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lunedì 4 gennaio 2016

Nascono i "Peace Corps" all'italiana

danielmartineckhart: UNIIMOG FSOs raising UN flag, Wikimedia Commons

Finalmente, sono stati pubblicati e diventano operativi, con l'inizio dell'anno 2016, il prontuario e le linee-guida del percorso di sperimentazione delle cosiddette azioni non-governative di pace, nell'ambito del Servizio Civile, impropriamente definite “Corpi Civili di Pace”, introdotti in via sperimentale più di due anni fa, con la Legge Finanziaria per il 2014 (art. 1, comma 253, legge 27 Dicembre 2013, n. 147). Si trattava di una sperimentazione volta a inquadrare complessivamente 500 giovani volontari in servizio civile, a valere di un budget complessivo di nove milioni di euro, nel triennio 2014-2016, e che invece si trova a partire solo adesso, nel 2016, dopo clamorosi ritardi e lungaggini, e a fare a meno di almeno 230.000 euro di risorse, tagliate dal Ministero dell’Economia, causa mancata spesa nel 2014.

Da parte di organizzazioni della società civile, in particolare quelle meno inclini a consuetudini lobbistiche con le istituzioni governative e più decise nel garantire il profilo dei Corpi Civili di Pace quale autentico strumento della società civile democratica organizzata, in forma di Difesa Civile Non Armata e Non Violenta, si era posta l'attenzione, in particolare, su tre aspetti cruciali della sperimentazione: l'insufficienza della cornice del servizio civile, riservato a giovani tra 18 e 28 anni, inadeguato ad affrontare la complessità e la portata (anche in termini di impatto e di riproducibilità) di un così rilevante impegno per la pace, in termini di prevenzione della violenza, di trasformazione del conflitto e di superamento del conflitto armato; la costruzione di un percorso, anche e soprattutto attraverso una efficace e consapevole mobilitazione popolare, di riconoscimento della parità tra difesa civile e difesa militare in Italia (come sancito, tra le altre, dalla fondamentale sentenza n. 228 del 2004); il carattere non-governativo di questa sperimentazione, proprio per evitare quella commistione esiziale, mortale per l'impegno nonviolento per la pace, tra presenza governativa in teatro di conflitto (che molto spesso è presenza militare in teatri in cui l'imperialismo italiano si è ampiamente esercitato e le armi italiane hanno ampiamente combattuto, con tutto il loro corollario di vittime e distruzione, materiale e morale) e presenza nonviolenta per la “pace positiva”.

Viceversa, la sperimentazione disegnata dal combinato disposto tra DM 7 Maggio 2015 e Prontuario punta in tutt'altra direzione e mostra come l'impostazione del percorso sia stata completamente sottratta al protagonismo delle forze della società civile di pace, a meno di non ritenere che un impianto di questo genere possa essere minimamente soddisfacente per tali “attori di pace”. Gli psuedo - Corpi Civili di Pace che ne vengono fuori hanno davvero poco a che vedere con gli Interventi Nonviolenti di Pace di cui pure si è a lungo discusso e assumono invece sempre più clamorosamente i tratti dei “Peace Corps” statunitensi, sui quali possiamo dare per scontato non serva spendere troppe parole. I giovani servizio-civilisti impegnati nella sperimentazione potranno essere inviati solo nelle aree-paese sancite dal Governo (ad esempio a Nauru, ma non in Palestina, né tantomeno in Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, India, Libia, Egitto, Cipro, Turchia, cioè, tanto per dire, in quasi nessuno degli scenari di conflitto di prossimità), sottostare a procedure di ingaggio e di sicurezza “totali” ed asfissianti (alle quali fa in parte riferimento anche la lunga lista di Paesi esclusi dall'intervento) e posti quindi in una situazione sostanziale di personale civile “embedded”.

Quanto alle caratteristiche dei progetti, «non saranno approvati progetti che prevedano attività situate in aree in cui la presenza di personale italiano è “sconsigliata a qualsiasi titolo” … dal MAECI». Saranno sostanzialmente fungibili alle esigenze governative, visto che, quanto alla stessa individuazione dei progetti, «qualora le avvertenze su viaggiaresicuri.it cambino successivamente alla presentazione del progetto, ovvero le competenti autorità diplomatiche e consolari emanino specifiche disposizioni comportamentali inerenti la sicurezza, l’ente e i volontari dovranno adattare le loro attività in funzione delle nuove indicazioni». E, peggio ancora, saranno anche commissariati preventivamente dalle autorità governative, tanto è vero che, in relazione alle Linee Guida per la Sicurezza, si prevede esplicitamente che il piano sicurezza sia «sottoposto, entro i primi cinque giorni dall’arrivo dei volontari, alle autorità diplomatiche e consolari competenti... Eventuali modifiche apportate al Piano dalle predette autorità è comunicato (sic) da parte dell’ente ai volontari ed al restante personale impegnato nella realizzazione del progetto, al Dipartimento ed al MAECI» (vedi il testo pubblicato del “Prontuario”: serviziocivile.gov.it/media/597942/prontuario-ccp.pdf).

Tali contraddizioni erano, del resto, ampiamente inscritte sin nello spirito e nella lettera del sopra ricordato decreto ministeriale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel Maggio scorso (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015), il quale impone di fatto che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI» (art. 7, c. 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, c. 2).

Inoltre, come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per - peraltro generiche - «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del c. 6 in merito all'eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la medesima sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici, legati agli interessi governativi, dei “Peace Corps” USA.

D'altra parte, una riprova della volontà di fare di questi “Corpi di Pace” una sorta di strumento inquadrabile nelle politiche governative e quindi adattabile alla logica dei suoi interessi strategici, sta nelle stesse parole con le quali tale nuova cornice è stata presentata all'opinione pubblica. Nella conferenza di presentazione di tali “Corpi di Pace”, l'on. Luigi Bobba, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delega alle politiche giovanili e al servizio civile nazionale, ha esplicitamente indicato che «i “Corpi Civili di Pace” di per sé hanno riferimenti anche di natura internazionale, nell'esperienza del governo tedesco, nell'esperienza argentina e nei Peace Corps degli USA, ed anche in una risoluzione dell'ONU che incoraggia la nascita di Corpi di Pace nei diversi stati membri e che ha anche organizzato, sotto l'etichetta dei Caschi Bianchi, interventi in condizioni simili a quelle in cui dovranno operare questi giovani. [...] Gli interventi saranno localizzati nei Paesi individuati su iniziativa del MAECI in accordo con il Dipartimento del Servizio Civile, per cui sarà una delle forme di politica estera del nostro Paese. [...] Inoltre, ci sarà anche una formazione fatta proprio dal MAECI sui temi della sicurezza, perché se si va ad operare in zone a rischio conflitto o post-conflitto, o zone di emergenza ambientale, si vogliono creare tutte le condizioni affinché si possa lavorare in modo sicuro e tranquillo. [...] Per questi giovani è prevista anche una “procedura rafforzata” in quanto, in condizioni di particolare difficoltà o di problematiche di sicurezza e per ragioni di opportunità ..., il MAECI potrà disporre il rimpatrio di queste persone che si trovano, eventualmente, in altri Paesi» (si veda il video della conferenza stampa di presentazione). 

È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque - esclusivamente - di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.  Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole, persino, cogenti per gli operatori.

Nascono così i Peace Corps all'italiana. E, per favore, smettiamo di chiamarli Corpi Civili di Pace.

venerdì 22 maggio 2015

Pace per decreto. La norma attuativa dei corpi di pace, tra traguardi e contraddizioni.

Ponte di Mitrovica, Kosovo, 2005
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015) del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali recante misure inerenti alla «Organizzazione del contingente dei Corpi Civili di Pace, ai sensi dell'articolo 1, comma 253, della legge 27 dicembre 2013, n. 147», il cosiddetto, atteso, decreto attuativo di sperimentazione delle “azioni non-governative di pace” introdotte, nell'ambito del Servizio Civile Nazionale, con l'emendamento Marcon (SEL) in Legge Finanziaria 2014, segna, indubbiamente, una tappa rilevante nel percorso relativo alla sperimentazione e istituzionalizzazione degli interventi di pace della società civile del nostro Paese, dal momento che, insieme con l'appena citato emendamento, rappresenta il primo atto normativo compiuto, nel quadro della legislazione italiana, in materia di interventi civili di pace.
 
Il decreto attuativo viene così a rappresentare il momento culminante di una lunga stagione di impegno, nel corso della quale le formazioni della società civile organizzata, raccolte nelle reti tematiche impegnate sul tema della gestione nonviolenta e della trasformazione costruttiva dei conflitti (in primo luogo, la Rete Disarmo, la Rete della Pace, il Tavolo Interventi Civili di Pace), hanno maturato una progressiva evoluzione, impegnandosi nella riflessione sulle modalità ed i limiti dell'azione civile di pace, in Italia e all'estero, riflettendo sul carattere ed il profilo, le specificità e le caratteristiche, dell'intervento di pace della società civile italiana ed avanzando proposte volte alla sperimentazione sul campo e alla definizione normativa.
 
Non sarà del tutto inutile, a questo scopo, ricordare almeno, sotto il profilo della riflessione relativa alla impostazione generale, la redazione del documento, a cura degli attori del tavolo degli interventi civili di pace, dedicato a «Identità e Criteri degli Interventi Civili di Pace Italiani» (10 Giugno 2012), che, per la prima volta in Italia, ha definito le modalità dell'impegno nonviolento e le linee-guida per gli operatori di pace, impegnati in azioni, interventi e corpi civili di pace, in territorio nazionale e in ambito internazionale; nonché, sotto il profilo della sensibilizzazione pubblica e della promozione sociale, l'implementazione del progetto omonimo Info-EaS per la sensibilizzazione e l'educazione alla pace e alla gestione creativa dei conflitti, la costruzione di momenti di approfondimento e di advocacy a cura delle diverse organizzazioni delle reti tematiche e, in particolare a Vicenza, la realizzazione di un vero e proprio percorso di ideazione creativa per corpi civili di pace, sin dal 2011, in collaborazione con i gruppi e le associazioni della Rete CCP.
 
Né, certamente, meno importanti sono state le esperienze realizzate sino a questo punto dalle organizzazioni di società civile che, anche in un contesto di sostanziale vuoto normativo, almeno a livello nazionale, hanno saputo ideare ed innovare, sviluppando, nella concezione e nella pratica, esperienze pilota che hanno letteralmente aperto una prospettiva di futuro: dalle esperienze dei Caschi Bianchi e dei progetti di peace-keeping civile già incardinati, sin dal 2004, nell'ambito del servizio civile nazionale all'estero, sino al progetto “Raccogliendo la Pace” per interventi civili di pace in Palestina, a partire dal 2010, e al progetto dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo” che, sostenuto dal Comune di Napoli nel 2011-2012, ha rappresentato un altro precedente importante, il primo progetto di un Ente Locale per Corpi Civili di Pace in zona di conflitto.
 
Su questo lungo ed esteso retroterra, viene dunque ad innestarsi l'articolato del decreto attuativo. Si tratta di un testo non occasionale né superficiale, articolato e dettagliato, che, attraverso nove articoli, definisce i caratteri salienti della sperimentazione delle azioni non-governative di pace, inquadrate nell'ambito del Servizio Civile, in base ai contenuti dell'emendamento Marcon. Tali articoli riguardano: la definizione e l'ambito di applicazione, i settori e le aree di intervento, la tipologia di progetti prevista, le caratteristiche e la formazione del personale, le disposizioni di sicurezza, il monitoraggio e la valutazione. Sin dai titoli e, a maggior ragione dalla lettura, vengono alla luce alcune tra le maggiori criticità e le più significative contraddizioni del testo del documento che, in estrema sintesi, riguardano proprio i temi della configurazione esclusivamente volontaria, delle aree di intervento e delle disposizioni di sicurezza. Procediamo con ordine.
 
Giustamente il decreto, nella sua premessa che è parte integrante del testo, dettaglia il quadro normativo di riferimento, sia a livello internazionale e comunitario, sia a livello nazionale, e opportunamente menziona, tra gli altri, il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite «Una Agenda per la Pace» (17 Giugno 1992), la Risoluzione della Assemblea Generale «Sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi sociali di promuovere e proteggere le libertà fondamentali ed i diritti umani universalmente riconosciuti» (8 Marzo 1999) e la Raccomandazione del Parlamento Europeo sull'istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo (10 Febbraio 1999). Non meno significativa, peraltro, la totale assenza di qualsivoglia riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno, a più riprese, ricordato al legislatore la parità di livello tra la difesa civile e la difesa militare e l'esigenza di assicurare un'adeguata promozione ed un adeguato sviluppo alla difesa civile, a partire almeno dalla sentenza 164 del 1985.
 
Qui si innesta la prima contraddizione del decreto attuativo: recidendo il legame tra azioni civili di pace e difesa, in particolare difesa civile, si instaura una soluzione di continuità con il percorso che ha portato dalla obiezione di coscienza al servizio civile e dall'impegno per la pace e contro la guerra all'azione costruttiva per la promozione della pace e la prevenzione della guerra. Inoltre, si finisce per confermare non solo il primato, ma addirittura l'esclusiva del “militare” nel settore della difesa, relegando di fatto l'azione dei progetti, che saranno presentati in questa cornice normativa, ad azioni di solidarietà e di promozione sociale, pur se chiaramente legate ai temi della pace e dei diritti umani, slegate di fatto a compiti di prevenzione della guerra e della escalation. Se è vero che l'art. 2, comma 2, alle lettere a., b., c. ed e., adeguatamente elenca gli ambiti di impegno propri di tali azioni di pace (sostegno ai processi di democratizzazione, mediazione e riconciliazione; sostegno alle capacità della società civile locale per la risoluzione dei conflitti; monitoraggio dei diritti umani e del diritto umanitario; educazione alla pace), è pur vero che lo stesso comma, alla lettera d., inserisce “attività umanitarie”, genericamente intese, rischiando quindi di ulteriormente de-specificare il profilo ed il carattere di tali azioni di pace ed allontanandole dal “proprium” dei Corpi Civili di Pace.
 
La cornice che si è scelta per “inquadrare” la sperimentazione non è, d'altro canto, la più idonea o adeguata se si vuole traguardare, appunto, l'obiettivo dei Corpi Civili di Pace: si fa riferimento, infatti, come previsto nelle premesse normative ed esplicitamente segnalato dall'art. 4 del decreto, a giovani volontari tra i 18 e i 28 anni di età (art. 4, comma 1, lettera a.), in linea con il fatto che la sperimentazione si svolge attraverso progetti di servizio civile, in Italia o all'estero. Viene così messo in luce il duplice problema, di caratterizzare la sperimentazione esclusivamente nei termini dell'impegno volontario e di consegnarla ad una platea con un'età non superiore ai 28 anni. È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno delle reti e del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque -esclusivamente- di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.
 
Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati -regolari e non regolari- non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole persino cogenti per gli operatori.
 
Vi si legge infatti che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI (Ministero degli Esteri)» (art. 7, comma 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, comma 2). Come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per -peraltro generiche- «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, inoltre, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del comma 6 in merito alla eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la stessa sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici dei “Peace Corps” statunitensi.
 
In conclusione, pur recependo alcuni caratteri condivisi degli interventi di pace della società civile italiana, il decreto attuativo è lontano dal profilo dei Corpi Civili di Pace che intendono impegnarsi sul tema della trasformazione costruttiva e della “pace con giustizia”. Introducendo di fatto un ibrido all'italiana tra “Cascos Blancos” e “Peace Corps”, tale inquadramento normativo inevitabilmente finirà per ispirare due tendenze distinte, all'interno del movimento, a seconda che si aderisca o meno all'impostazione fornita dal decreto stesso.