mercoledì 30 settembre 2020

«I morti aprono gli occhi ai vivi».


Jasenovac, un «luogo della memoria».

Da Zagabria

Da Zagabria a Jasenovac il viaggio, servendosi del trasporto pubblico, non è semplice. Una successione di autobus o, meglio, almeno un paio di treni. C’è un cambio a Novska. Per la giornata scelta e per l’orario del viaggio, mi tocca la tratta con cambio a Sunja. Sunja è un villaggio, quasi a metà strada tra Jasenovac e Sisak, il cui parco, a Brezovica, ospita uno dei complessi memoriali dell’epopea partigiana sopravvissuti alle furie revisioniste e iconoclaste degli anni Novanta. Anche qui, nel villaggio di Sunja, appena fuori dalla stazione, sopravvive una scultura toccante, nello stile proprio del “realismo socialista”, quasi una fotografia che coglie il momento supremo di un partigiano, uno delle migliaia di eroi senza nome, della liberazione antifascista, solido presupposto memoriale del socialismo della Jugoslavia. Nei piccoli centri sopravvive, a volte, una memoria che le città hanno relegato all’oblio.

Lo scenario del viaggio rende onore al nome: Jasenovac, da “jasen”, significa «bosco di frassino», e una vasta area tagliata dalla linea ferrata è circondata da questi alberi, slanciati ed eleganti. Tra i rovi di una stazione praticamente abbandonata e di un edificio decrepito, ci si deve fare largo per raggiungere la strada, un esercizio di equilibrio e di cautela tra i mezzi pesanti in corsa. Ci si allontana dal paese, che si immagina poco distante per lo svettare di un campanile, per avvicinarsi al parco memoriale. C’era un campo di concentramento, a Jasenovac, attivo durante il regime genocida dello stato quisling, denominato, con menzognera puntigliosità, Stato Indipendente di Croazia. Una di quelle pagine della storia che chiamano in causa le responsabilità dell’Europa degli anni Trenta e Quaranta: capo dello stato, fino al 1943, un Savoia, il principe Aimone, duca d’Aosta; capo del governo e poi capo assoluto del famigerato regime, Ante Pavelić. Il movimento degli Ustaša aveva profondi legami ideologici con il nazismo in Germania ed era stato ampiamente sostenuto dal fascismo in Italia. Serbi, Ebrei, Rom; antifascisti, comunisti, partigiani; tutti, in gran numero, sono stati detenuti e uccisi nel campo, orribile e infamante, di Jasenovac. Era stato aperto nell’agosto del 1941 e diretto, per primo, da “Fra’ Satana”, quell’inquietante figura di frate criminale che rispondeva al nome di Miroslav Filipović. Ironia della storia: Miroslav, in serbo, sta per «colui che celebra la pace».

Sono tanti i frammenti che vengono alla memoria quando si prova a inquadrare la tragedia del regime ustaša, il fanatismo del nazionalismo etnico, l’orrore del concentramento, della segregazione e della pulizia etnica. Il programma razziale, ad esempio, in base al quale, nella “Grande Croazia”, un terzo dei serbi doveva essere “liquidato”, un terzo espulso, un terzo convertito con la forza al cattolicesimo. Oppure, il programma nazionale, in forza del quale lo stato croato sarebbe stato rifondato «con la lama e la rivoltella, la mitraglia e la bomba». Fino ad una polemica più recente, a suo modo significativa, sul “culto della memoria” e le strade che ancora restano intitolate, in diverse città croate, a Mile Budak, uno dei principali ideologi del regime ustaša. Il massacro fu tale, spaventoso per dimensione e proporzioni, che il numero esatto delle vittime non è mai stato determinato con esattezza. Una commissione jugoslava, a guerra finita, rese nota, in un rapporto al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, una cifra tra le 500 mila e le 700 mila vittime. Oggi si parla di centomila vittime. Da un’altra parte si può leggere che, a Jasenovac, i croati non soffrirono perché croati, né i musulmani perché musulmani, ma in quanto antifascisti, democratici, comunisti, o perché “colpevoli” di avere aiutato serbi, antifascisti, partigiani. Il conflitto sui numeri e la contrapposizione delle narrazioni è, sempre, uno dei frutti avvelenati della guerra.

Oggi il “Fiore di Pietra”, la scultura monumentale, bellissima, del grande artista jugoslavo Bogdan Bogdanović, uno dei capolavori del “modernismo socialista”, non è solo una rappresentazione simbolica della vita che rinasce dal fondo della morte, che qui così pesantemente ha imperversato; è anche una vera e propria celebrazione della resistenza e della liberazione. Al di là, per intenderci, delle riscritture revisioniste o riduzioniste che pure fanno breccia nella ricostruzione museografica del poco distante Museo, per questo oggetto di critica. È stata una notizia non da poco scoprire che, ad inaugurare il nuovo parlamento serbo, in qualità di “deputato anziano”, è stata, quest’anno, Smilja Tišma. Oggi più che novantenne, Smilja Tišma è una «bambina di Jasenovac». Vado a riprendere un pezzo di una sua intervista di qualche tempo fa: «Dicono sia un museo - ma non è un museo. Ho visto un pannello che afferma che sessantanove mila persone sono morte nel campo di sterminio di Jasenovac. Questa è solo una parte del numero reale. I serbi sono collocati al settimo posto nella lista dei gruppi uccisi, dopo altri, come sloveni e slovacchi, che di fatto costituivano una piccola percentuale delle vittime e che sono stati uccisi a causa della politica, non a causa della etnia, mentre centinaia di migliaia di serbi sono stati assassinati nel tentativo di eliminare il popolo serbo. La mostra non nomina nemmeno un leader ustaša; non mostra nessuna delle orribili armi dei crimini degli ustaša; non mostra alcuna prova del ruolo chiave della chiesa cattolica». All’ingresso del Museo, l’Installazione dedicata alle vittime del fascismo a Jasenovac, opera del grande scultore Dušan Džamonja, un altro campione del modernismo e dell’astrattismo jugoslavo, del quale avremmo poi interrogato quel capolavoro, spettacolare e negletto, che fa mostra di sé a Zagabria, il “Monumento alle Vittime del Dicembre”, in memoria degli antifascisti impiccati dai criminali ustaša il 20 dicembre del 1943. Sorprende la densità di questo spazio. Jasenovac finì poi nella Repubblica Serba della Krajina durante il conflitto più recente, quello degli anni Novanta. Ancora guerra e ancora devastazione.

Con la fulminea e terribile “Operazione Tempesta”, la Krajina fu sbaragliata, Jasenovac recuperata, a seguito delle operazioni militari croate, dall’intera regione di Dalmazia e di Slavonia 250 mila serbi furono, alla fine, costretti alla fuga. È necessario lasciarsi alle spalle i memoriali della guerra mondiale per interrogare i memoriali della più recente devastazione. È un crescendo, avviandosi, finalmente, verso il paese. Due strade si allontanano dallo “Spomen Park”, una poco più che sterrata, una sequela di edifici diroccati e di case distrutte da bombe e granate, crivellate di colpi e proiettili, case di serbi costretti alla fuga e all’abbandono dei lori beni che, qua e là, ancora fanno capolino tra le tegole scrostate e i mattoni diroccati. L’avvicinarsi al nucleo del paese è segnato dalla storica chiesa ortodossa dedicata alla Natività di San Giovanni Battista. È una chiesa nel tipico stile della metà o della seconda metà del XVIII secolo, organizzata intorno ad un impianto a navata unica, in stile barocco, con un ampio spazio semicircolare riservato all’altare, dominato oggi da una recuperata, bella, iconostasi, mentre, all’ingresso, svetta l’alto campanile, il punto di riferimento del tratto di andata, che avevamo intravisto uscendo dalla stazione.

Incendiato e distrutto dagli ustaša «fino alle fondamenta», già nel 1941, con una perdita di patrimonio incolmabile, distrutta l’iconostasi, vandalizzati gli arredi, bruciati i libri, saccheggiati i tesori, distrutti gli oggetti religiosi. Come spesso succedeva, fu anche luogo di prigionia; poi, all’inizio del maggio del 1942, praticamente tutte le famiglie serbe di Jasenovac furono mandate al campo, poco distante. Il delirio nazionalista riprese corpo negli anni Novanta. Nel 1991, il tempio viene danneggiato dagli assalti delle milizie a colpi di granata. Nel 1995, viene nuovamente colpito e devastato. Nel 2000, finalmente, prende avvio una vasta ristrutturazione. Oggi è luogo di culto, e preserva memoria, e luogo di incontro, per la piccola comunità serba del villaggio. In base al censimento del 1991, Jasenovac contava 3.600 abitanti; al censimento del 2011, meno di 2.000; sembra che due terzi della comunità del villaggio abbia più di 60 anni. La comunità serba è sempre stata una presenza storica del paese, oggi il 95% della popolazione è croato. Nessuno sa dire quanti siano oggi esattamente i serbi, con tutta probabilità alcune decine. Il racconto, che si svolge fuori e dentro le mura della chiesa, alterna e, talvolta, confonde gli eventi della guerra passata con la guerra recente, genocidi e massacri, preserva memorie e custodisce segreti, che intersecano morte e oblio, speranza e rinascita.

Durante l’attività del campo di Jasenovac, gli abitanti vivevano in regime speciale, perché “zona speciale” del campo, circondata. Jasenovac, secondo forse solo al complesso concentrazionario nazista dell’Europa Centrale, era il nodo del progetto concentrazionario ustaša. L’8 maggio 1942 la popolazione serba di Jasenovac fu portata al campo di Ciglana e le case saccheggiate e distrutte; le donne e i bambini furono invece deportati al campo di Stara Gradiška; gli uomini poi anche nel campo di Zemun, nell’area della Vecchia Fiera di Belgrado, Staro Sajmište, da dove furono poi deportati in Germania. Anche Staro Sajmište è un luogo della memoria di indubitabile potenza; purtroppo, ancora aspetta una adeguata sistemazione e un museo memoriale del lager, del quale si dibatte da anni. Il destino degli abitanti di Jasenovac era intrecciato all’attività del campo: hanno assistito al trasferimento dei detenuti; hanno sofferto le devastazioni della guerra e dello sterminio; hanno cercato di aiutare, per quanto hanno potuto, spesso a costo della propria vita: un pezzo di pane, un messaggio, una cortesia. Tra il 1941 e il 1945, 367 abitanti di Jasenovac furono uccisi nei campi, nelle prigioni e sotto le armi; tra questi, 54 bambini di meno di 12 anni. La tragedia dei bambini andava a prendere forma oltremodo macabra nei campi loro riservati, a Sisak e Jastrebarsko.

Una donna e un bambino compongono un altro memoriale, oltre la chiesa ortodossa, poco distante dalla chiesa cattolica, in quello che, finalmente raggiunto, si può considerare il centro del paese. Il Monumento onora la memoria degli abitanti di Jasenovac morti nella guerra mondiale, l’opera è di Stanko Jančić, la grande lapide porta la scritta: «I morti aprono gli occhi ai vivi», e l’iscrizione il ricordo per «le vittime del terrore fascista e i combattenti di Jasenovac». «I morti aprono gli occhi ai vivi». Il numero di quei 367 è inciso sulla pietra. Che resti a memoria. La strada verso la stazione chiude questo “circuito del ricordo”: porta il nome di Vladimir Nazor, una delle grandi figure del socialismo jugoslavo. Durante la guerra, presidente del comitato antifascista di liberazione nazionale della Croazia, poi, con Tito, presidente del parlamento croato; insieme, grande scrittore e poeta. Non solo una figura della celebrata «fratellanza e unità» jugoslava, ma anche da più parti ricordato come socialista e umanista. Torna, anche nel suo profilo, un messaggio così profondamente attuale, che lega le ragioni dell’umanità e della fratellanza alle speranze della trasformazione e della liberazione da ogni forma di oppressione, della giustizia e della libertà. 
 

sabato 11 luglio 2020

Srebrenica: 11 Luglio 1995 - 11 Luglio 2020


Michael Büker, CC BY SA 3.0, Wikimedia Commons, id.6405664


Le tappe della tragedia di Srebrenica sono ben note. Dal 16 Aprile 1993, la Risoluzione 819 rafforza la presenza del peace-keeping militare delle Nazioni Unite nelle città e nelle aree limitrofe; dal 6 Maggio 1993, la Risoluzione 824 istituisce le «zone protette» nell’area di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; dal 4 Giugno 1993, la Risoluzione 836 autorizza l’uso della forza per la scorta degli aiuti umanitari e la difesa delle «zone protette» in Bosnia. 

Sebbene delimitata e demilitarizzata dopo gli scontri che già vi si erano registrati tra il 1992 e 1993 e dopo la promulgazione delle Risoluzioni ONU, le milizie bosniaco-musulmane, sotto il comando di Naser Orić, continuavano a tenere armi all’interno della zona protetta a dispetto di quanto sancito dall’accordo di cessate il fuoco: le rappresaglie e le stragi da questi ordinate contro i villaggi serbo-bosniaci, tra le quali l’eccidio di Kravica, nella notte del 7 Gennaio 1993, in occasione del Natale Ortodosso, assunsero il carattere di una vera e propria pulizia etnica, con stime che, a seconda delle fonti, variano tra i 705 e i 3.200 serbo-bosniaci uccisi tra il 1992 e il 1995. 

Se rispondeva al fine di sfollare le enclavi musulmane nel territorio a maggioranza serba della Bosnia Orientale, l’eccidio di Srebrenica maturò anche come reazione alle stragi precedenti da parte bosniaca musulmana e si inscrive nella logica perversa della campagna contrapposta di pulizia e contro-pulizia etnica. L’esercito serbo-bosniaco, sotto il comando di Ratko Mladić, entrava in città l’11 Luglio 1995. I morti furono migliaia, le cifre stimano le vittime tra le 3.568 (delle perizie analitiche dell’ICTY al 2001) e le 8.372 (dell’elenco del Memoriale di Potočari al 2015), la gravità dei fatti è innegabile. L’insieme degli eventi e la pulizia etnica avente epicentro a Srebrenica restano, senza dubbio, tra le pagine più sconvolgenti del nostro tempo. 

Nel giro di sei mesi, la guerra di Bosnia finisce e comincia la lunga stagione, non ancora conclusa, della «pace fredda» e della «costituzionalizzazione» dei rapporti sul campo, sia in termini di acquisizioni territoriali, sia in termini di separazione in entità mono-etniche autonome. L’accordo, stipulato a Dayton (Ohio) il 21 Novembre 1995, sancisce l’intangibilità delle frontiere esterne sulla linea di confine fra le repubbliche ex-jugoslave e la divisione interna della Bosnia (BiH) in due entità distinte: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (51% del territorio, 10 cantoni e 92 municipalità) e la Republika Srpska (49% del territorio, 7 regioni e 63 municipalità), al cui interno si staglia il distretto autonomo di Brčko. Le due entità sono entità statali a tutti gli effetti, dotate di poteri autonomi, salvo la politica estera, la difesa e la moneta. 

Nel 2015, in occasione del ventennale, nella seduta convocata per commemorare il ventesimo anniversario delle uccisioni e della pulizia etnica di Srebrenica, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite respinge, con il voto contrario della Russia, una risoluzione, fortemente promossa soprattutto dalla Gran Bretagna, con l’obiettivo di sottolineare che i tragici eventi potevano e dovevano essere qualificati come “genocidio”, definizione, nel caso di Srebrenica, controversa, e come prerequisito per la riconciliazione nazionale in Bosnia Erzegovina; nonché al fine di riaffermare l’importanza delle lezioni apprese dai limiti mostrati dalle Nazioni Unite nel prevenire l’eccidio e la sua determinazione ad adottare azioni efficaci per prevenire il ripetersi di tragedie di tale natura attraverso i mezzi a propria disposizione. 

Significativa la motivazione addotta dal rappresentante russo in Consiglio, Vitaly Churkin, che rimarcava come la Russia abbia sempre «chiesto indagini sui crimini commessi contro tutte le comunità etniche durante il conflitto nei Balcani. Il mondo ha l’importante compito di costruire pace, riconciliazione e stabilità nella regione ricordando il processo di pace di Dayton. La Russia accetta una risoluzione commemorativa basata sull’esigenza di andare avanti. Tuttavia, il progetto britannico è stato presentato in modo da cercare di attribuire la colpa a una sola comunità. Il popolo della Bosnia Erzegovina - e non solo - ha reagito alla bozza in modo molto doloroso. 

«Il ruolo del Consiglio è di rafforzare la pace e la sicurezza internazionali; lasciare quindi che gli storici giudichino gli eventi e che i tribunali emettano i verdetti. L’adozione di un documento distruttivo, in un momento simile, sarebbe controproducente, con ciò invitando i proponenti a non metterlo ai voti. Altrimenti, la Russia sarebbe stata obbligata a votare contro. Tale posizione, tuttavia, non sminuisce in alcun modo la sensibilità del Paese nei confronti del dolore delle vittime». 

Esattamente la tesi strumentalmente sostenuta, invece, dalla rappresentante USA, Samantha Power, per la quale sarebbe opportuno paragonare «i negazionisti del genocidio di Srebrenica ai negazionisti dell’Olocausto, poiché il rifiuto di riconoscere tali crimini non solo ferisce le vittime, ma la riconciliazione stessa». Una vera e propria “strumentalizzazione” delle vittime, di tutte le vittime, della guerra di Bosnia. 

venerdì 24 aprile 2020

Israele: un accordo sotto l’egida del «Piano Trump»

Trump «Peace Plan», Map Attached, Public Domain

Raggiunto, finalmente, l’accordo in Israele, dopo tre estenuanti campagne elettorali, per un governo di “unità nazionale” che, presentato come «governo di emergenza nazionale», rischia di trasformarsi invece in un vero e proprio «governo di emergenza democratica». L’accordo tra i due partiti maggiori, il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu (che alle ultime elezioni aveva ottenuto il 29% dei voti e 36 seggi), il partito più consistente nel variegato schieramento della destra nazionale israeliana, e il Kahol-Lavan o «Blu-Bianco», dell’ex capo di stato maggiore della difesa, Benny Gantz (che nell’ultima tornata elettorale aveva ottenuto il 27% e 33 seggi) non corrisponde, infatti, semplicemente, alla volontà di intercettare un’ampia base parlamentare a sostegno del governo, ma, più profondamente, ai desiderata di ampia parte dell’establishment israeliano per una soluzione utile a portare i due partiti maggiori ad una corresponsabilità nelle scelte del governo e ad una sostanziale conservazione degli equilibri politici e istituzionali, in una parola, dello status quo.

Lo ha dimostrato, alla vigilia dell’accordo, tra le altre cose, la scelta del presidente della repubblica, Reuven Rivlin, di non concedere un prolungamento del mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo a Benny Gantz, ma di rimettere la scelta alla Knesset, in modo da sollecitare i parlamentari a individuare una soluzione, nel termine dei 21 giorni previsti dalla legge. E infatti, in una lettera, indirizzata a Gantz, riportata dai media israeliani, così Rivlin motivava il rinvio alla Camera: «alla luce della situazione che la terza tornata elettorale ha prodotto, nella quale nessuno dei candidati gode del sostegno della maggioranza dei membri della Knesset […], ed essendo obbligato dalla Legge Fondamentale del 2001 a realizzare il più presto possibile un governo che goda della fiducia della Knesset, non vedo altra possibilità che affidare il compito alla Knesset» augurandosi al contempo che i deputati «riescano a formare una maggioranza tale da dare vita a un governo il più presto possibile e impedire una quarta tornata elettorale».

Se è vero che la quarta tornata elettorale consecutiva è stata evitata, è altrettanto vero che la soluzione trovata conferma alcuni dei peggiori timori della vigilia: intanto, si concretizza ancora una vera e propria conventio ad excludendum ai danni di uno dei vincitori delle ultime elezioni, la Lista Congiunta (con Balad, Ta’al, la Lista Araba e i comunisti di Hadash) che, con il suo 13% e i 15 seggi ottenuti, è la terza forza dello spettro politico israeliano.

E poi, l’alleanza è tesa a costruire un rinnovato blocco nazionale, che, se da una parte conferma l’«orientamento a destra» dell’intero quadro politico israeliano (l’accordo non solo si regge sul compromesso tra la principale forza della destra, il Likud, e un partito centrista, come Blu-Bianco, ma prevede anche l’ingresso al governo di altre forze moderate, come quella parte del Labour, dello storico partito laburista israeliano, che, al prezzo di una severa discussione interna e a rischio di una nuova lacerazione, deciderà di accettare di fare parte dell’esecutivo, o conservatrici, come i partiti religiosi, lo Shas e l’Ebraismo Unito della Torà, mentre anche al partito di destra Yamina è stato proposto di fare parte della compagine di governo), dall’altra scarica tutti i suoi costi, come diversi osservatori hanno messo in luce, sulla pelle del popolo palestinese sotto occupazione. Uno dei temi dell’accordo, di carattere generale, è stata la decisione di concentrare la gestione dell’emergenza legata alla diffusione della pandemia da coronavirus in una sorta di vero e proprio «gabinetto di vertice», sotto la direzione sostanzialmente monocratica dei due leader, Netanyahu e Gantz, anche con l’obiettivo di approvare una legge di bilancio, come si apprende, mirata a «garantire la stabilità e la ripresa dell’economia dopo la crisi dell’epidemia da coronavirus».

Nell’ambito dell’alternanza al potere prevista dall’accordo, in base alla quale Netanyahu avrà l’incarico di primo ministro per la prima metà e Gantz lo stesso incarico nella seconda metà della legislatura, Gantz sarà vice primo ministro di Netanyahu nei primi 18 mesi, Netanyahu sarà vice primo ministro di Gantz nei secondi 18 mesi, mentre i 32 ministeri saranno ripartiti tra i due partiti maggiori, con una quota riservata ai laburisti (Amir Peretz all’Economia e Itzik Shmuli al Welfare). Ma il tema di maggiore sofferenza dell’accordo riguarda, ancora una volta, la vita e i diritti del popolo palestinese: nella sua parte di premierato, infatti, Netanyahu proporrà, a nome del governo, alla Knesset un piano per un accordo con gli Stati Uniti finalizzato alla annessione di parti della Cisgiordania (nel linguaggio israeliano, come «implementazione della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania»). Così, il nuovo governo di Israele nasce sotto la stella dell’incredibile «Piano Trump», respinto dai palestinesi e dalle diplomazie di mezzo mondo, radicalmente fuori e contro la giustizia e il diritto internazionale. Un pessimo inizio, che rischia di annunciare, non solo per i palestinesi, un giorno ancora peggiore.

domenica 12 aprile 2020

L’aprile che cambiò il volto dell’Europa

Sarajevo: «L'Uomo Multiculturale costruirà il Mondo» (Foto di Gianmarco Pisa)

La primavera 1992 cambiò il volto dell’Europa e riportò all’ordine del giorno l’orrore dei nazionalismi. Preceduta dalla «crisi del debito» e dalle ingerenze da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, la disgregazione della Jugoslavia ebbe formalmente inizio con la dichiarazione di indipendenza della Slovenia il 25 Giugno 1991, seguita dalla breve «guerra dei dieci giorni», condotta dall’esercito jugoslavo (JNA) nel tentativo di preservare l’unità della federazione. Tuttavia, dopo l’annuncio, lo stesso 25 Giugno, dell’indipendenza della Croazia, la JNA avviò una campagna volta a difendere, insieme, l’unità della federazione e i diritti delle comunità, peraltro in un quadro di profonde alterazioni degli equilibri tra i diversi popoli e nazionalità, equilibri su cui si era retta, sino a quel punto, l’originale esperienza jugoslava.
 
Se già l’8 Ottobre 1991 la Croazia formalizzò in via unilaterale la rottura di tutti i legami con il resto della Jugoslavia, la guerra sarebbe stata ancora lunga e sanguinosa, con le operazioni “Lampo” in Slavonia e “Tempesta” nella Krajina, con il supporto degli Stati Uniti, sino alla primavera-estate del 1995, che provocarono tra i duecentomila e i duecentocinquantamila tra profughi e sfollati, ai danni delle comunità serbe di Krajina e Slavonia, che avevano respinto la secessione croata e costituita la auto-proclamata Repubblica Serba di Krajina. Dopo la rottura dell’Ottobre 1991, gli eventi precipitarono anche in Bosnia, contesto multinazionale per eccellenza, con il 44% della popolazione musulmana, il 32% serba, il 17% croata, il 6% «jugoslava», e ancora Rom e altre nazionalità. 

Il parlamento bosniaco, con atto unilaterale e senza la partecipazione dei deputati serbi, emanò una legge per la «Sovranità della Repubblica di Bosnia-Erzegovina» il 15 Ottobre, con lo scopo di secedere da tutti gli organi federali e sospendere tutti i legami col resto della Jugoslavia. La risposta della comunità serbo-bosniaca si concretizzò nella ri-organizzazione dei municipi a maggioranza serba nella cosiddetta Regione Autonoma Serba. Partì allora la stagione dei “referendum unilaterali” contrapposti: il 9-10 Novembre 1991 fu sancita la formazione della Repubblica dei Serbi di Bosnia, il 12 e il 18 Novembre 1991, rispettivamente, i Croati proclamarono l’autonomia della Comunità Croata della Posavina e della Comunità Croata della Herceg - Bosna. Nel fatidico 1992, mentre il 9 Gennaio i Serbi proclamavano la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina, il 27 Gennaio le comunità croate proclamavano la Comunità Croata di Bosnia ed Erzegovina. Intanto, il 25 Gennaio, era stato indetto il referendum per l’indipendenza della Repubblica di Bosnia Erzegovina.
 
Si gettano così le basi non solo della guerra ma, specificamente, della dissoluzione etnica della Bosnia e della futura, post-bellica, ripartizione etnico - amministrativa. Si determinarono allora le circostanze specifiche per la deflagrazione della guerra: il 1 Marzo 1992, giorno del referendum per l’indipendenza della Bosnia, i Berretti Verdi, una delle formazioni paramilitari bosniache, spararono su un corteo nuziale serbo nel cuore storico di Sarajevo, la Baščaršija, uccidendo il padre dello sposo, Nikola Gardović. Aveva inizio, con questo attentato, la «strategia del terrore» inaugurata dal cecchinaggio e dal tiro incrociato: i bosniaco-musulmani presero il controllo del centro di Sarajevo, i serbo-bosniaci di Grbavica, Novi Sarajevo, Ilidža, e le colline intorno alla capitale. 

Un primo tentativo di mediazione in bello tra Radovan Karadžić (serbo-bosniaco) e Alija Izetbegović (bosniaco-musulmano) per il pattugliamento congiunto nelle città e formazioni miste (JNA e polizia bosniaca) fu travolto dalla prima campagna militare croato-musulmana, che portò le Forze Armate della Repubblica di Croazia e le forze paramilitari bosniaco-musulmane ad irrompere lungo la Sava ed effettuare un massacro di sessanta civili serbi (26-27 Marzo 1992). La reazione serba portò i paramilitari serbi della Guardia Volontaria a prendere la città di Bijeljina presso il confine con la Serbia, oggi seconda città della Republika Srpska, dopo la capitale Banja Luka.
 
I popoli, e il popolo di Bosnia nello specifico, non volevano la guerra: la Marcia per la Pace organizzata dai cittadini di Sarajevo contrari alla guerra etnica e alla soluzione militare portò decine di migliaia di persone nelle strade il 5 Aprile 1992. Si trattava di una grande manifestazione popolare, di chiara impronta anti-nazionalistica e democratica, ancora una volta stroncata dalle forze paramilitari che, nella città, spingevano sempre di più per una rapida quanto drammatica escalazione militare. Il tiro dei cecchini, che le diverse fonti attribuiscono ora ai bosniaco-musulmani ora ai serbo-bosniaci, colpì i manifestanti; la spirale che si innescò avrebbe fatto dilagare la carneficina, consolidando la stretta dell’assedio sulla città da parte delle milizie serbo-bosniache, che avevano preso il controllo delle aree collinari circostanti.
 
Proprio il 6 Aprile 1992, ventotto anni fa, iniziava a tutti gli effetti la Guerra di Bosnia: sotto il tiro dei cecchini (Berretti Verdi e Milizie), colpita dalle artiglierie serbo-bosniache, Sarajevo si trasformò in una «città fantasma», in cui il centro storico, e l’aeroporto, erano controllati dai bosniaco-musulmani, Novi Sarajevo, e i quartieri limitrofi, dai serbo-bosniaci. La città conobbe l’assedio sistematico, oltre mille e trecento giorni, tra il 1992 ed il 1995, l’«urbicidio pianificato», in cui si visse una guerra sconvolgente, vecchia quanto la I Guerra Mondiale e moderna come tutti gli odierni conflitti etno-politici: l’evento bellico più grave occorso in Europa dalla II Guerra Mondiale. 

Sul versante della diplomazia internazionale, prima dello scacco di Srebrenica, le Nazioni Unite tentarono più volte mediazioni per definire dei «piani di pace» (Carrington-Cutileiro, Marzo 1992; Vance-Owen, Gennaio 1993; Owen-Stoltenberg, Agosto 1993), fallendo ogni tentativo. Sul versante delle azioni sul campo, se all’inizio (1992-1993) bosniaco-musulmani e croato-bosniaci si trovarono “alleati” contro i serbo-bosniaci, successivamente, dopo il fallimento della proposta Vance-Owen, che, per la prima volta, aveva introdotto il principio della partizione etnica del Paese, in tre sezioni etnicamente distinte, i croato-bosniaci avviarono una «guerra nella guerra» contro i bosniaco-musulmani nei territori in cui erano presenti comunità croate (Bosnia Centrale ed Erzegovina). 

Un’accelerazione verso la precipitazione finale del conflitto avviene a seguito della tragedia di Srebrenica, che segnala uno dei punti più gravi in assoluto delle atrocità commesse. Le tappe della escalazione di Srebrenica sono note: dal 16 Aprile 1993, la Risoluzione 819 rafforza la presenza del peace-keeping militare delle Nazioni Unite nelle città e nelle aree limitrofe; dal 6 Maggio 1993, la Risoluzione 824 istituisce le «zone protette» nell’area di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; dal 4 Giugno 1993, la Risoluzione 836 autorizza l’uso della forza per la scorta degli aiuti umanitari e la difesa delle «zone protette». 

Sebbene delimitata e de-militarizzata dopo gli scontri che già vi si erano registrati tra il 1992 e il 1993 e dopo la promulgazione delle Risoluzioni dell’ONU, le milizie bosniaco-musulmane, sotto il comando di Naser Orić, continuavano a tenere armi all’interno della zona protetta a dispetto di quanto sancito dall’accordo di cessate il fuoco: le rappresaglie e le stragi da questi ordinate contro i villaggi serbo-bosniaci, tra le quali l’eccidio di Kravica, nella notte del 7 Gennaio 1993, in occasione del Natale Ortodosso, assunsero il carattere di una vera e propria pulizia etnica (con stime che, a seconda delle fonti, variano tra i 705 ed i 3.200 serbo-bosniaci uccisi tra il 1992 ed il 1995). 

Se rispondeva al fine di sfollare le enclavi musulmane nel territorio a maggioranza serba della Bosnia Orientale, l’eccidio di Srebrenica maturò anche come reazione alle stragi precedenti da parte bosniaca musulmana e si inscrive nella logica perversa della campagna contrapposta di pulizia e contro-pulizia etnica; l’esercito serbo-bosniaco, sotto il comando di Ratko Mladić, entrò in città l’11 Luglio 1995. I morti furono migliaia, le cifre stimano le vittime tra le 3.568 (delle perizie analitiche dell’ICTY al 2001) e le 8.372 (dell’elenco del Memoriale di Potočari al 2015), la gravità dei fatti è innegabile. L’insieme degli eventi e la pulizia etnica avente epicentro a Srebrenica restano tra le pagine più sconvolgenti del nostro tempo.
 
Nel giro di sei mesi, la guerra di Bosnia finisce e comincia la lunga stagione, non ancora conclusa, della «pace fredda» e della «costituzionalizzazione» dei rapporti sul campo, sia in termini di acquisizioni territoriali, sia in termini di separazione in entità mono-etniche autonome. L’accordo, stipulato a Dayton (Ohio) il 21 Novembre 1995, sancisce l’intangibilità delle frontiere esterne sulla linea di confine fra le repubbliche ex-jugoslave e la divisione interna della Bosnia (BiH) in due entità distinte: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (51% del territorio, 10 cantoni e 92 municipalità) e la Republika Srpska (49% del territorio, 7 regioni e 63 municipalità), al cui interno si staglia il distretto autonomo di Brčko. 

Le due entità sono entità statali a tutti gli effetti, dotate di poteri autonomi salvo la politica estera, la difesa e la moneta. La Presidenza del Paese è collegiale per un mandato quadriennale, ripartito tra un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi per due tornate, si alternano nella carica di presidente. L’organizzazione del potere dà un’idea della sofisticazione di questa «combinazione mono-etnica». Ciascuna entità è dotata di una presidenza, un parlamento e un governo: la Repubblica Serba (RS) di un governo e di un’assemblea monocamerale, la Federazione croato-musulmana di un governo e di una assemblea bicamerale, cui vanno aggiunti primo ministro, ministri e consiglieri dei cantoni. 

A livello statale complessivo, fanno parte della Camera dei Rappresentanti 42 deputati (28 eletti nella Federazione e 14 nella RS), della Camera dei Popoli 15 deputati (5 serbi, 5 croati e 5 musulmani). Se si considera che non si possono approvare i disegni di legge senza la maggioranza (con un sistema di quote) delle tre rappresentanze nazionali «costituenti» in entrambi i rami del Parlamento, che tra la federazione centrale, le due entità statuali e le ripartizioni amministrative, il Paese conta qualcosa come un centinaio tra ministri e simili, si può avere un’idea del «rompicapo di Dayton», su cui il giudizio storico sembra ormai assodato: uno strumento necessario per porre fine alla guerra, che aveva causato, secondo le stime, cento mila morti (il 68% bosniaci, il 26% serbi, il 5% croati, l’1% di altri gruppi), tra cui attivisti (Guido Puletti, Fabio Moreni, Sergio Lana il 29 Maggio; Gabriele Moreno Locatelli il 3 Ottobre 1993) e reporter (Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo, giornalisti della RAI di Trieste, il 28 Gennaio 1994), ma anche una drammatica conferma della separazione etnica e delle sue assurde disfunzionalità. 

In definitiva, uno tra i mille segnali dell’orrore della guerra, e delle sue conseguenze; ma anche, al contrario, della esigenza di verità e di giustizia, dell’istanza cruciale della pace, e del bisogno della convivenza pluriculturale.

domenica 29 marzo 2020

Quel 24 Marzo, 21 anni fa

Kralijevo, in memoria dei caduti delle guerre del 1991-1999 (Foto G. Pisa)

L’aggressione della NATO contro la Jugoslavia, la Repubblica Federale di Jugoslavia, ventuno anni fa (24 Marzo 1999), è stata un vero e proprio crimine contro la pace e, nel suo complesso, ha rappresentato di fatto un crimine contro l’umanità: l’attacco è stato condotto senza approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al di fuori di qualunque mandato di legittimità internazionale, facendo strame della giustizia internazionale, e in violazione della Carta delle Nazioni Unite, riportando la guerra nel cuore dell’Europa.
 
Lo svolgimento e gli esiti della campagna hanno costituito un precedente inquietante: prima l’aggressione a un Paese indipendente e sovrano, quindi la successiva militarizzazione del Kosovo; e ancora l’istituzione dell’ insediamento militare di Bondsteel, una delle più grandi basi militari statunitensi nel mondo, e infine l’inadempienza nei confronti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 (1999), fino ai riconoscimenti dell’auto-proclamata indipendenza kosovara, rappresentano precedenti gravi, sia perché contribuiscono a mettere in scacco il sistema di sicurezza internazionale, sia perché sono di fatto una violazione della pace.
 
Preceduta da una lunga vicenda di conflitto, che aveva impegnato in ampia parte del 1998 ed inizio 1999 le forze di polizia e militari serbe, da un lato, e le milizie della guerriglia separatista albanese, dall’altro, l’aggressione fu preparata anche da una consistente campagna propagandistica internazionale: la montatura, legata alla manipolazione degli eventi, nella circostanza, tragica, dell’eccidio di Račak; la demonizzazione della figura di Milošević, della Serbia e dei Serbi; la sapiente campagna mediatica orchestrata, tra le altre, da agenzie di stampa e pubbliche relazioni, con funzionari che dichiaravano, in interviste, che sebbene «nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, in un colpo solo potevamo presentare una situazione con “buoni e cattivi”.
 
«Ci fu un cambiamento nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come pulizia etnica, campi di concentramento, il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz»; fino a dichiarazioni che, in alcuni casi, si spingevano a paventare cinquecentomila vittime (su due milioni di abitanti) della polizia e delle milizie serbe nella regione; tutto servì a preparare l’opinione pubblica e creare le “condizioni di ammissibilità” dell’aggressione NATO. Del resto, come ha ricordato, tra gli altri, Andrea Catone, il generale Clark avrebbe poi scritto, nel suo libro Modern Warfare, che la pianificazione della guerra «era ben avviata già a metà giugno 1998» e sarebbe stata completata entro l’autunno di quello stesso anno.
 
La primavera successiva, il 24 Marzo, furono inaugurati i 78 giorni di guerra (che ovviamente si voleva fare passare per «intervento umanitario») il cui numero totale di vittime, peraltro, non è mai stato determinato. Si stima siano state uccise 2.500 persone (secondo altre fonti, il totale di morti fu di 4.000), con 89 bambini, e più di 12.500 persone ferite, con un danni materiali totali stimati in decine di miliardi di dollari. Una stima ha computato il danno di guerra complessivo in 100 miliardi di dollari. Oggi, ventuno anni dopo, è appena il caso di notare, l’intero PIL della Serbia, a parità di potere d’acquisto, è di circa 105 miliardi di dollari.
 
Il ministro degli esteri dell’epoca, Lamberto Dini, avrebbe poi ammesso che le condizioni poste alla Serbia al tavolo negoziale, precedente il confitto, di Rambouillet, in Francia, erano semplicemente inaccettabili: ricordate la proposta della NATO di totale e incondizionata libertà di movimento per uomini e mezzi della NATO sull’intero territorio jugoslavo? La propaganda occidentale si soffermava sull’ostinazione di Milošević e della leadership serba al tavolo negoziale, la realtà delle circostanze si sarebbe incaricata di ricostruire il senso della “proposta-capestro” avanzata dalle cancellerie occidentali, in primis gli USA, in Francia.
 
Quasi nessuna città in Serbia ha potuto evitare di essere presa di mira o di essere colpita durante la guerra. I bombardamenti, secondo recenti stime, hanno distrutto o danneggiato 25.000 unità abitative, 470 chilometri di strade e 600 chilometri di binari ferroviari; e poi 14 aeroporti, 19 ospedali, 20 centri sanitari, 18 scuole materne, 69 scuole, 176 monumenti culturali, 44 ponti danneggiati; i ponti furono uno dei bersagli privilegiati della guerra, evidentemente “umanitaria”: 38 furono i ponti completamente distrutti. Durante l’aggressione, furono effettuati 2.300 attacchi aerei su 995 strutture in tutto il Paese; furono sganciati 420.000 missili per complessivi 22.000 tonnellate; e ancora, sempre per restare in tema di intervento “umanitario”, 37.000 “bombe a grappolo”, e furono anche usate munizioni, vietate da tutte le convenzioni internazionali, con uranio impoverito. Il danno da contaminazione continuerà a mietere vittime nel corso delle generazioni. 

In questi giorni di fine Marzo dunque, 21 anni fa, i primi attacchi contro la Jugoslavia, nel cuore dell’Europa. Il 3 Aprile sarebbero stati inaugurati i bombardamenti contro la capitale, una delle grandi capitali d’Europa, Belgrado. È stata, si è detto, l’applicazione di un vero e proprio «paradigma»: del conflitto etno-politico, delle campagne mediatiche di costruzione del nemico, dell’imperialismo umanitario; della messa in scacco delle Nazioni Unite, prima, e di un controverso state - building, dopo. Ogni volta che sentiremo evocare linguaggi e approcci militaristi, richiami alla “patria in armi”, agli “eroi al fronte” e alle “guerre da vincere”, ricordiamoci di cos’è la guerra e cosa fu quel 24 Marzo: quando, insieme con la pace, la verità stessa fu messa in ombra. 

venerdì 8 novembre 2019

Appunti sull’attivazione internazionalista e per le questioni internazionali

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L’iniziativa internazionalista è, per tutte le soggettività progressiste e democratiche, solidaristiche e nonviolente, un terreno di impegno strategico e necessario. In queste due parole, vi è anche il senso della traiettoria che è necessario imprimere a questa azione, perché possa essere autentica, sincera, credibile, originale, e, possibilmente, innovativa.

Quando parliamo di iniziativa internazionalista e di solidarietà internazionale parliamo, allo stesso tempo, di un impegno strategico: la parola d’ordine della «pace» è una delle tre intorno alle quali si condensò la formula degli impegni programmatici della Rivoluzione d’Ottobre, nel 1917; sul tema della guerra e della pace e sul rifiuto della guerra imperialistica delle borghesie nazionali e dei cosiddetti «crediti di guerra» si determinò la divisione, nell’ambito delle socialdemocrazie europee, che determinò lo stallo, prima, e la fine, poi, della Seconda Internazionale, ponendo le basi della costituzione della Terza Internazionale; la pace è fondamento costituzionale del nostro ordinamento democratico, tanto è vero che, a norma di Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 

Ma, come si diceva, il terreno della solidarietà internazionale è anche un terreno necessario. C’è dibattito, nel campo delle forze antimilitariste e pacifiste, sulla corretta declinazione dell’antimilitarismo e su una corretta definizione di «pacifismo»: è qui appena il caso di sottolineare come le categorie storiche, a fronte del necessario aggiornamento e dell’opportuna attualizzazione cui devono essere sottoposte, continuano a rappresentare il lessico comune delle forze progressiste e comuniste a livello mondiale, e della sentita e condivisa esigenza di lottare contro l’imperialismo (categoria economica, prima che politica, com’è noto dalla lezione leniniana), contro il neo-colonialismo (a sostegno delle lotte per l’emancipazione dei popoli, tenendo sempre insieme i principi cardine della fratellanza, dell’auto-determinazione dei popoli, della non-ingerenza nelle questioni interne dei singoli Stati), contro il militarismo (inteso come vero e proprio «dispositivo politico», cioè, al tempo stesso, dispositivo di comando e di gerarchia di potere su scala internazionale, fattore ordinatore della produzione, a partire dal cosiddetto «complesso militare-industriale», strumento di minaccia o di risoluzione delle controversie e dei confitti attraverso l’esercizio della guerra). Parliamo di pacifismo, quindi, nel senso di una azione strategica per la pace, e parliamo della pace nel senso della «pace positiva», vale a dire del nesso unitario e inscindibile tra pace, emancipazione e giustizia sociale.

Dunque, a partire da tali presupposti, come costruire iniziativa nell’ambito delle questioni internazionali? O, in estrema sintesi, come “fare solidarietà” internazionale? «Fare solidarietà» è sempre una pratica: forte di precise e rigorose connotazioni analitiche, la solidarietà è, sempre e comunque, esercizio di partecipazione e di coinvolgimento. L’iniziativa che si intende costruire in tal senso, pertanto, dovrebbe sempre tenere lo sguardo su almeno tre elementi fondamentali: in primo luogo, individuare sempre con precisione l’oggetto, il tema politico e l’area geografica di riferimento, sviluppando, a partire da questa, gli opportuni rimandi e le necessarie estensioni (è il caso tipico di tre contesti a noi molto vicini: Cuba socialista e il Venezuela bolivariano, che consentono di riflettere sul subcontinente latino-americano; la lotta di resistenza e di auto-determinazione del popolo palestinese, che consente di far luce sul complesso della vicenda vicino-orientale; gli esiti delle cosiddette “primavere arabe” che, con le loro innovazioni e le loro contraddizioni, rimandano e alludono alla vicenda complessiva del Mediterraneo). In secondo luogo, l’iniziativa internazionalista, per essere propriamente tale, dovrebbe sempre consentire di stabilire un «dialogo tra i mondi», tra la nostra realtà vicina e la realtà cui si guarda, per consentire una relazione e uno scambio di pratiche e di esperienze (si pensi all’esperienza bolivariana e alla elaborazione del «Socialismo per il XXI secolo»). Infine, consentire l’intreccio di relazioni, coinvolgendo i protagonisti delle lotte e stabilendo legami di solidarietà (come nel caso delle comunità di immigrate e immigrati, nei nostri territori, attivi in esperienze di lotta). 

Declinare efficacia e innovazione, una sfida per l’internazionalismo del nostro tempo. 

lunedì 4 novembre 2019

Paesaggi Balcanici: dalle «Vie del Danubio» alla Costruzione della Pace

Felix Romuliana, Gamzigrad (Zajecar, Serbia): Foto di Gianmarco Pisa


È una delle possibili «Vie del Danubio», il grande fiume d’Europa e la via magistrale di connessione di popoli e culture, a cavallo tra la Mitteleuropa e l’Oriente Europeo, l’Europa centrale e austro-tedesca con il mondo slavo e la penisola balcanica. Si tratta della «Via degli Imperatori dell’Antica Roma e dei Vini del Danubio», itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa, che si dipana attraverso quattro paesi, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, attraversando ben 20 siti archeologici e 12 distretti enologici, ove sono distinguibili sia elementi identitari comuni, quali lo sfondo paesaggistico danubiano e il retaggio storico classico, sia elementi culturali distintivi, che fanno, appunto, la «ricchezza nella diversità» di questa vera e propria polifonia multiculturale.

Nel tratto serbo dell’itinerario, i grandi (non certo unici) complessi sono tre, nell’ordine con cui sono stati attraversati e nell’ipotesi di un itinerario ideale facente base a Belgrado: appunto la capitale, Belgrado, con la vicina Kostolac, l’antica Viminacium; quindi Zaječar, con la vicina Gamzigrad, che ospita l’antico complesso di Romuliana; e infine il capoluogo dello Srem, l’antica Sirmio, Sremska Mitrovica, all’epoca Sirmium. 

A Gamzigrad, Romuliana è nella lista del patrimonio dell’umanità dal 2007 e l’eccezionale unicità del sito è rappresentata dalla sua configurazione di «complesso», dove il palazzo fortificato dell’imperatore Galerio (dedicato alla madre Romula, da cui il nome), edificato tra il III e il IV secolo, è in realtà una spettacolare combinazione del palazzo imperiale, di due templi, e di una serie di altre costruzioni. A Sremska Mitrovica, dell’antica Sirmium resta, in particolare, il quartiere commerciale con una strada principale e resti delle strade e delle edificazioni adiacenti, realizzate, in più fasi, tra il II e il V secolo.

Infine, tornando verso Belgrado, l’antica Viminacium, odierna Kostolac, rappresenta uno dei primi siti legionari sul Danubio, del quale restano tracce di strutture militari e civili, dell’anfiteatro e delle terme. Da Belgrado, il tragitto sino a Kraljevo consente di connettere queste tracce con le memorie della storia del Paese, nella quale Kraljevo ha svolto un ruolo importante, nelle cui prossimità sorge il Monastero di Žiča, anch’esso patrimonio culturale di eccezionale importanza, uno dei cosiddetti monasteri di fondazione, e per questo centro delle celebrazioni dell’ottavo centenario della autocefalia della Chiesa Ortodossa Serba, che ricorre quest’anno (1219-2019).

Kraljevo non è distante da Niš, anch’essa legata alla memoria classica, dal momento che l’antica Naissus ha dato i natali all’imperatore Costantino il Grande. L’itinerario prosegue da Kraljevo, porta del sud della Serbia, verso il Kosovo, il cui patrimonio culturale e paesaggistico, è indiscutibile, dal momento che spazia dagli antichi ritrovamenti archeologici della Dardania e di Roma, alle sorprendenti costruzioni moderniste nello stile del razionalismo socialista dell’epoca jugoslava. A proposito della quale, quello che fu uno dei monumenti simbolo di Prishtina, vale a dire il Monumento alla Fratellanza e all’Unità, ha finito perfino per acquisire nuova vita, con la risistemazione della piazza che lo ospita, ora attrezzata anche con piccole aree verdi e punti sosta.

A 12 kilometri da Prishtina si trova Gračanica e, ad un kilometro da questa, lungo la strada per Laplje Selo, il sito archeologico di Ulpiana, anch’esso passato dal più totale abbandono (di cui siamo stati testimoni) ad una efficace risistemazione e valorizzazione (di cui pure siamo testimoni). All’epoca della presenza imperiale nella Dardania, la città si trasformò da tipico insediamento dardanico a tipica città romana, nel corso del I secolo, prendendo il nuovo nome dall’imperatore Marco Ulpio Traiano. 

Ulpiana divenne «splendidissima» tra il III ed il IV secolo e si presenta oggi nella forma di un complesso archeologico importantissimo, razionalmente – simmetricamente – organizzato nelle parti che lo compongono, da Nord verso Sud (in direzione contraria a quella di ingresso) con la porta maggiore (Porta Nord), la via di accesso (Cardo Maximus), una Taberna, le Terme, un Tempio pagano, una Basilica paleocristiana, infine una notevole Villa urbana e uno spettacolare Battistero ottagonale.

Rientrati a Gračanica, non si può non orientarsi verso lo spettacolare Monastero, anch’esso patrimonio dell’umanità dal 2006, con il suo superbo sistema di colonne e di cupole e i rilevanti affreschi, risalenti al 1321. Costituisce patrimonio dell’umanità in solido con il Monastero di Dečani, anch’esso nella lista dal 2004, ultimato nel 1335 da Stefan Dečanski, figlio di Stefan Milutin, costruttore di Gračanica. 

L’esterno, elegantemente armonioso, in un perfetto bilanciamento di romanico e gotico, e l’interno, letteralmente stupefacente, con i suoi mille ritratti affrescati su uno sfondo di blu lapislazzuli (singolare al punto da essere definito «Blu di Dečani») rappresentano un esempio superbo di unità culturale e spirituale, una perfetta interpretazione, per il contesto e i contenuti che rappresenta, di una unità paesaggistica capace di veicolare il carattere universale di questo patrimonio e rappresentare i più alti valori di solidarietà e di pace. 

Enfatizzati, per chiudere questo «itinerario di itinerari», da uno dei patrimoni simbolo della cultura albanese, le Kullat a Junik (Peć/Pejë), a sua volta non distante da Dečani, sulla strada per Gjakova (Ðakovica), come tutte le Kullat, simbolo comunitario e di accoglienza. La stessa Gjakova, del resto, è una delle poche città, in Kosovo, ad avere conservato, nel suo centro storico, i caratteri tradizionali della architettura albanese kosovara. Ancora, da questo patrimonio culturale, un messaggio potente, la cui attualità pare, oggi, più forte che mai.

La fotogallery e il reportage a puntate sono su:
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