domenica 19 agosto 2018

Kosovo: la tentazione della separazione etnica?

Monumento NEWBORN, per il decennale della indipendenza, Prishtina

I luoghi comuni si moltiplicano, in un agosto in cui i cosiddetti “Balcani Occidentali” sembrano avere riguadagnato la scena; e, in questa cornice, il Kosovo in particolare. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata l’ultima, in ordine di tempo, proprio intorno alle giornate di Ferragosto, ad intervenire sulla questione più sensibile, che pure sembra affermarsi anche nei circoli diplomatici e nelle osservazioni degli analisti: una inedita partizione, magari nella forma di uno «scambio di territori», tra la Serbia ed il Kosovo, per giungere finalmente ad un accordo risolutivo tra le parti.
 
«Per la Germania la ridefinizione dei confini è una questione chiusa, quindi come andare contro questa posizione? È ovvio che ci vorrà molto più tempo di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ciò che qualcuno può aver pensato, che un accordo possa essere raggiunto nel giro di due o tre mesi, è qualcosa da dimenticare». Così ha sintetizzato i termini della questione il presidente serbo, Aleksandar Vučić, che pure era sembrato, negli ultimi tempi, caldeggiare questa ipotesi.
 
Ma cosa si intende per “ridefinizione dei confini”? Mascherata dietro il linguaggio diplomatico e coperta, di volta in volta, da sinonimi ed eufemismi, sia in alcuni passaggi con la stampa, sia in una recente presa di posizione pubblica a Šid, nel nord della Serbia, non distante dalla Croazia, la proposta è stata più volta ribadita, non solo da Vučić, ma  anche da alcuni alti ufficiali del governo serbo; ed è rimbalzata a Prishtina, dove sembra avere trovato alcuni tra i leader albanesi kosovari, e in primo luogo il presidente stesso della regione separatista, Hashim Thaçi, non contrari.
 
Qualche tempo fa, la premier serba Ana Brnabić, in una presa di posizione pubblica, aveva precisato quale dovrebbe essere il carattere di fondo di una soluzione di compromesso equilibrata, capace di spianare la strada ad un accordo tra Belgrado e Prishtina: tutti dovranno poter ottenere qualcosa, ciascuno dovrà cedere qualcosa. È impensabile un accordo in cui l’una o l’altra delle due parti possa ambire ad ottenere il 100% di ciò che pretende. È da lì che sia il presidente serbo, sia, in maniera più netta, la leadership albanese kosovara, hanno iniziato a porre l’accento sull’esistenza di «linee rosse», dei limiti invalicabili, o conditio sine qua non, nel quadro delle trattative in corso.
 
Una piena indipendenza “di fatto”, senza il riconoscimento ufficiale della sovranità del Kosovo, è il punto di vista di Belgrado. Riconoscimento pieno dello stato kosovaro e adesione a tutte le organizzazioni internazionali, secondo, invece, il punto di vista di Prishtina. Mediati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea a Bruxelles, i dialoghi diplomatici tra serbi e albanesi kosovari non stanno dando, tuttavia, i frutti sperati; anzi, gli ultimi incontri nel mese di luglio, prima dei prossimi, forse già a settembre, sono stati definiti i più difficili degli ultimi tempi.
 
I «luoghi comuni» non sono finiti, se è vero che, in una recente conferenza presso l’Hotel Moskva, nel cuore della capitale, Belgrado, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, ha sottolineato come proprio un certo cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense sia stato tra i presupposti dell’apertura della nuova opzione, quella relativa alla “ridefinizione dei confini”: gli Stati Uniti hanno sempre considerato “chiusa” la questione kosovara con la proclamazione dell’indipendenza (dieci anni fa, il 17 febbraio 2008); adesso sembrano più propensi a disinnescare il «pilota automatico» e più aperti ad una soluzione alternativa raggiunta direttamente da Belgrado e Prishtina.
 
Purché non sia una soluzione che scoperchi per l’ennesima volta il «vaso di Pandora»: lo scambio di territori cui si sta guardando rischia di essere pericoloso e minaccia di scatenare una reazione a catena di portata regionale. Si tratta, infatti, di uno scambio di territori per linee etniche: i confini sarebbero ritracciati in modo che rientrerebbero sotto la piena sovranità serba i distretti a maggioranza serba del Kosovo settentrionale (tra Leposavić, Zvečan, e Zubin Potok, fino a Kosovska Mitrovica), mentre al Kosovo verrebbe assegnata l’estrema parte sud-orientale della Serbia, la zona, a maggioranza albanese, della valle di Preshevo, con le municipalità di Bujanovac, Medvedja, e la stessa Preshevo.
 
D’altra parte, come ha scritto Gordana Filipović, «due decenni dopo la disintegrazione della ex Jugoslavia, nel conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, riscrivere i confini rischierebbe di destabilizzare una regione ancora alle prese con gravi tensioni tra i vari gruppi», serbi, albanesi, croati, bosniaci, macedoni. La Republika Srpska potrebbe rivendicare la separazione dalla federazione croato-musulmana cui è “unita” nel contesto, anche questo nato da una riscrittura post-bellica dei confini, della Bosnia Erzegovina. La Macedonia, ancora alle prese con la disputa con la Grecia sul proprio nome, è popolata da una forte componente albanese, non insensibile al richiamo separatista. 
 
Perfino la parola “guerra” sembra, purtroppo, tornare in auge. Contrario all’apertura mostrata da Thaçi nei confronti della proposta sui confini, il premier albanese kosovaro, Ramush Haradinaj, si è spinto al punto da dichiarare che la guerra ha sancito questi confini, e solo una nuova guerra potrà definirne di nuovi. Nessuno sembra o vuole ricordare che un accordo di principio tra le due capitali è già stato siglato: risale al 19 aprile 2013, lascia intatti i confini, definisce lo status del Kosovo senza un suo riconoscimento ufficiale ed esplicito da parte della Serbia, prevede, all’interno dei confini kosovari, la formazione di una comunità dei comuni serbi, sulle dieci municipalità a maggioranza serba della regione, dunque non solo i distretti del Nord del Kosovo, dotata di sostanziale autonomia. 

Potrebbe essere il viatico per risolvere la questione in maniera costruttiva, nel senso che, citando Daniel Serwer della John Hopkins University, «se la Serbia e il Kosovo vorranno essere stati democratici e membri dell’UE, dovrebbero lasciare le loro minoranze nazionali entro i confini esistenti». Ed ovviamente, impegnarsi lungo la strada di un accordo reciprocamente accettabile, e nella tutela dei diritti di tutti, in particolare delle minoranze nazionali. Dovremmo davvero lasciarci alle spalle gli incubi degli “stati etnici”. Ma non sembra sia ancora, purtroppo, arrivato il momento. 

Linkto: ildialogo.org
 

sabato 4 agosto 2018

Contro il revisionismo e il negazionismo. Il caso Nedić

I «Tre Pugni», simbolo del notevole Memorial Park di Bubanj, a Nis, nel sud della Serbia,
in memoria dei caduti negli eccidi nazisti in Serbia tra il 1942 e il 1944
e della Lotta di Liberazione della Jugoslavia
(Foto di Gianmarco Pisa, Missione in Serbia, 09-20 Luglio, 2018)

L’Alta Corte di Belgrado, con una decisione assunta lo scorso 11 luglio, ma resa pubblica solo alla fine di luglio, ha respinto la richiesta di riabilitazione che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei proponenti, portare all’annullamento del decreto delle autorità jugoslave dell’epoca, in base al quale Milan Nedić fu dichiarato «nemico del popolo» e conseguentemente privato dei diritti politici e delle proprietà private. Si tratta del decreto assunto dalle autorità della Jugoslavia post-bellica, che si incamminava lungo il cammino del socialismo jugoslavo, un esperimento che si sarebbe poi rivelato interessante ed inedito nella storia del socialismo realizzato, e che aveva conquistato la propria libertà a seguito di una eroica lotta di resistenza partigiana, una delle più impressionanti in Europa, contro gli occupanti nazisti e i collaborazionisti locali. 

I proponenti avevano avanzato la richiesta di riabilitazione riferendosi alle decisioni delle autorità jugoslave come «infondate» dal punto di vista giuridico e amministrativo, ritenendo, di conseguenza, che la condanna del generale collaborazionista sarebbe stata decisa esclusivamente in forza di una decisione politica e per ragioni eminentemente ideologiche. Insomma, nella domanda era contenuto, implicitamente, anche il tentativo di una riabilitazione revisionistica, che puntasse a fare passare Milan Nedić come “vittima”, ingiustamente privato della libertà e sottoposto a processo politico. Peraltro, la decisione della corte giunge ad esito di un iter giudiziario lungo ed articolato, se è vero che il procedimento per la riabilitazione di Nedić è stato avviato, ormai, dieci anni fa, nel 2008, e che le udienze innanzi alla corte, alla presenza del pubblico, hanno avuto inizio solo verso la fine del 2015, trovando, peraltro, subito eco sulla stampa nazionale.

Non c’è dubbio, per la forma e per la tempistica, che l’intera operazione rappresenti un tentativo di riabilitazione postuma e si inscriva nel contesto di «revisionismo diffuso» nel dibattito e nella letteratura storiografica dei Paesi della ex Jugoslavia dopo la fine dell’esperienza socialista e la disgregazione della federazione multinazionale. Non si tratta peraltro di un caso isolato, non solo nell’Europa dell’Est, quando il venire meno delle esperienze di democrazia popolare e di provenienza antifascista, unito alla generale trasformazione che quei Paesi andavano affrontando e all’affievolirsi della memoria pubblica intorno agli eventi della resistenza, della liberazione e delle trasformazioni sociali post-belliche, ha dato nuova linfa a tentativi di ridefinizione delle memorie e riscrittura della storia, spesso ad uso e consumo delle nuove élite.

Lo stesso Milan Nedić è stata una delle figure più controverse della storia serba contemporanea: politico e generale, già nel 1941 fu nominato presidente del cosiddetto “Governo di Salvezza Nazionale” della Serbia, vale a dire il «governo fantoccio» delle autorità naziste d’occupazione del Paese, che avrebbe dovuto allineare il governo e l’amministrazione del Paese alle decisioni dell’Asse, sostenendone in particolare lo sforzo bellico, le campagne di occupazione e di aggressione, le deportazioni e lo sterminio. Ciononostante la sua figura è divenuta paradossalmente controversa negli anni Novanta e in particolare nel corso degli anni Duemila, quando nel dibattito pubblico sono comparse anche posizioni inclini a considerare Nedić non tanto un «nemico del popolo», criminale o traditore, quanto piuttosto un patriota, che ha difeso l’integrità della Serbia e ha combattuto per gli interessi del popolo serbo sotto occupazione della Germania nazista.

È ovviamente, come capo del governo serbo nel corso dell’occupazione, corresponsabile di attività legate alla Shoah, all’istituzione di campi di concentramento e della persecuzione di ebrei, comunisti e antifascisti. Né di poco conto il fatto che, all’indomani della liberazione della Serbia, si ritirò con i Tedeschi in Austria, cercando di organizzare anche una resistenza nazionalista alla nuova Jugoslavia socialista. Arresosi agli Alleati, fu consegnato alle nuove autorità jugoslave; condotto in arresto nel gennaio del 1946, si è suicidato, il 4 febbraio, prima che fosse aperto il processo per collaborazionismo, crimini di guerra e contro l’umanità.

Il direttore del Centro Simon Wiesenthal, Efraim Zuroff, a tal proposito, ha ricordato che il ruolo svolto da Nedić, come primo ministro dello “stato quisling” che ha servito gli interessi del Terzo Reich in Serbia, è di per sé una ragione sufficiente per respingerne la riabilitazione. Secondo quanto ha riportato la stampa, «l’inerzia di fronte all’esigenza di salvare serbi ed ebrei è una prova evidente della sua gravissima responsabilità nell’aver accettato di guidare un “governo fantoccio” che ha tradito i cittadini della Serbia» e ha servito gli interessi del Reich. 300.000 i serbi uccisi, 80.000, tra questi, nei campi di concentramento, nel corso della guerra mondiale e della occupazione della Serbia. Non meno di un milione e mezzo i morti jugoslavi nel corso della guerra, almeno 300.000 i partigiani di Tito caduti per la liberazione del Paese.

sabato 2 giugno 2018

L'impegno dei Corpi Civili di Pace

Fonte, Wikimedia Commons


«Operatori di Pace e prevenzione dei conflitti armati: l’impegno dei Corpi Civili di Pace»

Il 29 Maggio è una data importante, di valenza internazionale, per il lavoro degli operatori e delle operatrici di pace. Il 29 Maggio è, infatti, la «Giornata Mondiale dei Peacekeeper», istituita dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con Risoluzione 57/129 del 2003. Le Nazioni Unite hanno scelto questa data, altamente simbolica, perché il 29 Maggio del 1948 fu inaugurata la prima missione di peacekeeping delle Nazioni Unite: la storica missione UNTSO (la United Nations Truce Supervision Organization), per il rispetto del cessate il fuoco in Palestina.
 
La Risoluzione 50 (1948) del Consiglio di Sicurezza, varata proprio il 29 Maggio del 1948, istituiva, infatti, la missione UNTSO allo scopo di monitorare la tregua con l’impiego di mediatori delle Nazioni Unite assistiti da un’equipe di militari con il ruolo - esclusivamente - di osservatori. Dal 1948 si sono svolte 70 missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e oggi sono attive 15 missioni in 4 continenti. Dal 1948 centinaia di migliaia di persone sono state impegnate nelle missioni ONU; oggi, 15 mila sono i civili e 90 mila i militari impegnati in tali missioni. Sono più di 3500 i peacekeeper che hanno perso la vita in missione. L’impegno degli operatori e operatrici di pace, in particolare degli operatori e operatrici nonviolenti, è sempre più importante, in un mondo lacerato da escalation di tensione e precipizi di violenza.
 
Il «peacekeeping» è uno strumento importante, a disposizione delle Nazioni Unite, per accompagnare o sostenere gli sforzi necessari alla cessazione del conflitto, alla supervisione delle linee di tregua e alla definizione dei presupposti per la difficile transizione dalla guerra alla pace. Nella loro odierna «configurazione multidimensionale», i e le peacekeeper sono impegnati in diversi compiti: non solo mantenere la pace e la sicurezza, ma anche proteggere i civili, facilitare i processi di transizione, fornire assistenza nelle operazioni di disarmo, smobilitazione e reintegro degli ex combattenti, e fornire assistenza e supporto ad altri compiti più propriamente di «costruzione della pace», come sostenere i processi costituzionali e la riforma dello stato di diritto, supportare l’organizzazione del processo elettorale e il monitoraggio elettorale, proteggere e tutelare i diritti umani.
 
È tipico del «peacebuilding», infatti, agire in senso preventivo, della violenza e della guerra, e pro-attivo, per consolidare le condizioni per una pace sostenibile e duratura. Il peacebuilding è infatti uno strumento necessario per consentire a popoli e stati di superare il conflitto, prevenire il rischio di una ulteriore precipitazione nella violenza e nella guerra, porre le fondamenta per costruire pace positiva e sviluppo sostenibile. I compiti, tipicamente civili, delle operazioni di peacebuilding vanno infatti dalla ricostruzione della fiducia al ripristino delle relazioni sociali, dalla facilitazione della comunicazione alla promozione sociale, dall’educazione alla pace e alla nonviolenza alla tutela e promozione dei diritti umani, al sostegno agli operatori e alle operatrici di pace in zona di conflitto e di post-conflitto.
 
Si tratta di un impegno faticoso, spesso non adeguatamente supportato, e, al tempo stesso, estremamente rischioso. Per questi motivi e su queste tematiche, è in programma a Vicenza, martedì 29 Maggio, 2018, con inizio alle ore 18.30, presso la “Casa per la Pace”, in Via Porto Godi, 2, un confronto pubblico sul tema «Operatori di Pace e prevenzione dei conflitti armati: l’impegno dei Corpi Civili di Pace», con i contributi di Francesco Ambrosi, del MIR/IFOR Nazionale e di Vicenza, di Matteo Soccio della Casa per la Pace vicentina, e Gianmarco Pisa, IPRI - Corpi Civili di Pace. L’incontro, occasione anche di presentazione del volume di Gianmarco Pisa, «Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza», edito da Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2017, a partire da una ricerca-azione sul campo, dedicata ai luoghi della memoria e ai patrimoni culturali per la pace, è anche l’opportunità per riflettere sulle dimensioni del simbolico, luoghi, culture e narrazioni, nel «lavoro di pace».

lunedì 21 maggio 2018

Memorie e Culture per la Pace e la Convivenza

Museo Etnologico "Emin Gjiku", Prishtina, Kosovo (Foto di G. Pisa)

Nel “lavoro di pace” e, nello specifico, nei processi di trasformazione del conflitto e di ri-composizione post-conflitto, il complesso delle forme e delle dinamiche che appartengono all’universo culturale assume un’importanza, sebbene spesso sottovalutata o non colta appieno, rilevante e significativa. Spesso distorta per alimentare ostilità e conflitto, la sfera culturale può costituire, infatti, un potente fattore di soggettivazione e di legame, tanto negli aspetti materiali, espressi intorno a luoghi ed oggetti fisici del patrimonio culturale, quanto intorno ai patrimoni immateriali, intangibili, “fatti” di narrazioni e simboli, figure ed eventi, celebrazioni e pratiche rituali.

Il riconoscimento dei giacimenti culturali e la valorizzazione dei luoghi della memoria, che, a propria volta, costituiscono punti di sedimentazione delle memorie collettive, assurgono a occasioni preziose, contro l’oblio e lo spaesamento, per costruire pace e condivisione. Sul terreno culturale si gioca, infatti, il confronto delle identità, multiple e cangianti, e si dipana la sfida del superamento dei conflitti etno-politici. Nello scenario europeo e mediterraneo, spazio continuo di conflitti e di attraversamenti, i Balcani, nucleo e limes d’Europa, esprimono polifonie di voci e di culture, ricche di potenziali di pace, e riverberano possibilità di inclusione e di convivenza. Riprendendo Johan Galtung, infatti: «Condividere insieme l’arte di una cultura dopo l’altra può già costituire una costruzione della pace; e ancor di più esporsi all’arte che crea essa stessa ponti tra le culture. Essi riconosceranno i propri temi, e la loro armonia con le altre culture può diventare quella tra le culture».

I luoghi del patrimonio culturale, materiale e immateriale, i beni di rilevante interesse storico e culturale, paesaggistico e archeologico, i luoghi della memoria, nell’orizzonte delineato dalla Carta UNESCO e nella prospettiva del «culture-oriented peace-building», vale a dire della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace lungo i percorsi individuati dalla «convergenza tra le culture», attraverso il Mediterraneo, irradiano per il futuro, nei Balcani, nel Kosovo post-conflitto, messaggi di trasformazione, di convivenza e di giustizia. Come indica Lisa Schirch, tra gli altri, la sfera culturale può, infatti, consentire «all’“impossibile” di divenire “reale” in quanto le persone possono generare un contesto unico in cui, anche se solo temporaneamente, simboli, messaggi sensibili ed emozioni espresse riescono a comunicare ciò che le parole, da sole, non possono».

Nei termini in cui si esprime la Carta UNESCO, in effetti, «una pace basata esclusivamente sugli accordi politici ed economici tra governi non è una pace che possa godere del sincero, unanime e duraturo supporto dei popoli del mondo, laddove, al contrario, la pace deve essere fondata, se non intende fallire, sulla piena solidarietà, morale e intellettuale, dell’umanità». Sicché, come recita l’art. 1, «scopo dell’UNESCO è contribuire alla pace e alla sicurezza promuovendo la cooperazione tra i popoli, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, al fine di promuovere il rispetto universale per la giustizia e lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali».

Occasione di confronto su queste tematiche, la presentazione del volume “Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza” (Napoli, 2017), Mercoledì 23 Maggio 2018, ore 17.00, Complesso Monumentale di S. Maria la Nova, Napoli, con gli interventi di Elena Coccia, Consigliera Delegata al Patrimonio Culturale, Città Metropolitana di Napoli; Amarilis Gutierrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela; Immacolata Caruso, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, ISSM - CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Dorotea Giorgi, femminista, Casa Internazionale delle Donne, Trieste; Maria Teresa (Maite) Iervolino, anglista e boemista, mediatrice culturale; Manuela Marani, esperta di sviluppo territoriale e di cooperazione decentrata; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata, Università “L’Orientale”, Napoli. L’iniziativa ha il patrocinio morale della Città Metropolitana di Napoli e dell’Osservatorio Permanente per il Centro Storico di Napoli Sito UNESCO. 


giovedì 22 marzo 2018

Kosovo: quando la guerra «ferma» il tempo


Foto di Arben Llapashtica, via Wikimedia Commons


Sembra incredibile, ma le cose stanno così: tutti gli orologi attivati da rete elettrica in Europa, come ad esempio, ma non solo, gli orologi delle radio-sveglie, dei forni elettrici, del riscaldamento elettrico, sono sistematicamente in ritardo, accusano cioè un ritardo, che si è progressivamente accumulato a partire dal gennaio di quest’anno, che ammonta adesso a circa sei minuti. 

La spiegazione più immediata sta in una “irregolarità” nella frequenza della rete elettrica europea, come ha confermato un comunicato emesso lo scorso 6 marzo dalla ENTSOE, la Rete Europea degli Operatori dei Sistemi di Trasmissione dell’Elettricità, vale a dire la rete degli operatori di rete elettrica attivi nel cosiddetto «Continental European Power System», un’area comune di frequenza elettrica sincronizzata, che abbraccia 25 Paesi e che si estende dalla Spagna alla Polonia e dai Paesi Bassi alla Turchia. Qui, dalla metà del gennaio 2018 – riporta il comunicato – «si sta verificando una continua deviazione nella frequenza di sistema rispetto al valore principale di 50 Hz». 

Perché questo scostamento sia così significativo e possa avere effetti così paradossalmente rilevanti, è lo stesso comunicato a spiegarlo, quando specifica che un sistema elettrico sincronizzato è un sistema ad ampio raggio (in termini tecnici, una griglia di elettricità) che copre diversi Paesi che operano sulla base di una frequenza sincronizzata e che è tenuta insieme, sotto il profilo elettrico, in normali condizioni di sistema. Nell’Europa continentale, tale frequenza sincronizzata è pari a 50 Hz. 

Tuttavia «affinché il sistema funzioni correttamente, la frequenza non può essere inferiore a 47.6 Hz. e superiore a 52.4 Hz. Ai valori-limite di 47.5 Hz. (sotto-frequenza) e di 52.5 Hz. (sovra-frequenza) i dispositivi collegati si disconnettono automaticamente. La frequenza media a partire da metà gennaio del 2018 sino ad oggi è stata di 49.996 Hz.» inferiore ai 50 Hz. della frequenza media di sincronizzazione. Questo determina il ritardo. 

Vi è un ammanco di energia attualmente pari a 113 GWh. La conseguente riduzione della frequenza sotto i 50 Hz. provoca un ritardo, oggi pari a sei minuti, in tutti gli orologi alimentati dall’energia elettrica nel continente europeo. Ma cosa ha determinato questo vero e proprio, sorprendente, «rallentamento del tempo»? 

«Le deviazioni di potenza» – spiega il comunicato della ENTSOE – «hanno origine nella zona di controllo denominata Serbia, Macedonia, Montenegro (SMM) e, in particolare, in Kosovo e Serbia». E la questione, che a prima vista sembrava ascrivibile a mere motivazioni “tecniche”, finisce per avere invece risvolti e ragioni ben più profonde, politiche: «I disaccordi politici che contrappongono le autorità della Serbia e del Kosovo hanno determinato questo impatto sull’elettricità. Se non sarà trovata una soluzione a livello politico, il rischio di tale deviazione potrà permanere». 

Da quanto si apprende, infatti, proprio a partire dalla metà del gennaio di quest’anno, il Kosovo ha iniziato a consumare più elettricità di quanta ne produce, in relazione ai parametri di produzione e di consumo stabiliti e regolati a livello europeo. Questo ammanco di energia non è stato ripianato e, pertanto, dal momento che il sistema elettrico europeo è interconnesso e i valori regolati in maniera tale da coinvolgere tutti i Paesi connessi nella rete, l’ammanco ha causato un geometrico «effetto domino» da un capo all’altro del continente. 

Come è stato riferito dalla stampa, se vi è uno squilibrio da qualche parte, questo si riverbera sulle altre parti; se vi è una riduzione, questa porta a una lenta diminuzione della frequenza. E così, a cascata, la mancata soluzione dei problemi del Kosovo e lo stallo negli accordi tra Belgrado e Prishtina, ha finito per riverberarsi sul continente. 

Che la controversia richieda una soluzione di natura politica, lo dimostra il tenore delle reciproche accuse tra autorità serbe e kosovare: l’operatore elettrico serbo ha precisato che, nei mesi di gennaio e febbraio, le autorità kosovare hanno prelevato, senza autorizzazione, energia elettrica dall’area continentale europea di sincronizzazione, determinando quindi l’ammanco, la riduzione di frequenza, e il ritardo negli orologi; viceversa, dall’operatore elettrico kosovaro hanno riconosciuto che energia elettrica sia stata stornata nel Kosovo settentrionale, fuori dal controllo delle autorità centrali kosovare, e tuttavia quei consumi elettrici non sono stati pagati all’ente elettrico. 

Il Nord del Kosovo, a maggioranza serba e legato a Belgrado, è in ampia misura fuori dal controllo delle autorità centrali, a maggioranza albanese, del Kosovo. Anche questa situazione è figlia di una controversia politica: Belgrado e Prishtina hanno pattuito un Accordo sull’Energia nel 2015 finalizzato alla costituzione, da parte dell’ente elettrico della Serbia, di una propria controllata per la fornitura dell’energia elettrica in Kosovo, per le municipalità a maggioranza serba della regione; ma l’accordo non è stato implementato, la compagnia prevista non è stata ancora registrata e autorizzata, e le autorità kosovare mostrano, nel migliore dei casi, una certa “indolenza”, nell’implementazione di questi accordi, finalizzati, con altri, alla normalizzazione delle relazioni tra le due “capitali”. 

Il primo accordo di principio per la normalizzazione delle relazioni risale, ormai, al 19 Aprile 2013, l’epoca dei famosi, storici, Accordi di Bruxelles, o Brussels Agreement. Quasi cinque anni di ritardi. E sei, incredibili, minuti.

lunedì 26 febbraio 2018

Un centro culturale serbo a Prishtina, Kosovo

Saint Nicholas Church, Prishtina, Kosovo, by Eraalickaj, commons.wikimedia.org/wiki/File:Saint_Nicholas_Orthodox_Church_in_Prishtina,_Kosovo.JPG


Apre a Prishtina, con l’obiettivo dichiarato di preservare la cultura, i costumi e le tradizioni della comunità serba del Kosovo, che oggi ammonta a non più di una trentina di persone in città, il Centro Culturale Serbo, nei locali della Chiesa di San Nicola, nel centro storico del capoluogo kosovaro, poco distante dal Museo Etnografico Emin Gjiku. La stessa Chiesa di San Nicola rappresenta, peraltro, un «luogo della memoria» per i Serbi della città e della regione. 

La Chiesa, infatti, è stata più volte presa di mira e ripetutamente attaccata dal 2002 in avanti; durante i numerosi attacchi l’ingresso principale è stato danneggiato e le finestre sono andate distrutte. Si tratta di una piccola, storica, chiesa, costruita nel 1830 sulle fondamenta del vecchio monastero serbo-ortodosso di San Nicola, ed è legata a una, tuttora presente sebbene sempre più remota, «memoria collettiva» dei Serbi del Kosovo, dal momento che è l’ultima chiesa serbo-ortodossa rimasta attiva nel capoluogo kosovaro fino ai pogrom anti-serbi del marzo 2004, che finirono col cancellare le ultime tracce di presenza serba in città. Restaurata grazie anche a fondi UE, è rientrata in funzione solo nel 2010.
 
In occasione della storica apertura è stata inaugurata, nei locali del centro culturale, una mostra di fotografie e cartoline sul tema della «Vecchia Prishtina» e una mostra di opere pittoriche. «I pittori serbi oggi sarebbero felici di essere qui con noi, nella città in cui hanno vissuto, creato, esposto le loro opere. Molti di loro hanno organizzato atelier e hanno visto distruggere le loro composizioni. Questa mostra, attraverso la loro creatività, segna il ritorno simbolico degli artisti serbi in città», questo il commento, riportato dagli organi di informazione, dello storico dell’arte Nebojša Jevtić. 

Il Centro Culturale Serbo, che intende organizzare per il futuro dibattiti e mostre, incontri e conferenze, è stato aperto per offrire un punto di riferimento culturale per tutti i serbi del Kosovo, come ha riferito il vescovo della diocesi di Raška e Prizren, Teodosije, che ha partecipato all’inaugurazione e benedetto i locali dello spazio culturale. «Per riunire le persone in amore, unità e armonia», sono state le sue parole. E ancora: «Per promuovere e preservare ciò che è sacro e degno, ciò che i nostri antenati hanno creato e consegnato a noi, e che noi stessi, a nostra volta, siamo chiamati a mantenere e preservare per le future generazioni. Per inviare da qui un messaggio di pace e di unità».
 
All’apertura del Centro Culturale hanno partecipato il vice direttore dell’Ufficio Serbo per il Kosovo, Dušan Kozarev, il Segretario di Stato del Ministero dell’Economia, Branimir Stojanović, il sindaco di Gračanica. «Questo è un pezzo simbolico nel grande mosaico del ritorno della presenza serba a Prishtina», ha riferito alla stampa locale Dušan Kozarev. Ha aggiunto che oggi il popolo serbo lotta per gli stessi valori del 1804, quando ha combattuto per la giustizia, l’onestà, la verità, chiaro riferimento, storico e  simbolico, alla prima rivolta serba, scoppiata proprio nel 1804 e proseguita sino al 1813, quando i serbi insorsero contro l’oppressione ottomana, e «il diritto ad una vita normale per tutti». 

«Questo è un luogo simbolico nel grande mosaico del ritorno dei serbi a Prishtina», aggiungendo, ancora con toni evocativi, «i serbi mancano a Prishtina e Prishtina manca ai serbi. Prishtina non è Prishtina senza la presenza serba e la cultura serba». Il Centro Culturale Serbo a Prishtina si propone dunque di essere un luogo di incontro e di scambio, non solo del popolo serbo, ma anche con le comunità vicine, «con tutti i vicini, indipendentemente dal loro nome e cognome» e con ospiti e amici provenienti da tutto il mondo.
 
Nella Chiesa di S. Nicola si è tenuta anche una celebrazione in occasione della festa della Candelora, con la benedizione delle candele, che celebra la festività della presentazione al Tempio e la festa della Luce. Anche qui si riscontra una tradizione “orientale”: la festa ebbe origine in Oriente con il nome di «Ipapante», vale a dire «Incontro». Soprattutto nella Gallia, a partire dal VI secolo, si caratterizzò per la solenne benedizione e per la processione delle candele (da cui la designazione di festa delle Luci) che ha dato il nome alla festività.

domenica 18 febbraio 2018

Una voce da Terezín

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Presentazione del libro: 
Una voce da Terezín. Miriam e altri racconti di Ivan Klíma, ed. Mephite;  
Napoli, 2 Febbraio 2018 

Una suggestiva iniziativa culturale ha avuto luogo, lo scorso venerdì 2 febbraio, per l’intero pomeriggio, presso i locali della meravigliosa chiesa settecentesca di S. Tommaso a Capuana, nella zona dei Tribunali, a Napoli, ospitata dalla associazione di volontariato «Sisto Riario Sforza», dedita alla realizzazione di uno studio medico volontario e autogestito per gli indigenti e al sostegno agli ultimi e ai più poveri della società. 

Introdotta dalla presentazione, della bellezza del luogo e delle attività della associazione, a cura del presidente, il dott. Modestino Caso, si è tenuta infatti la presentazione della raccolta di racconti di Ivan Klíma, curati e tradotti dalla dott.ssa Maria Teresa Iervolino, accompagnata, nella presentazione, dalle relazioni di Aristide Donadio, insegnante, e Gianmarco Pisa, operatore di pace, IPRI - Corpi Civili di Pace. 

L’iniziativa è stata anche la preziosa occasione per commemorare la Giornata del 27 Gennaio, Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime della Shoah e del genocidio perpetrato dai nazisti e dai collaborazionisti, in particolare nella Seconda Guerra Mondiale, per riportare all’attenzione dei presenti l’orrore del nazismo e l’unicità del loro disegno di genocidio, di cancellazione delle differenze e di sterminio del popolo ebraico. 

In questo contesto, coerente con il messaggio affinché mai più la barbarie del fascismo, del nazismo e dell’autoritarismo abbia a ripetersi e mai più dittature, colonialismi e genocidi abbiano a manifestarsi in Europa e nel mondo, ha portato i propri saluti alla prestigiosa iniziativa anche la dott.ssa Amarilis Gutierrez Graffe, decano del corpo consolare di Napoli, console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Oggetto del volume, la vicenda, umana e intellettuale, di Ivan Klíma, che, attraverso i testi qui raccolti e tradotti, fornisce la narrazione di un’esperienza vissuta a Terezín, nel campo di prigionia nazista nella Repubblica Ceca, a sessanta chilometri da Praga, dal quale Klíma è sopravvissuto, diventando poi uno degli scrittori più importanti, vincitore del Premio «Magnesia Litera» 2010, del Novecento letterario boemo.

L’evento letterario è stato anche l’occasione per richiamare l’attenzione dei presenti sull’importanza e sul valore della memoria, in particolare della memoria collettiva, come richiamo a un patrimonio condiviso di valori in cui la comunità si riconosce e in cui si costruisce l’identità storica di una popolazione, al valore della resistenza, umana e intellettuale, alla barbarie, al pericolo del ritorno del fascismo sul suolo europeo. 

È stata richiamata e stigmatizzata la recente proposta di legge del parlamento polacco, oggetto di critiche provenienti da diverse parti, che condanna quanti attribuiscano alla Polonia una qualche corresponsabilità per la Shoah, come pure la nota delle autorità croate circa la recente, suggestiva, mostra inaugurata il 25 gennaio presso il Palazzo delle Nazioni Unite a New York, dal titolo «Jasenovac: il diritto di non dimenticare».

Come la Bielorussia, come testimoniato nell’iniziativa, ha perduto il 25% della sua popolazione nella II Guerra Mondiale, la Grande Guerra Patriottica per i popoli sovietici, così anche la Jugoslavia vide perire circa il 10% della sua popolazione nel conflitto mondiale; e nei territori della ex Jugoslavia, in quella che era all’epoca l’entità-fantoccio, collaborazionista, del cosiddetto «Stato Indipendente di Croazia», si consumarono alcuni tra i massacri più efferati della guerra, il cui epicentro furono il regime degli ustaša e il lager di Jasenovac. 

A proposito della Bielorussia, l’evento di presentazione del volume è stato accompagnato dalla esibizione canora del coro «Spadcina» che, sotto la direzione del m° Rosa Montano, si è esibito sia in canti popolari e tradizionali della cultura bielorussa, sia in canti di resistenza e partigiani, in onore e a tributo della lotta di resistenza e dei partigiani caduti, sui diversi fronti della lotta contro il nazi-fascismo, per la libertà. 

Alcuni brani del volume sono stati inoltre letti dalla dott.ssa Sonia Benedetto. L’iniziativa ha avuto, infine, l’adesione da parte della Associazione «Lidia Menapace - Culture e Memorie», anche essa attiva a Napoli, impegnata, coerentemente con lo spirito della serata, per la solidarietà tra i popoli e per la democrazia.

venerdì 8 dicembre 2017

Il patrimonio culturale: un veicolo per la solidarietà e la pace

Martenitza, il tipico ornamento bianco e rosso, che simboleggia la fine dell'inverno e l'arrivo della primavera, foto di Elena Chochkova, CC BY SA 3.0, in: commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9901717

È una conferenza intergovernativa molto importante, quella in corso a Jeju, in Corea, inaugurata lo scorso 4 dicembre e in programma sino al 9 dicembre, chiamata a decidere sulla registrazione, nella lista del patrimonio mondiale UNESCO dell’umanità, di nuove espressioni socio-culturali del patrimonio immateriale. In totale trentatré elementi sono stati inseriti in questa lista e certo la “parte del leone”, negli organi di stampa nazionali, l’ha svolta “l’arte della pizza”, sostenuta dai 3000 pizzaioli napoletani e dalle circa due milioni di firme, a sostegno della candidatura, raccolte in giro per il mondo, che ha rappresentato, in questa sessione, i colori italiani nella lista dell’UNESCO.

Tuttavia, la nostra pizza è solo uno degli elementi e dei patrimoni immateriali il cui valore è stato riconosciuto a livello universale da questa, che senza dubbio passerà alla storia come una delle conferenze intergovernative più interessanti, se consideriamo la pluralità e il significato dei tanti elementi che hanno finalmente fatto il loro ingresso nella lista rappresentativa, vale a dire il registro delle forme di espressione socio-culturale capaci di testimoniare la vivacità e la pluralità del patrimonio immateriale e di suscitare interesse e consapevolezza in ordine alla loro importanza e alla loro tutela. In particolare, l’iscrizione di nuovi elementi, anche nel registro delle forme culturali bisognose di urgente salvaguardia e speciale protezione, sollecita la comunità internazionale a fornire cooperazione e assistenza affinché tali espressioni culturali siano ancora praticate e trasmesse. 

Tra questi elementi del patrimonio a rischio troviamo la “musica llanera” della Colombia e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, amata e ricordata, a suo tempo, anche da Hugo Chavez. I canti popolari del llano consistono di melodie cantate sui temi del lavoro agricolo o pastorale tradizionale, misti talvolta ad elementi magici o religiosi. Trattandosi di canti basati su testi e storie di vita popolare llanera, sono minacciati nella loro sopravvivenza, in relazione alle trasformazioni della vita sociale e familiare, all’urbanizzazione e all’industrializzazione, nonché alle trasformazioni demografiche cui va incontro la società llanera stessa. È l’intera cultura llanera, del resto, ad essere importante in questi contesti, quelli della regione della savana e delle praterie a Nord dell’Orinoco, una cultura che si esprime attraverso un complesso di forme letterarie e musicali, quali la danza dello joropo, con i suoi strumenti, il cuatro (la chitarra a quattro corde), la bandola, il furruco.

Un importante riconoscimento, tra i Paesi della regione, è stato assegnato a Cuba, che ha visto l’arte del “punto” iscritta nel patrimonio mondiale immateriale. Il punto è la musica e la poesia popolare degli agricoltori cubani, basata su una melodia sulla quale il cantante o il musicista improvvisa una o più strofe impostate su un tema ritmico riconoscibile. È un fattore centrale del patrimonio culturale tradizionale cubano, soprattutto in quanto da’ forma, esprime e veicola l’identità delle comunità che lo praticano, e si trasmette sia in maniera informale sia attraverso programmi di insegnamento dedicati.

Suoni e colori, peraltro, non si fermano alla soglia dei Caraibi. La Festa di Marzo, festa della primavera, diffusa, in particolare, in Macedonia, Bulgaria, Romania e Moldova, ma ampiamente praticata in tutta la regione balcanica e carpatica, è associata, in queste regioni, al primo giorno di marzo, e riguarda l’insieme delle tradizioni atte a celebrare l’inizio della primavera. Le pratiche socio-culturali principali riguardano, ad esempio, il fatto di indossare abiti e tessuti bianchi e rossi come simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera, ma anche gli incontri che attraversano le famiglie e coinvolgono la comunità, rappresentando, in tal modo, un fattore coesivo, di creatività e di interazione, sociale e con la natura, veicolando, in maniera informale, la continuità della pratica. 

Legata alla primavera è anche la Festa di Ederlezi, molto sentita in tutti i Balcani, sopratutto in Serbia e in Macedonia, ma anche in Turchia, con il nome di Hıdrellez. Essa ha luogo il 6 maggio, giorno della festività di S. Giorgio secondo il calendario ortodosso, che corrisponde al Djurdjevdan serbo, appunto Ederlezi in romanì e Hıdrellez in turco. Essendo la festa della primavera, rappresenta, anche nelle culture rom, la festa del risveglio della natura e, per estensione, della continuità della vita, cui, del resto, lo stesso simbolo, la ruota della vita, presente sulla bandiera rom, fa riferimento. Essendo una festa riconosciuta e condivisa a carattere trans-nazionale, è spesso anche l’occasione di incontri tra le comunità, è talvolta festeggiata insieme, ed è un potente veicolo di dialogo inter-comunitario. Nell’occasione della festa, si tengono, in tutti i Paesi della regione, eventi e rituali legati alla natura, anche come buon auspicio per la protezione del bestiame e la tutela dei raccolti.

Ancora nei Balcani, l’UNESCO ha registrato nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità anche due forme musicali, il kolo serbo ed il rebetiko greco. Il Kolo serbo è la danza popolare di gruppo tipica della Serbia, sebbene sue forme e varianti si trovino in tutta la regione che va dalla Croazia al Montenegro, e viene danzata in cerchio, con i danzatori che si tengono per le braccia, in modo da formare una catena danzante. È la danza che tipicamente accompagna feste e celebrazioni e svolge una importante funzione sociale, di connessione e di relazione, coinvolgendo i membri della comunità, rappresentando inoltre l’elemento veicolare di un patrimonio più ampio, che comprende anche i costumi tradizionali che, in occasione delle celebrazioni, i danzatori indossano, e gli strumenti tradizionali, quali la fisarmonica, la frula (flauto) e la šargija. Anche quest’ultima è un patrimonio trans-nazionale: corrisponde, infatti, al bouzouki (greco) ed alla baglama (turca). 

Il Rebetiko greco è l’espressione musicale, attraverso il canto e la danza, tipica delle classi popolari urbane della Grecia e ne esprime, talvolta in maniera ironica, altre volte in forma drammatica, le storie di povertà o di emarginazione. Si articola, oggi, attraverso repertori diffusi e riprodotti in occasione di eventi e manifestazioni di carattere sociale, e viene in genere trasmessa oralmente. Ed infine, dalla Grecia all’Italia, non può mancare il riferimento alla pizza. Quest’ultima entra nel patrimonio mondiale UNESCO sotto forma di «arte del pizzaiolo» ovvero di «arte di fare la pizza», una pratica culinaria ampiamente definita e standardizzata sia in merito alla qualità degli ingredienti sia in relazione al processo di preparazione per fasi, fino alla cottura nel forno a legna. La pratica è originariamente (e tipicamente) napoletana, ammantata di storie e racconti, ampiamente diffusa, in una infinità di varianti, in tutto il mondo, ed è continuamente praticata, a partire dai tremila pizzaioli napoletani, giocando un ruolo notevole quanto a socializzazione e trasmissione inter-generazionale. 

Ovviamente c’è anche molto altro tra gli elementi del patrimonio culturale mondiale (una lista completa dei nuovi elementi rappresentativi è visibile sul sito UNESCO); d’altra parte, non c’è dubbio che ogni selezione, legata al contenuto che si intende veicolare, sia di per sé parziale e opinabile. Tuttavia pare chiaro che, anche da questi pochi cenni e da questa assai parziale elencazione, possa risaltare il contenuto importante, sia sotto il profilo sociale sia dal punto di vista culturale, che la protezione del patrimonio culturale immateriale viene ad assumere. Intanto, come indica la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003), esso viene  ad includere l’insieme delle pratiche culturali, rilevanti per le comunità, che non si condensano solo in oggetti fisici e che si trasmettono, lungo le generazioni, attraverso pratiche sociali e relazionali. 

Più precisamente, in base all’art. 2 della Convenzione, «per “patrimonio culturale immateriale” si intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti, i luoghi e gli spazi culturali associati ad essi, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in relazione al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. [Ai fini della Convenzione] si terrà conto di tale patrimonio immateriale nella misura in cui è compatibile con gli strumenti esistenti in materia di diritti umani e con le esigenze di rispetto reciproco fra comunità, gruppi e individui, e di sviluppo sostenibile». 

La sua rilevanza sociale, come bene mette in luce, in premessa, la Convenzione, è fuori discussione: da un lato, essa riconosce «l’importanza del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore principale della diversità culturale e garanzia di uno sviluppo duraturo»; dall’altro, essa conferma «il ruolo rilevante del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e assicurare gli scambi e l’intesa fra di loro». La cultura diviene allora non solo espressione della soggettività di un popolo, ma anche veicolo di incontro, di solidarietà e di pace, tra i popoli. Un messaggio importante, anche per l'occasione del 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti Umani.

lunedì 13 novembre 2017

Conflitto e riconciliazione, tra cinema e diritti umani

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Una riflessione sui percorsi della pace e le prospettive della riconciliazione è una sfida necessaria, nel tempo della ricomparsa guerra permanente e della rinnovata minaccia nucleare. 

Bene ha fatto, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, ad ospitare, nel programma degli eventi della sua IX edizione, in corso nella metropoli partenopea sino al prossimo 11 novembre, una tavola rotonda, con confronto e film, su queste tematiche. 

Appunto, in occasione del 25esimo della Guerra di Bosnia e la conseguente disgregazione della Jugoslavia.

Sono passati 25 anni da quella primavera del 1992 che inaugurò, con lo scoppio delle ostilità in Bosnia, la deflagrazione della conflittualità etno-politica, l’instaurazione di un nuovo paradigma che avrebbe trovato la sua più eclatante affermazione pochi anni dopo, ancora nei Balcani, in Kosovo, e l’urbicidio pianificato che ha accompagnato, da allora e per più di 1400 giorni, l’assedio più lungo della storia dei tempi recenti, a Sarajevo, capitale della Bosnia e città-simbolo di mille universi e linguaggi, religioni e culture plurisecolari. 

Le guerre dei Balcani lasciano ferite profonde, ben visibili perfino a uno sguardo sommario sulla carta geografica della Bosnia odierna, dopo la guerra etno-politica e la riformulazione politico-istituzionale prodotta dagli «Accordi di Dayton», proprio per il carattere, distorto e paradossale, dei nuovi assunti che inaugura: una «guerra celeste» (ancora di più lo sarebbe stata quella contro la Serbia del 1999), segnata dalla superiorità tecnologica delle potenze occidentali; una «guerra in presa diretta», raccontata spesso da giornalisti al seguito degli aggressori anziché al lato degli aggrediti; una guerra che finisce, attraverso la propaganda e la manipolazione, perfino per mortificare le parole e il loro significato, come ricorda Michele Nardelli: «Nel nome … dei diritti umani si fece grande uso di uranio impoverito e di armi chimiche. L’altro era la barbarie e anche i luoghi e le testimonianze di una cultura millenaria diventavano obiettivi di guerra».

Tutto ciò non impedisce, anzi rafforza, la convinzione di contrastare la “militarizzazione” della memoria e di esplorare le vie della riconciliazione. Ma: quale riconciliazione? Se e come, in che termini e attraverso quali modalità, sia possibile passare dalla coesistenza, contrassegnata da una quantità di separazioni e barriere, troppo spesso mentali oltre che fisiche, imposta da Dayton, alla convivenza, riattivando ed aggiornando l’eredità migliore della convivenza trans-nazionale nello spazio jugoslavo, sono stati i temi e gli interrogativi della tavola rotonda ospitata dallo spazio polifunzionale di «Piazza Forcella», a Napoli, il pomeriggio e la sera del 7 novembre, per l’evento centrato sul tema: «La Bosnia e i Balcani: orizzonti della riconciliazione». 

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Preceduto dalla testimonianza di Luca Saltalamacchia, che ha ricordato due tra le più significative esperienze di solidarietà internazionale e di “diplomazia dal basso” sperimentate dalla società civile in Bosnia all’inizio e all’indomani della guerra (la «Marcia dei Cinquecento», nel 1992, e il Progetto «Duga» a Sarajevo e Lukavica, tra le due parti della Sarajevo divisa dalla guerra, nel 1996), l’intervento di Rosanna Morabito ha messo in luce gli aspetti perfino linguistici di una contrap-posizione che attraversa l’intera società «bosniaca» (in quanto condivide la comune appartenenza al territorio della Bosnia Erzegovina), alimenta la disarticolazione della comune lingua serbo-croata (fino a ricostruire un lessico distinto per una specificità linguistica «bosniaca») e rinfocola le distinzioni tra «bosniacchi» (bosniaci musulmani) da una parte, e croati e serbi di Bosnia (questi ultimi nella Republika Srpska) dall’altra.

Se, da una parte, come ha riferito Maite Iervolino, è l’idea stessa di confine a dover essere trascesa e il concetto stesso di ponte, a cavallo tra le due sponde dell’Adriatico, a dover essere aggiornato, costruendo nuove occasioni di confronto e scambio culturale e di tessuto e condivisione dei vissuti; dall’altra, come ha rimarcato Francesco Soverina, non è possibile una memoria condivisa, bensì si tratta di affrontare la sfida delle memorie accoglienti, che non escludano le storie e le memorie “degli altri”, entro una cornice di salvaguardia democratica e di diritti umani, e traggano alimento da una vera assunzione di responsabilità, nei confronti degli eventi tragici degli anni Novanta: eventi su cui hanno agito nuclei locali di potere nazionalistico, ma su cui hanno pesantemente interferito potenze straniere e poteri esterni, interessati alla disgregazione del socialismo jugoslavo e all’acquisizione di nuove sfere di influenza politica ed economica.

La riconciliazione resta una strada necessaria e difficile, dunque, se è vero che le divisioni permangono, che il 70% dei giovani nei Balcani Occidentali mostra un atteggiamento negativo nei confronti dei giovani dei Paesi vicini, che le occasioni di autentico confronto inter-culturale e la possibilità di una effettiva mobilità trans-nazionale sono, tuttora, assai limitati, al punto che, oggi, per il regime dei visti tra Paese e Paese, come ricorda Ðuro Blanuša, «andare dalla Bosnia al Kosovo è una vera e propria mission impossible». E così, alla fine, Raffaele Crocco riconduce l’attenzione al ruolo dei media e delle pubbliche narrazioni e alla importanza di un percorso di verità e di giustizia, che coinvolga tutte le comunità di Bosnia, per rilanciare non più solo la speranza ma soprattutto la praticabilità di una ricomposizione, e quindi in prospettiva di una riconciliazione, che si nutra di relazione e di convivenza e faccia spazio alla democrazia e ai diritti umani.
 
Non a caso, il tema del film scelto per alimentare la riflessione ha come tema la “dimora”. «Home(s)», prodotto dal Festival Cinematografico dei Diritti Umani di Sarajevo nel 2016 (che, tra l’altro, si svolge quest’anno, nella sua XII edizione, negli stessi giorni del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, del quale è partner), è un film cooperativo, tra sperimentazione e video-arte, basato su un progetto di ricerca che ha chiesto a sette autori, in sette giornate, di cimentarsi sul tema «Home(s)», «Casa/e»: spazi e luoghi immaginari per amori e relazioni immaginari, a cavallo tra topografie della dimora, ora concrete, ora ideali. Una riflessione sulla prossimità e sullo spaesamento; quasi una rappresentazione della Bosnia attuale. 
 
«Abitare i conflitti significa indagarli, comprenderne le dinamiche di potere, provare ad immaginare nuove e diverse narrazioni rispetto a quelle delle parti in conflitto. È il complesso lavoro dell’elaborazione del conflitto, … che la cooperazione internazionale si guarda bene dal fare, ma senza il quale il tempo rimane sospeso, le guerre si portano dentro e il passato non passa. Nella costruzione di relazioni, nel cercare di favorire il dialogo, … c’è l’essenza di un impegno che prescinde dai progetti, perché le relazioni profonde non finiscono mai. Disporsi alla meraviglia, aprire occhi e orecchie, essere presenti al proprio tempo». Ancora in una riflessione di Michele Nardelli troviamo uno spunto che può accompagnare le conclusioni della tavola rotonda. E un contributo per continuare ad alimentare, con la speranza, iniziativa e impegno. 

Una lettura della Rivoluzione Disarmista di Carlo Cassola

L’ormai “storico” volumetto, pamphlet, di Carlo Cassola, La Rivoluzione Disarmista, pubblicato a Milano nel 1983, continua, nonostante i quasi trentacinque anni di distanza dalla pubblicazione, a parlarci di una vicenda attuale e a chiamarci ad un impegno, una responsabilità, davvero pressante. È forse questo tempo di “ricomparsa guerra permanente” e “rinnovata minaccia nucleare” a consegnarci una attualità imprevista della riflessione di Cassola; fatto sta che, dalla speranza nei presunti «dividendi della pace», all’indomani della fine della Guerra Fredda, della contrapposizione bipolare e della deterrenza nucleare, siamo ripiombati oggi in una stagione nella quale il nucleare continua a segnare il nostro tempo, la minaccia e la deterrenza nucleare tornano purtroppo di attualità, lo spettro della guerra resta aggressivo e minaccioso come in tanti altri momenti nel Novecento.

E così ridiventa utile leggere questo contributo di Cassola che, situandosi a metà strada, per l’andamento della sua stesura ed il carattere della sua argomentazione, tra il diario delle riflessioni personali e il saggio della ricerca analitica, assume davvero l’aspetto e il tono di un volumetto politico, insieme dotato di vigore letterario e di spessore polemico. Vale appena la pena di ricordare, detto in premessa, che, nel momento in cui ci riferiamo all’autore, stiamo parlando di uno dei più noti scrittori del Novecento Letterario italiano, autore di racconti e romanzi del calibro di “Fausto e Anna”, “I vecchi compagni” e soprattutto l’opera sua più famosa, “La ragazza di Bube”, che gli valse il Premio Strega nel 1960. Un autore sempre contraddistinto dallo sguardo penetrante e attento alle pieghe del vivere e alle sfumature dell’esistenza e dalla prosa piana e lineare, forse perfino semplice, lontana dall’avanguardia. Della sua letteratura, Salvatore Guglielmino, ad esempio, ha detto che «mira a cogliere, in una vicenda o in un gesto, il suo aspetto più autentico, l’elemento sia pur modesto e quotidiano che ci svela il senso di un’esistenza, il tono di un sentimento». 

Sincero democratico (partigiano nelle brigate garibaldine, iscritto al Partito d’Azione, consigliere socialista) ed autentico antimilitarista (fondatore della «lega per il disarmo», promotore di un celebre «appello degli uomini di cultura per il disarmo unilaterale dell’Italia», ispiratore di una vera e propria «rivoluzione disarmista»), è proprio all’idea (all’utopia?) di una «rivoluzione disarmista» che Cassola dedica il suo pamphlet. Il tema cruciale è quello della “rivoluzione” che occupa, infatti, un posto di primo piano nell’articolazione del volume, al punto che il capitolo introduttivo si intitola, ambiziosamente, “La Rivoluzione che non c’è stata”: «I due flagelli biblici della peste e della fame sono stai domati in epoca moderna (quello della fame, solo in Europa): con sollievo generale. Il flagello biblico della guerra continua ad esistere, con sopportazione generale. È ad esso che si devono i milioni di morti di fame ogni anno in quattro continenti. È ad esso che si dovrà, a brevissima scadenza, la fine del mondo, cioè il più gran crimine che l’uomo possa commettere ai danni di sé stesso» (p. 7). È forse appena il caso di osservare, con Cassola, che questa “rivoluzione”, prima ancora che “disarmista”, è senza dubbio “umanista”, almeno nel senso del carattere fondativo, quasi neo-illuminista, che la ragione umana deve avere nel suo sviluppo: «fuor di metafora dirò che l’intelligenza è progressista, anzi, rivoluzionaria; il pregiudizio è, per contro, conservatore e reazionario» (p. 9). Un bel messaggio, pertinente e sfidante, anche alla luce dei tempi che corrono: «il nuovo è la rivoluzione. Ed è facile capire perché: l’intelligenza non fa mai le cose a mezzo» (p. 13). 

Proprio per questo, la rivoluzione auspicata da Cassola non può che essere, al tempo stesso, e qui si giunge al nucleo della sua riflessione, “disarmista” ed “antimilitarista”, in senso complessivo: vale a dire, non solo nell’accezione negativa del superamento del complesso militare e delle articolazioni (e condizionamenti) di potere che ne derivano, ma anche nell’accezione positiva della trasformazione del modello di sviluppo in un senso che metta fuori gioco il primato o la centralità dello stesso complesso militare. Cassola non ha dubbi nell’individuare il principale problema del giorno d’oggi: «evitare ad ogni costo una terza guerra mondiale, che significherebbe la fine della vita sul pianeta terra» (p. 57). E si mostra lucidissimo anche nell’indicare la forma di questo problema: «non si risolve la questione sociale se non si elimina il peggiore ostacolo alla sua soluzione, vale a dire il militarismo» (p. 122). In questo modo, individua con precisione la connessione tra modello di sviluppo (capitalista) e logica della guerra (militarista) ed indica la direzione di marcia di una lotta conseguente contro la guerra e per la pace, vale a dire, al tempo stesso, contro il capitalismo e il militarismo e contro il primato del militare e la logica della sopraffazione nelle relazioni tra i popoli. 

Nell'immagine, il poster di una delle più recenti iniziative di presentazione del volume, uno degli ultimi interventi pubblici di Alberto L'Abate (1931 - 2017), per gli ulteriori approfondimenti dei cui contenuti si rimanda all'articolo su Odissea nonché al reportage a cura di Salvatore de Napoli per RTA live.