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sabato 11 luglio 2020

Srebrenica: 11 Luglio 1995 - 11 Luglio 2020


Michael Büker, CC BY SA 3.0, Wikimedia Commons, id.6405664


Le tappe della tragedia di Srebrenica sono ben note. Dal 16 Aprile 1993, la Risoluzione 819 rafforza la presenza del peace-keeping militare delle Nazioni Unite nelle città e nelle aree limitrofe; dal 6 Maggio 1993, la Risoluzione 824 istituisce le «zone protette» nell’area di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; dal 4 Giugno 1993, la Risoluzione 836 autorizza l’uso della forza per la scorta degli aiuti umanitari e la difesa delle «zone protette» in Bosnia. 

Sebbene delimitata e demilitarizzata dopo gli scontri che già vi si erano registrati tra il 1992 e 1993 e dopo la promulgazione delle Risoluzioni ONU, le milizie bosniaco-musulmane, sotto il comando di Naser Orić, continuavano a tenere armi all’interno della zona protetta a dispetto di quanto sancito dall’accordo di cessate il fuoco: le rappresaglie e le stragi da questi ordinate contro i villaggi serbo-bosniaci, tra le quali l’eccidio di Kravica, nella notte del 7 Gennaio 1993, in occasione del Natale Ortodosso, assunsero il carattere di una vera e propria pulizia etnica, con stime che, a seconda delle fonti, variano tra i 705 e i 3.200 serbo-bosniaci uccisi tra il 1992 e il 1995. 

Se rispondeva al fine di sfollare le enclavi musulmane nel territorio a maggioranza serba della Bosnia Orientale, l’eccidio di Srebrenica maturò anche come reazione alle stragi precedenti da parte bosniaca musulmana e si inscrive nella logica perversa della campagna contrapposta di pulizia e contro-pulizia etnica. L’esercito serbo-bosniaco, sotto il comando di Ratko Mladić, entrava in città l’11 Luglio 1995. I morti furono migliaia, le cifre stimano le vittime tra le 3.568 (delle perizie analitiche dell’ICTY al 2001) e le 8.372 (dell’elenco del Memoriale di Potočari al 2015), la gravità dei fatti è innegabile. L’insieme degli eventi e la pulizia etnica avente epicentro a Srebrenica restano, senza dubbio, tra le pagine più sconvolgenti del nostro tempo. 

Nel giro di sei mesi, la guerra di Bosnia finisce e comincia la lunga stagione, non ancora conclusa, della «pace fredda» e della «costituzionalizzazione» dei rapporti sul campo, sia in termini di acquisizioni territoriali, sia in termini di separazione in entità mono-etniche autonome. L’accordo, stipulato a Dayton (Ohio) il 21 Novembre 1995, sancisce l’intangibilità delle frontiere esterne sulla linea di confine fra le repubbliche ex-jugoslave e la divisione interna della Bosnia (BiH) in due entità distinte: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (51% del territorio, 10 cantoni e 92 municipalità) e la Republika Srpska (49% del territorio, 7 regioni e 63 municipalità), al cui interno si staglia il distretto autonomo di Brčko. Le due entità sono entità statali a tutti gli effetti, dotate di poteri autonomi, salvo la politica estera, la difesa e la moneta. 

Nel 2015, in occasione del ventennale, nella seduta convocata per commemorare il ventesimo anniversario delle uccisioni e della pulizia etnica di Srebrenica, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite respinge, con il voto contrario della Russia, una risoluzione, fortemente promossa soprattutto dalla Gran Bretagna, con l’obiettivo di sottolineare che i tragici eventi potevano e dovevano essere qualificati come “genocidio”, definizione, nel caso di Srebrenica, controversa, e come prerequisito per la riconciliazione nazionale in Bosnia Erzegovina; nonché al fine di riaffermare l’importanza delle lezioni apprese dai limiti mostrati dalle Nazioni Unite nel prevenire l’eccidio e la sua determinazione ad adottare azioni efficaci per prevenire il ripetersi di tragedie di tale natura attraverso i mezzi a propria disposizione. 

Significativa la motivazione addotta dal rappresentante russo in Consiglio, Vitaly Churkin, che rimarcava come la Russia abbia sempre «chiesto indagini sui crimini commessi contro tutte le comunità etniche durante il conflitto nei Balcani. Il mondo ha l’importante compito di costruire pace, riconciliazione e stabilità nella regione ricordando il processo di pace di Dayton. La Russia accetta una risoluzione commemorativa basata sull’esigenza di andare avanti. Tuttavia, il progetto britannico è stato presentato in modo da cercare di attribuire la colpa a una sola comunità. Il popolo della Bosnia Erzegovina - e non solo - ha reagito alla bozza in modo molto doloroso. 

«Il ruolo del Consiglio è di rafforzare la pace e la sicurezza internazionali; lasciare quindi che gli storici giudichino gli eventi e che i tribunali emettano i verdetti. L’adozione di un documento distruttivo, in un momento simile, sarebbe controproducente, con ciò invitando i proponenti a non metterlo ai voti. Altrimenti, la Russia sarebbe stata obbligata a votare contro. Tale posizione, tuttavia, non sminuisce in alcun modo la sensibilità del Paese nei confronti del dolore delle vittime». 

Esattamente la tesi strumentalmente sostenuta, invece, dalla rappresentante USA, Samantha Power, per la quale sarebbe opportuno paragonare «i negazionisti del genocidio di Srebrenica ai negazionisti dell’Olocausto, poiché il rifiuto di riconoscere tali crimini non solo ferisce le vittime, ma la riconciliazione stessa». Una vera e propria “strumentalizzazione” delle vittime, di tutte le vittime, della guerra di Bosnia. 

domenica 12 aprile 2020

L’aprile che cambiò il volto dell’Europa

Sarajevo: «L'Uomo Multiculturale costruirà il Mondo» (Foto di Gianmarco Pisa)

La primavera 1992 cambiò il volto dell’Europa e riportò all’ordine del giorno l’orrore dei nazionalismi. Preceduta dalla «crisi del debito» e dalle ingerenze da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, la disgregazione della Jugoslavia ebbe formalmente inizio con la dichiarazione di indipendenza della Slovenia il 25 Giugno 1991, seguita dalla breve «guerra dei dieci giorni», condotta dall’esercito jugoslavo (JNA) nel tentativo di preservare l’unità della federazione. Tuttavia, dopo l’annuncio, lo stesso 25 Giugno, dell’indipendenza della Croazia, la JNA avviò una campagna volta a difendere, insieme, l’unità della federazione e i diritti delle comunità, peraltro in un quadro di profonde alterazioni degli equilibri tra i diversi popoli e nazionalità, equilibri su cui si era retta, sino a quel punto, l’originale esperienza jugoslava.
 
Se già l’8 Ottobre 1991 la Croazia formalizzò in via unilaterale la rottura di tutti i legami con il resto della Jugoslavia, la guerra sarebbe stata ancora lunga e sanguinosa, con le operazioni “Lampo” in Slavonia e “Tempesta” nella Krajina, con il supporto degli Stati Uniti, sino alla primavera-estate del 1995, che provocarono tra i duecentomila e i duecentocinquantamila tra profughi e sfollati, ai danni delle comunità serbe di Krajina e Slavonia, che avevano respinto la secessione croata e costituita la auto-proclamata Repubblica Serba di Krajina. Dopo la rottura dell’Ottobre 1991, gli eventi precipitarono anche in Bosnia, contesto multinazionale per eccellenza, con il 44% della popolazione musulmana, il 32% serba, il 17% croata, il 6% «jugoslava», e ancora Rom e altre nazionalità. 

Il parlamento bosniaco, con atto unilaterale e senza la partecipazione dei deputati serbi, emanò una legge per la «Sovranità della Repubblica di Bosnia-Erzegovina» il 15 Ottobre, con lo scopo di secedere da tutti gli organi federali e sospendere tutti i legami col resto della Jugoslavia. La risposta della comunità serbo-bosniaca si concretizzò nella ri-organizzazione dei municipi a maggioranza serba nella cosiddetta Regione Autonoma Serba. Partì allora la stagione dei “referendum unilaterali” contrapposti: il 9-10 Novembre 1991 fu sancita la formazione della Repubblica dei Serbi di Bosnia, il 12 e il 18 Novembre 1991, rispettivamente, i Croati proclamarono l’autonomia della Comunità Croata della Posavina e della Comunità Croata della Herceg - Bosna. Nel fatidico 1992, mentre il 9 Gennaio i Serbi proclamavano la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina, il 27 Gennaio le comunità croate proclamavano la Comunità Croata di Bosnia ed Erzegovina. Intanto, il 25 Gennaio, era stato indetto il referendum per l’indipendenza della Repubblica di Bosnia Erzegovina.
 
Si gettano così le basi non solo della guerra ma, specificamente, della dissoluzione etnica della Bosnia e della futura, post-bellica, ripartizione etnico - amministrativa. Si determinarono allora le circostanze specifiche per la deflagrazione della guerra: il 1 Marzo 1992, giorno del referendum per l’indipendenza della Bosnia, i Berretti Verdi, una delle formazioni paramilitari bosniache, spararono su un corteo nuziale serbo nel cuore storico di Sarajevo, la Baščaršija, uccidendo il padre dello sposo, Nikola Gardović. Aveva inizio, con questo attentato, la «strategia del terrore» inaugurata dal cecchinaggio e dal tiro incrociato: i bosniaco-musulmani presero il controllo del centro di Sarajevo, i serbo-bosniaci di Grbavica, Novi Sarajevo, Ilidža, e le colline intorno alla capitale. 

Un primo tentativo di mediazione in bello tra Radovan Karadžić (serbo-bosniaco) e Alija Izetbegović (bosniaco-musulmano) per il pattugliamento congiunto nelle città e formazioni miste (JNA e polizia bosniaca) fu travolto dalla prima campagna militare croato-musulmana, che portò le Forze Armate della Repubblica di Croazia e le forze paramilitari bosniaco-musulmane ad irrompere lungo la Sava ed effettuare un massacro di sessanta civili serbi (26-27 Marzo 1992). La reazione serba portò i paramilitari serbi della Guardia Volontaria a prendere la città di Bijeljina presso il confine con la Serbia, oggi seconda città della Republika Srpska, dopo la capitale Banja Luka.
 
I popoli, e il popolo di Bosnia nello specifico, non volevano la guerra: la Marcia per la Pace organizzata dai cittadini di Sarajevo contrari alla guerra etnica e alla soluzione militare portò decine di migliaia di persone nelle strade il 5 Aprile 1992. Si trattava di una grande manifestazione popolare, di chiara impronta anti-nazionalistica e democratica, ancora una volta stroncata dalle forze paramilitari che, nella città, spingevano sempre di più per una rapida quanto drammatica escalazione militare. Il tiro dei cecchini, che le diverse fonti attribuiscono ora ai bosniaco-musulmani ora ai serbo-bosniaci, colpì i manifestanti; la spirale che si innescò avrebbe fatto dilagare la carneficina, consolidando la stretta dell’assedio sulla città da parte delle milizie serbo-bosniache, che avevano preso il controllo delle aree collinari circostanti.
 
Proprio il 6 Aprile 1992, ventotto anni fa, iniziava a tutti gli effetti la Guerra di Bosnia: sotto il tiro dei cecchini (Berretti Verdi e Milizie), colpita dalle artiglierie serbo-bosniache, Sarajevo si trasformò in una «città fantasma», in cui il centro storico, e l’aeroporto, erano controllati dai bosniaco-musulmani, Novi Sarajevo, e i quartieri limitrofi, dai serbo-bosniaci. La città conobbe l’assedio sistematico, oltre mille e trecento giorni, tra il 1992 ed il 1995, l’«urbicidio pianificato», in cui si visse una guerra sconvolgente, vecchia quanto la I Guerra Mondiale e moderna come tutti gli odierni conflitti etno-politici: l’evento bellico più grave occorso in Europa dalla II Guerra Mondiale. 

Sul versante della diplomazia internazionale, prima dello scacco di Srebrenica, le Nazioni Unite tentarono più volte mediazioni per definire dei «piani di pace» (Carrington-Cutileiro, Marzo 1992; Vance-Owen, Gennaio 1993; Owen-Stoltenberg, Agosto 1993), fallendo ogni tentativo. Sul versante delle azioni sul campo, se all’inizio (1992-1993) bosniaco-musulmani e croato-bosniaci si trovarono “alleati” contro i serbo-bosniaci, successivamente, dopo il fallimento della proposta Vance-Owen, che, per la prima volta, aveva introdotto il principio della partizione etnica del Paese, in tre sezioni etnicamente distinte, i croato-bosniaci avviarono una «guerra nella guerra» contro i bosniaco-musulmani nei territori in cui erano presenti comunità croate (Bosnia Centrale ed Erzegovina). 

Un’accelerazione verso la precipitazione finale del conflitto avviene a seguito della tragedia di Srebrenica, che segnala uno dei punti più gravi in assoluto delle atrocità commesse. Le tappe della escalazione di Srebrenica sono note: dal 16 Aprile 1993, la Risoluzione 819 rafforza la presenza del peace-keeping militare delle Nazioni Unite nelle città e nelle aree limitrofe; dal 6 Maggio 1993, la Risoluzione 824 istituisce le «zone protette» nell’area di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; dal 4 Giugno 1993, la Risoluzione 836 autorizza l’uso della forza per la scorta degli aiuti umanitari e la difesa delle «zone protette». 

Sebbene delimitata e de-militarizzata dopo gli scontri che già vi si erano registrati tra il 1992 e il 1993 e dopo la promulgazione delle Risoluzioni dell’ONU, le milizie bosniaco-musulmane, sotto il comando di Naser Orić, continuavano a tenere armi all’interno della zona protetta a dispetto di quanto sancito dall’accordo di cessate il fuoco: le rappresaglie e le stragi da questi ordinate contro i villaggi serbo-bosniaci, tra le quali l’eccidio di Kravica, nella notte del 7 Gennaio 1993, in occasione del Natale Ortodosso, assunsero il carattere di una vera e propria pulizia etnica (con stime che, a seconda delle fonti, variano tra i 705 ed i 3.200 serbo-bosniaci uccisi tra il 1992 ed il 1995). 

Se rispondeva al fine di sfollare le enclavi musulmane nel territorio a maggioranza serba della Bosnia Orientale, l’eccidio di Srebrenica maturò anche come reazione alle stragi precedenti da parte bosniaca musulmana e si inscrive nella logica perversa della campagna contrapposta di pulizia e contro-pulizia etnica; l’esercito serbo-bosniaco, sotto il comando di Ratko Mladić, entrò in città l’11 Luglio 1995. I morti furono migliaia, le cifre stimano le vittime tra le 3.568 (delle perizie analitiche dell’ICTY al 2001) e le 8.372 (dell’elenco del Memoriale di Potočari al 2015), la gravità dei fatti è innegabile. L’insieme degli eventi e la pulizia etnica avente epicentro a Srebrenica restano tra le pagine più sconvolgenti del nostro tempo.
 
Nel giro di sei mesi, la guerra di Bosnia finisce e comincia la lunga stagione, non ancora conclusa, della «pace fredda» e della «costituzionalizzazione» dei rapporti sul campo, sia in termini di acquisizioni territoriali, sia in termini di separazione in entità mono-etniche autonome. L’accordo, stipulato a Dayton (Ohio) il 21 Novembre 1995, sancisce l’intangibilità delle frontiere esterne sulla linea di confine fra le repubbliche ex-jugoslave e la divisione interna della Bosnia (BiH) in due entità distinte: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (51% del territorio, 10 cantoni e 92 municipalità) e la Republika Srpska (49% del territorio, 7 regioni e 63 municipalità), al cui interno si staglia il distretto autonomo di Brčko. 

Le due entità sono entità statali a tutti gli effetti, dotate di poteri autonomi salvo la politica estera, la difesa e la moneta. La Presidenza del Paese è collegiale per un mandato quadriennale, ripartito tra un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi per due tornate, si alternano nella carica di presidente. L’organizzazione del potere dà un’idea della sofisticazione di questa «combinazione mono-etnica». Ciascuna entità è dotata di una presidenza, un parlamento e un governo: la Repubblica Serba (RS) di un governo e di un’assemblea monocamerale, la Federazione croato-musulmana di un governo e di una assemblea bicamerale, cui vanno aggiunti primo ministro, ministri e consiglieri dei cantoni. 

A livello statale complessivo, fanno parte della Camera dei Rappresentanti 42 deputati (28 eletti nella Federazione e 14 nella RS), della Camera dei Popoli 15 deputati (5 serbi, 5 croati e 5 musulmani). Se si considera che non si possono approvare i disegni di legge senza la maggioranza (con un sistema di quote) delle tre rappresentanze nazionali «costituenti» in entrambi i rami del Parlamento, che tra la federazione centrale, le due entità statuali e le ripartizioni amministrative, il Paese conta qualcosa come un centinaio tra ministri e simili, si può avere un’idea del «rompicapo di Dayton», su cui il giudizio storico sembra ormai assodato: uno strumento necessario per porre fine alla guerra, che aveva causato, secondo le stime, cento mila morti (il 68% bosniaci, il 26% serbi, il 5% croati, l’1% di altri gruppi), tra cui attivisti (Guido Puletti, Fabio Moreni, Sergio Lana il 29 Maggio; Gabriele Moreno Locatelli il 3 Ottobre 1993) e reporter (Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo, giornalisti della RAI di Trieste, il 28 Gennaio 1994), ma anche una drammatica conferma della separazione etnica e delle sue assurde disfunzionalità. 

In definitiva, uno tra i mille segnali dell’orrore della guerra, e delle sue conseguenze; ma anche, al contrario, della esigenza di verità e di giustizia, dell’istanza cruciale della pace, e del bisogno della convivenza pluriculturale.

mercoledì 16 agosto 2017

Srebrenica e la Bosnia, 25 anni dopo


Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać. E Srebrenica. 
Sebbene sembrino quasi punti dispersi sulla mappa frastagliata della Bosnia Erzegovina e nulla paiano rievocare, salvo i nomi di Sarajevo, città dei mille mondi e delle mille culture, capitale multiculturale e ponte tra l’Oriente e l’Occidente d’Europa, e di Srebrenica, cui resta associata la memoria della pulizia etnica e degli eventi tragici della primavera-estate del 1995, intorno a queste sei località si sono  sostanzialmente consumati i destini della Guerra di Bosnia (1992-1995).

Oggi tendiamo a dimenticare il prima, il durante e, forse ancora più sorprendentemente, il dopo del conflitto bosniaco: lo associamo a poche immagini e pochi luoghi, la memoria degli eventi tragici della guerra tende a schiacciare lo sfondo nello schema bipolare “buoni” contro “cattivi”, il ricordo della guerra finisce per condensarsi in una sequenza asettica, in cui svanisce il nesso di causa-effetto, aumenta la difficoltà nel darsi conto di fatti e motivazioni, si continua a violare, inconsapevolmente, la memoria delle vittime. Di tutte le vittime, come è inevitabile in un conflitto «etno-politico».

A Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać, e a Srebrenica, le Nazioni Unite avevano istituito le cosiddette “aree protette”. Ma i fatti si sarebbero incaricati di dimostrare la pratica impossibilità di proteggere effettivamente quelle aree, le città e i loro abitanti, e in questa pratica impossibilità finì per consumarsi l’ultima tappa, nell’estate del 1995, della pulizia etnica, con la distruzione delle comunità, le vittime di tutte le parti occorse negli attacchi, nelle provocazioni e nelle ritorsioni, scatenate da un capo all’altro del fronte, e dell’urbicidio, con la devastazione di intere città e villaggi. 

Una pratica impossibilità, determinata da una cacofonia di cause e da un precipitare di interessi, quasi mai limpidi, spesso non dichiarati. Erano state le Nazioni Unite a istituire le aree protette con la risoluzione 824, dichiarando (art. 3) «che Sarajevo e altre zone sotto minaccia, in particolare le città di Tuzla, Zepa, Gorazde, Bihac, come pure Srebrenica, e i loro circondari, siano trattate come aree protette [safe areas] ... e siano libere da attacchi armati e ogni altro atto ostile».

A questa altezza, tra aprile e maggio 1993, la missione ONU (UNPROFOR) si mantiene, ancora per poco, entro i limiti del peace-keeping, vale al dire del tradizionale “mantenimento della pace”, legato al controllo delle linee del fronte e dei canali umanitari, e alla protezione delle zone e dei loro cittadini, chiedendo cooperazione a tutte le parti coinvolte (art. 5) e dichiarandosi pronta a intraprendere ulteriori misure (art. 7) per assicurare il pieno rispetto della risoluzione.

Un mese dopo, il 4 giugno 1993, però, il profilo della missione cambia, e da peace-keeping con compiti di prevenzione e di protezione, senza il ricorso diretto alla forza, si trasforma in un peace-forcing di fatto, un tentativo di imposizione degli accordi raggiunti in ambito internazionale, decidendo, con la risoluzione 836, di «estendere il mandato della UNPROFOR … a compiti di deterrenza nei confronti degli attacchi condotti contro le aree protette» (art. 5) e di «assumere tutte le misure necessarie, compreso l’uso della forza», specificando, tuttavia, di «agire in auto-difesa» (art. 9).

Dall’inverno 1992 alla primavera 1993, è lunga la lista di villaggi serbi ove si erano consumati massacri ad opera delle milizie bosniaco-musulmane: Bjelovac, Loznica, Siljkovici, Skelani. E Kravica, dove si sarebbe consumato uno degli episodi più tragici, per di più in occasione della celebrazione del Natale Ortodosso. Né le Nazioni Unite avevano, anche per la concomitanza dell’impegno militare intrapreso dalla NATO, possibilità concreta di tutelare le “aree protette”. 

Per attuare il mandato della risoluzione 836, le Nazioni Unite disponevano di non più di ottomila uomini; erano almeno cinquemila gli uomini delle forze bosniaco-musulmane nella zona di Srebrenica; cinque carri armati e alcune centinaia di soldati serbi si presentarono nel luglio 1995 alle porte della città. Le Nazioni Unite, che avevano stimate necessarie almeno 60 mila unità per provvedere ai compiti previsti dal Consiglio di Sicurezza, si ritrovarono, in quello stesso luglio 1995, impotenti di fronte ai compiti loro assegnati, nel difendere l’enclave con poche centinaia di soldati olandesi.

Srebrenica cadde indifesa e la sua caduta segnò la conferma della nuova ripartizione etnica della Bosnia post-conflitto. Le milizie bosniaco-musulmane avevano abbandonato la città; le forze serbo-bosniache vi entrarono sorprendentemente indisturbate. «La verità è che gli Americani e Izetbegović avevano tacitamente ammesso che la preservazione di queste enclavi isolate in una Bosnia divisa non aveva alcun senso» avrebbe riferito, anni dopo, Carlos Martins Branco, già Osservatore Militare delle Nazioni Unite e poi vice-direttore dell’Istituto di Difesa Nazionale (IDN) del Portogallo. 

Srebrenica rimane non l’unica, ma la più lampante testimonianza della distruzione della Bosnia, della crudele tragicità del conflitto etno-politico, delle pesanti responsabilità delle grandi potenze, ben al di là del ruolo svolto dalle Nazioni Unite sul campo, nella pulizia etnica e nella divisione della Bosnia. Una testimonianza da mantenere in vita, al di là della vulgata banalizzante, diffusa in Occidente, dei “buoni” contro i “cattivi”, per rendere il dovuto tributo alla memoria di tutte le vittime, di ogni lato del fronte, e per ricostruire la speranza in un futuro di pace e di convivenza.