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lunedì 1 gennaio 2024

Riprendiamo e rilanciamo l’esperienza dei Corpi Civili di Pace.


Foto di Pax Christi Italia: FB @PaxChristiIT

 
Documento a conclusione della prima giornata del Convegno di Gorizia/Nova Gorica "Negoziare la Pace" (30 dicembre 2023) appuntamento di fine anno di Pax Christi Italia con il Comitato permanente per la Pace di Gorizia e Nova Gorica.


I Corpi Civili di Pace rappresentano una proposta complessiva di società civile per la prevenzione e il contrasto della guerra, per la concretizzazione della diplomazia dei popoli, per la promozione e la costruzione della pace. Essi ereditano e fanno propria una lunga tradizione di pensiero e di pratiche di società civile e movimenti popolari per la pace, i diritti umani e la nonviolenza, dalle Shanti Sena di ispirazione gandhiana alle World Peace Brigades, dai Caschi Bianchi alla promessa, ispirata da Alex Langer e altri/altre, di Corpi Civili di Pace Europei.

Ad essi fanno riferimento documenti ed esperienze capaci di ispirare i percorsi del nostro tempo: a partire dalla Agenda per la Pace (1992) del Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali con le definizioni di peace-keeping, peace-making, peace-building e diplomazia preventiva, e quindi le numerose e ricchissime esperienze di interposizione e di mediazione di pace della società civile, dalle marce per la pace nella ex Jugoslavia alle esperienze di interposizione nonviolenta nei conflitti, dall’esperienza delle Ambasciate di Pace in zona di confitto, in particolare in Iraq e in Kosovo, alle più recenti sperimentazioni per Corpi Civili di Pace.

I Corpi Civili di Pace sono infatti un potente strumento di impegno civile, non armato e nonviolento, “sui” e “nei” conflitti: uno strumento per agire “sui” conflitti, per studiarli e interpretarli, comprenderne le moderne modalità di articolazione, e per intervenire “nei” conflitti, per contenerne la dinamica, impedirne l’escalazione, prevenirne l’insorgenza, avviarne la trasformazione, superarli nel senso della costruzione della pace.

Come le organizzazioni di società civile hanno più volte sperimentato nei loro progetti, non solo l’intervento si svolge nel quadro di una progettazione condivisa, in tutte le sue fasi, con gli operatori e le operatrici locali, ma può concretizzarsi solo su «richiesta leggibile» da parte degli operatori e delle operatrici dei contesti di destinazione, che attivano e concretizzano, quindi, la richiesta di un intervento che avvenga a supporto degli attori di pace locali nel loro impegno per la de-escalazione, per i diritti umani e per la costruzione della pace.

In coerenza con queste premesse, i Corpi Civili di Pace possono sviluppare, in ambito civile, relazioni di collaborazione con altre organizzazioni di società civile purché queste abbiano scelto una modalità di azione sinceramente ispirata ai valori della pace e dei diritti umani, mostrando, al tempo stesso, una potenzialità di impatto positivo sul conflitto, ai fini della sua gestione, soluzione e trasformazione nonviolenta.

Viceversa, per quanto concerne l’ambito militare, «con attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la legittimità nonviolenta della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti», così come evidenzia il documento su “Identità e criteri degli Interventi Civili di Pace italiani”, elaborato, nel 2011, dal Tavolo Interventi Civili di Pace.

Sul campo, dunque, si possono attivare collaborazioni con altre realtà di società civile, agenzie di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l’indipendenza e l’imparzialità della missione.

Come tante volte le realtà di società civile hanno saputo concretizzare nelle loro attività e nei loro progetti di prevenzione della violenza e di costruzione della pace, si tratta di essere, quanto più possibile, «neutrali rispetto alle parti in conflitto, ma mai neutrali di fronte alle grandi violazioni dei diritti umani», avendo come bussola la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani, i principi fondativi del diritto e della giustizia internazionale, e facendo affidamento su una formazione e una preparazione solide ed efficaci.

I Corpi Civili di Pace sono, infatti, una modalità di intervento civile, non armato e nonviolento, posta in essere da squadre di civili, professionisti e volontari, che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione della violenza, nella gestione e trasformazione del conflitto, nella costruzione della pace.

L’impegno della società civile, nel contesto dell’attivazione di Gorizia e Nova Gorica come Capitale Europea della Cultura 2025, può dunque alimentare e rinnovare la proposta di trasformare Nova Gorica con Gorizia in un vero e proprio epicentro di elaborazione e formazione per Corpi Civili di Pace e, in prospettiva e con altre realtà sulla scena nazionale e internazionale, in un vero e proprio laboratorio planetario di pace e giustizia.

È più che mai opportuno, in questo senso, rilanciare un percorso, nel quadro di Gorizia e Nova Gorica Capitale Europea della Cultura, finalizzato alla costruzione di un vero e proprio «Centro internazionale di elaborazione e di formazione per Corpi Civili di Pace». Come nelle migliori esperienze sviluppate in tal senso, a partire da un forte radicamento locale, capace di veicolare consenso e partecipazione intorno ai contenuti della proposta, ci si propone di promuovere una proficua convergenza tra enti, istituzioni scientifiche e accademiche, organizzazioni e reti della società civile, per sviluppare le due direttrici di tale impegno: un Centro internazionale, basato a Gorizia e Nova Gorica, per la formazione degli operatori e delle operatrici dei Corpi Civili di Pace e per l’elaborazione di analisi e strumenti per la prevenzione della violenza e la trasformazione positiva dei conflitti. 
 

giovedì 3 novembre 2016

Una "Capitale Europea della Cultura"

Acka27 (Opera Propria) [Public Domain], attraverso Wikimedia Commons

La capitale europea della cultura torna nei Balcani, nel territorio, in particolare, della ex Jugoslavia e, per la prima volta, si apre la strada verso un Paese non membro dell'Unione Europea: il 13 ottobre scorso, infatti, la Commissione Europea ha annunciato che il titolo di “Capitale Europea della Cultura”, per il 2021, è stato assegnato alla città di Novi Sad, una delle più importanti città della regione, storica città d'arte e di cultura, ieri della Jugoslavia, oggi della Serbia, capoluogo della regione autonoma della Vojvodina. Sebbene la notizia sia passata in sordina presso la nostra stampa, nondimeno si tratta di una notizia importante, non solo per gli appassionati di arte e di cultura, ma soprattutto per quanti ritengono la cultura e l'arte occasioni di conoscenza e di reciprocità, opportunità da cogliere non solo in senso economico, ma prevalentemente in direzione di una più solida conoscenza, una più autentica amicizia tra i popoli e una più piena convergenza tra le culture.

Novi Sad può ben rappresentare questi ideali. È città bella ed elegante, da sempre crocevia di popoli e di culture, dove il corso delle vicende storiche e le ripetute conquiste che si sono avvicendate nella città, che conta oggi quasi 400.000 abitanti, le hanno conferito un fascino multi-etnico e multi-religioso, pluralistico e cosmopolita. È l'antica “Cusum”, fondata dai Romani nel I secolo a. C.; la “Petrikon” dei Bizantini che vi sconfissero gli Unni, che l'avevano conquistata nel V secolo; la “Petrovaradin” ungherese, del Regno di Ungheria, a cavallo tra X e XII sec., sebbene anche Ostrogoti, Avari e Bulgari la avessero, precedentemente, conquistata; dal 1526 divenne parte dell'Impero Ottomano ed assunse una nuova vocazione di “limes” europeo, crocevia tra l'Europa cristiana e l'Oriente islamico; dal 1687 fu parte dell'Impero Asburgico, e, tra il Settecento e l'Ottocento assunse una tale importanza per i serbi da acquisire il titolo di “Atene Serba”.

Oggi, Novi Sad è un autentico crogiolo di popoli: Serbi (76%), Ungheresi (5%), Slovacchi (2%) e poi ancora Montenegrini e Croati, Bosniacchi e Rom… Non è solo la città dalle mille lingue (tanto è vero che è conosciuta con il suo nome originario, Novi Sad, che vuol dire “Nuovo Campo” o “Nuova Colonia”, tradotto nelle diverse lingue, dall'ungherese al tedesco, dallo slovacco al romeno) ma anche la città delle mille religioni, almeno da quando fu designata, sotto l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, “città libera” nel 1748. Oggi a Novi Sad convivono cristiani ortodossi (soprattutto, in ampia maggioranza, di rito serbo ma anche di rito greco) e cattolici, nonché luterani, islamici ed ebrei che, un tempo, costituivano una comunità fiorente (come testimonia la presenza in città di una splendida Sinagoga), al punto da contare una presenza tra le mille e le duemila unità nel corso del Settecento, ma che, dopo gli stermini nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, è stata radicalmente decimata. Dopo l'aggressione nazista alla Jugoslavia, inaugurata il 6 aprile 1941, infatti, la città fu annessa all'Ungheria fascista, e liberata dai partigiani il 23 ottobre 1944, quando, con il territorio della Vojvodina, entrò, come regione della Serbia, nella Jugoslavia Socialista.

Vera capitale della cultura e della memoria, Novi Sad sembra rispecchiare in pieno uno dei criteri cruciali della Commissione Europea per poter fregiarsi del titolo di “Capitale della Cultura”: non solo «per ciò che è e per ciò che ha fatto», ma anche, e in particolare, «per ciò che si propone di organizzare» e di fare. Nel quadrilatero, stretto sul Danubio, tra Boulevard Zar Lazar, Boulevard Oslobodjenja e Boulevard Venizelos, è racchiusa una quantità impressionante di testimonianze culturali, tra le quali la Matica Serba, poco distante la Chiesa di S. Nicola, del 1730, la più antica chiesa ortodossa della città (la cupola è interamente rivestita in oro), ancora oltre la Chiesa della Assunzione, del 1736 e, giunti nel cuore della città vecchia, in Piazza della Libertà (“Trg Slobode”), il Municipio, il Palazzo della Banca della Vojvodina, il Teatro Nazionale, la Cattedrale, in stile neo-gotico, e la statua di Svetozar Miletić (1826-1901), anche detta “Uomo di Ferro”, politico, scrittore, rivoluzionario, già sindaco della città e leader dei Serbi della Vojvodina nell'Ottocento.

Se, come indicano le linee guida della Commissione Europea, «la città è invitata a sfruttare le sue particolarità e a dare dimostrazione di grande creatività» e «la manifestazione è l'occasione per migliorare la cooperazione nel settore culturale e per promuovere il dialogo culturale a livello europeo», non si può che essere ottimisti nei confronti di questa scelta, che sembra dare forza all'intendimento originario della manifestazione, quando, nell'ormai lontano 1985, su iniziativa di Melina Merkouri, artista ed antifascista, all'epoca ministro della cultura in Grecia, «il titolo di «Capitale Europea della Cultura» è stato ideato per contribuire al ravvicinamento dei popoli europei» e concorrere ai suoi obiettivi prioritari, quali promuovere e valorizzare il patrimonio e il dialogo culturale, «valorizzare la ricchezza, la diversità delle culture europee ed i loro tratti comuni, migliorare la conoscenza che i cittadini europei hanno gli uni degli altri, favorire la presa di coscienza dell'appartenenza ad una medesima comunità «europea». Sullo sfondo di una stagione che torna ad essere difficile, irta di conflitti per i Balcani e l'Europa tutta, l'individuazione di Novi Sad quale Capitale Europea della Cultura del 2021 è anche un messaggio di speranza e di futuro, da raccogliere e da concretizzare.