lunedì 2 giugno 2014

Una mobilitazione popolare: per un 2 Giugno di democrazia e di pace

Presidio Ucraina Antifascista: fonte PDCI Nazionale
Ogni anno, da diversi anni a questa parte, il 2 Giugno rappresenta, al tempo stesso, un'occasione e un contenitore: l'occasione per confermare e rivendicare, contro ogni deriva neo-militarista e revisionista, il carattere democratico e antifascista della nostra Costituzione, su cui si fonda (si dovrebbe, concretamente, fondare) la nostra Repubblica; e il contenitore di programmi e progetti, attivazioni ed iniziative che provino a mettere a fuoco le emergenze, vecchie e nuove, intorno alle quali riporre a tema l'elaborazione, cara ai movimenti per la pace e la nonviolenza, contro la guerra e l'imperialismo, per la democrazia ed il disarmo.
Ovviamente, l'esistenza dell'occasione e l'organizzazione del contenitore non risolvono da sé il problema: problema, che è oggi, anzitutto, quello della “messa a rete” e della “messa a sistema”, delle attivazioni e dei percorsi che, maturati all'interno e per iniziativa del movimento stesso, troppe volte faticano, pur perseguendo i medesimi obiettivi, a procedere insieme, a sviluppare le opportune sinergie ed a trovare le necessarie convergenze. A Napoli, città metropolitana, ponte tra le culture e porta del Mediterraneo, con le sue mille istanze e contraddizioni, la ricchezza del suo tessuto associativo e la varietà del suo panorama migratorio, tutto ciò assume connotati estremi, vivacissimi ed esplosivi. Per mille ragioni e - anche - in occasioni recenti.
Prendiamo il caso dell'Ucraina, tenendo a mente, sin da subito, che non di sola Ucraina si tratta, dal momento che, soprattutto all'indomani del recente discorso di Barack Obama a West Point, dovrebbero essere chiari i connotati dell'imperialismo statunitense, incarnati nel nuovo multilateralismo aggressivo (o, meglio, multilateralismo minaccioso) di quella che finalmente si afferma compiutamente come la “nuova” dottrina Obama, destinata a superare ed aggiornare, al tempo stesso, la “vecchia” dottrina Bush (per la quale sia consentito di rimandare al ns. “Da Bush a Bush”, Città del Sole Ed., qui): combinazione efficace di soft power ed hard power, introduzione di una diplomazia aggressiva, diversificazione ed ampliamento delle opzioni politiche e militari a disposizione, rivendicazione dell'impianto “messianico” alla esportazione della “democrazia” e conferma della guerra quale strumento di tutela ed affermazione degli interessi “americani”, ovunque minacciati, o semplicemente messi in discussione, ai quattro angoli del globo.
Senza disdegnare il ricorso a vecchi arnesi, che tuttavia, nella nuova configurazione del pianeta e alla luce della “ansia da leadership”, che anche il discorso obamiano minacciosamente ripropone, ri-assumono un aspetto sorprendentemente nuovo e finanche innovativo: destabilizzazioni e guerre per procura; sostegno alle istanze eversive, ovunque collocate e comunque ispirate (persino fasciste e naziste, all'occorrenza), per rovesciare il tiranno (alias: anti-americano o, semplicemente, non ultra-americano) di turno; appoggio diretto, in uomini e mezzi, consiglieri ed armati, media ed armi, a tutti quei soggetti (talvolta anche singoli) e organizzazioni (talvolta partiti, talvolta gruppi, talvolta fondazioni) che operano “dall'interno” delle singole compagini da rovesciare e sbaragliare in nome e per conto della democrazia liberale “a stelle e strisce”.
Non si sbaglia, dunque, a far correre la mente, non solo ad esempi che tendono a fare parte della storia, sebbene le loro propaggini si dipanino drammaticamente nella più imminente attualità, come mostrano i casi della Libia e della Siria, ma anche ai ben più imminenti casi del Venezuela, con i tentativi golpisti e le guarimbas delle destre ricche contro il governo bolivariano, e dell'Ucraina, dove la sollevazione golpista, ampiamente sostenuta e militarmente combattuta da settori fascisti e persino neo-nazisti, ha prima rovesciato un governo e poi dato corso ad una violenta repressione militare contro quella parte di popolo e di Paese meno incline a sopportare i diktat della junta. A Napoli, come si accennava, il 2 Giugno delle forze più conseguentemente democratiche e antifasciste, sarà dedicato alla mobilitazione per la pace e contro la guerra.
Dopo il presidio democratico al consolato ucraino (9 maggio), le iniziative di volantinaggio e l'assemblea aperta “Giù le Mani dall'Ucraina”, contro la guerra e il fascismo, per la pace e la democrazia, presso lo spazio ROSS@ nella Galleria Principe (23 maggio), la mostra-convegno promossa da cittadini e cittadine, provenienti dalle più varie repubbliche della ex Unione Sovietica, presso il Centro Culturale “La Città del Sole”, contro le aggressioni e le stragi della junta golpista (29 maggio), ha gettato i presupposti di un coordinamento delle mobilitazioni, che sarà lanciato proprio, simbolicamente, in occasione del 2 Giugno, per attivare un percorso di sensibilizzazione sociale, contro la minaccia fascista e le derive autoritarie, il precipizio della guerra e delle aggressioni che drammaticamente si affacciano, ancora, nel cuore dell'Europa.  

martedì 20 maggio 2014

Il centenario della guerra e la contrapposizione delle memorie

Il Ponte sulla Drina, Visegrad, by Luigi Torreggiani
«Sono iniziative che non vanno a vantaggio di Sarajevo, né dei sarajevesi, e che hanno riaperto una battaglia tra di noi, su Gavrilo Princip. Adesso, per una metà dei bosniaci, Princip è un terrorista, per l'altra metà è un eroe. Che bisogno avevamo ora di discutere di queste cose? Abbiamo un Paese, la Bosnia Erzegovina, completamente distrutto: non funziona, non esiste.

E i politici europei verranno qui per una settimana sorridenti, con i palloncini colorati, con le grandi dichiarazioni, a ricordare l'amore dell'Europa per Sarajevo ed i principi europei. Si tratta di un incredibile cinismo: se c'è un luogo dove i principi europei vengono abbandonati, questo è Sarajevo. Queste “celebrazioni” non sono altro che una occasione meravigliosa per lavarsi la coscienza, per organizzare qualcosa di positivo, per una grande festa, in un momento in cui la situazione europea è drammatica, con la guerra sempre più presente, l'estrema destra sempre più forte ed il progressivo abbandono degli ideali di libertà e cosmopolitismo».

Ripresa dalla stampa internazionale, l'intervista a Zlatko Dizdarević, intellettuale, scrittore, ambasciatore in passato di Bosnia Erzegovina in Medio Oriente, cittadino di Sarajevo, è, al tempo stesso, un invito alla riflessione ed un monito doloroso, contro il cinismo o il protagonismo, di quanti, sul fronte politico o sociale, si apprestano a “commemorare”, nelle celebrazioni istituzionali o in controverse kermesse come il “Peace Event” del prossimo giugno, i cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Se le celebrazioni sono un modo, più o meno avvertito, di “lavarsi la coscienza” o “piantare una bandiera” in un certo segmento politico o sociale, l'invito alla riflessione sulla memoria, la sua funzione e il suo uso, diventa ancora più esigente ed impegnativo. Il tema della “memoria”, ai fini del lavoro di pace è, infatti, decisivo. Nella misura in cui i poteri cercano di dominare il presente per condizionare il futuro, è il passato l'unico terreno davvero a disposizione dell'uso e dell'abuso, della manipolazione e ricostruzione della memoria, funzionale a ridefinire un'immagine di presente o legittimare una certa “narrazione”.

Nei luoghi del post-conflitto, questo esercizio si fa persino scoperto e, per certi aspetti, ancora più cattivo. Prendiamo il caso della narrazione della storia. I sostenitori delle diverse kermesse che si moltiplicheranno a Sarajevo, più volte hanno dichiarato non essere loro intenzione di fare della “storiografia” sulle cause della guerra e sulla figura di Gavrilo Princip. Il giudizio, negativo e “di parte”, su questa figura è tuttavia men che implicito sin nella piattaforma del Peace Event, almeno laddove si dichiara che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale “fu innescato dall'assassinio dell'erede al trono austro-ungarico, a Sarajevo, il 28 Giugno 1914”. Tale giudizio è “di parte” almeno nella misura in cui corrisponde esattamente alla narrazione storica di una sola delle parti in causa. Persino i libri di testo scolastici, nella Bosnia musulmana, parlano del colpo di Sarajevo come di un “assassinio” o di un “attentato”, di Gavrilo Princip come di un “terrorista”, del suo movimento irredentista, la “Giovane Bosnia”, come di un gruppo terroristico o pan-serbo, talvolta, perfino come una Al Qaeda ante litteram.

In un'altra intervista, Nenad Šebek, direttore del Centro per la Democrazia e la Riconciliazione nel sud-est Europa, spiega con chiarezza che «in Serbia sopravvive la vecchia narrazione della ex Jugoslavia in cui si sostiene che la Prima Guerra Mondiale è avvenuta perché è esistito un grande eroe di nome Gavrilo Princip: ha ucciso l'Arciduca Francesco Ferdinando, che rappresentava la personificazione delle forze occupanti dell'Austria-Ungheria, poi l'Austria-Ungheria e l'Impero Tedesco hanno invaso la Serbia ed i Serbi hanno combattuto e sofferto durante la guerra pur essendo “dalla parte della ragione”». Meno approssimativamente, la storiografia ufficiale, nella Bosnia serba ed in Serbia, sostiene che la causa generale della Prima Guerra Mondiale è stata quella che potremmo definire la “contraddizione inter-imperialistica”, “la lotta tra le grandi potenze per il controllo economico ed il dominio politico in Europa”, per cui l'Austria-Ungheria ha “utilizzato” l'assassinio di Sarajevo come pretesto per la guerra. Una narrazione, tra l'altro, più nota e frequente, tra quelle meno strumentali, anche dalle nostre parti.

Se la coltivazione di una memoria nazionale, attraverso la narrazione di una memoria collettiva (tra le varie e diverse che abitano una determinata comunità), è un esercizio frequente presso i poteri costituiti, la contrapposizione delle memorie è sempre un esercizio di violenza, uno strumento di esclusione e di separazione, un comodo alibi intellettuale o un vero e proprio effetto di guerra. A Sarajevo, oggi, la contrapposizione è fisica, non solo nello spazio geografico delle due entità (la Federazione Croato-Bosniaca e la Repubblica Serba di Bosnia), ma anche nell'esercizio della memoria storica. Come ha dichiarato in un'altra intervista il sindaco della Sarajevo Serba (Istočno Sarajevo), Nenad Samardzija, «una volta vivevamo tutti nello stesso Stato, la Jugoslavia, e non abbiamo mai guardato ai fatti del 28 Giugno 1914 come ad un atto terroristico, come alcuni cercano di fare oggi. Abbiamo guardato a quello come ad un movimento, soprattutto di giovani, che volevano liberarsi dal dominio coloniale». Non a caso, i Serbi (e non solo), che hanno disertato la celebrazione sarajevese, ricorderanno la catastrofe del 1914 con altre iniziative, intorno a Višegrad, la città resa famosa da Ivo Andric e dal suo Ponte sulla Drina.

L'articolo rappresenta il testo del contributo alla XX edizione della “Marcia della Pace” promossa dalla Città di Napoli in collaborazione con l'UNICEF, il 22 Maggio, in occasione della “Giornata Ecumenica Internazionale per la Pace”.

domenica 27 aprile 2014

...per una ripresa del movimento per la pace e contro la guerra

pressenza.com/it/2014/04/arena-pace-disarmo-fotoreportage
La vicenda ucraina rappresenta solo l’anello più recente di una catena di avvenimenti della politica internazionale in direzione di una crescente conflittualità tra le principali potenze mondiali la cui evoluzione dovrebbe far scattare più di un campanello di allarme tra gli attivisti ed i pacifisti conseguenti. 
La competizione non si svolge più solo con gli strumenti della finanza o della diplomazia ma sempre più spesso attraverso l’uso delle armi. Che siano inviate ai propri alleati locali nei paesi che si intende destabilizzare o usate direttamente dai propri eserciti di occupazione, dipende dai rapporti di forza momentanei e da valutazioni di opportunità.  
I rumori di guerra si avvicinano in maniera crescente al centro dell’area europea ma tutto questo non sembra ridare vitalità a quel movimento contro la guerra che di fronte all’aggressione all’Iraq del 2003 seppe portare in piazza milioni di persone per denunciare la natura brigantesca di quella invasione anche se si mascherava dietro le insegne della missione umanitaria e del ripristino della legalità internazionale.  
Eppure noi siamo convinti che siamo entrati in una fase in cui il confronto tra le grandi potenze non può rimanere più confinato in aree geografiche limitate ma è destinato a sfociare in uno scontro a tutto campo in cui si vanno accumulando le condizioni per un conflitto mondiale generalizzato che solo una opposizione radicale in tutti i paesi coinvolti può arrestare.  
Questo testo vuole essere un invito alla riflessione collettiva per indagare le ragioni di tale latitanza e provare a ritrovare le motivazioni per una opposizione senza se e senza ma ai crescenti interventi militari comunque vengano giustificati e mascherati. 
Qui il testo completo del documento.

martedì 22 aprile 2014

Di Pace e Disarmo

commons.wikimedia.org/wiki/File:Memorial_for_Peace.jpg
Alla vigilia della kermesse della “Arena di Pace e Disarmo” si moltiplicano le riflessioni destinate ad accompagnare i diversi profili tematici di quella che si annuncia come la manifestazione più importante del movimento italiano per la pace, almeno insieme alla prossima Marcia della Pace Perugia-Assisi in programma per il 19 Ottobre, di quest'anno.

Certo, non hanno mancato di destare sconcerto alcune presenze, diciamo così, controverse, in primo luogo quella di Simone Cristicchi, già coinvolto in una lunga polemica per il carattere neo-revisionistico del suo ultimo spettacolo sul fronte orientale (“Magazzino 18”), polemiche che pure, per altro verso, hanno avuto il “merito” di rimettere attenzione sulla controversa vicenda del fronte orientale, degli episodi di guerra, della pulizia etnica fascista, delle “foibe” e delle eredità del conflitto e della liberazione.

Le vicende di guerra, dunque, tracimano, precipitando quotidianamente nel nostro presente. Intanto, le vicende del passato, che non riguardano solo il secondo, quanto oggi soprattutto il primo conflitto mondiale: basti considerare la pubblicistica, eminentemente occidentale, su cause e responsabilità dello scoppio del conflitto, le ambiguità delle kermesse internazionali che “celebrano” il centenario tra sponsor non esattamente di pace (non solo USAID) e partecipazioni non esattamente bilanciate (i serbi ampiamente esclusi), come nel caso, assai controverso, del Sarajevo Peace Event di Giugno 2014.

E poi le vicende del presente, che evidentemente continuano ad imbarazzare, anche tra le forze più consapevoli a sinistra, analisi a volte superficiali e sbrigative. Basti considerare una recente presa di posizione, in merito all'invio di “forze di pace” in Ucraina, da parte di Francuccio Gesualdi, alla quale sarebbe bene ricordare, almeno, che l'intervento dei Corpi Civili di Pace può avvenire solo su una, comunque leggibile, richiesta locale; deve muoversi in una cornice di legittimità e indipendenza dalle formazioni militari sul campo; e non può e non deve prestarsi a manipolazioni ed a strumentalizzazioni di sorta.

Nel caso ucraino, è bene ricordare che la “controparte” dei movimenti che si sono sollevati nelle regioni russofone è un governo illegittimo, salito al potere con un golpe, in cui una parte preponderante hanno avuta formazioni fasciste e naziste. Forse, non è del tutto inutile ricordare che l'azione, civile, disarmata e nonviolenta, dei Corpi Civili di Pace, si sviluppa, al tempo stesso, “sopra” e “dentro” il conflitto, e, pertanto, non può prescindere da un'attenta analisi del conflitto stesso, dai suoi presupposti e le sue motivazioni, dalle sue evoluzioni e i suoi svolgimenti, sino alla dinamica e alle conseguenze, sempre dolorose, che produce.

Anche per questo, a dispetto di quanto sbrigativamente scritto in un recente documento di alcuni enti di pace per il Servizio Civile, i Corpi Civili di Pace svolgono una «azione civile, non armata e nonviolenta di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti. L'obiettivo degli interventi è infatti la promozione di una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come piena affermazione di diritti umani e di benessere sociale».

Di conseguenza, lungi dal «partecipare a briefing periodici sulla sicurezza con missioni militari ONU e italiane nella zona di intervento» come prescrive il - talvolta strampalato - documento per il Servizio Civile, andrebbe piuttosto ricordato che «con gli attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove ciò non pregiudichi la legittimità nonviolenta della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti».

Diciamo che anche stravolgere contenuti faticosamente condivisi per qualche fine altro non è esattamente un bel segnale. I CCP sono uno strumento importante, che parla di un altro modello di difesa civile, popolare, nonviolenta, di cui è bene e necessario avere cura, senza gettarlo nella mischia delle occasioni perdute. Anche per questo siamo tutti, al di là dei limiti e delle contraddizioni, fiduciosi negli sviluppi della Arena di Pace e Disarmo, «per essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo».

mercoledì 5 febbraio 2014

Verso i Corpi Civili di Pace ...

http://parlamentariperlapace.it/news/proposta-legge-i-corpi-civili-pace

I parlamentari per la pace e la iniziativa della società civile

L'appuntamento, presso la Camera dei Deputati, dello scorso 22 Gennaio, che organizzazioni e reti impegnate sul tema dei Corpi Civili di Pace hanno condiviso con alcuni deputati e senatori dell'inter-gruppo dei “Parlamentari per la Pace”, ha rappresentato un punto di svolta importante di questo annoso itinerario.

Convocato all'indomani dell'approvazione dell'ormai noto, forse ancora troppo solo agli “addetti ai lavori”, “emendamento Marcon”, con cui è stato inserito nella Legge di Stabilità, approvata lo scorso 27 Dicembre, per il periodo 2014-2016, uno stanziamento triennale per nove milioni di euro per l'invio di almeno cinque-cento giovani volontari in servizio civile in azioni non-governative di pace, segnatamente all'estero, in zone di crisi e di conflitto, l'incontro istituzionale non è stato un semplice aggiornamento dei “lavori in corso”, bensì un'occasione utile per “misurare” la posta in gioco, interrogarsi sullo strumento prezioso dei Corpi Civili di Pace come dimensione cruciale di una Difesa alternativa, civile e disarmata, e mettere a punto proposte e riflessioni per giungere ad un pieno ed effettivo riconoscimento di tali contingenti civili.

Non intendendo, con questo scritto, fare un resoconto analitico o una “cronaca dei lavori” della giornata, bensì semplicemente offrire alcuni spunti di lettura e riflessione intorno alla questione, si sorvolerà su molte delle ancora più numerose riflessioni offerte al dibattito negli interventi che si sono succeduti. Nondimeno, questa lettura e queste riflessioni sono oggi ancora più stringenti ed esigenti, almeno per tre ordini di ragioni.

La prima: attivare l'attenzione dell'opinione pubblica e in particolare delle diverse espressioni del movimento per la pace e contro la guerra, sui passi avanti compiuti intorno all'elaborazione e alle sperimentazioni per i Corpi Civili di Pace. Al di là della connessione tra Corpi Civili di Pace, Servizio Civile e Difesa Popolare e pur nella variegata articolazione delle implicazioni strategiche ed operative cui questo strumento rimanda, i Corpi Civili di Pace assolvono ad una funzione centrale di autentica cittadinanza democratica, vale a dire mettere a disposizione un impegno costante contro la guerra e di promozione della pace, contro l'escalazione del conflitto e per la prevenzione della violenza. Ciò lo rende strumento di società civile e di chi si batte contro la guerra e per la pace, in tutte le situazioni di minaccia violenta alla relazione sociale, in Italia come all'estero.

La seconda ragione è offerta dalla circostanza dell'approvazione dell'emendamento Marcon, il quale, pur non rappresentando il riconoscimento pieno ed effettivo dei Corpi Civili di Pace e pur non consentendo il dispiegamento di contingenti effettivi di Corpi Civili di Pace nella loro pienezza e compiutezza, costituisce però un passo avanti decisivo: perché consente al Servizio Civile, attraverso queste funzioni, di riappropriarsi della propria missione costituzionale, di difesa civile alternativa al militare e coerente con i compiti di tutela della pace e di promozione della solidarietà sociale, contenuti negli articoli 11 e 2 della nostra Costituzione; e, allo stesso tempo, permette ad alcune centinaia di giovani di formarsi, attraverso la formazione generale e la formazione specifica, messe a disposizione dal servizio civile stesso, ai principi e ai metodi della gestione costruttiva e della trasformazione nonviolenta dei conflitti, entrando in contatto con una esperienza umana e concreta, con un'acquisizione di saperi e consapevolezze, che non potrà che avere grande valenza formativa.

L’art. 1 c. 162 bis della Legge di Stabilità emendata pone le “premesse dell’istituzione di un contingente di corpi civili di pace” mediante la spesa di tre milioni per l’intero triennio 2014-2016 per la formazione di cinque-cento giovani da impiegare “in azioni di pace non-governative in aree a rischio di conflitto o già in conflitto, o in caso di emergenze ambientali”, nell’ambito del servizio civile, per la precisione, “organizzato secondo quanto previsto dall’art. 12 del D.Lgs. 77/2002, che disciplina lo svolgimento del servizio civile nazionale all’estero”. Tale articolo, infatti, ponendo tale misura in continuità con le sperimentazioni, attive sin dal 2004, di caschi bianchi e per il servizio civile all’estero in zone di conflitto o post-conflitto, disciplina lo svolgimento del servizio civile all’estero “anche per brevi periodi e per le finalità previste dall’art. 1, c. 1, lettera e), della legge 6 Marzo 2001, n. 64” vale a dire in particolare: «contribuire alla formazione civica, sociale, culturale e professionale dei giovani mediante attività svolte anche in enti operanti all’estero».

Non sfugge, dunque, l'eminente “impatto politico” di tale indicazione: soprattutto in questa lunga stagione di crisi economica e di crisi sociale - si potrebbe aggiungere: crisi civile e crisi di valori - rimettere in moto occasioni e strumenti, risorse e pratiche, attorno a cui coinvolgere giovani e volontari, amministrazioni pubbliche ed organizzazioni sociali, su un'idea “altra” rispetto a quella corrente di proiezione internazionale e di solidarietà sociale e una modalità differente di impegno all'estero e di difesa e sicurezza in contesti critici e conflittuali, è certo circostanza non da poco, da non disperdere e da mettere a valore. Non meno significativo il concorso delle circostanze: specie in relazione alla “riforma dello strumento militare” e più recentemente alla riflessione sulla “riforma del sistema della cooperazione internazionale allo sviluppo” del nostro Paese.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, ha appena approvato in via definitiva i due decreti legislativi attuativi della legge delega per la revisione dello strumento militare elaborati dall’ufficio legislativo dopo i pareri espressi dalle Commissioni Difesa. Sono stati adottati appena lo scorso 10 Gennaio, i due decreti: rispettivamente sugli assetti ordinamentali e sulla ri-organizzazione del personale (militare e civile) in attuazione della legge delega per la “riforma” dello strumento militare (legge delega 244/2012). Non si tratta solo di accorpamenti e cambiamenti di nome ma di provvedimenti con implicazioni significative, soprattutto in termini di ri-funzionalizzazione del sistema-difesa, di ridefinizione dei rapporti di potere all'interno del sistema e di tagli di posti di lavoro per il personale civile. Il tutto, peraltro, mentre si incentivano operazioni di marketing del sistema della difesa militare (come quella denominata "Sistema Paese in Movimento" del Gruppo Navale Cavour) e si prosegue con il potenziamento dei sistemi d'arma (come nel caso dell’acquisto dei caccia F35), le missioni militari all’estero e le operazioni militari variamente mascherate e profondamente condizionanti.

A sua volta, la legge delega  prevede ca. 10 mila esuberi di lavoratori civili e ca. 20 mila esuberi di militari, che avranno però trattamenti diversi: per i primi è previsto un piano di pensionamenti che, ove insufficienti, vedrà di conseguenza la messa in mobilità, per i secondi è pronto il transito nei ruoli civili della Difesa. In altri termini, da una parte si garantisce ai militari il reimpiego e la salvaguardia del posto di lavoro e del livello stipendiale, dall’altra non ci si preoccupa  del futuro dei lavoratori civili, senza contare le differenze di retribuzione che si verranno a determinare tra lavoratori e lavoratrici che svolgeranno le medesime mansioni.

Non meno importante l'altra circostanza, quella relativa alla presentazione in Consiglio dei Ministri, il 24 Gennaio, della proposta di legge di riforma del sistema della cooperazione, con la revisione della legge 49/1987. Molte le ombre e le preoccupazioni, anche in questo scenario. La creazione di un viceministro con delega ad hoc presente in Consiglio dei Ministri sui temi della cooperazione internazionale allo sviluppo e la nascita di un’Agenzia centrale, pubblica e trasparente, per la gestione dei fondi e la valutazione dei progetti corrispondono a due richieste storiche del mondo della cooperazione. Ma non bastano a colmare le criticità.

Si registra ancora la mancanza di un Fondo Unico che unifichi tutte le risorse della cooperazione e, peggio ancora, l’ingresso del mondo profit nel settore-cooperazione, con possibilità per le imprese di accedere a crediti agevolati per investimenti a scopo di lucro nei Paesi in via di sviluppo, determinando una pericolosa commistione tra cooperazione e internazionalizzazione. Il rischio, anche in questo caso, di “privatizzazione dello sviluppo” è più che mai aperto e non può non interrogare anche la sinergia tra lavoro di “pace” ed azione di “sviluppo”.

Ecco dunque lo sfondo della terza ragione: dare continuità, non solo funzionale, ma anche istituzionale, alle azioni non-governative di pace realizzate da contingenti di Corpi Civili di Pace, attraverso una legge istitutiva ad hoc, della quale è stato dato l'annuncio della presentazione alla Camera il 23 Gennaio, sempre su iniziativa di un novero di esponenti dell'inter-gruppo dei “Parlamentari per la Pace”. Anche in questo senso, il dibattito è in corso: si tratta di sviluppare un testo condiviso e recepire i “luoghi” propri dell'impostazione dei Corpi Civili di Pace che le reti e le organizzazioni hanno già messo a fuoco, a partire dal principio per cui tale strumento, eminentemente di società civile, conservi autonomia dal “vincolo di mandato” governativo.

Come ha ricordato, in occasione della rassegna, Francesco Vignarca, segretario della Rete Italiana Disarmo, l'emendamento sui Corpi Civili di Pace fa propri gli intendimenti della storica campagna “Sbilanciamoci” e la stessa iniziativa legislativa si propone di mettere a sintesi e a regime la riflessione e le sperimentazioni delle reti tematiche (in primis Rete Italiana Disarmo, Tavolo Interventi Civili di Pace, IPRI - Rete CCP), facendo tesoro delle elaborazioni più mature, tra cui si ricordano, almeno, il documento sui “Criteri degli Interventi Civili di Pace” e lo studio di “Ricognizione sui Corpi Civili di Pace”.

Si apre così, come ha ricordato lo stesso Giulio Marcon durante l'incontro tenuto alla Camera, uno scenario inedito ed appassionante. Se, da un lato, non è la prima volta che lo Stato approva e finanzia azioni non-governative di pace e il Servizio Civile medesimo si fa “quadro” di azioni civili di pace (si ricordino almeno i progetti di Caschi Bianchi e Dialoghi di Pace), è adesso la prima volta che, in maniera esigente, si pone il tema di formare ed impegnare i professionisti esistenti nell'azione civile di pace e il problema di misurare e calibrare gli interventi, fuori e contro ogni spontaneismo, non tanto in termini di “proiezione”, quanto piuttosto di “impatto”, perché le misure poste in essere (dal sostegno alle vittime alla ricostruzione del dialogo, dalla tutela dei diritti umani alla promozione del processo di pace), sappiano traguardare impatti positivi e duraturi. È una sfida che il movimento per i Corpi Civili di Pace dovrà intercettare e raccogliere.

giovedì 5 dicembre 2013

I Balcani, Crocevia del Mediterraneo

Comunicato Stampa


I BALCANI

Crocevia del Mediterraneo

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Festival Cinema dei Diritti Umani,
Napoli, VI edizione 

Mercoledì 11 Dicembre
2013

Università degli Studi   
"Suor Orsola Benincasa"
[Napoli | C.so V. Emanuele 292]

PAN - Palazzo delle Arti
[Napoli | Via dei Mille 60]
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Mercoledì 11 dicembre alle 10,00 il Festival ritorna all'Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa" (Corso Vittorio Emanuele, 292) con il convegno I Balcani a crocevia, tra Europa e Conflitti” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace) e Operatori Di Pace - Campania con Antonello Petrillo (sociologo, docente presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Ottavio di Grazia (docente di "Culture, Identità, Religioni" presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Fabio Marcelli (Ricercatore ISGI | Istituto Studi Giuridici Internazionali - CNR) e Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale). Ospite internazionale la regista Sonja Blagojevic, vincitrice del XXII Festival Internazionale del Cinema Etnografico di Belgrado. Partecipano inoltre Kumjana Novakova, direttrice del Festival dei Diritti Umani di Sarajevo e Turi Finocchiaro, direttore del Faito Doc Festival - Festival Cinema Documentario. In prossimità del 2014, centenario dell'inizio della I Guerra Mondiale e tra gli anniversari del “lungo ventennale” della Guerra di Bosnia, alla fine di un 2013 che ha visto il rilancio dell'iniziativa per l'integrazione europea e celebrato la stipula dei primi accordi di dialogo tra Belgrado e Pristina dopo la Guerra del Kosovo, i Balcani Occidentali sono sempre più, al tempo stesso, epicentro e margine della complessità e delle contraddizioni della costruzione europea. Nel corso dell'evento sarà proiettato il film KOSMA” di Sonja Blagojevic (Serbia, 2013, 75 min.).

Al Pan - Palazzo delle Arti di Napoli, alle 17,00 si torna poi a parlare di Balcani in una tavola rotonda dal titolo Un lungo dopo-guerra: i Balcani Occidentali tra memoria e cooperazione internazionale” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace), Operatori Di Pace – Campania, CEICC-ED con la partecipazione di Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale), Kumjana Novakova (direttrice HRFF Serajevo), Turi Finocchiaro (regista, direttore Festival Faito DOC), Sonja Blagojevic (regista), Manuela Marani (esperta di cooperazione internazionale, RESeT), Luigi Cafiero (Manager cooperazione internazionale), Lorenzo Giroffi (regista e scrittore). Il progetto degli “Operatori di Pace - Campania” dal titolo “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, sostenuto dal Comune di Napoli, intende anche essere l'occasione per una indagine volta a ri-costruire terreni condivisi per il dialogo e il riconoscimento reciproco tra le comunità. In chiusura, sarà proiettato il film La Besa di Luce” di T. Finocchiaro e N. Rossetti (Belgio/Francia, 2007, 53 min.). Durante il forum è prevista inoltre la proiezione del reportage di Lorenzo Giroffi dal titolo Essere Kosovaro” oltre all'illustrazione dei contenuti del volume di Gianmarco Pisa dal titolo Corpi Civili di Pace in Azione”, una ricerca-azione per la pace edita da "Ad Est dell'Equatore" (Napoli, 2013).


ufficio stampa:
Antonio Puzzi, 3475650976 – press@cinenapolidiritti.it
Paola Silvestro, pasilvestro@gmail.com
www.cinenapolidiritti.it
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lunedì 18 novembre 2013

La questione del voto a Mitrovica e le prospettive della convivenza


fonte: reteccp.org 

L'appello (quasi) corale rivolto dalle autorità politiche di Belgrado ai cittadini serbi kosovari di Mitrovica sembra avere avuto successo: alle elezioni ripetute nei seggi elettorali, fatti bersaglio di sabotaggio e violenza nella precedente tornata, l'affluenza è stata più significativa, il clima generale indubbiamente migliore rispetto all'occasione precedente, l'assenza sostanziale di violenza e di incidenti sicuramente più confortante.

Come si ricorderà, in occasione del primo turno delle elezioni amministrative in Kosovo, le prime tenute nel quadro del dialogo bilaterale tra Belgrado e Pristina inaugurato dagli storici accordi del 19 Aprile, il sabotaggio delle elezioni da parte dei nazionalisti e le formazioni contrarie all'accordo poté dirsi senza dubbio riuscito: un'affluenza nel Kosovo (serbo) del Nord di volta in volta tra l'8 e il 12%, tre seggi devastati a Mitrovica Nord, un clima diffuso di intimidazione e un contesto generale di ostilità alla partecipazione elettorale.

L'importanza, civile e politica, di Mitrovica, nel nuovo Kosovo post-19-Aprile, è fuori discussione. Il venire meno dell'adesione agli accordi “distruggerebbe il concetto stesso di Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo-Metohia”, architrave dell'autonomia serba nel Kosovo albanese. È a Mitrovica Nord, infatti, che hanno sede tutte le istituzioni serbe collegate a Belgrado; ed è ancora Mitrovica il centro della “pressione politica” delle diverse interpretazioni, a Belgrado e Pristina, di tali accordi, oltre che di ogni ipotesi sostenibile di convivenza, essendo l'unica città in Kosovo in cui serbi ed albanesi si trovano “fianco a fianco”.

Dopo la decisione assunta dalla Commissione Elettorale Centrale, è stata indetta, domenica 17 Novembre, la ripetizione delle operazioni di voto nei seggi di Mitrovica Nord, laddove il materiale elettorale era stato danneggiato ed era stato impossibile procedere allo spoglio e allo scrutinio. Stavolta, secondo i primi dati ufficiali, oltre 5.200 persone hanno partecipato al voto di Mitrovica, con una percentuale di affluenza pari a poco più del 22%. Considerato anche il migliore clima di sicurezza, un risultato più promettente.

Si tratta di un dato risonante, sebbene non entusiasmante, anche alla luce delle dichiarazioni della vigilia. A differenza di quanto continua a ripetere la stampa mainstreaming, l'affluenza alle urne dei serbi del Kosovo non può, in linea di diritto, essere giudicata alla stregua delle categorie del “successo” o del “fallimento”, né tanto meno potranno essere considerate come un “esame di maturità” per i serbi del Kosovo, a meno di non voler ricorrere ai soliti stereotipi o le solite presunte lezioni di “democrazia e stato di diritto”.

Il dato vero è semmai un altro: la maturità della società civile in Kosovo, in tutte le sue articolazioni etno-linguistiche, in cui, il dato della frattura tra serbi a Nord (che solo in quest'ultima tornata superano la soglia psicologica del 20% di affluenza) e serbi a Sud del fiume Ibar, i serbi del cosiddetto Kosovo interno, che, sin dal precedente turno elettorale, si erano recati in numero significativo alle urne, eleggendo alcuni sindaci serbi al primo turno, s'accompagna all'altro dato, della partecipazione dei kosovari albanesi, che hanno animato una campagna elettorale dai toni generalmente moderati e un'affluenza al voto che, seppure insoddisfacente, mostra tuttavia un certo segno di un interesse di non poco conto.

Il messaggio che si trae da quest'ultima domenica elettorale in Kosovo è dunque duplice: da un lato, si consolida la preoccupazione rispetto al ruolo di una parte di establishment, sia a Belgrado sia in particolare a Pristina, che non sembra particolarmente interessata a un'effettiva e duratura convivenza civica e lavora attivamente per i propri interessi e per lo status quo ante; dall'altro, si conferma il dinamismo del ruolo della società civile che, anche alla luce dei risultati elettorali, manda un messaggio chiaro, in entrambe le direzioni, a Pristina e a Belgrado, e sembra muoversi verso una più consapevole direzione democratica.

mercoledì 6 novembre 2013

Un confronto aperto: il Sarajevo 2014 Peace Event e i tanti perché della non adesione


http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm
Cari amici ed amiche del MIR,

vi ringrazio molto, personalmente, della vostra comunicazione. Mi sento, in via preliminare, di unirmi a molti degli auspici che nella vostra lettera (che si può leggere in scorrimento) sono contenuti: 

in primo luogo, quale premessa di metodo, quello ad evitare di addentrarsi in diatribe o polemiche politico-storiografiche che necessiterebbero di sedi più adeguate per potere essere sviluppate e rischierebbero di instradare la nostra riflessione lungo un binario sterile o auto-compiaciuto; in secondo luogo, quale proposta di merito, quello a concorrere con tutte le riflessioni e le osservazioni che saremo in grado di elaborare a fare maturare il confronto ed il dibattito tra le forze del movimento per la pace e la nonviolenza.

Proprio perché condivido tale premessa, se volete, “di metodo” e “di merito” nello stesso tempo, il mio intervento a cui si fa riferimento, dal titolo “Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire”, non va letto in maniera politicistica o strumentale. Non si tratta di un appello al boicottaggio, semplicemente di una riflessione in merito all'opportunità di non aderire ad un evento con i presupposti, il profilo e l'impostazione come quelli che stanno evidentemente caratterizzando questa rassegna. Basti fare riferimento, a titolo di esempio, al passaggio finale dell'articolo, in cui appunto si sottolinea come «tutto questo non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze». La ricapitolazione che l'articolo offre a tal proposito credo che sia esaustiva e ripeterla in questa sede sarebbe senz'altro ridondante e non aggiungerebbe altro.

Per questo, mi sento, senza difficoltà alcuna, di poter confutare la valutazione, molto “politica” peraltro, che viene avanzata in un punto della lettera aperta in relazione al mio intervento, vale a dire quello di “assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo”. Anche in merito a questo aspetto, basterebbe leggere l'intervento stesso, almeno nel passaggio in cui si mette in evidenza come ciò (riferito all'impostazione dell'evento ed alla lettura storiografica che vi retro-agisce) «è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte della opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia …che ha prima stigmatizzato la separazione ed il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura». D'altro canto, anche la stampa internazionale ha, occasionalmente, ospitato prese di posizione di intellettuali o personalità (non solo quindi il mondo “istituzionale-governativo”) molto critiche o contrarie al profilo dell'evento.

Ecco perché, in definitiva, mi sembra mal impostata l'ambivalenza provocatoria tra il “promuovere il dialogo” e il “boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole”: sia perché molte delle premesse nell'impostazione stessa dell'evento mal si confanno all'intenzione (o per lo meno rendono assolutamente illeggibile l'intenzione) di “promuovere il dialogo”, appunto per il carattere unilaterale, escludente e divisivo che tale percorso ha già nei fatti assunto, sia perché le prese di posizione contrarie all'evento nella sfera politico-istituzionale sono successive e non precedenti alle prese di posizione, variamente critiche o contrarie, espresse da altri settori dell'opinione pubblica e del mondo intellettuale, in particolare serbi, ma, evidentemente, non solo. Per quanto mi riguarda, e con le realtà che hanno già condiviso tale orientamento, non posso dunque che confermare la non adesione all'evento di Sarajevo 2014, convinto, in tal senso, che tra i ruoli dell'operatore di pace vi sia sicuramente quello di contribuire a gettare ponti e valicare frontiere, non certo quello di concorrere ad alimentare divisioni ed ostilità. Auspicando quindi nuovi spunti e nuove sollecitazioni. 

un caro saluto di pace,

Gianmarco Pisa 


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Caro GianMarco,

abbiamo letto il tuo intervento “Peace event Sarajevo 2014: perché non aderire”, scritto su http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm#gpisa e l’abbiamo commentato durante il nostro consiglio nazionale tenutosi a Roma il 19,20 ottobre scorso.

Francamente dobbiamo dirti che ci è dispiaciuto molto vedere questo appello a boicottare l’evento di Sarajevo, su cui stiamo lavorando con altre associazioni italiane e straniere da ormai 2 anni. Per questo abbiamo voluto scrivere questa lettera aperta in cui cerchiamo di spiegare perché secondo noi occorre aderire.

Partiamo da una precisazione: l’evento di Sarajevo non vuole ricordare, né celebrare alcunché. L’idea di un evento di pace è nata nel corso di alcuni incontri tra associazioni nonviolente, prevalentemente facenti capo al Mir internazionale e ai coordinamenti per il decennio sull’educazione alla pace e alla nonviolenza, 2 anni fa, nel 2011. Certamente l’ispirazione erano i saloni della pace di Parigi, tenutisi fino al 2008, e sospesi per mancanza dei fondi di sostegno pubblico (dunque come puoi ben vedere non ci sono ricchi “donatori” dietro); sin dall’inizio l’idea era di realizzare un evento più che un salone, ed un evento possibilmente aperto alla partecipazione di associazioni e movimenti di base soprattutto dell’Est Europa, solitamente assenti per complesse ragioni storico politiche. E si era pensato ad una rosa di città candidate a ospitare questo evento: tra queste Trieste, Berlino, Vienna, Budapest. Alla fine si optò per Sarajevo proprio per il significato simbolico che tale città assume nel 2014, in riferimento agli avvenimenti che portarono alla Grande Guerra, oltre che perché questa città è stata teatro di quella che al momento, e speriamo per sempre, è stata l’ultima guerra combattuta in Europa.

Proprio perché il 2014 ci saranno eventi celebrativi ed alla memoria di quella che fu una tragica scelta per il mondo intero, si scelse Sarajevo per raccontare un’altra storia, che da una parte si oppone a quella come a tutte le altre guerre, dall’altra si proietta in un futuro che vogliamo profondamente diverso e per cui ci battiamo: a un secolo di guerre viste come soluzioni ai conflitti, vogliamo proporre una via alternativa di interventi civili di pace: invitati tutti coloro, che pur con errori e imperfezioni, talvolta con ingenuità, provano sul campo questa alternativa. Sappiamo benissimo che l’”incidente” (va bene chiamarlo così?) di Sarajevo del 1914 è stato solo il pretesto per scatenare la prima guerra mondiale, che ebbe tutt’altre cause che solo in parte avevano a che fare con le questioni balcaniche; ciò è non solo ben chiaro a noi, ma largamente accettato dalla storiografia sia pacifista che non.


Noi non vogliamo assolutamente addentrarci in discussioni politico storiografiche, né vogliamo organizzare un simposio sulla prima guerra mondiale.

Sappiamo bene, anche, che certe ferite, quelle recenti delle guerre che tra il 1991 ed il 1999 hanno accompagnato il disfacimento della Jugoslavia, non certo quelle di 100 anni fa, sono tuttora profonde da quelle parti, e sono ancora aperte e “sanguinanti”. E’ possibile che chi sta preparando l’evento di Sarajevo non si sia reso pienamente cosciente di quanto, anche una semplice parola al posto di un’altra, possa provocare diffidenze e riaccendere risentimenti. Compito però dei pacifisti in generale e dei nonviolenti in particolare, in occasioni come queste, dovrebbe essere quello di gettare ponti, non di lasciarsi avviluppare dalle contese nazionalistiche locali, come invece si evince dal tuo intervento, che sembra assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo. Il tuo intervento è ospitato tra l’altro, in un sito Web che non mi sembra molto alla ricerca di dialogo.

Se tu, grazie anche al fatto di lavorare con organizzazioni di società civile serbe, hai rilevato alcuni errori, che, nella preparazione dell’evento di Sarajevo 2014, possano essere discriminanti nei confronti dei Serbi, o di qualunque altra parte, è giusto che tu lo faccia presente. Ed è auspicabile che porti questa tua sensibilità al servizio della preparazione di quest’evento; proprio perché l’intenzione è di favorire un confronto tra tutte le realtà che si richiamano alla pace e, possibilmente, alla nonviolenza. Ci chiediamo infatti quale sia il ruolo degli operatori di pace: quello di promuovere il dialogo o quello di boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole?

Sperando che questa nostra possa servire a riprendere una collaborazione e che si porti in quelle terre martoriate un messaggio di pace, ti inviamo un caro saluto


Il consiglio nazionale del MIR

sabato 19 ottobre 2013

Per un Dialogo di Pace tra Religioni e Culture il 24 Ottobre al CEICC, Napoli

in occasione del 24 ottobre, giornata mondiale delle nazioni unite,

una riflessione sul valore e il senso del dialogo tra religioni e culture:

abdallah massimo cozzolino, imam, direttore della moschea di napoli
. associazione zayd ibn thabit

simion desrobitu, reverendo, 
chiesa ortodossa romena di s. giovanni il nuovo di suceava

luciano tagliacozzo, biblista, 
studioso di poesia ebraica
. associazione amicizia ebraico-cristiana 

introduce:
gianmarco pisa,
istituto italiano di ricerca per la pace -
rete corpi civili di pace

modera:
ottavio di grazia,
docente di culture identità e religioni, 
università s. orsola benincasa di napoli

saluti istituzionali:
clara degni,
comune di napoli


Giovedì 24 Ottobre 2013: ore 17.00

CEICC - Europe Direct
Via Partenope 36, Napoli