martedì 8 marzo 2016

Contro la Guerra. Con Alternative concrete.

Bo Yaser (Opera propria) [CC BY-SA 3.0] attraverso Wikimedia Commons

«Il lavoro delle Nazioni Unite per raggiungere un accordo solido e stabile sul Governo [in Libia] è ancora in pieno svolgimento. Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare - sulla base della richiesta di un governo legittimato - un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari. Dunque questo non è il tempo delle forzature, ma della prudenza, dell'equilibrio e del buon senso».

Così scrive il presidente del consiglio nella sua e-news del 5 marzo. Non sono d'accordo, perché non basta; e di fronte all'orribile precipizio della guerra, dire che non basta, equivale a dire che non va bene. Non è sufficiente una soluzione equilibrata, prudente, eventualmente - solo formalmente - legittima. È necessario impegnarsi a non intervenire militarmente, a ribadire in tutte le sedi che l'azione militare non è un'opzione percorribile, che non si può rispondere al caos (esacerbato dalle nostre guerre) con la guerra (con la quale si pretende di porre argine al caos).

Ricordate la notevole relazione di Carlo Galli a “Cosmopolitica”?: in primo luogo, «il compito della sinistra oggi è convivere con il conflitto per superarlo; con una volontà di pace che non entri nella logica, obsoleta e ipocrita, della “guerra giusta” e che non cerchi di “esportare la democrazia” con la guerra, sapendo che è la giustizia che previene e neutralizza la guerra»; in secondo luogo, «noi vogliamo essere la sinistra che fa passare il “caos” in “cosmo”, il disordine in ordine, con la politica, in modo che si possa dire, con il Poeta, che nell'immensa città del sole, il caos, finalmente cosmo, con l'umana compagnia, gli uomini, “tutti fra sé confederati”» (G. Leopardi, “La Ginestra”).

Abbiamo il compito, allora, di attenerci rigorosamente e di pretendere altrettanto rigoroso rispetto dell'art. 11 della Costituzione Repubblicana; respingere l'idea e la pratica della “pacificazione”, l'imposizione di un ordine o di una pace decisa o pretesa da noi; rispettare senza deroghe la autodeterminazione, la libera scelta dei popoli in ordine alle forme del loro sviluppo e del loro progresso. Dunque, prendendo ancora spunto da quella relazione, vi è bisogno di una “grande politica”: e nello scenario internazionale, di diplomazia, cooperazione, convergenza tra i popoli.

Non occorre, come pure è stato detto e scritto, una forza "che imponga il cessate il fuoco a tutte le parti in lotta"; si tratterebbe a tutti gli effetti di una operazione di "peace-enforcing": una misura controversa, secondo una parte consistente del dibattito internazionale al di fuori della legalità internazionale, in ogni caso con un chiaro carattere assertivo e di ingerenza. Diverso sarebbe il caso di un intervento di polizia internazionale, ma deve essere richiesto dalle autorità locali legittime, vedere l'esplicito consenso delle parti in causa e prevedere una cornice stabile di legalità internazionale; quest'ultima può essere prevista solo dalle Nazioni Unite.

Ribadire: ONU, non NATO. Per la sua composizione, per il suo comando e per la sua dottrina, la NATO è un dispositivo di aggressione a tutti gli effetti. Esattamente ciò di cui non abbiamo bisogno in questo scenario e, aggiungo, ciò di cui semmai dovremmo richiedere il superamento.

La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" non obbliga ad alcun intervento di pacificazione dall'esterno, viceversa stabilisce, sin nel Preambolo, che i diritti umani siano protetti da "norme giuridiche" e conferma, all'art. 22, che la realizzazione dei diritti può avvenire solo "attraverso le sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ciascuno Stato".

I principi fondamentali dell'ordinamento internazionale restano quelli di auto-determinazione, sovranità popolare, non-ingerenza, non-discriminazione, e come dice l'art. 11 della Costituzione Repubblicana, rifiuto (anzi, perfino "ripudio") della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e, prima ancora, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Per questo, se si tratta di un dovere repubblicano e di un cimento politico, allora è necessario che tutte le articolazioni repubblicane dicano all'unisono “no alla guerra”: respingendo la guerra e l'aggressione e rivendicando con forza la politica e la pace. Il 9 Marzo è in calendario la discussione in Parlamento sulla Libia. Mobilitiamoci. Costruiamo iniziativa, azione, sensibilizzazione. Stendiamo documenti, volantini, ordini del giorno. Diamo una chance alla politica e alla pace. 

Contro la Guerra e per la Pace. Appunti

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E' trascorsa una settimana, il gruppo di lavoro su “Guerra e Disarmo” di "Cosmopolitica!" ha proposto un suo terreno di confronto. Interrogativi, riflessioni e contributi sono stati pubblicati e i/le compagni/e e gli/le attivisti/e sono impegnati sui propri territori nelle iniziative che via via stanno maturando.

Abbiamo tutti e tutte la consapevolezza che il tema della guerra e della pace (della lotta contro la guerra e ogni forma di aggressione; della lotta per la pace e la costruzione di un ordine internazionale di cooperazione e convivenza pacifica tra le nazioni) è decisivo per il profilo politico-culturale della "Sinistra".

Lo è stato nel 1914 quando proprio sul rifiuto della guerra imperialista mondiale si è rotta la Seconda Internazionale e si sono via via rese autonome le forze comuniste e rivoluzionarie. Lo è “mutatis mutandis” oggi, nella temperie di una “terza guerra mondiale” a mille fronti e nel contesto drammatico del Mediterraneo delle guerre e delle migrazioni.

In questo “cimento”, la sinistra ha un compito assai esigente: definire le coordinate con cui leggere lo scenario di guerra nel quale ci troviamo, praticare il terreno della mobilitazione democratica, la più unitaria possibile, contro la guerra e per la pace, individuare delle alternative.

Tra le alternative praticabili, vere e proprie “utopie concrete”, sono state indicate, nella riflessione collettiva, almeno quelle della risoluzione alternativa dei conflitti, della difesa popolare, dei Corpi Civili di Pace (anche qui).

Ma, prima ancora, sono stati sollevati alcuni interrogativi: l'individuazione della super-potenza nord-americana come primo responsabile del precipizio di guerra in corso e delle odierne declinazioni del moderno imperialismo; l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e la “questione palestinese” all'interno di un contesto vicino-orientale dai contorni sempre più accesi e sempre più minacciosi; la Siria, in cui precipitano i progetti di destabilizzazione, le ingerenze esterne e il progetto di dominio e di oppressione rappresentato da DAESH e i suoi sponsor.

Anche per questo, il documento preparatorio e buona parte della discussione si sono soffermati su alcuni cardini dell'azione: cooperazione e disarmo; autodeterminazione dei popoli; non ingerenza.

Il compito oggi delle forze avanzate, comunisti, progressisti, in una parola, la Sinistra, è complesso. Si tratta di avanzare idee, proporre contributi, stimolare incontri, virtuali e territoriali, in base alle modalità comunicative e organizzative che verranno condivise; ma anche di condividere proposte di mobilitazione e di iniziativa a livello nazionale e territoriale, rimandando spunti e link.

Si tratta anche, infine, di affrontare tre grandi questioni che attraversano il movimento, nel suo complesso, “per la pace e contro la guerra”: il “posizionamento”, che troppo spesso ha condizionato pratiche e iniziative, alimentando diffidenze e distanze; l “auto-referenzialità”, che troppo spesso ha deformato la comunicazione contro la guerra in analisi ultra-specialistica; e la “frammentazione”, fatta ora di percorsi divergenti, ora di reti pletoriche (due aspetti solo apparentemente in contraddizione).

Partiamo dai contenuti. Dal merito delle piattaforme e dalla capacità di parlare alla più ampia e sincera cittadinanza democratica. Nel cimento della "rigenerazione della sinistra", potrebbe essere un buon modo per ripartire.

lunedì 4 gennaio 2016

Nascono i "Peace Corps" all'italiana

danielmartineckhart: UNIIMOG FSOs raising UN flag, Wikimedia Commons

Finalmente, sono stati pubblicati e diventano operativi, con l'inizio dell'anno 2016, il prontuario e le linee-guida del percorso di sperimentazione delle cosiddette azioni non-governative di pace, nell'ambito del Servizio Civile, impropriamente definite “Corpi Civili di Pace”, introdotti in via sperimentale più di due anni fa, con la Legge Finanziaria per il 2014 (art. 1, comma 253, legge 27 Dicembre 2013, n. 147). Si trattava di una sperimentazione volta a inquadrare complessivamente 500 giovani volontari in servizio civile, a valere di un budget complessivo di nove milioni di euro, nel triennio 2014-2016, e che invece si trova a partire solo adesso, nel 2016, dopo clamorosi ritardi e lungaggini, e a fare a meno di almeno 230.000 euro di risorse, tagliate dal Ministero dell’Economia, causa mancata spesa nel 2014.

Da parte di organizzazioni della società civile, in particolare quelle meno inclini a consuetudini lobbistiche con le istituzioni governative e più decise nel garantire il profilo dei Corpi Civili di Pace quale autentico strumento della società civile democratica organizzata, in forma di Difesa Civile Non Armata e Non Violenta, si era posta l'attenzione, in particolare, su tre aspetti cruciali della sperimentazione: l'insufficienza della cornice del servizio civile, riservato a giovani tra 18 e 28 anni, inadeguato ad affrontare la complessità e la portata (anche in termini di impatto e di riproducibilità) di un così rilevante impegno per la pace, in termini di prevenzione della violenza, di trasformazione del conflitto e di superamento del conflitto armato; la costruzione di un percorso, anche e soprattutto attraverso una efficace e consapevole mobilitazione popolare, di riconoscimento della parità tra difesa civile e difesa militare in Italia (come sancito, tra le altre, dalla fondamentale sentenza n. 228 del 2004); il carattere non-governativo di questa sperimentazione, proprio per evitare quella commistione esiziale, mortale per l'impegno nonviolento per la pace, tra presenza governativa in teatro di conflitto (che molto spesso è presenza militare in teatri in cui l'imperialismo italiano si è ampiamente esercitato e le armi italiane hanno ampiamente combattuto, con tutto il loro corollario di vittime e distruzione, materiale e morale) e presenza nonviolenta per la “pace positiva”.

Viceversa, la sperimentazione disegnata dal combinato disposto tra DM 7 Maggio 2015 e Prontuario punta in tutt'altra direzione e mostra come l'impostazione del percorso sia stata completamente sottratta al protagonismo delle forze della società civile di pace, a meno di non ritenere che un impianto di questo genere possa essere minimamente soddisfacente per tali “attori di pace”. Gli psuedo - Corpi Civili di Pace che ne vengono fuori hanno davvero poco a che vedere con gli Interventi Nonviolenti di Pace di cui pure si è a lungo discusso e assumono invece sempre più clamorosamente i tratti dei “Peace Corps” statunitensi, sui quali possiamo dare per scontato non serva spendere troppe parole. I giovani servizio-civilisti impegnati nella sperimentazione potranno essere inviati solo nelle aree-paese sancite dal Governo (ad esempio a Nauru, ma non in Palestina, né tantomeno in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, India, Libia, Egitto, Cipro, Turchia, cioè, tanto per dire, in quasi nessuno degli scenari di conflitto di prossimità), sottostare a procedure di ingaggio e di sicurezza “totali” ed asfissianti (alle quali fa in parte riferimento anche la lunga lista di Paesi esclusi dall'intervento) e posti quindi in una situazione sostanziale di personale civile “embedded”.

Quanto alle caratteristiche dei progetti, «non saranno approvati progetti che prevedano attività situate in aree in cui la presenza di personale italiano è “sconsigliata a qualsiasi titolo” … dal MAECI». Saranno sostanzialmente fungibili alle esigenze governative, visto che, quanto alla stessa individuazione dei progetti, «qualora le avvertenze su viaggiaresicuri.it cambino successivamente alla presentazione del progetto, ovvero le competenti autorità diplomatiche e consolari emanino specifiche disposizioni comportamentali inerenti la sicurezza, l’ente e i volontari dovranno adattare le loro attività in funzione delle nuove indicazioni». E, peggio ancora, saranno anche commissariati preventivamente dalle autorità governative, tanto è vero che, in relazione alle Linee Guida per la Sicurezza, si prevede esplicitamente che il piano sicurezza sia «sottoposto, entro i primi cinque giorni dall’arrivo dei volontari, alle autorità diplomatiche e consolari competenti... Eventuali modifiche apportate al Piano dalle predette autorità è comunicato (sic) da parte dell’ente ai volontari ed al restante personale impegnato nella realizzazione del progetto, al Dipartimento ed al MAECI» (vedi il testo pubblicato del “Prontuario”: serviziocivile.gov.it/media/597942/prontuario-ccp.pdf).

Tali contraddizioni erano, del resto, ampiamente inscritte sin nello spirito e nella lettera del sopra ricordato decreto ministeriale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel Maggio scorso (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015), il quale impone di fatto che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI» (art. 7, c. 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, c. 2).

Inoltre, come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per - peraltro generiche - «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del c. 6 in merito all'eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la medesima sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici, legati agli interessi governativi, dei “Peace Corps” USA.

D'altra parte, una riprova della volontà di fare di questi “Corpi di Pace” una sorta di strumento inquadrabile nelle politiche governative e quindi adattabile alla logica dei suoi interessi strategici, sta nelle stesse parole con le quali tale nuova cornice è stata presentata all'opinione pubblica. Nella conferenza di presentazione di tali “Corpi di Pace”, l'on. Luigi Bobba, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delega alle politiche giovanili e al servizio civile nazionale, ha esplicitamente indicato che «i “Corpi Civili di Pace” di per sé hanno riferimenti anche di natura internazionale, nell'esperienza del governo tedesco, nell'esperienza argentina e nei Peace Corps degli USA, ed anche in una risoluzione dell'ONU che incoraggia la nascita di Corpi di Pace nei diversi stati membri e che ha anche organizzato, sotto l'etichetta dei Caschi Bianchi, interventi in condizioni simili a quelle in cui dovranno operare questi giovani. [...] Gli interventi saranno localizzati nei Paesi individuati su iniziativa del MAECI in accordo con il Dipartimento del Servizio Civile, per cui sarà una delle forme di politica estera del nostro Paese. [...] Inoltre, ci sarà anche una formazione fatta proprio dal MAECI sui temi della sicurezza, perché se si va ad operare in zone a rischio conflitto o post-conflitto, o zone di emergenza ambientale, si vogliono creare tutte le condizioni affinché si possa lavorare in modo sicuro e tranquillo. [...] Per questi giovani è prevista anche una “procedura rafforzata” in quanto, in condizioni di particolare difficoltà o di problematiche di sicurezza e per ragioni di opportunità ..., il MAECI potrà disporre il rimpatrio di queste persone che si trovano, eventualmente, in altri Paesi» (si veda il video della conferenza stampa di presentazione). 

È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque - esclusivamente - di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.  Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole, persino, cogenti per gli operatori.

Nascono così i Peace Corps all'italiana. E, per favore, smettiamo di chiamarli Corpi Civili di Pace.

Consiglio Mondiale della Pace: Analisi e Proposte

Il Documento del Comitato Esecutivo del CMP
 
da cebrapaz.org.br |  Traduzione di Marx21.it

 
Il sito del Comitato Brasiliano di Solidarietà con i Popoli e di Lotta per la Pace (Cebrapaz), ha pubblicato il documento stilato dal Comitato Esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (CMP) nel corso della sua ultima riunione.

 
Il Comitato Esecutivo (CE) del Consiglio Mondiale della Pace (CMP) si è riunito nella provincia cubana di Guantanamo, il 20 e 21 novembre 2015. La riunione è stata organizzata dal Movimento Cubano per la Pace e la Sovranità dei Popoli (MOVPAZ).

Al CE è seguito il IV Seminario Internazionale per la Pace e l'Eliminazione delle Basi Militari Straniere nel Mondo, organizzato congiuntamente da CMP, MOVPAZ e dall'Istituto Cubano di Amicizia tra i Popoli (ICAP), tra il 23 e il 25 novembre, in conclusione del quale è stata diffusa una dichiarazione finale.

La riunione del Comitato Esecutivo del CMP ha passato in rassegna la situazione mondiale e le minacce alla pace e alla stabilità, le crescenti aggressioni e guerre imperialiste in varie parti del mondo, ed anche la risposta dei popoli e movimenti per la pace, e ha manifestato la sua profonda preoccupazione per i crescenti pericoli di un conflitto catastrofico di grandi proporzioni. D'altro lato, è stato anche messo in rilievo che l'opinione pubblica e i movimenti popolari contro aggressioni e guerre imperialiste e per la pace e la stabilità si stanno mobilitando in varie parti del mondo.

Con lo svolgimento del suo CE a Guantanamo, a pochi chilometri di distanza dalla base militare degli Stati Uniti e dal suo campo di concentramento e tortura, il CMP ha riaffermato la richiesta incondizionata della chiusura immediata e definitiva della base, che è occupata contro la volontà del popolo cubano, e della restituzione del territorio a Cuba.

Il CMP ha trasmesso anche la sua solidarietà sincera e incrollabile al popolo cubano e alla sua rivoluzione, in difesa delle sue conquiste e per porre fine al blocco degli Stati Uniti contro Cuba, per la sospensione della “posizione comune” dell'UE contro Cuba e delle altre sanzioni e interferenze. Condividiamo la gioia e la soddisfazione del popolo cubano per il pieno ritorno dei cinque eroi cubani nella loro patria.

Dal suolo latinoamericano il CMP saluta i popoli della regione e manifesta la sua solidarietà alla lotta per il diritto sovrano di decidere da soli, liberi da macchinazioni straniere e sovversione, del proprio futuro e dei percorsi del proprio sviluppo. Rileviamo l'importante decisione della CELAC di dichiarare la regione, nel 2014, nella sua riunione del vertice all'Avana, una “Zona di Pace”, il che riflette i sentimenti genuini e le aspirazioni della grande maggioranza della popolazione nell'Emisfero Occidentale. [...]

Condanniamo gli attacchi come quelli perpetrati a Parigi alcuni giorni fa ed esprimiamo la nostra più sincera solidarietà al popolo francese nel suo dolore. Inoltre, come le risposte del governo francese e il suo ruolo nel conflitto in Siria hanno dimostrato, la cosiddetta lotta contro gruppi terroristi – molti dei quali sono emersi come risultato diretto dell'azione imperialista e in particolare degli USA, della NATO e dei suoi alleati nella regione – è usata per attaccare i diritti democratici degli stessi cittadini della Francia e degli immigrati in vari paesi europei.

Giorno dopo giorno, il Mar Egeo si sta trasformando in un cimitero per centinaia di famiglie che fuggono da Siria, Iraq e Afghanistan, distrutti dalla guerra. Le isole greche si stanno trasformando in campi di rifugiati, senza le risorse sufficienti e adeguate a ricevere e accogliere queste persone. Una questione chiave in questa vicenda continua ad essere rappresentata dai regolamenti dell'UE previsti dagli accordi di Schengen e Dublino II, come pure dall'ipocrisia dell'UE e dei governi di molti dei paesi dove i rifugiati si stanno dirigendo, e che sono apertamente ostili ai rifugiati.

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giovedì 5 novembre 2015

I Luoghi della Memoria e la Costruzione della Pace


www.pressenza.com/it/2015/11/giornata-della-tolleranza-16-novembre-napoli


Giornata della Tolleranza, 16 Novembre, Napoli

La Giornata della Tolleranza, 16 Novembre, compie vent'anni, dal momento che la Dichiarazione sui Principi della Tolleranza è stata adottata dall'UNESCO, a Parigi, nel 1995, quale strumento di sensibilizzazione del pubblico ai valori della convivenza.

Nell'occasione, l'Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli - Sito UNESCO, realizza una conferenza, in cui sarà anche presentata la ricerca-azione dal titolo “La Pagina in Comune”, edita da “Ad Est dell'Equatore”, Napoli, 2015, sui luoghi della memoria e i giacimenti culturali quali luogo dello scambio inter-culturale e della convivenza pacifica.

Si tratta di una sperimentazione attivata anche grazie al protagonismo della Città di Napoli che ha approvato, prima amministrazione locale in Italia, il primo progetto di una città per CCP in zona di conflitto, i “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, con la delibera n. 1029 (20.11.2011).

Approvando la Giornata della Tolleranza, dell'Accoglienza e della Convivenza, con delibera n. 4 (07.03.2012), la Città di Napoli, per iniziativa dell'allora vicepresidente del Consiglio Comunale di Napoli, avv. Elena Coccia, ha inteso coniugare i valori della tolleranza con i principi della salvaguardia della pace e della cultura dei diritti, dei luoghi della memoria e del patrimonio culturale, al fine di promuovere dialogo e convivenza tra popoli, culture, religioni.

La Conferenza del 16 Novembre ospita, nella splendida chiesa di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel centro storico patrimonio UNESCO della Città di Napoli, esperti e intellettuali per confrontarsi con il pubblico sugli argomenti proposti.

La conferenza avrà per tema: I Luoghi della Memoria e la Costruzione della Pace;

è organizzata dall'Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli, Sito UNESCO, in collaborazione con gli “Operatori di Pace - Campania”, Associazione Memorie e Culture “Lidia Menapace”, IPRI - Rete CCP (Istituto di Ricerche per la Pace e Rete dei “Corpi Civili di Pace”), con il supporto della Opera Pia “Purgatorio ad Arco” ONLUS e dalla Casa Editrice “Ad Est dell'Equatore”;

e, con la presenza di Lidia Menapace, prevede gli interventi di:

    Maria Teresa Iervolino, cultrice della memoria, boemista,
    Edmond Ҫali, lettore di lingua e letteratura albanese,
    Persida Lazarević, ricercatrice di letteratura serba e croata,
    Andrea de Carlo, docente di lingua e letteratura polacca,
    Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serbo-croata,
    Pasquale Voza, docente emerito di letteratura italiana,
    Imma Barbarossa, ex deputata, docente di lettere,
    Lidia Menapace, ex senatrice, staffetta partigiana, docente,
    Pino De Stasio, consigliere municipale, poeta,
    Arnaldo Maurino, presidente commissione scuola, Comune di Napoli, e
    Elena Coccia, presidente osservatorio Centro Storico di Napoli, sito UNESCO.

La Conferenza si terrà lunedì 16 Novembre, alle ore 16.00, alla Chiesa di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in Via Tribunali 39, Napoli.

Segreteria Organizzativa

Osservatorio Permanente Centro Storico di Napoli, Sito UNESCO,
dott. Gabriele di Napoli - arch. Elena Pagliuca
tel.   0817959827

martedì 3 novembre 2015

"Carovane per Sarajevo"


Si riporta qui di seguito la riflessione di Giovanna Baracchi, del Circolo di Paderno Dugnano di Rifondazione Comunista, all'indomani della presentazione del volume di Francesco Pugliese, "Carovane per Sarajevo", presso la Biblioteca Civica di Nova Milanese, lo scorso 31 Ottobre. 

Lo scorso 31 ottobre 2015, a Nova Milanese (MB), si è svolta, all'interno della Biblioteca, la presentazione del libro “Carovane per Sarajevo” di Francesco Pugliese.
 
Laura Tussi scrittrice, giornalista del territorio, ha presentato l'evento assieme ad Alfonso Navarra “antigiornalista ed antiesperto” come lui ama definirsi, ma anche storico obiettore di coscienza, e Gianmarco Pisa dei Corpi Civili di Pace, scrittore e responsabile esteri del PRC di Napoli.
 
A volte ci si domanda quali siano le organizzazioni che operano per la pace ma, soprattutto, dove siano, vista la scarsa anzi assente informazione che viene trasmessa dai mass-media. L'importanza di essere operatori di pace e a favore della smilitarizzazione dei territori non è certo argomentazione gradita ai soliti circuiti informativi. “Quando si parla di pace, e anche di nonviolenza, ci si ferma spesso solo agli aspetti generali, di principio, morali”.

Francesco Pugliese, insegnante ed autore del testo, si occupa da anni di pacifismo ma soprattutto di opposizione popolare alla guerra. Il libro ripropone la memoria di una guerra che non va dimenticata, ricordando anche i numerosi operatori di pace italiani che sono stati presenti con la loro significativa solidarietà, senza precedenti, verso le popolazioni, soprattutto nell'aiuto e nel soccorso alle vittime.
 
ll dibattito fra i presenti, che ne è scaturito, ha raccolto ed evidenziato l'importanza di partire con una sorta di “educazione alla pace” da sviluppare con l'aiuto delle istituzioni scolastiche per divenire costruttori di pace. L'esigenza è quella di “declinare” l'impegno per la pace nei termini di una mobilitazione, al tempo stesso, per la pace e contro la guerra.
 
Alla presentazione del libro hanno partecipato il sindaco di Nova Milanese, Rosaria Longoni, assieme all'Assessore alla Cultura ed anche la nostra delegazione padernese del PRC Casaletti. “È attraverso la memoria che si supera la vendetta e si trascende il perdono, si stabiliscono le coordinate sociali, infine si progetta la riconciliazione e si definisce la convivenza” (Gianmarco Pisa). 

martedì 29 settembre 2015

Premio della Nonviolenza e Corpi Civili di Pace

Campidoglio, Sala della Protomoteca

Venerdì, 2 Ottobre 2015 ore 09.00 

ROMA... SPAZIO ALLA NONVIOLENZA!



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Comunicato Stampa

L'evento finale della IV edizione del Premio della Nonviolenza si svolge a Roma durante le celebrazioni della Giornata Internazionale della Nonviolenza, voluta nel 2007 dall’ONU nell’anniversario della nascita di Gandhi. 

“La Nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’Umanità” affermava il Mahatma Gandhi; ma la nonviolenza ha bisogno di far conoscere le sue potenzialità, relegata come è da questa società a fenomeno di costume, dall’alto valore etico e morale, ma poco usata nel risolvere i conflitti.

I Promotori - “Mondo Senza Guerre e Senza Violenza” e Greenpeace - incoraggiano e sostengono azioni che danno risalto alla capacità risolutiva della nonviolenza e contribuiscono al rafforzamento di questa consapevolezza nella coscienza di tutti, con particolare attenzione ai giovani. In questa IV edizione il Premio sarà ospitato a Roma, nella Protomoteca, la sala prestigiosa del Campidoglio.

Quest’anno, oltre a un riconoscimento a Livia Parisi per i reportage di AssoPacePalestina, saranno presentati i finalisti della sezione Action per i progetti ("La scuola dei diritti umani", la campagna "Un’altra difesa è possibile" e il Progetto P.U.L.S.A.R. - Project on Understanding and Linkages to Serbs and Albanians Reconcile), le scolaresche della Enrico Fermi di Macerata e della Bodoni - Paravia di Torino che partecipano ad Action Scuole, Erminia Scaglia e Stefania Daneluzzo che con le loro foto concorrono alla sezione Gandhi.

I vincitori delle tre sezioni sono stati scelti da una votazione avvenuta nel mese di settembre sulla pagina Facebook del Premio alla quale si può accedere dal sito www.premiodellanonviolenza.it

“Siamo molto orgogliosi della partecipazione che - sostengono gli organizzatori - mai come in questa edizione abbraccia veramente tutt’Italia, da Como a Palermo, da Torino a Napoli, non dimenticando Macerata e naturalmente Roma, che ospita l’evento”.

Comitato Promotore, Premio della Nonviolenza: info@premiodellanonviolenza.it
Evento FB: www.facebook.com/events/1470158923293778

***

Per approfondimenti dedicati al progetto P.U.L.S.A.R. per Corpi Civili di Pace in Kosovo e alla ricerca-azione, per i tipi di Ad Est dell'Equatore, dal titolo "La Pagina in Comune":

www.corpicivilidipace.com
www.adestdellequatore.com/2015/05/la-pagina-in-comune-gianmarco-pisa
www.facebook.com/lapaginaincomune

domenica 20 settembre 2015

Giornata della Pace 2015: “l'Arte contro l'Oblio”


Istituita il 30 novembre 1981 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 36/67, allo scopo, com'è affermato nella risoluzione, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», la Giornata Internazionale della Pace, il 21 settembre, è un'occasione di riflessione e di iniziativa, per la pace e contro la guerra, assai preziosa. 
Nell'occasione, essa ricorre all'indomani di una interessante conferenza a tema, presso il Museo di Storia della Jugoslavia, a Belgrado, sul tema “l'Arte contro l'Oblio”, nell'ambito della mostra “Recorded Memories”, tenuta lo scorso 19 settembre. 
Yannis Toumazis* ha introdotto la riflessione indicando che la rappresentazione della violenza nella guerra e nel militare attraverso la fotografia non fa ricorso alla “memoria” come antidoto al nazionalismo ed al militarismo, bensì usa la fotografia come propellente del nazionalismo e del militarismo. 
Dal punto di vista di Cipro, tre sono le angolature di questo orizzonte: Istanbul, Atene e Nicosia. Il Museo Militare a Istanbul si compone di tre sezioni prevalenti: la costituzione della Repubblica Turca di Kemal Atatürk, le sofferenze subite dal popolo turco nel corso dei primi decenni del Novecento e, infine, una sbalorditiva sala “Corea - Cipro”. Vi sono ripercorsi gli eventi del 1963 e del 1974 e la ricostruzione ha un sapore evidentemente glorificante e nazionalista. 
Nel Museo della Lotta di Liberazione Nazionale, a Nicosia, nella parte greca, vi sono numerose tracce ed oggetti dell'epoca degli scontri bi-comunali, della divisione e della successiva iniziativa militare turca, che portò alla divisione dell'isola nel 1974, che perdura tuttora, tra alterni tentativi di riappacificazione e riunificazione, da ormai quarant'anni a questa parte. 
Numerose, sono, qui, le carte di identità di militari greco-ciprioti: esse sono, nel loro insieme, una specie di monumento al “milite non-ignoto” e fanno venire alla mente una serie di domande: perché proprio quei militari, quali siano le circostanze della sottrazione di quelle carte di identità, cosa ha inteso significare la loro cattura e, quindi, la loro esibizione. Gli “oggetti militari da esposizione” rappresentano, in entrambi i casi, chiari esempi di “veicoli della memoria”, declinata come memoria nazionalista (e militare) e memoria divisiva (o della contrapposizione). 



Ad Atene, il Museo della Guerra è, di per sé, non solo per il suo contenuto, un luogo di tale genere di memoria: è stato realizzato durante il regime dei colonnelli e mostra i capisaldi del nazionalismo greco: aspetti della liberazione nazionale dall'Impero Ottomano, le gesta della Grecia durante le guerre mondiali, e, immancabilmente, una sala dedicata a “Cipro”, divisa in una sezione storico-archeologica e una sezione politico-ideologica, con aspetti legati alla presenza cipriota nella liberazione nazionale greca, la liberazione di Cipro dal potere imperiale britannico, mentre non compare nessun riferimento al colpo di stato contro il governo di Makarios, ispirato dalla giunta dei colonnelli, che fu tra le ragioni (pretesti) addotte dal governo turco ai fini della campagna (invasione) dell'isola. 
Tale approccio museologico, riscontrabile, con aspetti e cadenze diverse, in ciascuno dei tre casi, serve, al contempo, a preservare la memoria e a consolidare una sorta di “estensione artificiale” della memoria e, in questo senso, finisce per servire non tanto la “memoria”, quanto piuttosto una “ideologia”, concepita come vera e propria “manipolazione della memoria” stessa. 
Tanto è vero che nomi diversi vengono attribuiti ai medesimi fatti e circostanze: il “colpo” contro Makarios fu un'avventura nazionalista o non piuttosto, come asserito dai suoi ispiratori, un tentativo di “stabilizzazione” del Paese? L'intervento turco a Cipro, una invasione militare o, piuttosto, una “peacekeeping operation”, finalizzata a tutelare la minoranza turco-cipriota dalle violenze dei nazionalisti greco-ciprioti, come asserito, sino a tutt'oggi, dalle autorità e da gran parte dell'opinione pubblica turca? 
Il tema della contrapposizione della memoria, insieme con quello della fragilità della memoria, torna anche nelle relazioni successive. La memoria, viene ricordato, è qualcosa che ha a che fare con il passato ma che, nello stesso tempo, si volge (si proietta) nel futuro. 
Facendo riferimento alla sua installazione di video-arte, Marianna Christofides, illustra il significato della ripresa di un bambino che effettua capriole consecutive lungo tutto il percorso del muro che divide in due la capitale, Nicosia, tra il settore greco-cipriota (Lefkosia) e il settore turco-cipriota (Lefkoşa): l'apparente fissità (impenetrabilità) del muro fa da sfondo all'altrettanto apparente infinità (circolarità) delle capriole del bambino. 



Il muro di Nicosia, come tutti i muri residuati dai conflitti e dalle contrapposizioni del lungo XX secolo, conserva una fotografia del passato e ricorda che queste fotografie sono anche un tentativo di “limitare”, “confinare” o “manipolare” la memoria, che invece è, per sua natura, fluida, dinamica e cangiante. 
Il confronto con il passato non è in sé, semplicemente, una questione della “memoria”, ma allude continuamente alla posizione che ciascuno e ciascuna di noi decide di assumere in relazione a fatti, eventi e circostanze. Se una “raccolta” museale è, al tempo stesso, un archivio della memoria, allora i musei devono diventare aperti e vivi, luoghi in cui confrontarsi con il passato e prospettare un'immagine positiva per il futuro. 
Come ha ricordato, in chiusura, Nikola Radić Lucati, le raccolte e le mostre nei musei e nei luoghi di cultura, non possono sostituirsi ai media nel raccontare i fatti della realtà o nel creare una opinione pubblica diffusa; le esposizioni, semmai, hanno a che fare con la “rappresentazione” del passato o del presente e la “interpretazione” che l'artista offre di quel passato o di quel presente, ma anche di aspetti e contraddizioni della società. 
Il ruolo dell'arte può dunque servire a costruire una relazione tra l'artista e il pubblico e ad istituire un dialogo dentro la società, come un tentativo di scoprire nuove soluzioni o di aprire nuove vie.

* Info e biografie sugli artisti sono disponibili al sito: www.goethe.de/ins/gr/lp/prj/eri/ein/bsindex.htm .

giovedì 3 settembre 2015

Uno storico accordo: la Comunità dei Serbi del Kosovo

Zajednica Srpskih Opstina by Varjačić Vladimir CC BY 3_0 via Wikimedia Commons

Sebbene l'aggettivo sia perfino abusato, e il suo significato assai impegnativo imponga di disporne con estrema cautela, non c'è dubbio che il 25 Agosto del 2015 abbia rappresentato una giornata storica per la Serbia, per il Kosovo, per il miglioramento delle relazioni bilaterali e della vita quotidiana delle comunità kosovare (gli Albanesi Kosovari e i Serbi del Kosovo) e per un consistente avvicinamento della Serbia all'Unione Europea. 

Con gli accordi firmati in questa data, infatti, è mandato a compimento il più impegnativo, controverso e rilevante tra i punti previsti dagli Accordi di Bruxelles (Bruxelles Agreement), siglati, ormai più di due anni fa, il 19 Aprile del 2013, che prevedevano per la prima volta una piattaforma condivisa per la normalizzazione delle relazioni tra le due entità, la Repubblica di Serbia e il Kosovo, retto da un autogoverno a larga maggioranza albanese, che ha proclamato una propria indipendenza non riconosciuta dalla comunità internazionale ormai più di sette anni fa, il 17 Febbraio del 2008, e che, per il diritto internazionale e le Nazioni Unite, resta la provincia autonoma a maggioranza albanese della Serbia. 

Tale punto riguarda la cosiddetta Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo o, in serbo, ZSO (la sigla sta per Zajednica Srpskih Opština, appunto Comunità delle Municipalità Serbe) mentre, in albanese, la dicitura corrente è piuttosto quella di Asociacioni i komunave serbe o Associazione dei Comuni Serbi: al di là delle designazioni, per le quali si farà di seguito riferimento a quella internazionalmente in uso, vale a dire di “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, si tratta della vera e propria “architrave” degli Accordi di Bruxelles, e, al tempo stesso, del cuore dell'autonomia serba all'interno del Kosovo, di cui, è bene ricordarlo, su una popolazione di circa due milioni di abitanti, i Serbi costituiscono una minoranza non superiore, secondo stime, al 7-8%, pari a circa 150 mila persone, di cui circa 120 mila all'interno del territorio della costituenda Comunità; una minoranza, al tempo stesso, diffusa sul territorio, con svariati problemi in termini di libertà di movimento, di circolazione e di espressione, ancora, come da più parti segnalato, sottoposta a minacce e vessazioni da parte di estremisti albanesi kosovari, e, inoltre, diffusamente enclavizzata. 

L'accordo raggiunto, a due anni dagli accordi originari e a circa un anno dall'inizio delle trattative sul punto, è frutto di una difficile mediazione, tra i rappresentati del governo serbo e dell'auto-governo kosovaro (nella fase finale le trattative sono state condotte in prima persona dai due “premier”, il premier serbo Aleksander Vucic e il primo ministro dell'autogoverno kosovaro, Isa Mustafa), sotto la mediazione, come di consueto, dell'Alto Rappresentante della Politica Estera dell'Unione Europea, Federica Mogherini, a Bruxelles. L'accordo raggiunto ha una portata effettivamente storica: prevede che la Comunità sia formata dalle dieci Municipalità a maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok, Leposavic, Gracanica, Strpce, Novo Brdo, Ranilug, Partes e Klokot), di cui solo due aree dotate di continguità territoriale (quella del Kosovo Settentrionale, con le Municipalità di Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok, Leposavic, e quella del Kosovo Orientale, tra i Distretti di Kamenica e Gjilane, vale a dire le Municipalità di Novo Brdo e Ranilug), per una superficie complessiva di circa 1200 km quadrati pari a circa l'11% dell'intera estensione del Kosovo. 

Da quanto si apprende, sia da fonti giornalistiche sia da riscontri dalla regione, l'accordo raggiunto consegna alla Comunità o ZSO una vera e propria autonomia (ovvero una “autonomia ampia ed effettiva”) nei campi dello sviluppo locale, dell'economia locale, delle infrastrutture di pertinenza locale, della istruzione e della sanità e, inoltre, assegna alla Comunità medesima una propria autonomia giudiziale, nel senso di avviare la costituzione di un “panel” di giudici a maggioranza serba nell'ambito della Corte di Appello di Pristina, per trattare le questioni giudiziarie relative alle municipalità serbe, e una “divisione” della medesima Corte di Appello da costituirsi a Kosovska Mitrovica, vale a dire quel settore della Municipalità di Mitrovica, a nord del fiume Ibar e separato dal resto della città dal noto “Ponte di Austerlitz” o “Ponte Principale”, abitato a larghissima maggioranza dai Serbi, il resto della città essendo invece ad amplissima maggioranza albanese. 

Non è forse un caso, che la “gestione” del ponte di Mitrovica sia entrata a pieno titolo anche nel confronto negoziale del 25 Agosto, raggiungendo, anche in questo caso, un accordo, per il quale si prevede che il ponte sia condiviso nella sua interezza tra le diverse comunità e aperto al libro passaggio pedonale, laddove oggi è ancora ostruito di fatto, dal cosiddetto “Parco della Pace”, in sostituzione delle precedenti barricate. 

Inoltre, l'autonomia della Comunità, o ZSO, è completata dall'istituzione delle figure del Presidente, dell'Assemblea, del Consiglio, e, inoltre, sarà dotata di un proprio stemma e di una propria bandiera, e sarà finanziata direttamente da Belgrado senza ulteriore aumento di tassazione. Qualcuno potrebbe obiettare che si ripete in Kosovo, con la stipula di questo accordo, un “modello bosniaco” in sedicesimo e che, pur riconoscendo il quadro legale vigente e l'integrità territoriale del Kosovo, l'accordo renda di fatto il Kosovo Serbo uno “Stato nello Stato”. 

Si tratta indubbiamente di una mediazione, forse della soluzione più efficace per garantire, con il riconoscimento dell'autonomia e dell'autodeterminazione, in un quadro legale, delle minoranze etniche, una prospettica di convivenza e coabitazione alle diverse comunità su quello che è il loro, comune, territorio.

mercoledì 29 luglio 2015

Ulpiana: monumental site and world heritage


Based on the Reportage by Zef Ndrecaj
Ulpiana in the hand of those who destroyed it
(the hand of  Turkish archaeologists)
http://www.revistadrini.com/?p=25013

Ulpiana is a city founded in the early II century by the Emperor Trajan. Ulpiana was a very famous Illyrian city, before the arrival of the Romans and the reconstruction after the invasion was only a continuation of the re-novation and the re-construction of Ulpiana as a city and an Illyrian settlement. The city is near the city of Pristina in today Kosovo.

Ulpiana10 di Atdheu - Opera Propria - Licenza CC BY-SA 3.0 - WIKI Commons


During the Roman occupation in the I century AD, Ulpiana was an extremely strong protective fortress from the Illyrian epoch and the Illyrian - Roman war caused a great damage of the city of Ulpiana. Roman rule brought a number of changes in cultural life and social life in Dardania. They arose towns, castles, villages, villas rustica, cult objects, as well as the ancient road network on the road routes of the previous Dardanian reign.

Even after the Roman conquest, among the most important cities, became Ulpiana again, now built on the devastating ruins that the invasion brought on it. That Ulpiana was an Illyrian settlement before the Romans as also testified by the recent discoveries in palafit residence, cemetery with Dardanian first phase ceramics and iron ornaments from IV century BC. These show that Ulpiana was filed on prehistoric layers Dardanian residence.

Goths invasions in Illyria, during the V century, would have included Ulpiana which again faced the experience of the greatest devastation by the earthquake that struck Dardania in 518 and caused great havoc and huge damage to the city. After the destruction, Emperor Justinian rebuilt the ruined walls and the destructed objects, while in tribute, the city was baptized with the name of new Ulpiana and “Secunda Justiniana” (Justiniana Secunda).

Walled city up to 3 mt. wide and with two semicircular towers of 27.5 mt. has irregular rectangle shape. It occupies the area of 35, 5 ha. About 50 mt. East of Ulpiana on VI century was raised a fortified settlement, which has identified with the city Justinopol. 

Ulpiana11.1 di Atdheu - Opera Propria - Licenza CC BY-SA 3.0 - WIKI Commons

 
In 1406, Prince Paul Dukagjini (1384-1446), referred to as "the wisdom", put on the top of the Principality of Dukagjini Ulpiana metropolis (new city founded again by him), which reigns on along with his brother Nikole Dukagjini, noted for his "bravery". Later on, in 1410 the heir Prince of Paul Dukagjini was born in Ulpiana, Leke Dukagjini, whose cultural background is supposed to be done in the most advanced developing centers of the time, such as Shkodra, Ragusa, Venice.

Dukagjini fought under the command of Skanderbeg against the Ottomans during the last two years of the legendary war of Skanderbeg. During times of peace they also fought against each another, as Albanian loyalties came and went during that period of their history. Dukagjini continued to fight with limited success against the Ottoman Empire, carrying on as the leader of the Albanian resistance after the death of Skanderbeg, until 1479, and becoming, with him, the most famous and welcomed Albanian Hero for Albanian People.

Overshadowed by the legend of Skanderbeg, Dukagjini is most well known for the set of laws ruling the highlands of Northern Albania, known as the "Kanuni i Lekë Dukagjinit". Although researchers of history and customs of Albania usually refer to Gjeçovi's text of the Kanuni as the only existing version which is uncontested, written by Lekë Dukagjini, it was actually incorrect. 

The text of the Kanuni, often contested and with many different interpretations which significantly evolved since 15th century, was only named after Dukagjini, not in the sense he effectively compiled the book but since his was the first attempt to collect and systematize customary norms of Albanian People. Whilst identifying Skanderbeg as the "dragon prince" who dared to fight against any foe, chronicles portray Dukagjini as the "angel prince" who, with dignity and wisdom, ensured the continuity of the Albanian identity.

It was estimated that in 1450 the capital of the Principality fell and the fighting that took place there completely destroyed Ulpiana. Evidence of the destruction and looting of everything from Ulpiana are the base in the Basilica in line with one more paleochristian basilica in Gracanica, close to Ulpiana buildings, whose foundations are made of reused stones, showing as well fragments of the “Stela Dardanian” inscriptions.  

Ulpiana16 di Atdheu - Opera Propria - Licenza CC BY-SA 3.0 - WIKI Commons

 
So the looting of the stones that Ulpiana basilica lasted in the centuries, helped raising the XIV century Gracanica monastery. Even this was a bargain between the Serbs and the Turks who had to do with the looting of everything from Ulpiana with the sole purpose to make radically disappear any autochthony Illyrian presence in that city. In 1458 Prizren, center of commerce and culture developments in the Principality of Dukagjini, fell, and, in 1458-1481, Leke Dukagjin built some strength in depth of his principality territories.

After the Turkish invasion on the big Illyrian centres, everything went to change for the structure of these cities. Construction of the Mosque of Sultan Murad, Sultan Pajaziti, Baths, etc. in the vicinity of Ulpiana - in today Prishtina - are recorded but also in other centers elsewhere Peja and Prizren.

Today we are not able, nor can restore a castle or a princely palace of Leke Dukagjin, while, much less, we could appreciate and admire what does not exist any more with superlatives: “the best in the world, in the Mediterranean, in the region”, because at that time “the castles in prosperous cities (Albanian) ... the mansions of monuments ... vanished from the earth ... remained as the beauty and the splendor of the old” (Fan Noli: 591-592).

As - again - this writing of Fan Noli, we not only care about the renovation but also allow the archaeological discoveries emanating from those who destroyed them, just those who looted, ransacked, and destroyed all that was Dardanian - Illyrian - Albanian.
 
Ulpiana17 di Atdheu - Opera Propria - Licenza CC BY-SA 3.0 - WIKI Commons


«Archaeological excavations conducted in 1953 allowed to bring to light the remains of the thistle, a temple, fortifications, some buildings and a basilica to one navata. It was detected a necropolis, in the north of the settlement, which returned epigraphs and several sarcophagi, which are still in situ, one of which in marble.

Shortage of funds, lack of specialized staff and location extremely uncomfortable have not allowed scientists to create a comprehensive study and a definitive one on this site, still used for cultivation by local farmers who, working fields, extract archaeological assets of every kind and involuntarily cause destruction of fragile or reversal stratigrafy. 

To these problems is added the presence of illegal immigrants who benefited from the total absence of police and the responsible for the area, stealing any finding to sell almost exclusively to foreigners.

During surveys to Ulpiana it has been possible to observe the deep state of degradation prevailing in the area of necropolis and the northern sector. In particular, some sarcophagi appear deliberately damaged for reasons still unknown. The covering slabs are also moved».

Ulpiana22 di Atdheu - Opera Propria - Licenza CC BY-SA 3.0 - WIKI Commons


So the research that will make the invaders showed we lose not only Ulpiana, but slowly we will lose history which makes us proud as being Illyrian, being Albanian. Today personally consider that invaders destroyed and killed us for 500 years. Dear reader once again the only question is ... 

Where are you going, this people, and what will be after a few year, in this nation? People disappeared in war but more in peace.

So, day by day, my people is dying, dying from that to not have history, and people without history is dead!