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martedì 30 maggio 2023

“Sindaci” nel Nord, tensione in Kosovo


Радосав Стојановић, Boletin, Public Domain, via Wikimedia Commons

Le notizie che giungono dal Kosovo, nel contesto della nuova ondata di tensione che ha fatto seguito alla forzatura delle autorità albanesi kosovare di insediare propri “sindaci” nelle città a maggioranza serba del Nord del Kosovo, sono preoccupanti e richiamano l’urgenza di una rapida riduzione della tensione, di una ripresa del dialogo, di una prospettiva di pace e giustizia nella regione. Ufficiali della missione NATO KFOR hanno colpito i cittadini serbi raccoltisi in protesta presso gli edifici delle Municipalità, in particolare presso la Municipalità di Zvečan. A detta degli osservatori presenti, a dispetto del fatto che la manifestazione fosse stata annunciata e pacifica, il personale della KFOR, giunto sul posto, ha intimato ai manifestanti di disperdersi, Igor Simic, vicepresidente del partito della Lista Serba, ha chiesto ai manifestanti di sedersi per terra con le mani alzate per mostrare che erano disarmati e pacifici, ed è stato a sua volta trascinato via dalle forze della KFOR. Per disperdere i manifestanti, gli ufficiali della KFOR non hanno esitato a utilizzare anche granate (trenta granate flash bang) e gas lacrimogeni contro i manifestanti, e sono stati feriti almeno due serbi.

La situazione è resa complicata dallo sfondo di tensione, legato al fallimento degli ultimi round del dialogo mediato dalla UE tra Belgrado e Prishtina e alla situazione di guerra sul fronte russo-ucraino in cui la NATO e la UE sono attivamente impegnate, nel quale queste tensioni vengono a cadere. Il Consiglio di sicurezza serbo ha affermato, in una dichiarazione del 27 maggio, che, in violazione del suo mandato, la KFOR ha sostanzialmente ignorato l'attività aggressiva delle forze dell'ordine del Kosovo nei Comuni serbi e non è riuscita (non ha potuto o non ha voluto, si potrebbe aggiungere) a impedire i tentativi delle autorità di Prishtina di “prendere il controllo” degli edifici amministrativi nel Kosovo del Nord. Il 26 maggio, il presidente serbo Aleksandar Vučić aveva invitato la NATO a prendere misure per porre fine alla violenza contro i serbi in Kosovo. Il ministro della Difesa serbo Miloš Vučević ha inoltre confermato che l'esercito serbo è in stato di allerta.

Le origini di questa nuova contrapposizione vanno ricercate nelle modalità di svolgimento delle ultime elezioni amministrative tenute il 23 aprile scorso e boicottate dall’intera comunità serba del Kosovo, in considerazione non solo del clima di tensione, conseguente allo scontro diplomatico tra Belgrado e Prishtina e alla cosiddetta “controversia delle targhe”, ma anche della sostanziale inagibilità politica per i serbi del Kosovo, trattandosi, come dichiarato da Aleksandar Jablanović, uno dei dirigenti serbi a Leposavić, di «una circostanza in cui, quando dal 21 novembre i serbi non possono circolare liberamente con i loro veicoli nel nord del Kosovo per le nuove norme sulla immatricolazione con le nuove targhe, sarebbe assurdo pensare di tenere delle elezioni»; ciò essendo legato al fatto che, come spiegato agli organi di informazione da Aleksandar Arsenijević della iniziativa civica “Srpski opstanak” a Kosovska Mitrovica, «non ci sono le condizioni per indire elezioni. Al Nord non c’è la possibilità di organizzare una partita di calcio, figuriamoci un’elezione. Ascoltiamo la voce dei nostri cittadini, e i nostri cittadini hanno deciso che queste elezioni dovrebbero essere boicottate».

Queste, tra le altre testimonianze raccolte nell’autunno scorso, tornano oggi utili per capire il clima nel quale sono state celebrate queste elezioni e, a maggior ragione, per comprendere le cifre dei risultati delle elezioni nel Nord: a Leposavić, Lulzim Hetemi, di Vetëvendosje, è stato eletto sindaco con 100 voti; a Kosovska Mitrovica, Erden Atiq, ancora di Vetëvendosje, con 519 voti; a Zubin Potok, Izmir Zeqiri, del PDK (Partito Democratico del Kosovo), con 196 voti; a Zvečan, Ilir Peci, ancora del PDK, con 114 voti. Le stesse cerimonie di giuramento sono state celebrate ben distanti dai capoluoghi, e si sono tenute nei villaggi albanesi dell’entroterra del Nord: Lulzim Hetemi, ha prestato giuramento nell’ufficio locale del villaggio di Šaljska Bistrica; Izmir Zeqiri ha prestato giuramento nel villaggio di Čabra; Ilir Peci nel villaggio di Boljetin/Boletini. Quest’ultima destinazione non è priva di risvolti simbolici di tenore nazionalistico: si tratta infatti del villaggio natio di Isa Boletini, icona del nazionalismo albanese e importante leader militare dell'indipendenza albanese, seppellito il 10 giugno 2015 nel villaggio che ospita anche la sua Kulla, oggi celebrato monumento kosovaro.

Al di là della mera maggioranza numerica dei voti espressi, la cornice di legittimità di tali “sindaci” si situa tra un processo elettorale ampiamente compromesso e un esito elettorale visibilmente surreale. La stampa serba non ha mancato, ovviamente, di fare notare come, affermando l’intenzione di lavorare nell’interesse di tutte le comunità del Kosovo, questi stessi “sindaci” abbiano tuttavia prestato giuramento in albanese. Vivono oggi nel Nord del Kosovo oltre 50 mila serbi, che costituiscono oltre il 90% della popolazione dell’area, a fronte di una affluenza al voto, nelle scorse elezioni amministrative, addirittura inferiore al 4%. La metafora della “presa delle istituzioni” del Nord del Kosovo è ampiamente usata dalla stampa, mentre in una surreale dichiarazione, all’indomani del voto, le autorità dell’autogoverno di Prishtina hanno affermato che «il governo sostiene pienamente le nuove amministrazioni nel loro lavoro al servizio di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna».

Sono i frutti avvelenati del nazionalismo e della contrapposizione etnopolitica, che si riversa non a caso anche sui tavoli della diplomazia. Nel vertice tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e il capo dell’autogoverno del Kosovo, Albin Kurti, tenuto lo scorso 2 maggio nell’ambito del dialogo mediato dall’Unione Europea, non si sono fatti passi in avanti sui temi dello statuto e della costituzione della Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo, già concordata e approvata nei precedenti accordi del 2013 e del 2015 e ora rigettata dalle autorità kosovare perché «incompatibile con la Costituzione del Kosovo». Ad oggi, il Kosovo non è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale nel suo complesso: sono meno di novanta gli Stati con cui il Kosovo ha relazioni diplomatiche e circa cento quelli che ad oggi hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara.

Fonti: Pressenza, Novosti, Wikipedia. 

giovedì 15 settembre 2016

Un "autunno caldo" per i Balcani?


Nell'approssimarsi della nuova missione in loco del progetto PRO.ME.T.E.O. (Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities) per Corpi Civili di Pace in Kosovo, progetto sostenuto dal Comune di Napoli, una traccia di analisi sulle tensioni e i conflitti nella regione, i prossimi eventi e le prospettive della pace.

 
Monumento Jugoslavo alla Fratellanza e Unità, Prishtina, Kosovo

 
La riapertura della stagione politica dopo la pausa estiva, che, convenzionalmente, potremmo fare coincidere con la ripresa dei lavori del complesso delle istituzioni comunitarie, il 12 settembre, coincide anche con l'apertura di un mese-chiave, a cavallo tra settembre ed ottobre, nello spazio post-jugoslavo. Il rinnovato interesse della regione, alla luce della dinamica intrinseca delle relazioni trans-balcaniche e in relazione al potenziale che essa riveste per l'allargamento europeo e per il futuro stesso dell'Unione Europea, è scandito anche dalla preoccupante riapertura di focolai di tensione che vedono le linee di maggiore tensione tra Banja Luka e Sarajevo, in Bosnia, tra Belgrado e Zagabria, ed in Kosovo. 
Intervistato dall'independent.mk, portale di informazione macedone in lingua inglese, il professore di studi per la sicurezza, Stojan Slaveski, ha di recente confermato che «tensioni, conflitti e incidenti sono possibili nella regione, tuttavia ritengo che la situazione sia comunque lontana da quello che abbiamo conosciuto in passato. Assisteremo a conflitti, scontri politici e religiosi, radicalizzazione, crisi dei rifugiati. Tutto questo deriva dalla mancata integrazione dei Balcani nell'Unione Europea. Tutt'oggi, le aree più problematiche restano il Kosovo, il Sandzak (il Sangiaccato, nel Sud della Serbia), e, chiaramente, la Bosnia Erzegovina». 
Qui, lungo l'asse tra Sarajevo e Banja Luka, la data da “cerchiare in rosso” sul calendario è rappresentata dal prossimo 25 settembre, giornata del referendum popolare nella Repubblica Serba di Bosnia che chiamerà i cittadini serbo-bosniaci a confermare (e, di conseguenza, “istituzionalizzare”) la ricorrenza nazionale del 9 gennaio come “Giornata della Republika Srpska”, essendo la Repubblica dei Serbi di Bosnia stata proclamata ufficialmente, in risposta alla Dichiarazione di Sovranità prodotta unilateralmente dal Parlamento Bosniaco il precedente 15 ottobre contro la rappresentanza parlamentare serbo-bosniaca, il 9 gennaio 1992. 
Scelta, quella del referendum serbo-bosniaco, che ha diviso il “Peace Implementation Council” (la Russia non ha aderito alla presa di posizione del PIC per la revoca del referendum), scosso la comunità internazionale (che teme ripercussioni sulla stabilità delle istituzioni bosniache pur formalmente non intaccate dalla proposta referendaria) e costretto ad una delicata mediazione la “Belgrado ufficiale”, che ha dichiarato di non sostenere il referendum e, in ogni caso, di non volere esercitare alcuna ingerenza negli affari interni della Republika Srspka. 
È atteso, d'altro canto, nello stesso frangente tra settembre ed ottobre, un nuovo passaggio diplomatico molto importante per la Serbia la quale, dopo la riunione del comitato sull'implementazione degli Accordi di Stabilizzazione e Associazione all'Unione Europea (ASA), sarà chiamata a presentare, il 30 settembre, il proprio rapporto (il “progress report”) sui progressi compiuti nel corso del 2016. 
Si tratta di una tappa importante nel percorso di avvicinamento alla UE da parte della Serbia, che conta di aprire, di qui alla fine dell'anno, cinque nuovi capitoli per l'adesione: 5 (appalti pubblici), 20 (impresa), 25 e 26 (scienza e istruzione), 29 (unione doganale). Ennesima tappa del percorso di avvicinamento: dovranno essere soddisfatti, a consuntivo, sia i quattro criteri di Copenaghen, sia i 35 aspetti (“capitoli”) dei quali si compone l'acquisizione del cosiddetto “acquis comunitario”. L'ultimo dei 35, che in genere prende la forma di un “varie ed eventuali”, per l'adesione della Serbia ha invece tutt'altro nome: Kosovo. 
E qui si apre un nuovo fronte di contraddizioni, portate ad evidenza dall'ultima decisione del Parlamento Europeo (dello scorso 5 settembre) che ha approvato l'avvio del negoziato per l'abolizione dei visti per i kosovari verso l'Unione Europea (rimarcando che, dal 2010, il Kosovo è di fatto “isolato”, essendo rimasto l'unico territorio dei Balcani i cui cittadini ancora devono richiedere un visto per viaggiare nella UE), subordinandolo tuttavia alla ratifica dell'accordo di demarcazione della linea di confine con il Montenegro, alla prosecuzione dei negoziati per la normalizzazione delle relazioni con le autorità serbe ed alla effettiva implementazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, vera e propria architrave degli Accordi tra Belgrado e Pristina del 19 Aprile 2013, tuttora fermi e molto osteggiati da diversi settori, sia dell'opinione pubblica, sia del quadro politico, del Kosovo. 
Da oggi potrebbe forse aprirsi, anche su questo fronte, uno scenario inedito: è stato infatti, finalmente, insediato il comitato pilota (“steering committee”), presentato a Bruxelles lo scorso 6 settembre, per la realizzazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, come riferito dalla stampa. Potrebbe essere un punto di svolta: un percorso che «cambierà il Kosovo per sempre e in meglio e le cose non saranno più le stesse». Un Kosovo migliore, di tutti e per tutti: rispettoso del diritto e della giustizia internazionale, capace di riconoscere e soddisfare “tutti i diritti umani per tutti” i suoi cittadini e le sue cittadine, rinnovato nelle sue strutture economiche e nelle possibilità di benessere, lavoro, inclusione sociale per tutti e tutte. Non c'è che augurarselo.

giovedì 3 settembre 2015

Uno storico accordo: la Comunità dei Serbi del Kosovo

Zajednica Srpskih Opstina by Varjačić Vladimir CC BY 3_0 via Wikimedia Commons

Sebbene l'aggettivo sia perfino abusato, e il suo significato assai impegnativo imponga di disporne con estrema cautela, non c'è dubbio che il 25 Agosto del 2015 abbia rappresentato una giornata storica per la Serbia, per il Kosovo, per il miglioramento delle relazioni bilaterali e della vita quotidiana delle comunità kosovare (gli Albanesi Kosovari e i Serbi del Kosovo) e per un consistente avvicinamento della Serbia all'Unione Europea. 

Con gli accordi firmati in questa data, infatti, è mandato a compimento il più impegnativo, controverso e rilevante tra i punti previsti dagli Accordi di Bruxelles (Bruxelles Agreement), siglati, ormai più di due anni fa, il 19 Aprile del 2013, che prevedevano per la prima volta una piattaforma condivisa per la normalizzazione delle relazioni tra le due entità, la Repubblica di Serbia e il Kosovo, retto da un autogoverno a larga maggioranza albanese, che ha proclamato una propria indipendenza non riconosciuta dalla comunità internazionale ormai più di sette anni fa, il 17 Febbraio del 2008, e che, per il diritto internazionale e le Nazioni Unite, resta la provincia autonoma a maggioranza albanese della Serbia. 

Tale punto riguarda la cosiddetta Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo o, in serbo, ZSO (la sigla sta per Zajednica Srpskih Opština, appunto Comunità delle Municipalità Serbe) mentre, in albanese, la dicitura corrente è piuttosto quella di Asociacioni i komunave serbe o Associazione dei Comuni Serbi: al di là delle designazioni, per le quali si farà di seguito riferimento a quella internazionalmente in uso, vale a dire di “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, si tratta della vera e propria “architrave” degli Accordi di Bruxelles, e, al tempo stesso, del cuore dell'autonomia serba all'interno del Kosovo, di cui, è bene ricordarlo, su una popolazione di circa due milioni di abitanti, i Serbi costituiscono una minoranza non superiore, secondo stime, al 7-8%, pari a circa 150 mila persone, di cui circa 120 mila all'interno del territorio della costituenda Comunità; una minoranza, al tempo stesso, diffusa sul territorio, con svariati problemi in termini di libertà di movimento, di circolazione e di espressione, ancora, come da più parti segnalato, sottoposta a minacce e vessazioni da parte di estremisti albanesi kosovari, e, inoltre, diffusamente enclavizzata. 

L'accordo raggiunto, a due anni dagli accordi originari e a circa un anno dall'inizio delle trattative sul punto, è frutto di una difficile mediazione, tra i rappresentati del governo serbo e dell'auto-governo kosovaro (nella fase finale le trattative sono state condotte in prima persona dai due “premier”, il premier serbo Aleksander Vucic e il primo ministro dell'autogoverno kosovaro, Isa Mustafa), sotto la mediazione, come di consueto, dell'Alto Rappresentante della Politica Estera dell'Unione Europea, Federica Mogherini, a Bruxelles. L'accordo raggiunto ha una portata effettivamente storica: prevede che la Comunità sia formata dalle dieci Municipalità a maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok, Leposavic, Gracanica, Strpce, Novo Brdo, Ranilug, Partes e Klokot), di cui solo due aree dotate di continguità territoriale (quella del Kosovo Settentrionale, con le Municipalità di Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok, Leposavic, e quella del Kosovo Orientale, tra i Distretti di Kamenica e Gjilane, vale a dire le Municipalità di Novo Brdo e Ranilug), per una superficie complessiva di circa 1200 km quadrati pari a circa l'11% dell'intera estensione del Kosovo. 

Da quanto si apprende, sia da fonti giornalistiche sia da riscontri dalla regione, l'accordo raggiunto consegna alla Comunità o ZSO una vera e propria autonomia (ovvero una “autonomia ampia ed effettiva”) nei campi dello sviluppo locale, dell'economia locale, delle infrastrutture di pertinenza locale, della istruzione e della sanità e, inoltre, assegna alla Comunità medesima una propria autonomia giudiziale, nel senso di avviare la costituzione di un “panel” di giudici a maggioranza serba nell'ambito della Corte di Appello di Pristina, per trattare le questioni giudiziarie relative alle municipalità serbe, e una “divisione” della medesima Corte di Appello da costituirsi a Kosovska Mitrovica, vale a dire quel settore della Municipalità di Mitrovica, a nord del fiume Ibar e separato dal resto della città dal noto “Ponte di Austerlitz” o “Ponte Principale”, abitato a larghissima maggioranza dai Serbi, il resto della città essendo invece ad amplissima maggioranza albanese. 

Non è forse un caso, che la “gestione” del ponte di Mitrovica sia entrata a pieno titolo anche nel confronto negoziale del 25 Agosto, raggiungendo, anche in questo caso, un accordo, per il quale si prevede che il ponte sia condiviso nella sua interezza tra le diverse comunità e aperto al libro passaggio pedonale, laddove oggi è ancora ostruito di fatto, dal cosiddetto “Parco della Pace”, in sostituzione delle precedenti barricate. 

Inoltre, l'autonomia della Comunità, o ZSO, è completata dall'istituzione delle figure del Presidente, dell'Assemblea, del Consiglio, e, inoltre, sarà dotata di un proprio stemma e di una propria bandiera, e sarà finanziata direttamente da Belgrado senza ulteriore aumento di tassazione. Qualcuno potrebbe obiettare che si ripete in Kosovo, con la stipula di questo accordo, un “modello bosniaco” in sedicesimo e che, pur riconoscendo il quadro legale vigente e l'integrità territoriale del Kosovo, l'accordo renda di fatto il Kosovo Serbo uno “Stato nello Stato”. 

Si tratta indubbiamente di una mediazione, forse della soluzione più efficace per garantire, con il riconoscimento dell'autonomia e dell'autodeterminazione, in un quadro legale, delle minoranze etniche, una prospettica di convivenza e coabitazione alle diverse comunità su quello che è il loro, comune, territorio.