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domenica 29 marzo 2020

Quel 24 Marzo, 21 anni fa

Kralijevo, in memoria dei caduti delle guerre del 1991-1999 (Foto G. Pisa)

L’aggressione della NATO contro la Jugoslavia, la Repubblica Federale di Jugoslavia, ventuno anni fa (24 Marzo 1999), è stata un vero e proprio crimine contro la pace e, nel suo complesso, ha rappresentato di fatto un crimine contro l’umanità: l’attacco è stato condotto senza approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al di fuori di qualunque mandato di legittimità internazionale, facendo strame della giustizia internazionale, e in violazione della Carta delle Nazioni Unite, riportando la guerra nel cuore dell’Europa.
 
Lo svolgimento e gli esiti della campagna hanno costituito un precedente inquietante: prima l’aggressione a un Paese indipendente e sovrano, quindi la successiva militarizzazione del Kosovo; e ancora l’istituzione dell’ insediamento militare di Bondsteel, una delle più grandi basi militari statunitensi nel mondo, e infine l’inadempienza nei confronti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 (1999), fino ai riconoscimenti dell’auto-proclamata indipendenza kosovara, rappresentano precedenti gravi, sia perché contribuiscono a mettere in scacco il sistema di sicurezza internazionale, sia perché sono di fatto una violazione della pace.
 
Preceduta da una lunga vicenda di conflitto, che aveva impegnato in ampia parte del 1998 ed inizio 1999 le forze di polizia e militari serbe, da un lato, e le milizie della guerriglia separatista albanese, dall’altro, l’aggressione fu preparata anche da una consistente campagna propagandistica internazionale: la montatura, legata alla manipolazione degli eventi, nella circostanza, tragica, dell’eccidio di Račak; la demonizzazione della figura di Milošević, della Serbia e dei Serbi; la sapiente campagna mediatica orchestrata, tra le altre, da agenzie di stampa e pubbliche relazioni, con funzionari che dichiaravano, in interviste, che sebbene «nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, in un colpo solo potevamo presentare una situazione con “buoni e cattivi”.
 
«Ci fu un cambiamento nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come pulizia etnica, campi di concentramento, il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz»; fino a dichiarazioni che, in alcuni casi, si spingevano a paventare cinquecentomila vittime (su due milioni di abitanti) della polizia e delle milizie serbe nella regione; tutto servì a preparare l’opinione pubblica e creare le “condizioni di ammissibilità” dell’aggressione NATO. Del resto, come ha ricordato, tra gli altri, Andrea Catone, il generale Clark avrebbe poi scritto, nel suo libro Modern Warfare, che la pianificazione della guerra «era ben avviata già a metà giugno 1998» e sarebbe stata completata entro l’autunno di quello stesso anno.
 
La primavera successiva, il 24 Marzo, furono inaugurati i 78 giorni di guerra (che ovviamente si voleva fare passare per «intervento umanitario») il cui numero totale di vittime, peraltro, non è mai stato determinato. Si stima siano state uccise 2.500 persone (secondo altre fonti, il totale di morti fu di 4.000), con 89 bambini, e più di 12.500 persone ferite, con un danni materiali totali stimati in decine di miliardi di dollari. Una stima ha computato il danno di guerra complessivo in 100 miliardi di dollari. Oggi, ventuno anni dopo, è appena il caso di notare, l’intero PIL della Serbia, a parità di potere d’acquisto, è di circa 105 miliardi di dollari.
 
Il ministro degli esteri dell’epoca, Lamberto Dini, avrebbe poi ammesso che le condizioni poste alla Serbia al tavolo negoziale, precedente il confitto, di Rambouillet, in Francia, erano semplicemente inaccettabili: ricordate la proposta della NATO di totale e incondizionata libertà di movimento per uomini e mezzi della NATO sull’intero territorio jugoslavo? La propaganda occidentale si soffermava sull’ostinazione di Milošević e della leadership serba al tavolo negoziale, la realtà delle circostanze si sarebbe incaricata di ricostruire il senso della “proposta-capestro” avanzata dalle cancellerie occidentali, in primis gli USA, in Francia.
 
Quasi nessuna città in Serbia ha potuto evitare di essere presa di mira o di essere colpita durante la guerra. I bombardamenti, secondo recenti stime, hanno distrutto o danneggiato 25.000 unità abitative, 470 chilometri di strade e 600 chilometri di binari ferroviari; e poi 14 aeroporti, 19 ospedali, 20 centri sanitari, 18 scuole materne, 69 scuole, 176 monumenti culturali, 44 ponti danneggiati; i ponti furono uno dei bersagli privilegiati della guerra, evidentemente “umanitaria”: 38 furono i ponti completamente distrutti. Durante l’aggressione, furono effettuati 2.300 attacchi aerei su 995 strutture in tutto il Paese; furono sganciati 420.000 missili per complessivi 22.000 tonnellate; e ancora, sempre per restare in tema di intervento “umanitario”, 37.000 “bombe a grappolo”, e furono anche usate munizioni, vietate da tutte le convenzioni internazionali, con uranio impoverito. Il danno da contaminazione continuerà a mietere vittime nel corso delle generazioni. 

In questi giorni di fine Marzo dunque, 21 anni fa, i primi attacchi contro la Jugoslavia, nel cuore dell’Europa. Il 3 Aprile sarebbero stati inaugurati i bombardamenti contro la capitale, una delle grandi capitali d’Europa, Belgrado. È stata, si è detto, l’applicazione di un vero e proprio «paradigma»: del conflitto etno-politico, delle campagne mediatiche di costruzione del nemico, dell’imperialismo umanitario; della messa in scacco delle Nazioni Unite, prima, e di un controverso state - building, dopo. Ogni volta che sentiremo evocare linguaggi e approcci militaristi, richiami alla “patria in armi”, agli “eroi al fronte” e alle “guerre da vincere”, ricordiamoci di cos’è la guerra e cosa fu quel 24 Marzo: quando, insieme con la pace, la verità stessa fu messa in ombra. 

martedì 3 maggio 2016

Maggio '99: Rugova in Italia


I Ponti di Belgrado

Dall'osservatorio di Prishtina, sulla falsariga dell'impegno per una “pace con giustizia” cui si ispirano i Corpi Civili di Pace, il crinale della memoria, che si interpone tra il 3 e il 6 Maggio, riporta la memoria e ispira l'attualità al ritorno sulla scena, nel pieno della guerra contro la Jugoslavia, di Ibrahim Rugova, figura chiave del movimento di autodeterminazione degli albanesi del Kosovo. Il ritorno di Rugova sulla scena politica si colloca in un momento particolarmente significativo nello svolgimento del conflitto kosovaro, in quel passaggio chiave della prima settimana di Maggio del 1999, nel quale, con il senno del poi, si sarebbe rintracciato il passaggio cruciale della guerra, il momento decisivo che ha finito con il determinarne le sorti, segnalando le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo dopo, gettando i presupposti del lungo post-conflitto kosovaro.

La NATO aveva già cominciato la sperimentazione di armi proibite e oltremodo pericolose, destinate a produrre danni immani e gigantesche devastazioni, dalle bombe ad uranio impoverito a quella alla grafite contro le centrali elettriche della Serbia; si erano già registrati i primi attacchi contro installazioni, strutture e servizi civili, come quello, tragico, contro l'autobus civile di passaggio sul ponte di Luzane (il 1° maggio) e, prima ancora, quello terribile e dolorosissimo contro giornalisti e operatori al lavoro presso la Radio Televisione Serba (il 23 Aprile) e la guerra stava degenerando in una spirale ritorsiva sempre più preoccupante, in cui sempre più manifesta diventava la volontà, più che di proteggere le popolazioni e le città del Kosovo, di piegare la resistenza della Jugoslavia e di creare i presupposti per la definitiva separazione del Kosovo. Al contempo, l'intensificazione sul fronte militare andava di pari passo ad una accelerazione sul fronte diplomatico, con l'esordio della prima, concreta, iniziativa diplomatica “in bello”, ad opera della Russia, e la convocazione di un G7 con all'ordine del giorno un piano di cessazione delle ostilità, in agenda il 6 maggio.

È in questa cornice che, il 5 maggio, Rugova arriva a Roma. È una figura chiave per il movimento di auto-determinazione kosovaro e, all'interno del movimento kosovaro, l'unica figura che sinceramente spinge per una soluzione politica, più che militare, alla crisi. Non a caso, la visita è stata consentita direttamente dalle autorità serbe e organizzata dal governo italiano, che pure ne aveva avvisato le autorità statunitense, europee e della NATO. Secondo una dichiarazione, riportata dalla stampa dell'epoca, di Milosevic: «Rugova è un uomo libero, ha chiesto di venire a Roma e voi ci avete chiesto di garantirgli libertà di movimento. Se lo accettate in Italia, venite a prendervelo». Accolto dall'allora ministro degli esteri italiano, Lamberto Dini, con questa dichiarazione: «Non è venuto da noi con alcun piano o mediazione preventivamente concordata; ha le sue idee, moderate, equilibrate, vicine a quelle del governo italiano, per una soluzione politica della crisi, soluzione politica che ha bisogno di passi da parte di Milosevic». Non a caso, le autorità serbe «approvano l'iniziativa», mentre la fazione separatista albanese kosovara, che da tempo ha messo ai margini la figura di Rugova e spinge sul pedale della guerriglia terroristica, ricorda che «il disarmo dell'UCK non è in discussione: siamo contrari a ogni proposta di contingente di pace che non sia sotto la guida della NATO».

Nel momento in cui l'iniziativa diplomatica poteva fornire argomenti ad un piano di pacificazione o, per lo meno, di cessazione delle ostilità, dal comando dell'UCK giunge la netta presa di distanza dalle anticipazioni del piano del G7 e perfino la contro-proposta, “a nome del governo provvisorio del Kosovo”, di tutt'altro segno rispetto alle dichiarazioni di Rugova: «deve “dichiarare apertamente il suo appoggio ai raid NATO contro la Jugoslavia”, “rispettare gli impegni presi firmando l'accordo unilaterale in Francia”, “dirsi completamente d'accordo con la necessità di un ritiro completo di tutte le forze serbe e allo spiegamento di forze NATO”». Un piano alternativo e di ben altro segno.

Rugova è stato da alcuni considerato “l'unica figura di leader politico sinceramente democratico che il Kosovo abbia conosciuto”. Era stato il leader della auto-determinazione albanese kosovara ed animatore del movimento di disobbedienza civile che si era incarnato nelle cosiddette istituzioni separate, attraverso le quali si esprimeva il rifiuto, da parte di larga maggioranza della popolazione albanese, del governo serbo sul Kosovo e, per farlo, si era ispirato alla nonviolenza, invocando sempre il “primato della politica” sulla “logica delle armi”. Per questo, sin dall'autunno 1998, da quando l'UCK aveva preso il sopravvento e perfino nel corso dei negoziato di Rambouillet, la sua figura era stata sempre più vissuta con insofferenza da parte delle forze separatiste, che spingevano per una soluzione militare, la completa separazione, l'asse con l'Alleanza Atlantica. A Roma, Rugova ribadisce le sue ragioni e il suo è un contributo diplomatico di rilievo: «Sono per la pace e per la resistenza nonviolenta». E poi, «creare un rete politica per costruire il futuro del Kosovo e … continuare il processo per una soluzione politica e per creare un clima di fiducia tra noi»

Certo, dichiara anche lui gli accordi-capestro di Rambouillet una “buona base per il futuro”, ma pone l'accento su una soluzione “politica e pacifica”. La disponibilità di Milosevic, la mediazione di Cernomyrdin e la resistenza della Jugoslavia avrebbero messo all'ordine del giorno del G7 di Bonn un piano di cessazione delle ostilità e di avvio della pacificazione. 

Anche quello, come si vedrà, purtroppo, ampiamente disatteso.