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lunedì 17 maggio 2021

Napoli in piazza per la Palestina

Foto Pagina FB del Centro Culturale Handala Ali - مركز حنظله علي الثقاف

 
Come tutte le maggiori città del Paese, anche Napoli è stata attraversata da migliaia di persone che si sono riversate nelle strade per dare vita a una grande manifestazione contro l’aggressione israeliana a Gaza, contro le violenze e i raid delle forze di polizia in diverse località della Cisgiordania, e, in particolare, contro la brutale repressione delle manifestazioni che, a Gerusalemme, hanno accompagnato l’ordine di espulsione di diverse decine di persone, intere famiglie, spesso con bambini, dal quartiere di Sheikh Jarrah, nella zona occupata di Gerusalemme Est. 
 
La manifestazione a Napoli, che ha visto la presenza in piazza di alcune migliaia di persone e ha registrato una corale partecipazione unitaria di una variegata platea di associazioni, partiti, organizzazioni politiche e sindacali, comitati, collettivi, articolazioni di movimento, ha dapprima animato un presidio in Piazza del Plebiscito, una della piazze simbolo della “capitale del Mezzogiorno”, quindi dato vita a un corteo che si è diretto verso il porto, per rappresentare un blocco simbolico delle navi cariche di armi destinate a Israele e come ponte di solidarietà e di impegno con i lavoratori portuali di Livorno, che hanno manifestato contro la partenza della nave Asiatic Island, diretta, secondo quanto riportato dalla stampa, al porto di Ashdod, in Israele, con un carico che avrebbe compreso anche esplosivi e munizioni. 
 
Come ha specificato un comunicato dell’USB, infatti, «grazie alla segnalazione del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova e dell’associazione WeaponWatch, sappiamo che al suo interno vi sono contenitori carichi di armi ed esplosivi diretti al porto israeliano di Ashdod. Armi ed esplosivi che serviranno ad uccidere la popolazione palestinese già colpita da un duro attacco proprio questa notte che ha causato centinaia di vittime tra la popolazione civile, tra cui anche numerosi bambini». Anche allo scopo di rimarcare il carattere strategico dell’unità del mondo del lavoro e dell’impegno del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, in senso internazionalista, per la pace e contro la guerra, per porre fine all’occupazione in Palestina e sostenere l’autodeterminazione e l’amicizia tra i popoli, il comunicato ha specifico infatti che «contemporaneamente abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione con i lavoratori portuali livornesi affinché il coraggioso esempio che arriva dal porto di Genova possa essere riproposto anche sul nostro territorio. Il lavoro è importante, specie in questi tempi, ma questo non può farci chiudere gli occhi, o peggio ancora farci diventare complici, di massacri continui nei confronti della popolazione civile». 
 
Tornando a Napoli, tanto nel presidio, quanto nel corteo verso il porto, la richiesta di iniziative concrete e unificanti, capace di raccogliere la più ampia adesione delle forze di progresso e di traguardare una dimensione propositiva e costruttiva, sia di denuncia e di contro-informazione, sia di iniziativa e di programma, è stata scandita in maniera chiara: ritiro da tutti i territori occupati, dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est, dalle alture del Golan; smantellamento delle colonie israeliane e sospensione immediata della demolizione delle case e della pulizia etnica in atto a Gerusalemme, come ad esempio nel quartiere, appunto, di Sheikh Jarrah; fine dell’assedio di Gaza; libertà per i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. 
 
E poi, ovviamente, in termini complessivi, il rispetto del diritto e della giustizia internazionale con applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina, tra le quali, in particolare, la risoluzione 194 (1948) della Assemblea Generale che sancisce il diritto al ritorno nelle proprie case dei profughi palestinesi, la risoluzione 242 (1967) che ribadisce che l’occupazione israeliana della Palestina è illegale, fuori e contro il diritto e la giustizia internazionale, e ancora la cruciale, recente, risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza, in base alla quale, «condannando ogni misura tesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, riguardante, tra l’altro, la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali [...] riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce flagrante violazione del diritto internazionale; [...] insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est; [...] sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispensabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati [...]». 
 
Sono state avanzate altresì, in particolare, la richiesta al governo italiano di «sospendere immediatamente tutte le forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso, nonché di farsi promotore di simile istanza presso i governi dei Paesi dell’Unione Europea» e la richiesta alla comunità internazionale di sospendere qualsiasi accordo militare con Israele e di promuovere un embargo militare a Israele come forma legittima di pressione internazionale per la cessazione delle violenze e la fine dell’occupazione della Palestina. 
 

giovedì 7 gennaio 2021

Contro ogni forma di antisemitismo, per l’autodeterminazione e i diritti dei popoli.



Anti-Semitism poster in World War II.
The Title (Serbian language) says: "Jews passed through this forest";
by ОстапБендер, CC0, Wikimedia Commons

Meritoria e coraggiosa è l’iniziativa intrapresa dalle 122 personalità del mondo accademico, intellettuale e culturale palestinese che hanno deciso di fare chiarezza con una lettera aperta contro l’uso distorto e strumentale che troppo spesso viene fatto della definizione e dell’interpretazione del termine antisemitismo e a favore del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, a partire dalla libertà e dall’autodeterminazione.

Un’iniziativa, si è detto, meritoria, perché centra l’obiettivo di fare chiarezza sull’uso delle parole che costituisce uno degli aspetti più delicati e sostanziali del discorso pubblico e della battaglia politica, al tempo stesso un veicolo di costruzione dell’egemonia politica e culturale nella società e uno strumento di costruzione di lotta politica e di articolazione del consenso all’interno dell’opinione pubblica.

E poi, in particolare, un’iniziativa coraggiosa, perché sfida senza incertezze le manipolazioni mediatiche, lo costruzioni artificiose di senso, persino senso comune e tabù che troppo spesso, usati in maniera distorta e strumentale, finiscono per paralizzare, inibendo libertà di espressione e di attivazione sociale.

Ma quali sono i termini fondamentali della iniziativa assunta dagli intellettuali arabi e palestinesi?

Il principale punto di forza della lettera aperta è senza dubbio quello della chiarezza: non si gira intorno al problema, si intende centrare l’obiettivo, puntando al cuore della questione. Tale nucleo non è tanto la definizione di antisemitismo in sé bensì l’uso troppo spesso distorto e strumentale che se ne fa.

Non ci può essere nessuna esitazione e nessuna incertezza nella condanna di ogni forma di antisemitismo, purtroppo tuttora presente, spesso largamente presente, nelle nostre società, dagli Stati Uniti all’Europa, l’Europa continentale, l’Europa centro-orientale senza dubbio, ma anche nel nostro Paese.

Giustamente la lettera puntualizza che «l’antisemitismo si manifesta attraverso generalizzazioni e stereotipi indiscriminati sugli ebrei, riguardanti in particolare il potere e il denaro, insieme a teorie del complotto e alla negazione dell’Olocausto». E, giustamente, senza mezzi termini, esordisce ribadendo che «l’antisemitismo deve essere smascherato e combattuto; indipendentemente dai pretesti, nessuna espressione di odio per gli ebrei in quanto ebrei dovrebbe essere tollerata in nessuna parte del mondo».

Si tratta di una posizione intorno alla quale non possono che unirsi tutte le soggettività democratiche, tutti i sinceri democratici, tutti gli amanti della pace, della libertà nella giustizia, della democrazia.

Per i/le comunisti/e e i/le socialisti/e, che sono stati e sono sempre in prima fila nella lotta contro ogni forma di nazionalismo e di fascismo, di teorie e prassi politiche basate su presunti e assurdi primati di etnia o di cultura, e che hanno dato il contributo più alto, di lotta e di vite, per liberare l’Europa dalla barbarie del fascismo e del nazismo e dall’orrore della persecuzione e della segregazione, questa posizione ha ancora più valore, corroborata dalla lezione della storia e dalla pratica quotidiana della lotta politica.

Anche per questo non si può accettare nessuna banalizzazione della gravità dell’antisemitismo e della tragedia della Shoah e, al tempo stesso, nessuna strumentalizzazione dell’antisemitismo e della stessa tragedia della Shoah per interessi politici. Se, per un verso, è indispensabile la lotta contro ogni rigurgito antisemita, per l’altro, tale battaglia deve valere sempre, deve essere affrontata in termini di principi, non può essere piegata a interessi di questa o quella parte, onde evitare di vanificare il suo scopo.

È questo l’ulteriore punto di forza della lettera aperta: «negli ultimi anni la lotta contro l’antisemitismo è stata sempre più strumentalizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori nel tentativo di delegittimare la causa palestinese e mettere a tacere i difensori dei diritti dei palestinesi»; mai la lotta contro l’antisemitismo può essere trasformata «in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione della loro terra».

È la stessa chiarezza che torna nel primo punto della lettera: «La lotta contro l’antisemitismo deve essere condotta nel quadro del diritto internazionale e dei diritti umani. Dovrebbe essere parte integrante della lotta contro tutte le forme di razzismo e xenofobia, compresi l’islamofobia e il razzismo anti-arabo e anti-palestinese. Lo scopo di questa lotta è garantire libertà ed emancipazione a tutte le categorie oppresse. Orientarlo verso la difesa di uno Stato oppressivo e rapace costituisce un profondo stravolgimento».

Per questo va sostenuta l’iniziativa delle 122 personalità arabe e palestinesi del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo; va salutata l’adesione delle centinaia e centinaia di personalità che, da tutto il mondo, si sono espresse a sostegno della loro iniziativa; va ancora di più continuata e sostenuta la battaglia “per i principi” e “per i diritti”: contro ogni forma di nazionalismo, antisemitismo, discriminazione; a sostegno, sempre, della lotta per la libertà, i diritti, l’autodeterminazione dei popoli.

Testo e firmatari (4 gennaio 2021) sono qui: zeitun.info/2021/01/04/dal-mondo-della-cultura-italiano-il-sostegno-alla-lettera-di-122-palestinesi-e-del-mondo-arabo

 

venerdì 24 aprile 2020

Israele: un accordo sotto l’egida del «Piano Trump»

Trump «Peace Plan», Map Attached, Public Domain

Raggiunto, finalmente, l’accordo in Israele, dopo tre estenuanti campagne elettorali, per un governo di “unità nazionale” che, presentato come «governo di emergenza nazionale», rischia di trasformarsi invece in un vero e proprio «governo di emergenza democratica». L’accordo tra i due partiti maggiori, il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu (che alle ultime elezioni aveva ottenuto il 29% dei voti e 36 seggi), il partito più consistente nel variegato schieramento della destra nazionale israeliana, e il Kahol-Lavan o «Blu-Bianco», dell’ex capo di stato maggiore della difesa, Benny Gantz (che nell’ultima tornata elettorale aveva ottenuto il 27% e 33 seggi) non corrisponde, infatti, semplicemente, alla volontà di intercettare un’ampia base parlamentare a sostegno del governo, ma, più profondamente, ai desiderata di ampia parte dell’establishment israeliano per una soluzione utile a portare i due partiti maggiori ad una corresponsabilità nelle scelte del governo e ad una sostanziale conservazione degli equilibri politici e istituzionali, in una parola, dello status quo.

Lo ha dimostrato, alla vigilia dell’accordo, tra le altre cose, la scelta del presidente della repubblica, Reuven Rivlin, di non concedere un prolungamento del mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo a Benny Gantz, ma di rimettere la scelta alla Knesset, in modo da sollecitare i parlamentari a individuare una soluzione, nel termine dei 21 giorni previsti dalla legge. E infatti, in una lettera, indirizzata a Gantz, riportata dai media israeliani, così Rivlin motivava il rinvio alla Camera: «alla luce della situazione che la terza tornata elettorale ha prodotto, nella quale nessuno dei candidati gode del sostegno della maggioranza dei membri della Knesset […], ed essendo obbligato dalla Legge Fondamentale del 2001 a realizzare il più presto possibile un governo che goda della fiducia della Knesset, non vedo altra possibilità che affidare il compito alla Knesset» augurandosi al contempo che i deputati «riescano a formare una maggioranza tale da dare vita a un governo il più presto possibile e impedire una quarta tornata elettorale».

Se è vero che la quarta tornata elettorale consecutiva è stata evitata, è altrettanto vero che la soluzione trovata conferma alcuni dei peggiori timori della vigilia: intanto, si concretizza ancora una vera e propria conventio ad excludendum ai danni di uno dei vincitori delle ultime elezioni, la Lista Congiunta (con Balad, Ta’al, la Lista Araba e i comunisti di Hadash) che, con il suo 13% e i 15 seggi ottenuti, è la terza forza dello spettro politico israeliano.

E poi, l’alleanza è tesa a costruire un rinnovato blocco nazionale, che, se da una parte conferma l’«orientamento a destra» dell’intero quadro politico israeliano (l’accordo non solo si regge sul compromesso tra la principale forza della destra, il Likud, e un partito centrista, come Blu-Bianco, ma prevede anche l’ingresso al governo di altre forze moderate, come quella parte del Labour, dello storico partito laburista israeliano, che, al prezzo di una severa discussione interna e a rischio di una nuova lacerazione, deciderà di accettare di fare parte dell’esecutivo, o conservatrici, come i partiti religiosi, lo Shas e l’Ebraismo Unito della Torà, mentre anche al partito di destra Yamina è stato proposto di fare parte della compagine di governo), dall’altra scarica tutti i suoi costi, come diversi osservatori hanno messo in luce, sulla pelle del popolo palestinese sotto occupazione. Uno dei temi dell’accordo, di carattere generale, è stata la decisione di concentrare la gestione dell’emergenza legata alla diffusione della pandemia da coronavirus in una sorta di vero e proprio «gabinetto di vertice», sotto la direzione sostanzialmente monocratica dei due leader, Netanyahu e Gantz, anche con l’obiettivo di approvare una legge di bilancio, come si apprende, mirata a «garantire la stabilità e la ripresa dell’economia dopo la crisi dell’epidemia da coronavirus».

Nell’ambito dell’alternanza al potere prevista dall’accordo, in base alla quale Netanyahu avrà l’incarico di primo ministro per la prima metà e Gantz lo stesso incarico nella seconda metà della legislatura, Gantz sarà vice primo ministro di Netanyahu nei primi 18 mesi, Netanyahu sarà vice primo ministro di Gantz nei secondi 18 mesi, mentre i 32 ministeri saranno ripartiti tra i due partiti maggiori, con una quota riservata ai laburisti (Amir Peretz all’Economia e Itzik Shmuli al Welfare). Ma il tema di maggiore sofferenza dell’accordo riguarda, ancora una volta, la vita e i diritti del popolo palestinese: nella sua parte di premierato, infatti, Netanyahu proporrà, a nome del governo, alla Knesset un piano per un accordo con gli Stati Uniti finalizzato alla annessione di parti della Cisgiordania (nel linguaggio israeliano, come «implementazione della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania»). Così, il nuovo governo di Israele nasce sotto la stella dell’incredibile «Piano Trump», respinto dai palestinesi e dalle diplomazie di mezzo mondo, radicalmente fuori e contro la giustizia e il diritto internazionale. Un pessimo inizio, che rischia di annunciare, non solo per i palestinesi, un giorno ancora peggiore.

sabato 30 maggio 2015

Le ragioni di un peacekeeping civile non-governativo

Murals dedicated to Malala Yousafzai by N. Gemini Wikimedia 
Poco ci si sofferma, in generale, sull'importanza della commemorazione, ma oggi, 29 Maggio, è la Giornata Inter-nazionale del Peace-keeping delle Nazioni Unite, anche detta, in via istituzionale, la “Giornata delle Forze di Pace delle Nazioni Unite”, istituita, con Risoluzione 57/129, “per rendere omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno servito e continuano a servire nell'ambito delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, per il loro alto livello di professionalità, di dedizione e di coraggio e, in particolare, per onorare la memoria di coloro i quali hanno perso la vita per la causa della pace”.
La data scelta è particolarmente impegnativa, sia per la sua rilevanza politica, sia per il suo valore simbolico. A poche settimane di distanza dalla data del 30 Marzo, nella quale i Palestinesi celebrano la “Giornata della Terra”, per ricordare la tragedia della occupazione e della colonizzazione israeliana della Palestina e per rivendicare il proprio diritto al ritorno e alla autodeterminazione, ricordando, in particolare, i tragici avvenimenti del 1976, quando i Palestinesi si mobilitarono per difendere il proprio diritto alla terra che sarebbe stata espropriata a favore dei coloni israeliani, il 29 Maggio, giornata internazionale del peace-keeping ONU, viene a ricordare il varo della missione internazionale, del 1948, destinata alla “Organizzazione delle Nazioni Unite dei Supervisori della Tregua” o “UNTSO”, con l'obiettivo di tutelare il piano ONU per la Palestina, travolto dalla guerra e dalla Nakbah del popolo palestinese, e di preservare una speranza di pace e convivenza. Come si vede, il destino del popolo palestinese, i diritti universali di autodeterminazione, di libertà e di non-ingerenza, in una parola di “pace con giustizia”, ed il principio del peace-keeping internazionale, in particolare di carattere civile e nonviolento, sono assai intrecciati, simbolicamente e concretamente.
Non sempre le missioni di peace-keeping delle Nazioni Unite rappresentano una storia di successo ma, senza dubbio, esse costituiscono una declinazione innovativa nei rapporti internazionali. Si tratta di una storia lunga e ricca, peraltro inedita nel sistema internazionale dei rapporti tra stati e comunità, che ha introdotto una innovazione forte nell'approccio alle controversie internazionali e nella prevenzione delle violenze belliche e che ha per la prima volta aperto la strada alla cosiddetta “diplomazia dei popoli”, un intervento sovra-statuale e non esclusivamente militare nella prevenzione dei conflitti armati e nella soluzione politica delle controversie internazionali.
Come in tutti i processi storici, d'altro canto, si alternano, parlando di peace-keeping internazionale, catastrofici fallimenti e “success stories”: la degenerazione della missione internazionale delle Nazioni Unite in Somalia, con il passaggio dalla UNOSOM I alla UNOSOM II, nel corso del 1993, ha portato non solo ad un deterioramento della violenza ma anche ad una diffusa instabilità, le cui drammatiche conseguenze sono ancor oggi più che evidenti; l'inconsistenza della recente missione internazionale in Kosovo, la UNMIK, varata all'indomani della Guerra del Kosovo del 1999 e, per gli aspetti legati alla promozione dello stato di diritto, ora sostituita dalla missione europea EULEX, non solo non è riuscita ad impedire le ripetute violenze etniche ai danni di persone, proprietà e beni, anche di grande valore storico e culturale, della minoranza serba ad opera di estremisti albanesi, ma non è neanche riuscita a stabilizzare l'autogoverno regionale e le prescrizioni della risoluzione 1244.
E' pur vero, d'altro canto, che l'insieme degli interventi di peace-keeping e peace-building delle Nazioni Unite rappresentano una valida alternativa alla politica di dominio delle singole potenze: come ha messo in rilievo il Worldwatch Institute, “da quando è stato inventato il peace-keeping, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni Unite hanno speso un ammontare di 124 miliardi di dollari per queste missioni, un importo che impallidisce in confronto anche ad un solo anno di spese militari mondiali, che hanno superato la soglia dei 1.800 miliardi di dollari. Gli eserciti del mondo non potrebbero operare neanche due giorni con il bilancio annuale del peace-keeping dell'ONU”.
Meglio delle singole missioni nazionali ad egida governativa, le missioni internazionali delle Nazioni Unite riescono a integrare funzioni civili, come l’assistenza allo svolgimento di elezioni democratiche, lo sviluppo di istituzioni democratiche, la riforma dei sistemi giudiziari, il monitoraggio dei diritti umani e la promozione del processo di pace; più delle singole missioni nazionali, esse hanno un tasso significativo di successo, in termini di conseguimento degli obiettivi istituzionali, pari al 70%. Quante missioni nazionali possono vantare delle percentuali analoghe?

sabato 12 luglio 2014

Verità e Giustizia per la Palestina


La guerra scatenata da Israele contro la Palestina, all'indomani della uccisione dei tre giovani coloni israeliani in area, peraltro, sotto controllo israeliano, è in realtà una rappresaglia violenta ed una punizione collettiva 

nei confronti dell’intero popolo palestinese: demolizioni, bombardamenti, arresti, cento morti e seicento feriti, senza contare l’immane devastazione, in termini di dolore e sofferenza, di raccapriccio e terrore, che questa violenza ha innescato, solo nei primi giorni della campagna militare cinicamente denominata “Barriera Protettiva”.


Questa autentica aggressione, con l’imperiosa e improvvisa devastazione scatenata, non dovrebbe semplicemente accendere i riflettori di una (ennesima) emergenza, ma soprattutto ricordare al mondo che la guerra nei Territori Palestinesi Occupati, in realtà, non è mai finita. La Cisgiordania continua a subire la violenza di una costante colonizzazione, una lacerante sottrazione di terra e di libertà, la ferita obbrobriosa del Muro dell’Apartheid. Gaza è una autentica prigione a cielo aperto, il cui confine è presidiato dalle forze militari di Israele e da cui non è praticamente possibile né entrare né uscire. I palestinesi di Gaza, in trappola e sotto le bombe, vivono la situazione più disperata.

La matrice del conflitto non è nel terrorismo palestinese, deprecabile e contro-producente, contro Israele, ma nell’occupazione israeliana. Fa sempre un certo effetto dovere ricordare, nel silenzio e nell’oblio del mainstreaming mediatico, che i Territori Palestinesi di Cisgiordania e Gaza, sin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, sono occupati dallo Stato di Israele, che è lo Stato occupante e, pertanto, responsabile della sicurezza, in particolare nell’area in cui è avvenuto il sequestro e l’uccisione, altrettanto deprecabile e contro-producente, dei tre giovani coloni israeliani. Il tentativo, da parte di Israele, di fare ricadere sulle spalle dell’Autorità Nazionale Palestinese, la responsabilità dell’accaduto, è un tentativo cinico e baro, una menzogna creata ad arte per giustificare la guerra, che punta a preservare lo status quo e distruggere l’unità nazionale palestinese, così faticosamente conseguita.

Oggi, nel pieno dell'aggressione israeliana contro Gaza, siamo esattamente a dieci anni dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia contro il Muro dell'Apartheid, costruito da Israele entro i confini della Cisgiordania, definito “contrario alla legge internazionale”, pericoloso in quanto costituisce un “fatto compiuto” che può determinare un “precedente grave”, in termini di segregazione di un popolo e di sottrazione di territorio, e “impedisce gravemente l’esercizio da parte della popolazione palestinese del suo diritto alla auto-determinazione, costituendo un’infrazione dell’obbligo di Israele a rispettare quel diritto”, riconosciuto e protetto dalla Carta delle Nazioni Unite.

La questione palestinese ha al suo centro l’occupazione militare israeliana, ed è fatta, da una parte, di apartheid e colonizzazione, dall’altra di diritti e speranze negate, a partire dal diritto di auto-determinazione e dal diritto al ritorno del popolo palestinese. Senza porre fine all'occupazione ed al colonialismo, come si comprende anche ad un’occhiata, superficiale e distratta, alla carta geografica, sarà impossibile una soluzione positiva del conflitto e il percorso pieno della pace.

Queste ragioni chiamano in causa noi tutti, la “comunità internazionale”, società civile e autorità istituzionali, complessivamente intesa. Israele non è uno “stato illegittimo” da fare scomparire dalla carta geografica; Israele è nella condizione di uno “stato criminale” che, attraverso gli strumenti del diritto e della giustizia internazionale, deve essere ricondotto nel consesso dei soggetti pari della “comunità internazionale”, né al di sopra della legge, né tributario di una grazia speciale di esenzione o di impunità. Sono circa settanta le risoluzioni delle Nazioni Unite di condanna dei comportamenti dello Stato di Israele; circa trenta le risoluzione dell’ONU violate da Israele, primo in questa “classifica”.

Serve un’assunzione di responsabilità. Ad esempio, mettendo al bando le attività economiche e i relativi investimenti nei Territori Occupati e cessando la cooperazione militare, a tutti i livelli, con Israele: bloccare la consegna a Israele dei jet M346, definiti “addestratori avanzati” ma in realtà già progettati per essere armati con missili o bombe, da usare, come è accaduto finora, prevalentemente contro i palestinesi; cancellare, sul piano della politica italiana, la cooperazione militare Italia-Israele (l. 17 maggio 2005, n. 94) e, sul piano internazionale, il programma di cooperazione individuale nel quadro della partnership NATO-Israele, varato il 2 dicembre 2008, alla vigilia di “Piombo Fuso”.

Come bene mette in luce una delle piattaforme di mobilitazione a sostegno della auto-determinazione palestinese e contro la guerra a Gaza, che si stanno moltiplicando negli ultimi giorni: « Opporsi a questo stato di cose non significa essere “antisemiti”, anzi, significa combattere ogni forma di razzismo, discriminazione e sopraffazione portando avanti rivendicazioni di libertà, democrazia e giustizia che accomunano tutti gli sfruttati e gli oppressi della terra, che quotidianamente lottano per conquistare diritti sociali e civili, culturali e politici; giustizia e libertà per un futuro dignitoso».