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sabato 31 dicembre 2022

Un governo di estrema destra in Israele

Ami Ventura, Arbel dal Lago di Tiberiade, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

 

Lo scorso 29 dicembre ha ottenuto la fiducia alla Knesset e si è dunque insediato, nel pieno delle proprie funzioni, il nuovo governo di Israele, il sesto guidato da Benjamin Netanyahu e soprattutto, dato politicamente più rilevante e preoccupante, il più radicalmente a destra nella storia di Israele. Al di là delle forze politiche che compongono la maggioranza e delle personalità che formano la compagine governativa, infatti, sono proprio i contenuti politici e gli orientamenti programmatici a indicare questa traiettoria, a segnare, cioè, quella che intende essere la direzione del prossimo gabinetto.

Nel suo discorso per la fiducia alla Knesset, il primo ministro Netanyahu ha indicato i tre «obiettivi nazionali» del nuovo governo che, insieme con gli accordi di coalizione con i partiti della maggioranza, delineano la base politica e la traiettoria ideologica dell’esecutivo: proseguire e rafforzare la strategia e le misure volte a impedire che l’Iran possa dotarsi di dispositivi nucleari; progettare e realizzare una infrastruttura ferroviaria di alta velocità capace di unire da un capo all’altro l’intero territorio di Israele; ampliare il numero di Paesi arabi coinvolti negli accordi bilaterali sul modello degli «Accordi di Abramo»; insieme con questi, altri due obiettivi messi in luce sono quelli di rafforzare la sicurezza, con un vero e proprio programma securitario, e impegnarsi per ridurre il costo della vita e migliorare la qualità della vita in Israele.

Un programma che non nasconde, letto con altri documenti e dichiarazioni, carattere e intenzioni del governo, tanto è vero che il nuovo portavoce della Knesset, il presidente del parlamento, Amir Ohana, è intervenuto nel suo discorso proprio sul tema dei diritti delle minoranze, sottolineando che il nuovo governo «non colpirà un solo bambino o una singola famiglia», cercando così di placare il dibattito, aperto nel Paese, circa i timori di possibili interventi da parte del governo contro i diritti delle comunità LGBT e delle minoranze su iniziativa delle forze più oltranziste, ultraortodosse e della destra estrema.

Una preoccupazione più che fondata, se è vero che persino il capo dello stato, il presidente israeliano Isaac Herzog, è intervenuto per sottolineare che «una situazione in cui i cittadini in Israele si sentano minacciati a causa della loro identità o del loro credo mina i valori democratici fondamentali dello Stato di Israele». «I commenti bigotti ascoltati nei giorni scorsi contro la comunità LGBT e contro gruppi e settori diversi della popolazione israeliana sono fonte di preoccupazione», aggiungendo di essere pronto a «fare tutto quanto in proprio potere per prevenire siano colpiti i diversi segmenti della popolazione».

Un governo, insomma, sul quale esercitare una vera e propria vigilanza democratica, come emerso anche da altri interventi dalle forze dell’opposizione. Non a caso, la scintilla che ha fatto esplodere la protesta, che pure era viva, ben conoscendo storia e orientamento delle figure più discusse entrate a fare parte del nuovo governo, è stata una recente dichiarazione di Orit Strock, secondo la quale addirittura «se a un medico viene chiesto di prestare un qualsiasi tipo di trattamento a qualcuno, che violi la sua fede religiosa, se c’è un altro medico disposto a farlo, allora non puoi costringerlo a fornire cure»; inoltre «le leggi contro la discriminazione sono giuste quando creano una società giusta, equa, aperta e inclusiva, ma c’è una certa deviazione, a causa della quale la fede religiosa viene calpestata, e vogliamo correggere questo aspetto».

Orit Strock è oggi ministra delle Missioni Nazionali e componente di Sionismo Religioso, insieme con Otzma Yehudit (Potere Ebraico) una delle formazioni estremiste più oltranziste che compongono il governo. Quanto alla composizione complessiva, sui ventisette dicasteri di cui il governo è formato, quindici sono appannaggio del Likud, il partito del primo ministro, che, proprio con Netanyahu, sempre più si è spostato su posizioni di «destra-destra»; quattro sono appannaggio dello Shas e uno di Giudaismo Unito della Torah; a Sionismo Religioso tre ministeri, tra cui quello delle Finanze per il suo leader, Bezalel Smotrich, e altri due, assai delicati, all’Immigrazione e, appunto, alle Missioni Nazionali; a Potere Ebraico tre ministeri, tra cui quello strategico alla Sicurezza Nazionale per il suo leader, Itamar Ben Gvir, e altri due, pure strategici, a Gerusalemme e allo sviluppo delle periferie, del Negev e della Galilea. Per quanto riguarda l’altro aspetto, legato alla sicurezza nazionale, il governo si propone, in base agli accordi di coalizione, di «rafforzare le forze di sicurezza e garantire sostegno a soldati e agenti di polizia nel combattere e sconfiggere il terrorismo».

È ancora il Jerusalem Post a fare riferimento agli accordi di coalizione che delineano gli orientamenti del governo: «La nazione di Israele ha diritto naturale alla terra di Israele. Alla luce della fede in tale diritto, il primo ministro formulerà e promuoverà politiche nel cui quadro la sovranità sarà applicata a Giudea e Samaria»; il governo ha inoltre promesso di rafforzare lo status di Gerusalemme, sottolineando l’importanza di preservare e sviluppare una Gerusalemme unita quale capitale sovrana di Israele, aspetto, tuttavia, in violazione del diritto internazionale, secondo il quale, come ribadito dalla Corte Internazionale di Giustizia (2004), sono territori occupati tutti i territori tra la Linea Verde e il Giordano (compresa Gerusalemme Est), in relazione ai quali Israele è definita «potenza occupante» e viene ribadito il regime previsto dalla IV Convenzione di Ginevra.

Come ha ricordato (2020) anche il Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, «gli insediamenti israeliani sono considerati dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2334 una «flagrante violazione del diritto internazionale». Violano la IV Convenzione di Ginevra e sono un presunto crimine di guerra ai sensi dello Statuto di Roma del 1998. Gli insediamenti sono anche fonte significativa di violazioni dei diritti umani e un serio ostacolo al diritto dei palestinesi all’autodeterminazione».


venerdì 24 aprile 2020

Israele: un accordo sotto l’egida del «Piano Trump»

Trump «Peace Plan», Map Attached, Public Domain

Raggiunto, finalmente, l’accordo in Israele, dopo tre estenuanti campagne elettorali, per un governo di “unità nazionale” che, presentato come «governo di emergenza nazionale», rischia di trasformarsi invece in un vero e proprio «governo di emergenza democratica». L’accordo tra i due partiti maggiori, il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu (che alle ultime elezioni aveva ottenuto il 29% dei voti e 36 seggi), il partito più consistente nel variegato schieramento della destra nazionale israeliana, e il Kahol-Lavan o «Blu-Bianco», dell’ex capo di stato maggiore della difesa, Benny Gantz (che nell’ultima tornata elettorale aveva ottenuto il 27% e 33 seggi) non corrisponde, infatti, semplicemente, alla volontà di intercettare un’ampia base parlamentare a sostegno del governo, ma, più profondamente, ai desiderata di ampia parte dell’establishment israeliano per una soluzione utile a portare i due partiti maggiori ad una corresponsabilità nelle scelte del governo e ad una sostanziale conservazione degli equilibri politici e istituzionali, in una parola, dello status quo.

Lo ha dimostrato, alla vigilia dell’accordo, tra le altre cose, la scelta del presidente della repubblica, Reuven Rivlin, di non concedere un prolungamento del mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo a Benny Gantz, ma di rimettere la scelta alla Knesset, in modo da sollecitare i parlamentari a individuare una soluzione, nel termine dei 21 giorni previsti dalla legge. E infatti, in una lettera, indirizzata a Gantz, riportata dai media israeliani, così Rivlin motivava il rinvio alla Camera: «alla luce della situazione che la terza tornata elettorale ha prodotto, nella quale nessuno dei candidati gode del sostegno della maggioranza dei membri della Knesset […], ed essendo obbligato dalla Legge Fondamentale del 2001 a realizzare il più presto possibile un governo che goda della fiducia della Knesset, non vedo altra possibilità che affidare il compito alla Knesset» augurandosi al contempo che i deputati «riescano a formare una maggioranza tale da dare vita a un governo il più presto possibile e impedire una quarta tornata elettorale».

Se è vero che la quarta tornata elettorale consecutiva è stata evitata, è altrettanto vero che la soluzione trovata conferma alcuni dei peggiori timori della vigilia: intanto, si concretizza ancora una vera e propria conventio ad excludendum ai danni di uno dei vincitori delle ultime elezioni, la Lista Congiunta (con Balad, Ta’al, la Lista Araba e i comunisti di Hadash) che, con il suo 13% e i 15 seggi ottenuti, è la terza forza dello spettro politico israeliano.

E poi, l’alleanza è tesa a costruire un rinnovato blocco nazionale, che, se da una parte conferma l’«orientamento a destra» dell’intero quadro politico israeliano (l’accordo non solo si regge sul compromesso tra la principale forza della destra, il Likud, e un partito centrista, come Blu-Bianco, ma prevede anche l’ingresso al governo di altre forze moderate, come quella parte del Labour, dello storico partito laburista israeliano, che, al prezzo di una severa discussione interna e a rischio di una nuova lacerazione, deciderà di accettare di fare parte dell’esecutivo, o conservatrici, come i partiti religiosi, lo Shas e l’Ebraismo Unito della Torà, mentre anche al partito di destra Yamina è stato proposto di fare parte della compagine di governo), dall’altra scarica tutti i suoi costi, come diversi osservatori hanno messo in luce, sulla pelle del popolo palestinese sotto occupazione. Uno dei temi dell’accordo, di carattere generale, è stata la decisione di concentrare la gestione dell’emergenza legata alla diffusione della pandemia da coronavirus in una sorta di vero e proprio «gabinetto di vertice», sotto la direzione sostanzialmente monocratica dei due leader, Netanyahu e Gantz, anche con l’obiettivo di approvare una legge di bilancio, come si apprende, mirata a «garantire la stabilità e la ripresa dell’economia dopo la crisi dell’epidemia da coronavirus».

Nell’ambito dell’alternanza al potere prevista dall’accordo, in base alla quale Netanyahu avrà l’incarico di primo ministro per la prima metà e Gantz lo stesso incarico nella seconda metà della legislatura, Gantz sarà vice primo ministro di Netanyahu nei primi 18 mesi, Netanyahu sarà vice primo ministro di Gantz nei secondi 18 mesi, mentre i 32 ministeri saranno ripartiti tra i due partiti maggiori, con una quota riservata ai laburisti (Amir Peretz all’Economia e Itzik Shmuli al Welfare). Ma il tema di maggiore sofferenza dell’accordo riguarda, ancora una volta, la vita e i diritti del popolo palestinese: nella sua parte di premierato, infatti, Netanyahu proporrà, a nome del governo, alla Knesset un piano per un accordo con gli Stati Uniti finalizzato alla annessione di parti della Cisgiordania (nel linguaggio israeliano, come «implementazione della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania»). Così, il nuovo governo di Israele nasce sotto la stella dell’incredibile «Piano Trump», respinto dai palestinesi e dalle diplomazie di mezzo mondo, radicalmente fuori e contro la giustizia e il diritto internazionale. Un pessimo inizio, che rischia di annunciare, non solo per i palestinesi, un giorno ancora peggiore.