilitarismo napoletano e campano, vale a dire il Comitato di lotta per la Salute Mentale - Napoli, il Comitato BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele) Campania, il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio - Campania, la Campagna «Napoli Città di Pace», e la Rete Contro la Guerra e il Militarismo.

Non si tratta solo di una raccolta di contenuti di analisi e documentazione su militarismo, complesso militare industriale e dinamica delle spese e degli investimenti militari, nel nostro Paese e non solo, ma anche di uno strumento di rete e di iniziativa - come indica l’opuscolo - per riprendere «la mobilitazione per contrastare il crescente militarismo», per opporsi «alla militarizzazione dei territori diventata ancora più invasiva con i lockdown» e per contrastare «questo sistema basato sullo sfruttamento dell’essere umano e della natura».

L’opuscolo è quindi uno strumento analitico e pratico «contro la guerra e per la pace» e nasce (anche) dall’esigenza di creare convergenza e superare frammentazione, uno dei problemi di lunga data dell’universo, complessivamente inteso, in tutte le sue articolazioni, antimilitarista, pacifista e nonviolento, ribadendo l’importanza dell’impatto politico e, pertanto, del creare, al tempo stesso, unità e movimento. Gli attivisti e le attiviste delle reti coinvolte provengono da diverse esperienze e da diversi retroterra, cristiani, marxisti, pacifisti, antimilitaristi, nonviolenti, ma ciò non ha rivelato, per quanto complesso, impossibile giungere ad una riflessione condivisa e ad una elaborazione congiunta che si è tradotta in questa redazione collettiva.

«Tutto è interconnesso»: la correlazione tra capitalismo, militarismo e patriarcato è un luogo fondamentale del pensiero delle donne e dei movimenti per l’alternativa e a una figura storica del socialismo europeo, Jean Jaurès, si deve la celebre affermazione per la quale «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la tempesta». Come richiamato nel dossier, «questo sistema permette al 10% della popolazione mondiale di consumare il 90% dei beni prodotti: un mondo dove i pochi ricchi diventano straricchi a spese di miliardi di impoveriti. Secondo i dati delle Nazioni Unite, due miliardi di persone soffrono di insicurezza alimentare. [...]

«Duemila super-ricchi detengono una ricchezza superiore a quella posseduta da 4.5 miliardi di impoveriti e 3.8 miliardi di questi devono accontentarsi dell’1% della ricchezza». Solo in relazione alle spese militari del nostro Paese, citando il dossier, «la manovra finanziaria per il 2021 ... ha destinato al bilancio della difesa ben 24.5 miliardi € (+ 6.9% sul 2020). Di questi ca. 4.3 miliardi dedicati all’ammodernamento e al rinnovo dello strumento militare». Inoltre, «l’Italia è il nono esportatore mondiale di armi e copre il 2.1% delle esportazioni globali».

Oggi, nel quadro del «governo della pandemia», il dispositivo militare è giunto ad attraversare ambiti sempre più vari della scena pubblica, dalla logistica alla sanità, passando per il controllo del territorio; ed è militare il vertice della struttura «per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19 e per l’esecuzione della campagna vaccinale nazionale». Una impostazione che, com’è ben noto, non ha mancato di sollevare, da più parti, critiche e interrogativi.

Ciò riporta alle basi materiali e, in definitiva, al modello di sviluppo: non c’è pacifismo che non sia collegato alla iniziativa ecologista e al conflitto sociale. Il pacifismo, cioè, come «parte di un ciclo di protesta più ampio di cui il movimento per i diritti civili, il movimento studentesco, il movimento delle donne e quello ambientalista costituivano altri, importanti, elementi». L’opuscolo richiama «gli effetti devastanti della guerra e degli apparati militari sull’ambiente e sull’integrità degli ecosistemi. [...] Il solo consumo di carburante nelle guerre USA «antiterrorismo», dal 2011 al 2017, è costato, in termini di emissioni, ben 1.2 miliardi di tonnellate di gas serra».

E, sotto il profilo sociale, i fattori di accumulazione legati al complesso militare-industriale si impongono «non come devianza accidentale dell’ordine costituito, bensì come un derivato inevitabile della organizzazione sociale e produttiva della realtà in cui viviamo». Per questo, non si tratta solo di dare sostanza allo slogan: meno spese militari - più spese sociali e sanitarie; si tratta anche di partire proprio da queste parole d’ordine per immaginare e sperimentare un diverso modello di sviluppo libero dallo sfruttamento e dalla guerra.
 

martedì 8 marzo 2016

Contro la Guerra. Con Alternative concrete.

Bo Yaser (Opera propria) [CC BY-SA 3.0] attraverso Wikimedia Commons

«Il lavoro delle Nazioni Unite per raggiungere un accordo solido e stabile sul Governo [in Libia] è ancora in pieno svolgimento. Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare - sulla base della richiesta di un governo legittimato - un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari. Dunque questo non è il tempo delle forzature, ma della prudenza, dell'equilibrio e del buon senso».

Così scrive il presidente del consiglio nella sua e-news del 5 marzo. Non sono d'accordo, perché non basta; e di fronte all'orribile precipizio della guerra, dire che non basta, equivale a dire che non va bene. Non è sufficiente una soluzione equilibrata, prudente, eventualmente - solo formalmente - legittima. È necessario impegnarsi a non intervenire militarmente, a ribadire in tutte le sedi che l'azione militare non è un'opzione percorribile, che non si può rispondere al caos (esacerbato dalle nostre guerre) con la guerra (con la quale si pretende di porre argine al caos).

Ricordate la notevole relazione di Carlo Galli a “Cosmopolitica”?: in primo luogo, «il compito della sinistra oggi è convivere con il conflitto per superarlo; con una volontà di pace che non entri nella logica, obsoleta e ipocrita, della “guerra giusta” e che non cerchi di “esportare la democrazia” con la guerra, sapendo che è la giustizia che previene e neutralizza la guerra»; in secondo luogo, «noi vogliamo essere la sinistra che fa passare il “caos” in “cosmo”, il disordine in ordine, con la politica, in modo che si possa dire, con il Poeta, che nell'immensa città del sole, il caos, finalmente cosmo, con l'umana compagnia, gli uomini, “tutti fra sé confederati”» (G. Leopardi, “La Ginestra”).

Abbiamo il compito, allora, di attenerci rigorosamente e di pretendere altrettanto rigoroso rispetto dell'art. 11 della Costituzione Repubblicana; respingere l'idea e la pratica della “pacificazione”, l'imposizione di un ordine o di una pace decisa o pretesa da noi; rispettare senza deroghe la autodeterminazione, la libera scelta dei popoli in ordine alle forme del loro sviluppo e del loro progresso. Dunque, prendendo ancora spunto da quella relazione, vi è bisogno di una “grande politica”: e nello scenario internazionale, di diplomazia, cooperazione, convergenza tra i popoli.

Non occorre, come pure è stato detto e scritto, una forza "che imponga il cessate il fuoco a tutte le parti in lotta"; si tratterebbe a tutti gli effetti di una operazione di "peace-enforcing": una misura controversa, secondo una parte consistente del dibattito internazionale al di fuori della legalità internazionale, in ogni caso con un chiaro carattere assertivo e di ingerenza. Diverso sarebbe il caso di un intervento di polizia internazionale, ma deve essere richiesto dalle autorità locali legittime, vedere l'esplicito consenso delle parti in causa e prevedere una cornice stabile di legalità internazionale; quest'ultima può essere prevista solo dalle Nazioni Unite.

Ribadire: ONU, non NATO. Per la sua composizione, per il suo comando e per la sua dottrina, la NATO è un dispositivo di aggressione a tutti gli effetti. Esattamente ciò di cui non abbiamo bisogno in questo scenario e, aggiungo, ciò di cui semmai dovremmo richiedere il superamento.

La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" non obbliga ad alcun intervento di pacificazione dall'esterno, viceversa stabilisce, sin nel Preambolo, che i diritti umani siano protetti da "norme giuridiche" e conferma, all'art. 22, che la realizzazione dei diritti può avvenire solo "attraverso le sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ciascuno Stato".

I principi fondamentali dell'ordinamento internazionale restano quelli di auto-determinazione, sovranità popolare, non-ingerenza, non-discriminazione, e come dice l'art. 11 della Costituzione Repubblicana, rifiuto (anzi, perfino "ripudio") della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e, prima ancora, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Per questo, se si tratta di un dovere repubblicano e di un cimento politico, allora è necessario che tutte le articolazioni repubblicane dicano all'unisono “no alla guerra”: respingendo la guerra e l'aggressione e rivendicando con forza la politica e la pace. Il 9 Marzo è in calendario la discussione in Parlamento sulla Libia. Mobilitiamoci. Costruiamo iniziativa, azione, sensibilizzazione. Stendiamo documenti, volantini, ordini del giorno. Diamo una chance alla politica e alla pace. 

Contro la Guerra e per la Pace. Appunti

sibialiria.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/Nowar-Roma-2003.jpg

E' trascorsa una settimana, il gruppo di lavoro su “Guerra e Disarmo” di "Cosmopolitica!" ha proposto un suo terreno di confronto. Interrogativi, riflessioni e contributi sono stati pubblicati e i/le compagni/e e gli/le attivisti/e sono impegnati sui propri territori nelle iniziative che via via stanno maturando.

Abbiamo tutti e tutte la consapevolezza che il tema della guerra e della pace (della lotta contro la guerra e ogni forma di aggressione; della lotta per la pace e la costruzione di un ordine internazionale di cooperazione e convivenza pacifica tra le nazioni) è decisivo per il profilo politico-culturale della "Sinistra".

Lo è stato nel 1914 quando proprio sul rifiuto della guerra imperialista mondiale si è rotta la Seconda Internazionale e si sono via via rese autonome le forze comuniste e rivoluzionarie. Lo è “mutatis mutandis” oggi, nella temperie di una “terza guerra mondiale” a mille fronti e nel contesto drammatico del Mediterraneo delle guerre e delle migrazioni.

In questo “cimento”, la sinistra ha un compito assai esigente: definire le coordinate con cui leggere lo scenario di guerra nel quale ci troviamo, praticare il terreno della mobilitazione democratica, la più unitaria possibile, contro la guerra e per la pace, individuare delle alternative.

Tra le alternative praticabili, vere e proprie “utopie concrete”, sono state indicate, nella riflessione collettiva, almeno quelle della risoluzione alternativa dei conflitti, della difesa popolare, dei Corpi Civili di Pace (anche qui).

Ma, prima ancora, sono stati sollevati alcuni interrogativi: l'individuazione della super-potenza nord-americana come primo responsabile del precipizio di guerra in corso e delle odierne declinazioni del moderno imperialismo; l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e la “questione palestinese” all'interno di un contesto vicino-orientale dai contorni sempre più accesi e sempre più minacciosi; la Siria, in cui precipitano i progetti di destabilizzazione, le ingerenze esterne e il progetto di dominio e di oppressione rappresentato da DAESH e i suoi sponsor.

Anche per questo, il documento preparatorio e buona parte della discussione si sono soffermati su alcuni cardini dell'azione: cooperazione e disarmo; autodeterminazione dei popoli; non ingerenza.

Il compito oggi delle forze avanzate, comunisti, progressisti, in una parola, la Sinistra, è complesso. Si tratta di avanzare idee, proporre contributi, stimolare incontri, virtuali e territoriali, in base alle modalità comunicative e organizzative che verranno condivise; ma anche di condividere proposte di mobilitazione e di iniziativa a livello nazionale e territoriale, rimandando spunti e link.

Si tratta anche, infine, di affrontare tre grandi questioni che attraversano il movimento, nel suo complesso, “per la pace e contro la guerra”: il “posizionamento”, che troppo spesso ha condizionato pratiche e iniziative, alimentando diffidenze e distanze; l “auto-referenzialità”, che troppo spesso ha deformato la comunicazione contro la guerra in analisi ultra-specialistica; e la “frammentazione”, fatta ora di percorsi divergenti, ora di reti pletoriche (due aspetti solo apparentemente in contraddizione).

Partiamo dai contenuti. Dal merito delle piattaforme e dalla capacità di parlare alla più ampia e sincera cittadinanza democratica. Nel cimento della "rigenerazione della sinistra", potrebbe essere un buon modo per ripartire.