martedì 10 gennaio 2012

La Città Bianca


Serbia. La Carovana vi giunge il giorno 6 Agosto, in quattro, aspettando l’arrivo della quinta partecipante, in rotta su Trieste, per il giorno 8 Agosto, dopo un viaggio nella Serbia del Nord e, in particolare, nella Vojvodina, la “terra del rifugio” per i Serbi che vi si insediarono, sin dal XV secolo, per sfuggire agli attacchi da Sud dell’esercito ottomano. La Vojvodina è uno dei capoluoghi della Serbia multi-etnica, con la sua forte minoranza ungherese, seguita dalle comunità romena e rutena, e poi con lo splendore della sua capitale, Novi Sad, che però il nostro itinerario di pace fa appena in tempo ad intravedere. Così la Carovana riprende il treno: dopo il “deserto di Pannonia”, le vaste pianure steppiche della Vojvodina, ecco la “città bianca” accogliere la  nostra missione, dapprima Novi Beograd, quindi Beograd, una città stupenda, nella sua complessa stratificazione urbanistica tipo “hub”, per la sincera ospitalità dei suoi abitanti, per il carattere giovanile del suo stile cosmopolita. Appena giunti nell’Ostello della Gioventù, inizia subito l’esplorazione delle meraviglie, delle sorprese e dei tesori di questa sorprendente capitale d’Europa.
Belgrado è “città della memoria” per eccellenza, segno iconico ed urbanistico della ricorsività delle memorie e della icasticità ed essenzialità dei vissuti personali e collettivi, basi per un lavoro di pace su cui costruire, pezzo dopo pezzo, le architravi della de-mistificazione degli immaginari, della depurazione dei ricordi e della de-traumatizzazione psico-sociale delle comunità. Si tratta, a ben vedere, di istanze fondamentali della cosiddetta “IntegrAzione PsicoSociale”, quale vettore del superamento post-traumatico del post-conflitto. Basta percorrerne i luoghi salienti per averne chiaro un riscontro: i due edifici ancora sventrati dalle bombe, evidentemente poco “intelligenti”, della N.A.T.O. della primavera 1999, di fronte al Ministero degli Affari Esteri, le Ambasciate degli Stati Uniti e della Croazia addirittura murate, senza porte né finestre, ed il clamoroso Mausoleo del 25 Maggio (con la tomba di Tito, padre della Yugoslavia Socialista), luogo di celebrazione della memoria ed istanza della identità trans-nazionale, jugoslava, degli Slavi del Sud.
Anche Belgrado, infine, rappresenta, come Trieste e più che Budapest, un “crocevia”: insieme, il punto di approdo e il punto di transito. I contenuti dell’approdo sono noti: la stessa, cosiddetta, “strada delle ambasciate”, dov’è dislocata anche l’Ambasciata Italiana, denota intero il carico di ostilità, esclusione e separazione che resta inevitabilmente associato ai conflitti balcanici degli Anni Novanta (soprattutto in riferimento ai conflitti con la Croazia del 1993 e con la N.A.T.O. del 1999, esemplarmente rappresentati dalla configurazione medesima delle ambasciate croata e statunitense); la “strada del potere”, che culmina nella Piazza della Repubblica, costituisce l’icona di una certa auto-consapevolezza nell’esercizio del governo, del potere e del comando, e porta intero il gravame di una storia nella quale l’elemento nazionale serbo si è sempre, a torto o ragione, ritenuto l’architrave del processo storico e della configurazione istituzionale degli Slavi del Sud; infine, il Mausoleo del 25 Maggio, ancor più che la stessa Tomba di Tito, è importante perché serba la memoria dell’unità dei popoli jugoslavi (ancora oggi, secondo recenti statistiche, l’8% della popolazione serba si definisce “jugoslava”) e della fraternità tra il popolo jugoslavo e i popoli del mondo, all’epoca d’oro del NAM (il Movimento dei Paesi Non-Allineati) e del cosiddetto movimento di Bandung (dal nome della Conferenza nella quale si celebrò la nascita del movimento terza-forzista, perché autonomo rispetto ai blocchi contrapposti, dei Non Allineati).

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