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sabato 9 aprile 2022

Arte, memoria e cultura per la pace. «ReMemory 1992-2022»


Marko Kafé,  Reste eines John Lennon Portraits und mehrere Friedens Symbole, Prag, Particolare, 23. 08. 2019:
CC BY-SA 4.0 - via Wikimedia Commons creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0



È stata inaugurata lo scorso 4 marzo, all’approssimarsi del trentennale dell’inizio delle ostilità che portarono alla guerra in Bosnia Erzegovina (aprile 1992), la mostra collettiva, a cura di Galerija Brodac e Kuma International, intitolata «ReMemory 1992-2022/Art and Memory», che espone le opere di undici artisti e artiste nazionali e internazionali e partecipanti a workshop tematici, sul tema, cruciale nei percorsi di trasformazione e di trascendimento del conflitto, della memoria e delle cosiddette «forme della commemorazione». Come viene indicato nella presentazione dell’iniziativa, infatti, «i workshop si sono concentrati sull’arte contemporanea e la fotografia nel contesto delle forme contemporanee di commemorazione. I workshop consistevano in approcci teorici e pratici e utilizzavano metodologie interattive, dinamiche, per coinvolgere pienamente i giovani partecipanti. Con questi ultimi, gli artisti e le artiste Ziyah Gafić, Smirna Kulenović, Enrico Dagnino, Mak Hubjer, Velibor Božović e Aida Šehović hanno risposto a numerose domande su natura e forme della memoria, del tipo: «come ricordiamo il passato e qual è il ruolo dell’arte e della fotografia nella commemorazione?».

«I workshop sono stati organizzati nell’ambito del progetto intitolato «ReMemory 1992-2022: 30 years of remembrance through art in Bosnia and Herzegovina». In occasione del trentesimo anniversario dell’inizio della guerra di Bosnia, il progetto si concentra sulle storie di Sarajevo e di Gorazde e coinvolge attivisti/e ed artisti/e allo scopo di offrire una prospettiva locale/contestuale sulle conseguenze del passato e sulla memoria degli eventi del passato. Il progetto è pensato per offrire a tutti i partecipanti una conoscenza approfondita sui concetti di divisione e spazi contesi, tempo e fluidità dei confini, e per consentire ai partecipanti di riflettere sul ruolo dell’arte e della cultura nella trasformazione sociale. L’obiettivo del progetto è di permettere la scoperta del passato per un futuro positivo e inclusivo in Bosnia Erzegovina al fine di incoraggiare un percorso unitario e coerente. I workshop hanno offerto un’opportunità unica per studiare il passato all’interno della comunità».

Sulla base delle note di presentazione, infatti, «la Galleria Brodac è stata fondata con l’entusiasmo di diversi volontari disposti a combattere contro l’oppressione socio-economica e politica e contro l’indifferenza. Un gruppo di giovani artisti ha organizzato «azioni di lavoro» per creare uno spazio in cui esporre e condividere con i colleghi, dal momento che né le autorità né altri erano disposti a prendersi cura dell’arte che le giovani generazioni hanno da proporre. La missione primaria è di promuovere e valorizzare la scena artistica contemporanea in Bosnia e all’estero, un contributo concreto per cambiamenti positivi nella società. Migliorare la qualità della vita dei/delle cittadini/e portando avanti quanto di più importante c’è per la loro crescita personale e collettiva: la cultura. L’arte è - prima di tutto - uno strumento utile e necessario per combattere l’analfabetismo e il più forte sostegno per le persone. Un artista è un lavoratore che rappresenta costantemente tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici, che lavorano per vivere, guadagnando equamente attraverso il processo della creazione, realizzando un prodotto per il bene di tutti e tutte. Generando opportunità per gli artisti e per il pubblico di interagire in uno spazio indipendente, lontano da qualsiasi condizionamento politico o sociale indesiderato, va avanti il processo di de-marginalizzazione della cultura per rendere la scena artistica contemporanea più forte».

Il tema dei workshop, che hanno rappresentato l’ossatura concettuale del momento espositivo, con le opere di undici artisti ed artiste (Irma Bajramović, Velibor Božović, Enrico Dagnino, Anela Dumonjić, Ziyah Gafić, Mak Hubjer, Nora Köhler, Smirna Kulenović, Michael Pribich, Bedrija Šahbaz, Aida Šehović), è condensato dunque nel titolo: «ReMemory 1992-2022: trenta anni di commemorazione attraverso l’arte in Bosnia Erzegovina», dove il termine commemorazione allude, in effetti, al processo memoriale e finisce per indagare non solo lo spazio e le forme della «memoria nel post-conflitto», ma anche contenuti e modalità del processo di commemorazione stesso, come processo sociale, organizzato nello spazio pubblico, di esercizio del ricordo (a livello personale e familiare) e di costruzione della memoria collettiva (a livello pubblico e politico).

Se il tema della memoria collettiva si afferma, cioè, come veicolo potente di elaborazione di immaginari e di definizione di narrazioni collettive, attraverso forme sociali e ritualità condivise, si staglia sullo sfondo, proprio a partire dai contenuti della mostra, un tema delicatissimo e fondamentale, quello dell’arte come strumento di elaborazione del dolore e del trauma e come vettore di superamento e trasformazione del conflitto. L’arte è cioè una formidabile opportunità di manifestazione e di espressione attraverso la creatività e nello spazio del simbolico, e, come tale, può stimolare energie e attivare risorse. In questo senso, si afferma anche un principio di “politicità dell’arte”. L’arte è cioè, nella sua contestualizzazione nello spazio pubblico e nella sua capacità di vivere attraverso, dare forma e costruire relazioni sociali, intrinsecamente “politica”, nel senso più vivace e performativo del termine. E, di conseguenza, può essere anche un potente strumento di intervento sul conflitto, di interpretazione delle contraddizioni, di prefigurazione di orizzonti alternativi.

Come hanno ricordato, in un loro potente saggio proprio su questi temi, Lisa Schirch e Michael Shank, «benché l’arte non sia puramente funzionale, può tuttavia servire le funzioni sociali. L’arte è uno strumento che può comunicare e trasformare il modo in cui le persone pensano e agiscono. Le arti possono mutare le dinamiche all’interno di complicati conflitti inter-personali, inter-comunitari, nazionali e globali. [...] Le arti possono aiutare le persone a cambiare la loro visione del mondo. Durante un conflitto, i problemi appaiono insormontabili e totalizzanti. [...] L’arte può costituire, in definitiva, una struttura di riferimento per delle problematicità o delle relazioni, capace di offrire nuove prospettive e nuove possibilità di trasformazione, agire come un prisma per consentire di guardare il mondo attraverso una nuova visuale». 
 

mercoledì 30 settembre 2020

«I morti aprono gli occhi ai vivi».


Jasenovac, un «luogo della memoria».

Da Zagabria

Da Zagabria a Jasenovac il viaggio, servendosi del trasporto pubblico, non è semplice. Una successione di autobus o, meglio, almeno un paio di treni. C’è un cambio a Novska. Per la giornata scelta e per l’orario del viaggio, mi tocca la tratta con cambio a Sunja. Sunja è un villaggio, quasi a metà strada tra Jasenovac e Sisak, il cui parco, a Brezovica, ospita uno dei complessi memoriali dell’epopea partigiana sopravvissuti alle furie revisioniste e iconoclaste degli anni Novanta. Anche qui, nel villaggio di Sunja, appena fuori dalla stazione, sopravvive una scultura toccante, nello stile proprio del “realismo socialista”, quasi una fotografia che coglie il momento supremo di un partigiano, uno delle migliaia di eroi senza nome, della liberazione antifascista, solido presupposto memoriale del socialismo della Jugoslavia. Nei piccoli centri sopravvive, a volte, una memoria che le città hanno relegato all’oblio.

Lo scenario del viaggio rende onore al nome: Jasenovac, da “jasen”, significa «bosco di frassino», e una vasta area tagliata dalla linea ferrata è circondata da questi alberi, slanciati ed eleganti. Tra i rovi di una stazione praticamente abbandonata e di un edificio decrepito, ci si deve fare largo per raggiungere la strada, un esercizio di equilibrio e di cautela tra i mezzi pesanti in corsa. Ci si allontana dal paese, che si immagina poco distante per lo svettare di un campanile, per avvicinarsi al parco memoriale. C’era un campo di concentramento, a Jasenovac, attivo durante il regime genocida dello stato quisling, denominato, con menzognera puntigliosità, Stato Indipendente di Croazia. Una di quelle pagine della storia che chiamano in causa le responsabilità dell’Europa degli anni Trenta e Quaranta: capo dello stato, fino al 1943, un Savoia, il principe Aimone, duca d’Aosta; capo del governo e poi capo assoluto del famigerato regime, Ante Pavelić. Il movimento degli Ustaša aveva profondi legami ideologici con il nazismo in Germania ed era stato ampiamente sostenuto dal fascismo in Italia. Serbi, Ebrei, Rom; antifascisti, comunisti, partigiani; tutti, in gran numero, sono stati detenuti e uccisi nel campo, orribile e infamante, di Jasenovac. Era stato aperto nell’agosto del 1941 e diretto, per primo, da “Fra’ Satana”, quell’inquietante figura di frate criminale che rispondeva al nome di Miroslav Filipović. Ironia della storia: Miroslav, in serbo, sta per «colui che celebra la pace».

Sono tanti i frammenti che vengono alla memoria quando si prova a inquadrare la tragedia del regime ustaša, il fanatismo del nazionalismo etnico, l’orrore del concentramento, della segregazione e della pulizia etnica. Il programma razziale, ad esempio, in base al quale, nella “Grande Croazia”, un terzo dei serbi doveva essere “liquidato”, un terzo espulso, un terzo convertito con la forza al cattolicesimo. Oppure, il programma nazionale, in forza del quale lo stato croato sarebbe stato rifondato «con la lama e la rivoltella, la mitraglia e la bomba». Fino ad una polemica più recente, a suo modo significativa, sul “culto della memoria” e le strade che ancora restano intitolate, in diverse città croate, a Mile Budak, uno dei principali ideologi del regime ustaša. Il massacro fu tale, spaventoso per dimensione e proporzioni, che il numero esatto delle vittime non è mai stato determinato con esattezza. Una commissione jugoslava, a guerra finita, rese nota, in un rapporto al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, una cifra tra le 500 mila e le 700 mila vittime. Oggi si parla di centomila vittime. Da un’altra parte si può leggere che, a Jasenovac, i croati non soffrirono perché croati, né i musulmani perché musulmani, ma in quanto antifascisti, democratici, comunisti, o perché “colpevoli” di avere aiutato serbi, antifascisti, partigiani. Il conflitto sui numeri e la contrapposizione delle narrazioni è, sempre, uno dei frutti avvelenati della guerra.

Oggi il “Fiore di Pietra”, la scultura monumentale, bellissima, del grande artista jugoslavo Bogdan Bogdanović, uno dei capolavori del “modernismo socialista”, non è solo una rappresentazione simbolica della vita che rinasce dal fondo della morte, che qui così pesantemente ha imperversato; è anche una vera e propria celebrazione della resistenza e della liberazione. Al di là, per intenderci, delle riscritture revisioniste o riduzioniste che pure fanno breccia nella ricostruzione museografica del poco distante Museo, per questo oggetto di critica. È stata una notizia non da poco scoprire che, ad inaugurare il nuovo parlamento serbo, in qualità di “deputato anziano”, è stata, quest’anno, Smilja Tišma. Oggi più che novantenne, Smilja Tišma è una «bambina di Jasenovac». Vado a riprendere un pezzo di una sua intervista di qualche tempo fa: «Dicono sia un museo - ma non è un museo. Ho visto un pannello che afferma che sessantanove mila persone sono morte nel campo di sterminio di Jasenovac. Questa è solo una parte del numero reale. I serbi sono collocati al settimo posto nella lista dei gruppi uccisi, dopo altri, come sloveni e slovacchi, che di fatto costituivano una piccola percentuale delle vittime e che sono stati uccisi a causa della politica, non a causa della etnia, mentre centinaia di migliaia di serbi sono stati assassinati nel tentativo di eliminare il popolo serbo. La mostra non nomina nemmeno un leader ustaša; non mostra nessuna delle orribili armi dei crimini degli ustaša; non mostra alcuna prova del ruolo chiave della chiesa cattolica». All’ingresso del Museo, l’Installazione dedicata alle vittime del fascismo a Jasenovac, opera del grande scultore Dušan Džamonja, un altro campione del modernismo e dell’astrattismo jugoslavo, del quale avremmo poi interrogato quel capolavoro, spettacolare e negletto, che fa mostra di sé a Zagabria, il “Monumento alle Vittime del Dicembre”, in memoria degli antifascisti impiccati dai criminali ustaša il 20 dicembre del 1943. Sorprende la densità di questo spazio. Jasenovac finì poi nella Repubblica Serba della Krajina durante il conflitto più recente, quello degli anni Novanta. Ancora guerra e ancora devastazione.

Con la fulminea e terribile “Operazione Tempesta”, la Krajina fu sbaragliata, Jasenovac recuperata, a seguito delle operazioni militari croate, dall’intera regione di Dalmazia e di Slavonia 250 mila serbi furono, alla fine, costretti alla fuga. È necessario lasciarsi alle spalle i memoriali della guerra mondiale per interrogare i memoriali della più recente devastazione. È un crescendo, avviandosi, finalmente, verso il paese. Due strade si allontanano dallo “Spomen Park”, una poco più che sterrata, una sequela di edifici diroccati e di case distrutte da bombe e granate, crivellate di colpi e proiettili, case di serbi costretti alla fuga e all’abbandono dei lori beni che, qua e là, ancora fanno capolino tra le tegole scrostate e i mattoni diroccati. L’avvicinarsi al nucleo del paese è segnato dalla storica chiesa ortodossa dedicata alla Natività di San Giovanni Battista. È una chiesa nel tipico stile della metà o della seconda metà del XVIII secolo, organizzata intorno ad un impianto a navata unica, in stile barocco, con un ampio spazio semicircolare riservato all’altare, dominato oggi da una recuperata, bella, iconostasi, mentre, all’ingresso, svetta l’alto campanile, il punto di riferimento del tratto di andata, che avevamo intravisto uscendo dalla stazione.

Incendiato e distrutto dagli ustaša «fino alle fondamenta», già nel 1941, con una perdita di patrimonio incolmabile, distrutta l’iconostasi, vandalizzati gli arredi, bruciati i libri, saccheggiati i tesori, distrutti gli oggetti religiosi. Come spesso succedeva, fu anche luogo di prigionia; poi, all’inizio del maggio del 1942, praticamente tutte le famiglie serbe di Jasenovac furono mandate al campo, poco distante. Il delirio nazionalista riprese corpo negli anni Novanta. Nel 1991, il tempio viene danneggiato dagli assalti delle milizie a colpi di granata. Nel 1995, viene nuovamente colpito e devastato. Nel 2000, finalmente, prende avvio una vasta ristrutturazione. Oggi è luogo di culto, e preserva memoria, e luogo di incontro, per la piccola comunità serba del villaggio. In base al censimento del 1991, Jasenovac contava 3.600 abitanti; al censimento del 2011, meno di 2.000; sembra che due terzi della comunità del villaggio abbia più di 60 anni. La comunità serba è sempre stata una presenza storica del paese, oggi il 95% della popolazione è croato. Nessuno sa dire quanti siano oggi esattamente i serbi, con tutta probabilità alcune decine. Il racconto, che si svolge fuori e dentro le mura della chiesa, alterna e, talvolta, confonde gli eventi della guerra passata con la guerra recente, genocidi e massacri, preserva memorie e custodisce segreti, che intersecano morte e oblio, speranza e rinascita.

Durante l’attività del campo di Jasenovac, gli abitanti vivevano in regime speciale, perché “zona speciale” del campo, circondata. Jasenovac, secondo forse solo al complesso concentrazionario nazista dell’Europa Centrale, era il nodo del progetto concentrazionario ustaša. L’8 maggio 1942 la popolazione serba di Jasenovac fu portata al campo di Ciglana e le case saccheggiate e distrutte; le donne e i bambini furono invece deportati al campo di Stara Gradiška; gli uomini poi anche nel campo di Zemun, nell’area della Vecchia Fiera di Belgrado, Staro Sajmište, da dove furono poi deportati in Germania. Anche Staro Sajmište è un luogo della memoria di indubitabile potenza; purtroppo, ancora aspetta una adeguata sistemazione e un museo memoriale del lager, del quale si dibatte da anni. Il destino degli abitanti di Jasenovac era intrecciato all’attività del campo: hanno assistito al trasferimento dei detenuti; hanno sofferto le devastazioni della guerra e dello sterminio; hanno cercato di aiutare, per quanto hanno potuto, spesso a costo della propria vita: un pezzo di pane, un messaggio, una cortesia. Tra il 1941 e il 1945, 367 abitanti di Jasenovac furono uccisi nei campi, nelle prigioni e sotto le armi; tra questi, 54 bambini di meno di 12 anni. La tragedia dei bambini andava a prendere forma oltremodo macabra nei campi loro riservati, a Sisak e Jastrebarsko.

Una donna e un bambino compongono un altro memoriale, oltre la chiesa ortodossa, poco distante dalla chiesa cattolica, in quello che, finalmente raggiunto, si può considerare il centro del paese. Il Monumento onora la memoria degli abitanti di Jasenovac morti nella guerra mondiale, l’opera è di Stanko Jančić, la grande lapide porta la scritta: «I morti aprono gli occhi ai vivi», e l’iscrizione il ricordo per «le vittime del terrore fascista e i combattenti di Jasenovac». «I morti aprono gli occhi ai vivi». Il numero di quei 367 è inciso sulla pietra. Che resti a memoria. La strada verso la stazione chiude questo “circuito del ricordo”: porta il nome di Vladimir Nazor, una delle grandi figure del socialismo jugoslavo. Durante la guerra, presidente del comitato antifascista di liberazione nazionale della Croazia, poi, con Tito, presidente del parlamento croato; insieme, grande scrittore e poeta. Non solo una figura della celebrata «fratellanza e unità» jugoslava, ma anche da più parti ricordato come socialista e umanista. Torna, anche nel suo profilo, un messaggio così profondamente attuale, che lega le ragioni dell’umanità e della fratellanza alle speranze della trasformazione e della liberazione da ogni forma di oppressione, della giustizia e della libertà. 
 

giovedì 1 giugno 2017

Tra Memoria, Cultura e Pace

 Foto di Bleron Çaka [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto

L’evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Edizioni Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017), ha costituito, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, un’occasione preziosa per intavolare un confronto aperto, non vincolato ai temi del volume, sensibile a suggestioni di impegno civico e di costruzione della pace. Ovviamente, tale confronto, se da una parte non poteva prescindere da alcuni dei presupposti stessi della ricerca-azione (dal profilo progettuale alla metodologia scelta “sul campo”), dall’altra non ha perso l’occasione di interrogarsi anche su alcuni retroterra storici, culturali e filosofici, senza i quali un percorso di autentica comprensione e di efficace intervento, nella materia, spigolosa e controversa, dell’impegno per la trasformazione in un contesto di conflitto, risulterebbe, a ben vedere, inerte o astratto.

La prima delle relazioni introduttive (quella di Paolo Candelari del MIR) ha avviato una riflessione promettente, anche nel senso di individuare le coordinate spazio-temporali di riferimento, in grado di “situare”, nel tempo e nello spazio, questa disamina: «Una gente che libera tutta O fia serva tra l’Alpe ed il mare; Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor», scrive il Manzoni nella celebre «ode patriottica» del Marzo 1821, dove viene condensata una intera idea di nazione, incarnata in una «unità di intenti», animata da luoghi civili e culturali (le “memorie”, la “lingua”), e, soprattutto, bellici (l’“arme”), di fede religiosa (“d’altare”) e di passione nazionale (“di sangue e di cor”). Ciò consegna una idea di nazione radicata nel sentire comune, in base alla quale la nazione è, essenzialmente, «unità di popolo» a partire dalla lingua comune, dal territorio condiviso, compattamente difeso sulla punta della spada contro l’invasore, e dalla unica fede religiosa.

Tutto ciò, evidentemente, non parla solo a noi, ma ad un intero sviluppo storico e sociale, almeno dalla  formazione sul suolo europeo dei grandi stati nazionali e a maggior ragione a seguire la Pace di Westfalia del 1648; ma parla, in modo particolare, anche in questo caso focalizzando una data storica come quella del Congresso di Berlino del 1878, ai Balcani, contesto multi-etnico e multi-nazionale per eccellenza che, come ricorda l’altra delle relazioni introduttive (quella di Gianni D’Elia, dell’IPRI - Rete CCP), è stato, al tempo stesso, territorio di guerra e laboratorio di pace, nell’un senso perché terreno di saturazione del conflitto etnico fino ad assurgere a paradigma della guerra etno-politica del nostro tempo, e nell’altro perché contesto di attivazione di iniziative e sperimentazioni di società civile, anche e soprattutto italiana, che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, si sono cimentate nell’interposizione nonviolenta e nella promozione della pace.

È bene passare in rassegna, di tutte queste sperimentazioni, almeno quelle richiamate anche nel corso della riflessione torinese: ad esempio, la marcia per la pace e per porre fine alla guerra in Bosnia che è poi passata alla storia come la “Marcia dei Cinquecento”, la quale, ispirata da un appello lanciato da don Tonino Bello nel 1992 e promossa da numerose realtà della società civile di pace del nostro Paese, in primis i Beati Costruttori di Pace, partì poi da Ancona il 6 dicembre 1992 alla volta di Sarajevo, già sotto assedio (lo sarebbe rimasta per quattro inverni consecutivi, più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia recente), per “rompere l’assedio”, nella prospettiva del 10 dicembre, anniversario della promulgazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e Giornata Internazionale dei Diritti Umani, che si celebra all’insegna delle “quattro libertà”: la libertà di parola e di culto, la libertà dal bisogno e dalla paura.

Una testimonianza cruciale, non solo del nesso, simbolico e concreto allo stesso tempo, tra costruzione della pace e tutela dei diritti umani nel complesso delle loro articolazioni o “generazioni” (diritti civili e politici; diritti economico-sociali e culturali; diritti dei popoli e dell’ambiente), ma anche della praticabilità concreta dell’impegno civico, da parte delle espressioni della società civile organizzata, ai fini della prevenzione della violenza, della interposizione disarmata e della deterrenza alla prosecuzione delle ostilità, quando non nella ricostruzione della pace. Alcuni dei compiti dei corpi civili di pace, quale strumento di società civile per la prevenzione dei conflitti armati e per il superamento positivo dei conflitti, vi sono ampiamente prefigurati.

Convergendo verso quello «scenario nello scenario» che è lo specifico del Kosovo, non si può non ricordare anche l’esperienza della Ambasciata di Pace a Prishtina, il capoluogo kosovaro, progetto lanciato, su iniziativa di Alberto L’Abate, dei Berretti Bianchi e di altri, sin dal 1994 (epoca del movimento nonviolento di auto-determinazione degli albanesi kosovari), che si sarebbe caratterizzato come «uno strumento della società civile e delle popolazioni [da cui] sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. È tuttavia possibile e augurabile che alcune istituzioni locali, nazionali o internazionali, aiutino, di volta in volta e in varie forme, l’attività dell’ambasciata di pace, senza, tuttavia, risultare mai determinanti. […] Per società civile si intende […] fare riferimento a tutte quelle organizzazioni internazionali e non che operano sul nostro pianeta nei più diversi settori del volontariato e che intendono oggi farsi carico di questo compito».

Una ambasciata, per esplicito intendimento dei proponenti, da concepirsi come «autonoma da tutti i governi sia finanziariamente sia politicamente» in quanto strumento di “diplomazia dei popoli”, e da strutturarsi attraverso compiti quali l’apertura della comunicazione tra i popoli, il sostegno alle popolazioni, il sostegno alle organizzazioni locali di società civile orientate alla pace, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, un osservatorio permanente di pace e nonviolenza e uno strumento di prevenzione dei conflitti armati (il testo sulla Ambasciata di Pace fu pubblicato in “Guerre & Pace”, n. 15, settembre 1994).

In questo senso, il lavoro sui potenziali sociali e culturali, sia nel senso del consolidamento delle risorse della società civile impegnate nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace, sia nel senso della individuazione di tutte quelle occasioni ed opportunità che, agendo sul piano sociale e culturale, possono contribuire alla costruzione di ponti, di occasioni di comunicazione e di spazi di convivenza tra i popoli, risulta decisivo per la costruzione della pace. Non a caso, questo ambito racchiude una sfera di impegno rilevante nell’azione propria dei corpi civili di pace. Riprendendo l’intuizione di Alex Langer, «nel fare ciò esso ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare».

«Agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Faciliterà il dialogo all’interno della comunità […]. Proverà a rimuovere l’incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. Negozierà con le autorità locali e le personalità di spicco. Faciliterà il ritorno dei rifugiati, cercherà di evitare, con il dialogo, la distruzione delle case, il saccheggio e la persecuzione […]. Promuoverà l’educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l’odio. Incoraggerà il mutuo rispetto fra gli individui. Cercherà di restaurare la cultura dell’ascolto reciproco. E cosa più importante: sfrutterà al massimo le capacità di coloro che … non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)» (documento per la creazione di un corpo civile di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, in “Azione Nonviolenta”, ottobre 1995).

Una lunga e innovativa suggestione, una cui eco si ritrova, peraltro, anche nella elaborazione più recente, tra le altre, della Rete della Pace, quando, in una sua piattaforma tematica, ricorda che «nell’ottica di costruire alternative all’uso della forza …, sosteniamo l’urgenza di organizzare interventi civili di pace in zone di conflitto, tramite corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualità di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L’obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, come cessazione della violenza [e] come affermazione di diritti umani e benessere sociale. […] La scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l’indipendenza e la non-partigianeria dei CCP e consentono di declinare la costruzione della pace in una miriade di attività …».

Sebbene, dunque, le condizioni di progresso sociale costituiscano fattore decisivo ai fini della promozione della società civile e del miglioramento dei rapporti sociali (cosa tanto più vera in Kosovo, dove la disoccupazione è ufficialmente intorno al 35%, quella giovanile stimata intorno al 50% e quella femminile intorno al 60% e lo stipendio medio mensile ufficialmente non superiore a 450 €), non di meno il terreno culturale può risultare cruciale ai fini dello sviluppo di percorsi di reciproca comprensione e di pacifica convivenza. In effetti, il terreno stesso della convivenza, basato sul riconoscimento dei vissuti e delle memorie, su un’apertura pluralistica all’altro nella pienezza della sua umanità e su una piena appropriazione dei patrimoni sociali e culturali come patrimoni diffusi e universali, trova nel lavoro sulle culture e sulle memorie, in particolare in termini di “memorie collettive”, una motivazione e un fondamento assai forti.

D’altro canto, le pratiche sociali attraverso cui un patrimonio di memoria si consolida in memoria collettiva non devono necessariamente essere vincolate dal loro potenziale ideologico, utile alla narrazione dominante, ma possono essere positivamente ri-attraversate come una occasione per una rilettura della storia in chiave pluralistica, come “storia di storie”, o, se non altro, una trama capace di ascoltare anche “la storia dell’altro”. Tali patrimoni di memoria, infatti, risultano tali proprio in forza del rilievo che la comunità vi attribuisce, esaltando quel “di più” di senso in essi racchiuso (o perché costituiscono testimonianza di eventi salienti del passato o perché riconosciuti come particolarmente significativi anche ai fini di una sorta di soggettivazione identitaria) attraverso tipiche funzioni sociali di tipo relazionale, dai discorsi alle commemorazioni, dalle manifestazioni pubbliche alle celebrazioni rituali, dagli eventi e dalle parole che vi si continuano a produrre.

Nella sua relazione, Enrico Peyretti pone l’accento proprio su questo, con una riflessione densa di implicazioni: l’universalismo culturale (ad esempio nel senso dell’«uomo planetario» richiamato da Ernesto Balducci, laddove «tutte le identità [specifiche] perdono di senso per lasciare posto all’unica identità [universale] che ciascuno è in grado di dare a sé stesso, al di fuori di ogni eredità, semplicemente con l’assumersi o con il rigettare le responsabilità del futuro del mondo») inteso come visione comune e visione trasversale, allo stesso tempo, come base della pace e fondamento della convivenza. Vi è, in questo, un rimando assai intenso alla riflessione sulla memoria collettiva, a crocevia tra i patrimoni culturali e i luoghi della memoria, che sostanzia di sé la stessa ricerca-azione: non una memoria “di” tutti, ma una memoria “per” tutti, capace di maturare in sorgente di comprensione e di appropriazione e di fare del Kosovo un Kosovo per tutti e tutte. 

giovedì 5 novembre 2015

I Luoghi della Memoria e la Costruzione della Pace


www.pressenza.com/it/2015/11/giornata-della-tolleranza-16-novembre-napoli


Giornata della Tolleranza, 16 Novembre, Napoli

La Giornata della Tolleranza, 16 Novembre, compie vent'anni, dal momento che la Dichiarazione sui Principi della Tolleranza è stata adottata dall'UNESCO, a Parigi, nel 1995, quale strumento di sensibilizzazione del pubblico ai valori della convivenza.

Nell'occasione, l'Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli - Sito UNESCO, realizza una conferenza, in cui sarà anche presentata la ricerca-azione dal titolo “La Pagina in Comune”, edita da “Ad Est dell'Equatore”, Napoli, 2015, sui luoghi della memoria e i giacimenti culturali quali luogo dello scambio inter-culturale e della convivenza pacifica.

Si tratta di una sperimentazione attivata anche grazie al protagonismo della Città di Napoli che ha approvato, prima amministrazione locale in Italia, il primo progetto di una città per CCP in zona di conflitto, i “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, con la delibera n. 1029 (20.11.2011).

Approvando la Giornata della Tolleranza, dell'Accoglienza e della Convivenza, con delibera n. 4 (07.03.2012), la Città di Napoli, per iniziativa dell'allora vicepresidente del Consiglio Comunale di Napoli, avv. Elena Coccia, ha inteso coniugare i valori della tolleranza con i principi della salvaguardia della pace e della cultura dei diritti, dei luoghi della memoria e del patrimonio culturale, al fine di promuovere dialogo e convivenza tra popoli, culture, religioni.

La Conferenza del 16 Novembre ospita, nella splendida chiesa di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nel centro storico patrimonio UNESCO della Città di Napoli, esperti e intellettuali per confrontarsi con il pubblico sugli argomenti proposti.

La conferenza avrà per tema: I Luoghi della Memoria e la Costruzione della Pace;

è organizzata dall'Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli, Sito UNESCO, in collaborazione con gli “Operatori di Pace - Campania”, Associazione Memorie e Culture “Lidia Menapace”, IPRI - Rete CCP (Istituto di Ricerche per la Pace e Rete dei “Corpi Civili di Pace”), con il supporto della Opera Pia “Purgatorio ad Arco” ONLUS e dalla Casa Editrice “Ad Est dell'Equatore”;

e, con la presenza di Lidia Menapace, prevede gli interventi di:

    Maria Teresa Iervolino, cultrice della memoria, boemista,
    Edmond Ҫali, lettore di lingua e letteratura albanese,
    Persida Lazarević, ricercatrice di letteratura serba e croata,
    Andrea de Carlo, docente di lingua e letteratura polacca,
    Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serbo-croata,
    Pasquale Voza, docente emerito di letteratura italiana,
    Imma Barbarossa, ex deputata, docente di lettere,
    Lidia Menapace, ex senatrice, staffetta partigiana, docente,
    Pino De Stasio, consigliere municipale, poeta,
    Arnaldo Maurino, presidente commissione scuola, Comune di Napoli, e
    Elena Coccia, presidente osservatorio Centro Storico di Napoli, sito UNESCO.

La Conferenza si terrà lunedì 16 Novembre, alle ore 16.00, alla Chiesa di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in Via Tribunali 39, Napoli.

Segreteria Organizzativa

Osservatorio Permanente Centro Storico di Napoli, Sito UNESCO,
dott. Gabriele di Napoli - arch. Elena Pagliuca
tel.   0817959827

domenica 20 settembre 2015

Giornata della Pace 2015: “l'Arte contro l'Oblio”


Istituita il 30 novembre 1981 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 36/67, allo scopo, com'è affermato nella risoluzione, «di rafforzare gli ideali di pace e di alleviare le tensioni e le cause dei conflitti», la Giornata Internazionale della Pace, il 21 settembre, è un'occasione di riflessione e di iniziativa, per la pace e contro la guerra, assai preziosa. 
Nell'occasione, essa ricorre all'indomani di una interessante conferenza a tema, presso il Museo di Storia della Jugoslavia, a Belgrado, sul tema “l'Arte contro l'Oblio”, nell'ambito della mostra “Recorded Memories”, tenuta lo scorso 19 settembre. 
Yannis Toumazis* ha introdotto la riflessione indicando che la rappresentazione della violenza nella guerra e nel militare attraverso la fotografia non fa ricorso alla “memoria” come antidoto al nazionalismo ed al militarismo, bensì usa la fotografia come propellente del nazionalismo e del militarismo. 
Dal punto di vista di Cipro, tre sono le angolature di questo orizzonte: Istanbul, Atene e Nicosia. Il Museo Militare a Istanbul si compone di tre sezioni prevalenti: la costituzione della Repubblica Turca di Kemal Atatürk, le sofferenze subite dal popolo turco nel corso dei primi decenni del Novecento e, infine, una sbalorditiva sala “Corea - Cipro”. Vi sono ripercorsi gli eventi del 1963 e del 1974 e la ricostruzione ha un sapore evidentemente glorificante e nazionalista. 
Nel Museo della Lotta di Liberazione Nazionale, a Nicosia, nella parte greca, vi sono numerose tracce ed oggetti dell'epoca degli scontri bi-comunali, della divisione e della successiva iniziativa militare turca, che portò alla divisione dell'isola nel 1974, che perdura tuttora, tra alterni tentativi di riappacificazione e riunificazione, da ormai quarant'anni a questa parte. 
Numerose, sono, qui, le carte di identità di militari greco-ciprioti: esse sono, nel loro insieme, una specie di monumento al “milite non-ignoto” e fanno venire alla mente una serie di domande: perché proprio quei militari, quali siano le circostanze della sottrazione di quelle carte di identità, cosa ha inteso significare la loro cattura e, quindi, la loro esibizione. Gli “oggetti militari da esposizione” rappresentano, in entrambi i casi, chiari esempi di “veicoli della memoria”, declinata come memoria nazionalista (e militare) e memoria divisiva (o della contrapposizione). 



Ad Atene, il Museo della Guerra è, di per sé, non solo per il suo contenuto, un luogo di tale genere di memoria: è stato realizzato durante il regime dei colonnelli e mostra i capisaldi del nazionalismo greco: aspetti della liberazione nazionale dall'Impero Ottomano, le gesta della Grecia durante le guerre mondiali, e, immancabilmente, una sala dedicata a “Cipro”, divisa in una sezione storico-archeologica e una sezione politico-ideologica, con aspetti legati alla presenza cipriota nella liberazione nazionale greca, la liberazione di Cipro dal potere imperiale britannico, mentre non compare nessun riferimento al colpo di stato contro il governo di Makarios, ispirato dalla giunta dei colonnelli, che fu tra le ragioni (pretesti) addotte dal governo turco ai fini della campagna (invasione) dell'isola. 
Tale approccio museologico, riscontrabile, con aspetti e cadenze diverse, in ciascuno dei tre casi, serve, al contempo, a preservare la memoria e a consolidare una sorta di “estensione artificiale” della memoria e, in questo senso, finisce per servire non tanto la “memoria”, quanto piuttosto una “ideologia”, concepita come vera e propria “manipolazione della memoria” stessa. 
Tanto è vero che nomi diversi vengono attribuiti ai medesimi fatti e circostanze: il “colpo” contro Makarios fu un'avventura nazionalista o non piuttosto, come asserito dai suoi ispiratori, un tentativo di “stabilizzazione” del Paese? L'intervento turco a Cipro, una invasione militare o, piuttosto, una “peacekeeping operation”, finalizzata a tutelare la minoranza turco-cipriota dalle violenze dei nazionalisti greco-ciprioti, come asserito, sino a tutt'oggi, dalle autorità e da gran parte dell'opinione pubblica turca? 
Il tema della contrapposizione della memoria, insieme con quello della fragilità della memoria, torna anche nelle relazioni successive. La memoria, viene ricordato, è qualcosa che ha a che fare con il passato ma che, nello stesso tempo, si volge (si proietta) nel futuro. 
Facendo riferimento alla sua installazione di video-arte, Marianna Christofides, illustra il significato della ripresa di un bambino che effettua capriole consecutive lungo tutto il percorso del muro che divide in due la capitale, Nicosia, tra il settore greco-cipriota (Lefkosia) e il settore turco-cipriota (Lefkoşa): l'apparente fissità (impenetrabilità) del muro fa da sfondo all'altrettanto apparente infinità (circolarità) delle capriole del bambino. 



Il muro di Nicosia, come tutti i muri residuati dai conflitti e dalle contrapposizioni del lungo XX secolo, conserva una fotografia del passato e ricorda che queste fotografie sono anche un tentativo di “limitare”, “confinare” o “manipolare” la memoria, che invece è, per sua natura, fluida, dinamica e cangiante. 
Il confronto con il passato non è in sé, semplicemente, una questione della “memoria”, ma allude continuamente alla posizione che ciascuno e ciascuna di noi decide di assumere in relazione a fatti, eventi e circostanze. Se una “raccolta” museale è, al tempo stesso, un archivio della memoria, allora i musei devono diventare aperti e vivi, luoghi in cui confrontarsi con il passato e prospettare un'immagine positiva per il futuro. 
Come ha ricordato, in chiusura, Nikola Radić Lucati, le raccolte e le mostre nei musei e nei luoghi di cultura, non possono sostituirsi ai media nel raccontare i fatti della realtà o nel creare una opinione pubblica diffusa; le esposizioni, semmai, hanno a che fare con la “rappresentazione” del passato o del presente e la “interpretazione” che l'artista offre di quel passato o di quel presente, ma anche di aspetti e contraddizioni della società. 
Il ruolo dell'arte può dunque servire a costruire una relazione tra l'artista e il pubblico e ad istituire un dialogo dentro la società, come un tentativo di scoprire nuove soluzioni o di aprire nuove vie.

* Info e biografie sugli artisti sono disponibili al sito: www.goethe.de/ins/gr/lp/prj/eri/ein/bsindex.htm .