mercoledì 16 agosto 2017

Spariglio di carte, o rottura del quadro?



UTOPIJA, Mikser Festival Belgrado, 2014: Foto di G. Pisa

Nel caldo di agosto, il Kosovo torna, ancora una volta e significativamente, sulla scena. Non ha suscitato particolare eco sulla stampa nostrana, ma è diventata uno dei topic salienti del confronto regionale nei Balcani, soprattutto tra Belgrado, Prishtina e Tirana, la recente iniziativa del presidente serbo, Aleksandar Vučić, di lanciare un inedito “dibattito nazionale” sulla questione kosovara e sul futuro del Kosovo.

Una iniziativa inedita, per le modalità, prima ancora che per i contenuti, che pure non hanno mancato di destare sorpresa e reazioni. Il Kosovo resta, infatti, se non più il centro della vita politica e del dibattito pubblico in Serbia, una questione tuttavia cruciale, che investe, a sua volta, una notevole quantità di implicazioni: la sopravvivenza dei serbi kosovari e la possibilità della riconciliazione tra serbi e albanesi; l’emersione dalla povertà e dalla disoccupazione e le prospettive di sviluppo e di cooperazione nell’area; la questione dello status, il rispetto della risoluzione 1244 del 1999, il percorso di adesione alla UE.

Ora, per la prima volta, con un lungo e ambizioso scritto su Blic, il 24 luglio scorso, Vučić riporta il Kosovo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, non per proporre una soluzione (della quale non c’è, ragionevolmente, traccia nel suo articolo), ma per impostare il tema: ragionare su una soluzione della questione kosovara che «se per un verso non può basarsi nei miti e nei conflitti, per l’altro non può nemmeno risolversi nel cedere su tutti i nostri interessi statali e nazionali» e che richiede «un approccio serio e responsabile, coraggioso e realistico nello stesso tempo, con lo sguardo rivolto al futuro».

Le reazioni non sono mancate. I primi a “dissodare” nel merito la proposta e affacciare prime ipotesi di contenuto sono stati il vicepremier serbo e il ministro degli esteri dell’autogoverno kosovaro. Ivica Dačić ha precisato, lo scorso 13 agosto, un suo precedente intervento, chiarendo che la proposta da lui avanzata per una soluzione sostenibile della questione kosovara «non consiste nella partizione, ma nella demarcazione»: si tratta di «un compromesso tra diritti storici e nazionali, che comporta una precisa demarcazione o delimitazione (delineation in inglese, razgraničenje in serbo) di ciò che è serbo e ciò che è albanese». 

Alla precisazione per la quale ciò non comporterà, in alcun caso, da parte della Serbia, un riconoscimento formale della indipendenza auto-proclamata del Kosovo, sebbene implicherà la rinuncia a rivendicazioni della Serbia sulla regione, hanno fatto seguito le dichiarazioni di Enver Hoxhaj, secondo il quale è destinato al fallimento ogni dialogo che non comporti alla fine, in ogni caso, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Non solo: «le idee della Serbia sul cambiamento dei confini sono pericolose e inaccettabili».

Ovviamente, non si può che guardare con favore a ogni tentativo che muova nella direzione del dialogo e del negoziato, che si basi su principi di verità e di giustizia e guardi prima di tutto ai bisogni e al benessere di tutti quanti vivono in Kosovo, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, religiosa. E forse, proprio per questo, la prospettiva più salutare da cui leggere questa dinamica è quella di rispettare la forma, oltre che i contenuti, di questo rinnovato dialogo: quella cioè, così com’è stata avanzata e potrà svilupparsi, di un dibattito interno e aperto, di e tra serbi e albanesi, senza, si spera, ingerenze e condizionamenti esterni. 

È anche un tentativo, del resto, per rilanciare gli sforzi di un negoziato che stenta a prendere quota, complici anche le recenti elezioni in Serbia e in Kosovo, dove, in particolare, ad oltre due mesi dalle ultime elezioni politiche, non è stato ancora eletto il presidente del parlamento e non si è ancora potuto insediare un governo, la formazione della cui maggioranza parlamentare appare, per di più, delicata e problematica.

Dopo quello di febbraio, infatti, si è svolto un solo incontro a Bruxelles tra le leadership della Serbia e del Kosovo, ai primi di luglio, e non sono stati fatti passi avanti nell’implementazione di quello che, ad oggi, è la base del percorso negoziale, gli accordi del 19 aprile 2013 e del 25 agosto 2015, che fondano la Comunità dei Comuni a maggioranza serba del Kosovo, ne riconoscono l’autonomia nel quadro legale kosovaro, ne individuano le competenze nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità, pianificazione urbana e pianificazione rurale, istituiscono un comando di polizia regionale per il Kosovo del Nord (a maggioranza serba) e una divisione della Corte d’Appello a Mitrovica Nord, l’area serba della città divisa di Mitrovica. 

Difficile prevedere sviluppi ed esiti di tutto questo, al netto di ciò che vogliono le cancellerie occidentali («la Germania ha riconosciuto il Kosovo, la Serbia no», disse lapidariamente, qualche anno fa, Angela Merkel); com’è stato più volte ribadito, incamminarsi lungo una strada nella quale si possano, legittimamente, costruire le condizioni della trasformazione positiva e del mutuo beneficio, è senza dubbio un primo passo.
 

Srebrenica e la Bosnia, 25 anni dopo


Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać. E Srebrenica. 
Sebbene sembrino quasi punti dispersi sulla mappa frastagliata della Bosnia Erzegovina e nulla paiano rievocare, salvo i nomi di Sarajevo, città dei mille mondi e delle mille culture, capitale multiculturale e ponte tra l’Oriente e l’Occidente d’Europa, e di Srebrenica, cui resta associata la memoria della pulizia etnica e degli eventi tragici della primavera-estate del 1995, intorno a queste sei località si sono  sostanzialmente consumati i destini della Guerra di Bosnia (1992-1995).

Oggi tendiamo a dimenticare il prima, il durante e, forse ancora più sorprendentemente, il dopo del conflitto bosniaco: lo associamo a poche immagini e pochi luoghi, la memoria degli eventi tragici della guerra tende a schiacciare lo sfondo nello schema bipolare “buoni” contro “cattivi”, il ricordo della guerra finisce per condensarsi in una sequenza asettica, in cui svanisce il nesso di causa-effetto, aumenta la difficoltà nel darsi conto di fatti e motivazioni, si continua a violare, inconsapevolmente, la memoria delle vittime. Di tutte le vittime, come è inevitabile in un conflitto «etno-politico».

A Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać, e a Srebrenica, le Nazioni Unite avevano istituito le cosiddette “aree protette”. Ma i fatti si sarebbero incaricati di dimostrare la pratica impossibilità di proteggere effettivamente quelle aree, le città e i loro abitanti, e in questa pratica impossibilità finì per consumarsi l’ultima tappa, nell’estate del 1995, della pulizia etnica, con la distruzione delle comunità, le vittime di tutte le parti occorse negli attacchi, nelle provocazioni e nelle ritorsioni, scatenate da un capo all’altro del fronte, e dell’urbicidio, con la devastazione di intere città e villaggi. 

Una pratica impossibilità, determinata da una cacofonia di cause e da un precipitare di interessi, quasi mai limpidi, spesso non dichiarati. Erano state le Nazioni Unite a istituire le aree protette con la risoluzione 824, dichiarando (art. 3) «che Sarajevo e altre zone sotto minaccia, in particolare le città di Tuzla, Zepa, Gorazde, Bihac, come pure Srebrenica, e i loro circondari, siano trattate come aree protette [safe areas] ... e siano libere da attacchi armati e ogni altro atto ostile».

A questa altezza, tra aprile e maggio 1993, la missione ONU (UNPROFOR) si mantiene, ancora per poco, entro i limiti del peace-keeping, vale al dire del tradizionale “mantenimento della pace”, legato al controllo delle linee del fronte e dei canali umanitari, e alla protezione delle zone e dei loro cittadini, chiedendo cooperazione a tutte le parti coinvolte (art. 5) e dichiarandosi pronta a intraprendere ulteriori misure (art. 7) per assicurare il pieno rispetto della risoluzione.

Un mese dopo, il 4 giugno 1993, però, il profilo della missione cambia, e da peace-keeping con compiti di prevenzione e di protezione, senza il ricorso diretto alla forza, si trasforma in un peace-forcing di fatto, un tentativo di imposizione degli accordi raggiunti in ambito internazionale, decidendo, con la risoluzione 836, di «estendere il mandato della UNPROFOR … a compiti di deterrenza nei confronti degli attacchi condotti contro le aree protette» (art. 5) e di «assumere tutte le misure necessarie, compreso l’uso della forza», specificando, tuttavia, di «agire in auto-difesa» (art. 9).

Dall’inverno 1992 alla primavera 1993, è lunga la lista di villaggi serbi ove si erano consumati massacri ad opera delle milizie bosniaco-musulmane: Bjelovac, Loznica, Siljkovici, Skelani. E Kravica, dove si sarebbe consumato uno degli episodi più tragici, per di più in occasione della celebrazione del Natale Ortodosso. Né le Nazioni Unite avevano, anche per la concomitanza dell’impegno militare intrapreso dalla NATO, possibilità concreta di tutelare le “aree protette”. 

Per attuare il mandato della risoluzione 836, le Nazioni Unite disponevano di non più di ottomila uomini; erano almeno cinquemila gli uomini delle forze bosniaco-musulmane nella zona di Srebrenica; cinque carri armati e alcune centinaia di soldati serbi si presentarono nel luglio 1995 alle porte della città. Le Nazioni Unite, che avevano stimate necessarie almeno 60 mila unità per provvedere ai compiti previsti dal Consiglio di Sicurezza, si ritrovarono, in quello stesso luglio 1995, impotenti di fronte ai compiti loro assegnati, nel difendere l’enclave con poche centinaia di soldati olandesi.

Srebrenica cadde indifesa e la sua caduta segnò la conferma della nuova ripartizione etnica della Bosnia post-conflitto. Le milizie bosniaco-musulmane avevano abbandonato la città; le forze serbo-bosniache vi entrarono sorprendentemente indisturbate. «La verità è che gli Americani e Izetbegović avevano tacitamente ammesso che la preservazione di queste enclavi isolate in una Bosnia divisa non aveva alcun senso» avrebbe riferito, anni dopo, Carlos Martins Branco, già Osservatore Militare delle Nazioni Unite e poi vice-direttore dell’Istituto di Difesa Nazionale (IDN) del Portogallo. 

Srebrenica rimane non l’unica, ma la più lampante testimonianza della distruzione della Bosnia, della crudele tragicità del conflitto etno-politico, delle pesanti responsabilità delle grandi potenze, ben al di là del ruolo svolto dalle Nazioni Unite sul campo, nella pulizia etnica e nella divisione della Bosnia. Una testimonianza da mantenere in vita, al di là della vulgata banalizzante, diffusa in Occidente, dei “buoni” contro i “cattivi”, per rendere il dovuto tributo alla memoria di tutte le vittime, di ogni lato del fronte, e per ricostruire la speranza in un futuro di pace e di convivenza. 

giovedì 1 giugno 2017

Tra Memoria, Cultura e Pace

 Foto di Bleron Çaka [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

A proposito dei potenziali culturali nella trasformazione del conflitto

L’evento di presentazione, presso il Centro Studi Sereno Regis lo scorso 19 maggio, del volume di ricerca-azione “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Edizioni Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017), ha costituito, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, un’occasione preziosa per intavolare un confronto aperto, non vincolato ai temi del volume, sensibile a suggestioni di impegno civico e di costruzione della pace. Ovviamente, tale confronto, se da una parte non poteva prescindere da alcuni dei presupposti stessi della ricerca-azione (dal profilo progettuale alla metodologia scelta “sul campo”), dall’altra non ha perso l’occasione di interrogarsi anche su alcuni retroterra storici, culturali e filosofici, senza i quali un percorso di autentica comprensione e di efficace intervento, nella materia, spigolosa e controversa, dell’impegno per la trasformazione in un contesto di conflitto, risulterebbe, a ben vedere, inerte o astratto.

La prima delle relazioni introduttive (quella di Paolo Candelari del MIR) ha avviato una riflessione promettente, anche nel senso di individuare le coordinate spazio-temporali di riferimento, in grado di “situare”, nel tempo e nello spazio, questa disamina: «Una gente che libera tutta O fia serva tra l’Alpe ed il mare; Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor», scrive il Manzoni nella celebre «ode patriottica» del Marzo 1821, dove viene condensata una intera idea di nazione, incarnata in una «unità di intenti», animata da luoghi civili e culturali (le “memorie”, la “lingua”), e, soprattutto, bellici (l’“arme”), di fede religiosa (“d’altare”) e di passione nazionale (“di sangue e di cor”). Ciò consegna una idea di nazione radicata nel sentire comune, in base alla quale la nazione è, essenzialmente, «unità di popolo» a partire dalla lingua comune, dal territorio condiviso, compattamente difeso sulla punta della spada contro l’invasore, e dalla unica fede religiosa.

Tutto ciò, evidentemente, non parla solo a noi, ma ad un intero sviluppo storico e sociale, almeno dalla  formazione sul suolo europeo dei grandi stati nazionali e a maggior ragione a seguire la Pace di Westfalia del 1648; ma parla, in modo particolare, anche in questo caso focalizzando una data storica come quella del Congresso di Berlino del 1878, ai Balcani, contesto multi-etnico e multi-nazionale per eccellenza che, come ricorda l’altra delle relazioni introduttive (quella di Gianni D’Elia, dell’IPRI - Rete CCP), è stato, al tempo stesso, territorio di guerra e laboratorio di pace, nell’un senso perché terreno di saturazione del conflitto etnico fino ad assurgere a paradigma della guerra etno-politica del nostro tempo, e nell’altro perché contesto di attivazione di iniziative e sperimentazioni di società civile, anche e soprattutto italiana, che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, si sono cimentate nell’interposizione nonviolenta e nella promozione della pace.

È bene passare in rassegna, di tutte queste sperimentazioni, almeno quelle richiamate anche nel corso della riflessione torinese: ad esempio, la marcia per la pace e per porre fine alla guerra in Bosnia che è poi passata alla storia come la “Marcia dei Cinquecento”, la quale, ispirata da un appello lanciato da don Tonino Bello nel 1992 e promossa da numerose realtà della società civile di pace del nostro Paese, in primis i Beati Costruttori di Pace, partì poi da Ancona il 6 dicembre 1992 alla volta di Sarajevo, già sotto assedio (lo sarebbe rimasta per quattro inverni consecutivi, più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia recente), per “rompere l’assedio”, nella prospettiva del 10 dicembre, anniversario della promulgazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e Giornata Internazionale dei Diritti Umani, che si celebra all’insegna delle “quattro libertà”: la libertà di parola e di culto, la libertà dal bisogno e dalla paura.

Una testimonianza cruciale, non solo del nesso, simbolico e concreto allo stesso tempo, tra costruzione della pace e tutela dei diritti umani nel complesso delle loro articolazioni o “generazioni” (diritti civili e politici; diritti economico-sociali e culturali; diritti dei popoli e dell’ambiente), ma anche della praticabilità concreta dell’impegno civico, da parte delle espressioni della società civile organizzata, ai fini della prevenzione della violenza, della interposizione disarmata e della deterrenza alla prosecuzione delle ostilità, quando non nella ricostruzione della pace. Alcuni dei compiti dei corpi civili di pace, quale strumento di società civile per la prevenzione dei conflitti armati e per il superamento positivo dei conflitti, vi sono ampiamente prefigurati.

Convergendo verso quello «scenario nello scenario» che è lo specifico del Kosovo, non si può non ricordare anche l’esperienza della Ambasciata di Pace a Prishtina, il capoluogo kosovaro, progetto lanciato, su iniziativa di Alberto L’Abate, dei Berretti Bianchi e di altri, sin dal 1994 (epoca del movimento nonviolento di auto-determinazione degli albanesi kosovari), che si sarebbe caratterizzato come «uno strumento della società civile e delle popolazioni [da cui] sole deve trarre le sue linee di lavoro e di finanziamento. È tuttavia possibile e augurabile che alcune istituzioni locali, nazionali o internazionali, aiutino, di volta in volta e in varie forme, l’attività dell’ambasciata di pace, senza, tuttavia, risultare mai determinanti. […] Per società civile si intende […] fare riferimento a tutte quelle organizzazioni internazionali e non che operano sul nostro pianeta nei più diversi settori del volontariato e che intendono oggi farsi carico di questo compito».

Una ambasciata, per esplicito intendimento dei proponenti, da concepirsi come «autonoma da tutti i governi sia finanziariamente sia politicamente» in quanto strumento di “diplomazia dei popoli”, e da strutturarsi attraverso compiti quali l’apertura della comunicazione tra i popoli, il sostegno alle popolazioni, il sostegno alle organizzazioni locali di società civile orientate alla pace, il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, un osservatorio permanente di pace e nonviolenza e uno strumento di prevenzione dei conflitti armati (il testo sulla Ambasciata di Pace fu pubblicato in “Guerre & Pace”, n. 15, settembre 1994).

In questo senso, il lavoro sui potenziali sociali e culturali, sia nel senso del consolidamento delle risorse della società civile impegnate nella prevenzione della violenza e nella costruzione della pace, sia nel senso della individuazione di tutte quelle occasioni ed opportunità che, agendo sul piano sociale e culturale, possono contribuire alla costruzione di ponti, di occasioni di comunicazione e di spazi di convivenza tra i popoli, risulta decisivo per la costruzione della pace. Non a caso, questo ambito racchiude una sfera di impegno rilevante nell’azione propria dei corpi civili di pace. Riprendendo l’intuizione di Alex Langer, «nel fare ciò esso ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare».

«Agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Faciliterà il dialogo all’interno della comunità […]. Proverà a rimuovere l’incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. Negozierà con le autorità locali e le personalità di spicco. Faciliterà il ritorno dei rifugiati, cercherà di evitare, con il dialogo, la distruzione delle case, il saccheggio e la persecuzione […]. Promuoverà l’educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l’odio. Incoraggerà il mutuo rispetto fra gli individui. Cercherà di restaurare la cultura dell’ascolto reciproco. E cosa più importante: sfrutterà al massimo le capacità di coloro che … non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)» (documento per la creazione di un corpo civile di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, in “Azione Nonviolenta”, ottobre 1995).

Una lunga e innovativa suggestione, una cui eco si ritrova, peraltro, anche nella elaborazione più recente, tra le altre, della Rete della Pace, quando, in una sua piattaforma tematica, ricorda che «nell’ottica di costruire alternative all’uso della forza …, sosteniamo l’urgenza di organizzare interventi civili di pace in zone di conflitto, tramite corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualità di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti. L’obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, come cessazione della violenza [e] come affermazione di diritti umani e benessere sociale. […] La scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l’indipendenza e la non-partigianeria dei CCP e consentono di declinare la costruzione della pace in una miriade di attività …».

Sebbene, dunque, le condizioni di progresso sociale costituiscano fattore decisivo ai fini della promozione della società civile e del miglioramento dei rapporti sociali (cosa tanto più vera in Kosovo, dove la disoccupazione è ufficialmente intorno al 35%, quella giovanile stimata intorno al 50% e quella femminile intorno al 60% e lo stipendio medio mensile ufficialmente non superiore a 450 €), non di meno il terreno culturale può risultare cruciale ai fini dello sviluppo di percorsi di reciproca comprensione e di pacifica convivenza. In effetti, il terreno stesso della convivenza, basato sul riconoscimento dei vissuti e delle memorie, su un’apertura pluralistica all’altro nella pienezza della sua umanità e su una piena appropriazione dei patrimoni sociali e culturali come patrimoni diffusi e universali, trova nel lavoro sulle culture e sulle memorie, in particolare in termini di “memorie collettive”, una motivazione e un fondamento assai forti.

D’altro canto, le pratiche sociali attraverso cui un patrimonio di memoria si consolida in memoria collettiva non devono necessariamente essere vincolate dal loro potenziale ideologico, utile alla narrazione dominante, ma possono essere positivamente ri-attraversate come una occasione per una rilettura della storia in chiave pluralistica, come “storia di storie”, o, se non altro, una trama capace di ascoltare anche “la storia dell’altro”. Tali patrimoni di memoria, infatti, risultano tali proprio in forza del rilievo che la comunità vi attribuisce, esaltando quel “di più” di senso in essi racchiuso (o perché costituiscono testimonianza di eventi salienti del passato o perché riconosciuti come particolarmente significativi anche ai fini di una sorta di soggettivazione identitaria) attraverso tipiche funzioni sociali di tipo relazionale, dai discorsi alle commemorazioni, dalle manifestazioni pubbliche alle celebrazioni rituali, dagli eventi e dalle parole che vi si continuano a produrre.

Nella sua relazione, Enrico Peyretti pone l’accento proprio su questo, con una riflessione densa di implicazioni: l’universalismo culturale (ad esempio nel senso dell’«uomo planetario» richiamato da Ernesto Balducci, laddove «tutte le identità [specifiche] perdono di senso per lasciare posto all’unica identità [universale] che ciascuno è in grado di dare a sé stesso, al di fuori di ogni eredità, semplicemente con l’assumersi o con il rigettare le responsabilità del futuro del mondo») inteso come visione comune e visione trasversale, allo stesso tempo, come base della pace e fondamento della convivenza. Vi è, in questo, un rimando assai intenso alla riflessione sulla memoria collettiva, a crocevia tra i patrimoni culturali e i luoghi della memoria, che sostanzia di sé la stessa ricerca-azione: non una memoria “di” tutti, ma una memoria “per” tutti, capace di maturare in sorgente di comprensione e di appropriazione e di fare del Kosovo un Kosovo per tutti e tutte. 

sabato 8 aprile 2017

Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza



La sfera culturale, spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, può costituire, nondimeno, un potente fattore di soggettivazione e di legame. 
Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei “luoghi della memoria”, punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono, altresì, a occasioni preziose, contro l'oblio e lo spaesamento, per costruire la pace e la condivisione attraverso le culture.  
Nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», attraverso il Mediterraneo, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, contenuti e significati, in essi racchiusi, riverberano, per il futuro, messaggi di convivenza e di giustizia. 

Il saggio, "Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza", prodotto nel quadro del progetto PRO.ME.T.E.O. (PROductive MEmories to Trigger and Enhance Opportunities), sostenuto nel quadro della cooperazione decentrata e solidarietà inter-nazionale del Comune di Napoli, indaga la triangolazione tra memorie, culture e pace. 
Già protagonista della prima sperimentazione di un ente locale esplicitamente dedicata alla costruzione di Corpi Civili di Pace in zona di conflitto, la Città di Napoli conferma quindi il suo impegno, ancor di più all'indomani della recente integrazione del proprio Statuto con la vocazione della Città quale "Città di Pace e di Giustizia". 
La ricerca-azione sviluppata nei Balcani, in particolare in Serbia, nello specifico in Kosovo, attraverso dieci destinazioni salienti (Subotica, Sremski Karlovci, Belgrado, Kragujevac, Novi Pazar, Mitrovica in Kosovo, Prishtina, il complesso UNESCO di Gracanica e Decani, il giacimento archeologico di Ulpiana, Prizren), nell'azione costruttiva per la pace, in termini di “pace con giustizia”, trova nel «culture-oriented peace building», la rigenerazione della pace a sfondo culturale, una misura autentica e decisiva. 
Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. In questo contesto, i “luoghi della memoria”, insieme sedimento di memorie collettive e terreno di stratificazione di retaggi memoriali e culturali, storici e sociali, possono costituire un vettore significativo di riappropriazione sociale: una domanda di riconoscimento e di soggettivazione, una sfida di tutela e di rigenerazione, nel senso di un patrimonio universale riecheggiante una storia comune.
Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di città e di comunità, di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, insieme nucleo e limes d'Europa, svolgono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, smascherano ideologie di identitarismo e nazionalismo, riverberano possibilità di inclusione e di convivenza.

In copertina
Scenario della “Oda”, la sala degli incontri della tradizione albanese, simbolo di cultura della accoglienza e della ospitalità, presso il Museo Etnografico (Muzeu Etnologjik) Prishtina, Kosovo.

venerdì 17 marzo 2017

"The Boiling Point"

Leonard Raven-Hill (1867-1942), "The boiling point", Punch, 2 Ottobre 1912
  

Come arrivano stati e regioni dei Balcani Occidentali all'importante appuntamento, di oggi e domani, in occasione del “Vertice a Sei”, a Sarajevo, tra il Commissario Europeo all'Allargamento, Johannes Hahn, e le leadership di Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania e dell'auto-governo del Kosovo? Il contesto regionale con cui le cancellerie e gli osservatori si trovano a che fare è uno dei più problematici dell'intero panorama europeo e registra, in questa fase, uno dei momenti più acuti di crisi e di inquietudine. Non è solo la prospettiva incerta e faticosa dell'allargamento europeo ad essere messa in discussione; ancora una volta, è la stessa possibilità di pace e convivenza nella regione a segnare battute di arresto assai preoccupanti.

Anche per questo, più che nel recente passato, le diplomazie si esercitano in un “lavoro sul simbolico”, un “intervento sugli immaginari” che non si vedeva da tempo. Abbiamo già raccontato, qui, dell'intervento di Federica Mogherini, Alto Rappresentante della Politica Estera UE, sul ponte della città divisa di Mitrovica, tra gli Albanesi e i Serbi del Kosovo, in occasione della sua vista il 4 Marzo nella regione; analogamente, venerdì 17 Marzo, Johannes Hahn inaugurerà l'apertura del ponte sulla Sava a Svilaj, a cavallo tra la Bosnia e la Croazia. I “ponti” tornano ad essere veicolo di immaginari potenti: non solo contro i nuovi muri che, non solo in Europa - e qui soprattutto nei Balcani - si ergono per costruire nuove separazioni e impostare nuovi respingimenti “sovrani”; ma anche per segnalare l'esigenza della convivenza e della costruzione della pace.  

Sebbene le cancellerie non manchino di esprimere, ad ogni occasione, “pieno sostegno” al percorso europeo di questo o quel paese della regione (ultimi, in ordine di tempo, il ministro degli esteri italiano, in visita a Belgrado lo scorso 14 marzo, e la cancelliera tedesca, presso la quale si è recato il premier serbo ancora lo scorso 14 marzo), non sempre questo “dialogo strutturato” viene percorso con coerenza né mancano forzature e condizionamenti. Le dichiarazioni, “in parallelo”, del ministro italiano e della cancelliera tedesca, se da una parte confermano il sostegno di Roma e Berlino al percorso europeo, insistono dall'altro sul fare di più e meglio sia nel senso delle riforme interne che, in questo caso la Serbia - ma non si tratta solo della Serbia - devono intraprendere, sia nel senso della “liberalizzazione” sempre più spinta dei mercati nazionali nei confronti del mercato europeo. Senza contare, ovviamente, pressioni anche di altro tipo: come quella, paventata a più riprese, di subordinare il percorso europeo della Serbia al riconoscimento del Kosovo come Stato, alimentando tensioni nel dialogo bilaterale e cancellando di fatto la risoluzione 1244 del 1999.

D'altro canto, una recente risoluzione del Parlamento Europeo, votata in Commissione Esteri il 28 febbraio, approvata con 40 voti favorevoli, 12 contrari e 5 astensioni, si è perfino spinta a stigmatizzare il fatto che cinque paesi membri dell'Unione Europea (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro) non riconoscano il Kosovo come Stato, notando come se i Paesi membri si allineassero su una linea comune rafforzerebbero la credibilità della UE ed affermando, in questo caso persino paradossalmente, che un riconoscimento ufficiale del Kosovo come Stato finirebbe per aiutare a “normalizzare” le relazioni tra il Kosovo stesso e la Serbia.  

Né il Consiglio Europeo è stato in grado di approvare un documento comune sui Balcani Occidentali a conclusione della riunione tenuta lo scorso 10 marzo: nelle conclusioni, il Consiglio sottolinea l'importanza della prosecuzione del processo di riforma, delle relazioni di buon vicinato e delle iniziative di cooperazione regionale; peraltro, come ribadito dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, non è stato un errore l'avere annunciato che non ci sarebbe stato nessun nuovo ingresso nell'UE durante il mandato dell'attuale Commissione, poiché, come riportato dalla stampa, «nessun candidato è pronto per l'ingresso».

Non mancano, poi, nuove minacce e criticità: dalla Bosnia è stata avanzata alle Nazioni Unite la richiesta di rivedere la sentenza della Corte dell'Aja del 2007 che assolse la Serbia in quanto tale dall'accusa di genocidio in Bosnia (richiesta respinta dalla Corte lo scorso 8 Marzo); dal Kosovo, quando ci si aspetterebbe un rilancio del dialogo mediato a Bruxelles e la piena implementazione degli Accordi del 19 Aprile 2013 e del 25 Agosto 2015, avanza addirittura la proposta di trasformare la “Kosovo Security Force” in un vero e proprio esercito regolare del Kosovo (richiesta che, se approvata, non potrebbe che bypassare il dettato stesso della costituzione del Kosovo e che non ha mancato di suscitare preoccupazione anche negli ambienti UE e NATO), progetto per ora accantonato ma che resta sullo sfondo come una minaccia nei rapporti regionali.  

Intanto, annunciata a più riprese per il 20 Gennaio, la riapertura del ponte-simbolo di Mitrovica slitta ancora a data da destinarsi: per quello che la Mogherini stessa auspicava potesse diventare, da “simbolo della divisione”, un “simbolo del dialogo”, si parla adesso addirittura del mese di maggio. Intanto, il 2 Aprile, si voterà in Serbia per il nuovo presidente della Repubblica; il successivo 18 Giugno si terranno le elezioni legislative in Albania; e la Macedonia, ancora senza governo dopo le ultime elezioni politiche, è attraversata da proteste e dissidi, anche questi a sfondo etno-politico, tra nazionalisti macedoni e minoranza albanese locale.

Ancora una volta, i frutti avvelenati del nazionalismo e le interferenze interessate delle maggiori potenze scaricano sui Balcani crisi e tensioni; e i Balcani tornano, ancora una volta, al centro dell'Europa, quando la pace e la convivenza nell'Europa del Sud e dell'Est significano pace e convivenza per il continente intero.  

lunedì 27 febbraio 2017

Kosovo: annunciata la riapertura del Ponte di Mitrovica

Adam Jones, Ph.D. [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Forse, per la prima volta da più di cinque anni a questa parte, la città di Mitrovica, luogo simbolo del conflitto del Kosovo e della separazione tra Serbi e Albanesi, tornerà ad essere effettivamente attraversabile e il suo ponte centrale, anziché un paradossale luogo di divisione e di separazione, riguadagnerà la sua funzione naturale, di transito e di passaggio, di connessione e di comunicazione. Si tratta di una vicenda dai forti risvolti simbolici, molto concreta, tuttavia, nelle sue implicazioni.
 
Era stata annunciata, per il 20 gennaio scorso, la riapertura del ponte centrale di Mitrovica, dopo i lavori di risistemazione e di riqualificazione, decisi nelle tornate negoziali e nel dialogo bilaterale a cavallo tra il 2015 ed il 2016, che avrebbero dovuto dare una configurazione definitiva alla zona e consentire, al tempo stesso, la riqualificazione urbanistica delle aree adiacenti, quella meridionale, non distante dal Municipio di Mitrovicë, il settore cittadino, abitato da oltre 70.000 persone, a larga maggioranza albanese, e quella settentrionale, che dà sulla strada Kralja Petra, una delle arterie principali di Kosovska Mitrovica, il settore cittadino, abitato da ca. 30.000 persone, a maggioranza serba, capoluogo del Kosovo del Nord, abitato, con alcune altre zone dell'interno, dai Serbi.
 
Tuttavia, iniziati da diversi mesi, i lavori non sono ancora giunti a conclusione: solo nelle prossime settimane si arriverà ad una sistemazione definitiva e solo negli ultimi giorni sono stati definiti i particolari della risistemazione urbanistica del settore Nord che dovrebbe servire insieme a garantire la libertà di circolazione pedonale da una parte all'altra del ponte e a creare una zona pedonalizzata, interdetta al traffico veicolare, a Nord, nella zona tra il ponte ed il viale: un modo per consentire la libera circolazione delle persone e, al tempo stesso, evitare il passaggio di veicoli a motore; riaprire il ponte e prevenire possibili incursioni o provocazioni a sfondo estremista o nazionalista.
 
Quella che, da un capo all'altro del ponte, ancora dopo la guerra del '99, era la zona cuscinetto tra il settore serbo ed il settore albanese, ha continuato ad essere, anche negli anni successivi e sino ad oggi, una zona estremamente sensibile del Kosovo post-conflitto, perché confine di fatto tra i due settori, luogo al tempo stesso di comunicazione e di scambio, come nel settore di Bosniack Mahala, il cosiddetto quartiere bosniaco di Mitrovica, ma anche di dissidio e di rivendicazioni contrapposte, su cui si è esercitata, e continua ad esercitarsi, tutta l'iconografia del conflitto serbo-albanese, ivi compresa la contrapposizione dei monumenti, di Isa Boletini a Sud e del Principe Lazar, a Nord: l'uno, leader della guerriglia albanese anti-ottomana e anti-serba d'inizio '900, l'altro, comandante delle forze serbe e cristiane nella epica battaglia di Kosovo Polje, contro gli ottomani, del 1389.
 
Un conflitto, non solo di simboli ed iconografie, ma, in alcune circostanze, segnato da violenze e devastazioni: dal ponte di Mitrovica, con la notizia, purtroppo strumentalizzata, dell'annegamento di due ragazzi albanesi nelle acque dell'Ibar, partirono, il 17 marzo 2004, gli scontri a sfondo etnico più gravi dell'intero dopoguerra kosovaro, un vero e proprio pogrom ai danni dei Serbi, protrattosi per più giorni ed esteso all'intera regione, che ha finito con il vedere case e villaggi a ferro e fuoco, luoghi simbolo della cristianità serbo-ortodossa profanati e vandalizzati, uno su tutti la Chiesa di “Nostra Signora di Ljeviš” (1307), a Prizren, nel sud Kosovo, patrimonio mondiale dell'UNESCO.
 
Il bilancio di quegli scontri è catastrofico: secondo alcune fonti, 32 vittime, tra Serbi ed etnie non albanesi; 900 case attaccate ed incendiate; 35 chiese e monasteri distrutti o profanati; quattromila serbi costretti a lasciare le loro case. Anche a Mitrovica, da quel momento, la tensione inter-etnica è venuta a caricarsi di nuovi, gravi, significati: dal 2011 il versante settentrionale del ponte è stato letteralmente barricato, a cavallo del 2014 un “peace park”, un giardino con piante, è stato installato sullo stesso versante, in sostituzione delle precedenti barricate, con la medesima finalità: prevenire scorribande e provocazioni, “materializzare un confine” che, in realtà, non dovrebbe esserci.
 
Così, quando nel dicembre scorso la riqualificazione urbanistica del versante nord si è materializzata in un muro di contenimento alto due metri, la paura è tornata a concretizzarsi e la tensione ha ripreso ad affiorare. Un nuovo muro nel cuore dell'Europa, la paura e la diffidenza che tornano ad alimentare trincee e separazioni. I lavori sono ripresi quando il muro, alcune settimane fa, è stato abbattuto e il progetto di riqualificazione finalmente illustrato: il versante nord darà su una piazza circolare, con al centro un giardino, aperta ai pedoni, con un muretto di contenimento, prima del viale, alto 70 cm. e profondo 120 cm. E forse, una inedita occasione per riorganizzare, finalmente, non più la diffidenza e la paura, ma l'apertura e la comunicazione, in un Kosovo per tutti e per tutte.

lunedì 9 gennaio 2017

Serbia multietnica

Foto Stewart Butterfield (flickr) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons

È recente la notizia, positiva, che ci ricorda, da un lato, che la Serbia resta Paese propriamente multi-etnico, con la Bosnia, tra quelli emersi dalla disgregazione della Jugoslavia, federazione pluri-nazionale per eccellenza, e ci informa, d'altro canto, che il tema della tutela della pluralità etnica e della diversità culturale e quello della difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali non possono che essere strettamente intrecciati.
 
Alla vigilia di Natale, lo scorso 23 dicembre, è stato siglato, da parte del ministro dell'istruzione di Serbia, Mladen Šarčević, del direttore dell'Istituto per i libri di testo in uso nelle scuole, Dragoljub Kojičić, e dei rappresentanti dei consigli nazionali delle minoranze in Serbia (bosniaca, bulgara, ungherese, rumena, rutena, slovacca e croata) un significativo memorandum sulla cooperazione nel settore dei libri di testo nelle lingue delle minoranze. Con l'ottavo tra questi, il consiglio della minoranza albanese, sarà analogamente firmato un allegato alle stesse condizioni, quando avrà inizio l'implementazione del memorandum stesso.
 
Come messo in evidenza da un comunicato del ministero, «il memorandum si riferisce al completamento dei libri di testo per le scuole primarie, con riferimento a quelle minoranze che hanno intere classi impegnate nell'apprendimento in lingua madre all'interno della scuola primaria». Inoltre, «il rispetto dei diritti umani in materia di istruzione, con particolare attenzione a promuovere la conservazione della pluralità inter-culturale e a incoraggiare le identità nazionali e le culture delle minoranze, sono i principali punti che hanno orientato l'iniziativa del ministero», come riferito in una comunicazione dell'ufficio del ministro, un indipendente all'interno del governo, non appartenente a nessuno dei due principali partiti della coalizione (i progressisti, nazional-conservatori, dell'SNS, e i socialisti, socialdemocratici, dell'SPS), un passato da dirigente scolastico.
 
La notizia segue quella del 24 marzo, quando il processo di ratifica del memorandum è stato avviato; al fine di raggiungere la piena attuazione del piano d'azione per i diritti delle minoranze, infatti, il Ministero, insieme con l'Istituto e i Consigli delle minoranze, ha affrontato la questione dei libri di testo in lingua madre, dapprima con le minoranze rumena, rutena, ungherese, bulgara, croata, bosniaca, slovacca, e, quindi, con i rappresentanti della minoranza albanese, il cui memorandum è stato firmato lo scorso mese di agosto.
 
Si è trattato, in questo caso, di una “notizia nella notizia”, per la problematicità dei rapporti tra la minoranza albanese e le istituzioni serbe, non solo per i noti motivi storici, tra cui quelli legati alla questione kosovara e alle rivendicazioni della minoranza albanese della valle di Preševo, ma anche per la più recente controversia dei libri di testo, legata agli eventi del marzo 2016, quando migliaia di libri di testo in albanese, provenienti dal Kosovo, diretti alle scuole di Preševo, furono bloccati al terminal amministrativo e infine spediti indietro.
 
Il memorandum prevede che, prima dell'inizio dell'anno scolastico, ciascuna minoranza presenti una lista di libri di testo. Gli allegati prevedono la fornitura di 84 nuovi titoli di cui 25 in lingua bosniaca, 18 in croato, 16 in slovacco, 12 in bulgaro, 5 in rumeno, 5 in ruteno e 3 in ungherese. A questi andranno aggiunti quelli che si definiranno per la lingua albanese. Ciò potrebbe rappresentare un ulteriore punto di distensione nei rapporti bilaterali. 

E questo è stato uno degli effetti dell'accordo in relazione ai, diversamente problematici, rapporti con la Croazia. Infatti, all'indomani della stipula del memorandum, la Croazia ha manifestato l'intenzione di “rimuovere le proprie riserve” in merito all'apertura di un nuovo capitolo del negoziato di adesione della Serbia all'UE, facendo riferimento, in particolare, al capitolo 26 (Istruzione e Cultura) dei negoziati in corso.
 
La decisione della Croazia, peraltro, è maturata non solo in conseguenza dell'accordo, ma anche a seguito del pressing esercitato dalle diplomazie europee ed atlantiche. Come è stato riportato da fonti di stampa, infatti,  la Commissione Europea e gli Stati Membri avevano già dichiarato di considerare la questione materia prettamente bilaterale, che sarebbe dovuta essere risolta tra Serbia e Croazia e che non avrebbe dovuto coinvolgere le istituzioni comunitarie. 

La Croazia si era trovata isolata nel suo veto alla prosecuzione dei negoziati della Serbia, in un momento in cui, con le elezioni tedesche alle porte, non si avverte, tra le cancellerie, alcun bisogno di creare nuove occasioni di controversia nella UE o di alimentare ulteriori focolai di tensione in quella che resta la sempre più delicata “rotta balcanica” delle migrazioni e dei rientri dalla Siria e dall'Iraq.
 
Qui, in ogni caso, la geo-politica resta sullo sfondo. Il memorandum riguarda i diritti delle minoranze e il pluralismo culturale, la possibilità, cioè, con la tutela dei diritti universali, di preservare la diversità e il pluralismo delle culture. E consente di salutare il nuovo anno con una rinnovata speranza “interculturale”. 

venerdì 25 novembre 2016

Accogliere per Includere

Il Museo della Memoria "21 Ottobre" di Kragujevac, in Serbia. Il Museo commemora uno dei più tragici eccidi nazisti commessi nel territorio della ex Jugoslavia, quando, tra il 18 e 21 ottobre, 1941, tremila persone, tra cui perfino bambini rastrellati dalle scuole, furono sterminati nell'area. All'ingresso compare uno dei momumenti del parco, le tre "Sudjaje", figura tipica della mitologia slava, corrispondenti alle "Parche" della mitologia classica e romana, le divinità che sovrintendono alla nascita e tessono il destino degli uomini, rappresentano, all'ingresso del "memorial park", il destino delle persone qui commemorate.


Anche quest'anno, come di consueto, tra le varie città impegnate, anche a Napoli si è “celebrata” la ricorrenza della Giornata della Tolleranza, lo scorso 16 Novembre. Declinata quest'anno nel senso di una vera e propria “Giornata della Tolleranza e dell'Accoglienza”, essa è stata, in effetti, molto più di una mera “celebrazione” o “commemorazione”, bensì, alla fine, si è trasformata in una bella e partecipata occasione di confronto e di dialogo, appassionato e orizzontale, sui grandi temi che dilaniano le nostre coscienze e che impegnano il nostro agire: conflitti, migrazioni, esclusioni.

Grazie all'impegno profuso dalle associazioni coinvolte, in primis l'IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete CCP (Corpi Civili di Pace), l'Associazione “Culture e Memorie - Lidia Menapace”, e l'Associazione ospitante, “Sisto Riario Sforza”, con il supporto del Consolato Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il pomeriggio e la serata, trascorsi insieme, nella splendida cornice della Chiesa di San Tommaso a Capuana, nel cuore del Centro Antico, Patrimonio UNESCO, della Città di Napoli, si sono rivelati un'occasione utile per “onorare”, senza dubbio, i contenuti della Dichiarazione UNESCO, ma anche per rilanciare ulteriori energie ed impegni.

Proprio dall'UNESCO, infatti, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Istruzione, la Scienza e la Cultura, è partita, ormai più di venti anni fa, la iniziativa della “Dichiarazione sul Principio di Tolleranza”, che l'organizzazione ha adottato in occasione della Conferenza Generale del 16 Novembre 1995, e con la quale essa ha inteso ed intende lanciare un richiamo, un monito e una chiamata all'impegno, tanto alle autorità quanto ai popoli, ad agire e mobilitarsi per gli ideali e i valori della convivenza: una convivenza declinata in senso attivo, fonte di eguaglianza e inclusione.

Non a caso, infatti, come recita in Preambolo, «l’attuale crescita dell’intolleranza, della violenza, del terrorismo, della xenofobia, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’esclusione, della emarginazione e della discriminazione, nei confronti delle minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche, dei rifugiati, dei lavoratori e dei migranti, degli immigrati e dei gruppi vulnerabili», nonché «l’aumento degli atti di violenza e di intimidazione ai danni di persone che esercitano la propria libertà di opinione e di espressione» costituiscono comportamenti «che minacciano il consolidamento della pace e della democrazia, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, e che costituiscono altrettanti ostacoli allo sviluppo». Sin dall'inizio, cioè, sono individuati esplicitamente, nei grandi e tragici capitoli della discriminazione, del fanatismo, dell'intolleranza, dell'antisemitismo e del razzismo, i mali che, tra gli altri, alimentano conflitti e segregazioni e attraversano imperiosamente il nostro tempo, imponendo una risposta civile e sociale.

Ma non c'è solo questo: c'è, in particolare, da attrezzare una risposta, che non può non basarsi sul terreno educativo, della formazione delle giovani generazioni e della maturazione delle coscienze, e non può, al tempo stesso, non alimentarsi di percorsi effettivi e concreti di eliminazione delle diseguaglianze e di contrasto alla povertà in tutte le sue forme, nella consapevolezza, ribadita peraltro anche da numerosi passaggi della conferenza in S. Tommaso, che la pace non possa essere declinata come un ideale irenico e astratto, né possa limitarsi alla sola, fin troppo comoda e funzionale, «assenza della guerra», ma debba essere invece declinata in una maniera più completa ed esigente, come costruzione di relazioni sociali improntate alla libertà e alla giustizia, insieme, come superamento delle condizioni materiali e sociali che alimentano la separazione nelle nostre società, come occasione, e cioè in positivo, di «pace positiva», di costruzione attiva della pace.

Lo ribadisce, in un passaggio successivo, ancora la Dichiarazione, quando puntualizza che non si può intendere il “principio di tolleranza” come “concessione”, “accondiscendenza”, “compiacenza”; bensì sottolinea, all'art. 1, che «la tolleranza è un atteggiamento attivo, animato dal riconoscimento dei diritti universali della persona umana e delle libertà fondamentali dell’altro. In nessun caso la tolleranza potrà essere invocata per giustificare attentati a tali virtù fondamentali». In questo senso, attivo, essa può porsi a fondamento delle società democratiche e pluralistiche e concorrere alla prevenzione della violenza e alla costruzione di un ordine fondato appunto su “pace con giustizia”.

Poco più avanti, entrando maggiormente nel concreto, nell'art. 4, la Dichiarazione sancisce inoltre l'impegno «a realizzare programmi di ricerca nell’ambito delle scienze sociali e di educazione alla tolleranza, ai diritti umani e alla non-violenza. È necessario accordare maggiore attenzione al miglioramento della formazione degli insegnanti, dei programmi di insegnamento, del contenuto dei manuali e di altri tipi di materiale pedagogico, incluse le nuove tecnologie, per formare cittadini solidali e responsabili, aperti alle altre culture, capaci di apprezzare il valore della libertà, rispettosi della dignità degli esseri umani e delle loro differenze e capaci di prevenire i conflitti».

Difficile, pertanto, declinare la “tolleranza” senza il “conflitto”: conflitto che sia occasione di sviluppo e di progresso, di crescita e di maturazione di rapporti sociali più liberi e più giusti, insieme, e che, pertanto, non può e non deve degenerare in violenza catastrofica o distruttiva, ma semmai aprire orizzonti di autentica trasformazione sociale. Questo aspetto ha, in fondo, legato tra di loro le due comunicazioni di apertura, del pomeriggio in S. Tommaso a Capuana, a cura di Modestino Caso e di Gianmarco Pisa, quando è stato messo l'accento, ricordando l'impegno della Associazione “Sisto Riario Sforza”, sull'esigenza di rispondere fattivamente ai bisogni degli ultimi della società e di contrastare la povertà dilagante, non solo nelle periferie, ma, ormai, sempre più drammaticamente fin nel cuore dei centri urbani delle nostre metropoli capitalistiche (l'Associazione ospita, tra l'altro, anche un centro di ascolto e di supporto ed uno studio medico per i più poveri).

O quando è stata richiamata all'attenzione la minaccia della guerra, che, attraversando imperiosa il Mediterraneo, entra sempre più drammaticamente nelle porte di casa, alimentando le migrazioni dal Sud e dall'Est, contribuendo alla militarizzazione dei nostri territori e del nostro spazio pubblico, drenando risorse e radicalizzando la povertà (si è fatto riferimento, tra gli altri, al progetto PRO.ME.T.E.O., «PROductive MEmories to Trigger and Enhance Opportunities», in corso di svolgimento in alcuni territori della ex Jugoslavia, in particolare in Kosovo, dove il tema della “memoria collettiva” e quello dei “luoghi della memoria” possono diventare non solo occasione di riappropriazione ma anche terreno di convivenza, opportunità di reciprocità e di inclusione sociale).

Uno degli spunti del confronto è stata, infatti, anche la presentazione del volume, anch'esso legato ai percorsi costruttivi di articolazione di iniziative e di corpi civili di pace in Kosovo (iniziative sociali, non governative, per la prevenzione della violenza e la trasformazione dei conflitti), dal titolo La Pagina in Comune, pubblicato per i tipi di “Ad Est dell'Equatore”, in cui i due piani, infatti, si intersecano e si combinano: le eredità e le conseguenze dei tragici conflitti nei Balcani e in particolare della guerra del Kosovo (1999), la dinamica e le iterazioni del meccanismo della povertà e della separazione, che ancora attraversano la regione, come hanno messo in evidenza anche i contributi al dialogo delle professoresse Rosanna Morabito e Armida Filippelli, laddove la guerra, lungi dal risolvere i problemi, prevenire le violazioni dei diritti umani, impedire una catastrofe umanitaria, non ha fatto altro che congelare, fissare e radicalizzare quelle contraddizioni: distruzione del tessuto della convivenza e congelamento di un clima, nella regione, di separazione quando non di ostilità nei rapporti inter-etnici; riduzione degli spazi della solidarietà, anche a livello internazionale, e aumento della povertà e della esclusione (il Kosovo, oggi, è, secondo le statistiche, la regione più povera d'Europa, con un tasso di disoccupazione superiore al 35%, una disoccupazione giovanile superiore al 60%, una drammatica condizione di povertà che riguarda, ormai, più del 30% della popolazione e decine di migliaia di persone letteralmente scappate, specie negli ultimi tre anni).

Anche gli interventi di Maria Teresa Iervolino e di Lucia Vecchione hanno ribadito, non solo i contenuti sociali, ma anche quelli educativi, maieutici e pedagogici, del lavoro per l'accoglienza e l'inclusione; e nelle sue conclusioni la Console Generale a Napoli del Venezuela, Amarilis Gutiérrez Graffe, illustrando due originali contributi video sulla pluralità delle minoranze etniche e delle culture ancestrali in Venezuela, ha ricordato il valore cruciale di una democrazia «plurale e sociale», capace di alimentare, nell'eguaglianza tra le differenze etniche e culturali, inclusione e giustizia.

venerdì 11 novembre 2016

La Giornata della Tolleranza

La Giornata della Tolleranza, che, ogni anno, su iniziativa delle Nazioni Unite, si celebra il 16 Novembre, è un'occasione preziosa, specie nel nostro tempo, in Europa e non solo, per confrontarsi sui fenomeni epocali delle migrazioni e delle segregazioni (sociali, etniche, culturali) e alimentare iniziativa e mobilitazione sui temi della “pace con giustizia”, della inclusione e della accoglienza.

Indetta ormai più di venti anni fa, a seguito della adozione, da parte dell'UNESCO, della “Dichiarazione sul Principio di Tolleranza”, in occasione della Conferenza Generale del 16 Novembre 1995, essa intende costituire un richiamo alle autorità e ai popoli ad agire e mobilitarsi per gli ideali e i valori della convivenza.

Sono state le stesse Nazioni Unite, raccogliendo il messaggio dei popoli e delle organizzazioni più avanzate della società civile, a denunciare le minacce e i pericoli che sono alla base dell'urgenza e della necessità di un richiamo così forte, cui tutti e tutte dobbiamo sentirci impegnati: «l’attuale crescita dell’intolleranza, della violenza, del terrorismo, della xenofobia, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’esclusione, dell’emarginazione e della discriminazione nei confronti delle minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche, dei rifugiati, dei lavoratori e dei migranti, degli immigrati e dei gruppi vulnerabili», nonché «l’aumento degli atti di violenza e di intimidazione ai danni di persone che esercitano la propria libertà di opinione e di espressione, comportamenti, questi, che minacciano il consolidamento della pace e della democrazia, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, e che costituiscono altrettanti ostacoli allo sviluppo».

Per questo, la Dichiarazione cui facciamo riferimento, non intende il “principio di tolleranza” come concessione, accondiscendenza, compiacenza; bensì sottolinea, al suo art. 1, che «la tolleranza è, prima di tutto, un atteggiamento attivo, animato dal riconoscimento dei diritti universali della persona umana e delle libertà fondamentali dell’altro. In nessun caso la tolleranza potrà essere invocata per giustificare attentati a tali virtù fondamentali». In questo senso, attivo e dinamico, essa può porsi a fondamento delle società democratiche e pluralistiche e concorrere fattivamente alla prevenzione della violenza e alla costruzione di un ordine fondato sulla “pace con giustizia”.

Non a caso, nell'art. 4, essa sancisce l'impegno «a realizzare programmi di ricerca nell’ambito delle scienze sociali e di educazione alla tolleranza, ai diritti umani e alla non-violenza. A questo scopo, è necessario accordare maggiore attenzione al miglioramento della formazione degli insegnanti, dei programmi di insegnamento, del contenuto dei manuali e dei corsi e di altri tipi di materiale pedagogico, incluse le nuove tecnologie educative, per formare cittadini solidali e responsabili, aperti alle altre culture, capaci di apprezzare il valore della libertà, rispettosi della dignità degli esseri umani e delle loro differenze e capaci di prevenire i conflitti o di risolverli con mezzi non-violenti».

Per questi motivi, su iniziativa delle Associazioni “Sisto Riario Sforza”, Culture e Memorie - “Lidia Menapace”, Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace (IPRI - Rete CCP), col supporto del Consolato Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, anche quest'anno si tiene un convegno sui temi della “pace con giustizia”, dell'accoglienza e dell'inclusione.

Nel contesto della presentazione del volume di Gianmarco Pisa, La Pagina in Comune, Edizioni “Ad Est dell'Equatore”, 2015, nella splendida cornice della Chiesa di San Tommaso a Capuana, Via dei Tribunali, 216, Napoli, si confrontano: Lucia Vecchione, Associazione “Sisto Riario Sforza”; Maria Teresa Iervolino, Associazione Culture e Memorie “Lidia Menapace”; Armida Filippelli, Docente di Lettere e Filosofia, Dirigente Scolastico nei Licei; Rosanna Morabito, Docente di Lingua e Letteratura Serba e Croata, Università Orientale di Napoli; Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela. È previsto il saluto di apertura di Modestino Caso, Presidente della Associazione “Sisto Riario Sforza” e riflessioni finali, in conclusione, di Elena Coccia, Presidente della Commissione Cultura, Consiglio Comunale, Napoli.

Linkto: Pressenza Italia

giovedì 3 novembre 2016

Una "Capitale Europea della Cultura"

Acka27 (Opera Propria) [Public Domain], attraverso Wikimedia Commons

La capitale europea della cultura torna nei Balcani, nel territorio, in particolare, della ex Jugoslavia e, per la prima volta, si apre la strada verso un Paese non membro dell'Unione Europea: il 13 ottobre scorso, infatti, la Commissione Europea ha annunciato che il titolo di “Capitale Europea della Cultura”, per il 2021, è stato assegnato alla città di Novi Sad, una delle più importanti città della regione, storica città d'arte e di cultura, ieri della Jugoslavia, oggi della Serbia, capoluogo della regione autonoma della Vojvodina. Sebbene la notizia sia passata in sordina presso la nostra stampa, nondimeno si tratta di una notizia importante, non solo per gli appassionati di arte e di cultura, ma soprattutto per quanti ritengono la cultura e l'arte occasioni di conoscenza e di reciprocità, opportunità da cogliere non solo in senso economico, ma prevalentemente in direzione di una più solida conoscenza, una più autentica amicizia tra i popoli e una più piena convergenza tra le culture.

Novi Sad può ben rappresentare questi ideali. È città bella ed elegante, da sempre crocevia di popoli e di culture, dove il corso delle vicende storiche e le ripetute conquiste che si sono avvicendate nella città, che conta oggi quasi 400.000 abitanti, le hanno conferito un fascino multi-etnico e multi-religioso, pluralistico e cosmopolita. È l'antica “Cusum”, fondata dai Romani nel I secolo a. C.; la “Petrikon” dei Bizantini che vi sconfissero gli Unni, che l'avevano conquistata nel V secolo; la “Petrovaradin” ungherese, del Regno di Ungheria, a cavallo tra X e XII sec., sebbene anche Ostrogoti, Avari e Bulgari la avessero, precedentemente, conquistata; dal 1526 divenne parte dell'Impero Ottomano ed assunse una nuova vocazione di “limes” europeo, crocevia tra l'Europa cristiana e l'Oriente islamico; dal 1687 fu parte dell'Impero Asburgico, e, tra il Settecento e l'Ottocento assunse una tale importanza per i serbi da acquisire il titolo di “Atene Serba”.

Oggi, Novi Sad è un autentico crogiolo di popoli: Serbi (76%), Ungheresi (5%), Slovacchi (2%) e poi ancora Montenegrini e Croati, Bosniacchi e Rom… Non è solo la città dalle mille lingue (tanto è vero che è conosciuta con il suo nome originario, Novi Sad, che vuol dire “Nuovo Campo” o “Nuova Colonia”, tradotto nelle diverse lingue, dall'ungherese al tedesco, dallo slovacco al romeno) ma anche la città delle mille religioni, almeno da quando fu designata, sotto l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, “città libera” nel 1748. Oggi a Novi Sad convivono cristiani ortodossi (soprattutto, in ampia maggioranza, di rito serbo ma anche di rito greco) e cattolici, nonché luterani, islamici ed ebrei che, un tempo, costituivano una comunità fiorente (come testimonia la presenza in città di una splendida Sinagoga), al punto da contare una presenza tra le mille e le duemila unità nel corso del Settecento, ma che, dopo gli stermini nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, è stata radicalmente decimata. Dopo l'aggressione nazista alla Jugoslavia, inaugurata il 6 aprile 1941, infatti, la città fu annessa all'Ungheria fascista, e liberata dai partigiani il 23 ottobre 1944, quando, con il territorio della Vojvodina, entrò, come regione della Serbia, nella Jugoslavia Socialista.

Vera capitale della cultura e della memoria, Novi Sad sembra rispecchiare in pieno uno dei criteri cruciali della Commissione Europea per poter fregiarsi del titolo di “Capitale della Cultura”: non solo «per ciò che è e per ciò che ha fatto», ma anche, e in particolare, «per ciò che si propone di organizzare» e di fare. Nel quadrilatero, stretto sul Danubio, tra Boulevard Zar Lazar, Boulevard Oslobodjenja e Boulevard Venizelos, è racchiusa una quantità impressionante di testimonianze culturali, tra le quali la Matica Serba, poco distante la Chiesa di S. Nicola, del 1730, la più antica chiesa ortodossa della città (la cupola è interamente rivestita in oro), ancora oltre la Chiesa della Assunzione, del 1736 e, giunti nel cuore della città vecchia, in Piazza della Libertà (“Trg Slobode”), il Municipio, il Palazzo della Banca della Vojvodina, il Teatro Nazionale, la Cattedrale, in stile neo-gotico, e la statua di Svetozar Miletić (1826-1901), anche detta “Uomo di Ferro”, politico, scrittore, rivoluzionario, già sindaco della città e leader dei Serbi della Vojvodina nell'Ottocento.

Se, come indicano le linee guida della Commissione Europea, «la città è invitata a sfruttare le sue particolarità e a dare dimostrazione di grande creatività» e «la manifestazione è l'occasione per migliorare la cooperazione nel settore culturale e per promuovere il dialogo culturale a livello europeo», non si può che essere ottimisti nei confronti di questa scelta, che sembra dare forza all'intendimento originario della manifestazione, quando, nell'ormai lontano 1985, su iniziativa di Melina Merkouri, artista ed antifascista, all'epoca ministro della cultura in Grecia, «il titolo di «Capitale Europea della Cultura» è stato ideato per contribuire al ravvicinamento dei popoli europei» e concorrere ai suoi obiettivi prioritari, quali promuovere e valorizzare il patrimonio e il dialogo culturale, «valorizzare la ricchezza, la diversità delle culture europee ed i loro tratti comuni, migliorare la conoscenza che i cittadini europei hanno gli uni degli altri, favorire la presa di coscienza dell'appartenenza ad una medesima comunità «europea». Sullo sfondo di una stagione che torna ad essere difficile, irta di conflitti per i Balcani e l'Europa tutta, l'individuazione di Novi Sad quale Capitale Europea della Cultura del 2021 è anche un messaggio di speranza e di futuro, da raccogliere e da concretizzare.