domenica 27 aprile 2014

...per una ripresa del movimento per la pace e contro la guerra

pressenza.com/it/2014/04/arena-pace-disarmo-fotoreportage
La vicenda ucraina rappresenta solo l’anello più recente di una catena di avvenimenti della politica internazionale in direzione di una crescente conflittualità tra le principali potenze mondiali la cui evoluzione dovrebbe far scattare più di un campanello di allarme tra gli attivisti ed i pacifisti conseguenti. 
La competizione non si svolge più solo con gli strumenti della finanza o della diplomazia ma sempre più spesso attraverso l’uso delle armi. Che siano inviate ai propri alleati locali nei paesi che si intende destabilizzare o usate direttamente dai propri eserciti di occupazione, dipende dai rapporti di forza momentanei e da valutazioni di opportunità.  
I rumori di guerra si avvicinano in maniera crescente al centro dell’area europea ma tutto questo non sembra ridare vitalità a quel movimento contro la guerra che di fronte all’aggressione all’Iraq del 2003 seppe portare in piazza milioni di persone per denunciare la natura brigantesca di quella invasione anche se si mascherava dietro le insegne della missione umanitaria e del ripristino della legalità internazionale.  
Eppure noi siamo convinti che siamo entrati in una fase in cui il confronto tra le grandi potenze non può rimanere più confinato in aree geografiche limitate ma è destinato a sfociare in uno scontro a tutto campo in cui si vanno accumulando le condizioni per un conflitto mondiale generalizzato che solo una opposizione radicale in tutti i paesi coinvolti può arrestare.  
Questo testo vuole essere un invito alla riflessione collettiva per indagare le ragioni di tale latitanza e provare a ritrovare le motivazioni per una opposizione senza se e senza ma ai crescenti interventi militari comunque vengano giustificati e mascherati. 
Qui il testo completo del documento.

martedì 22 aprile 2014

Di Pace e Disarmo

commons.wikimedia.org/wiki/File:Memorial_for_Peace.jpg
Alla vigilia della kermesse della “Arena di Pace e Disarmo” si moltiplicano le riflessioni destinate ad accompagnare i diversi profili tematici di quella che si annuncia come la manifestazione più importante del movimento italiano per la pace, almeno insieme alla prossima Marcia della Pace Perugia-Assisi in programma per il 19 Ottobre, di quest'anno.

Certo, non hanno mancato di destare sconcerto alcune presenze, diciamo così, controverse, in primo luogo quella di Simone Cristicchi, già coinvolto in una lunga polemica per il carattere neo-revisionistico del suo ultimo spettacolo sul fronte orientale (“Magazzino 18”), polemiche che pure, per altro verso, hanno avuto il “merito” di rimettere attenzione sulla controversa vicenda del fronte orientale, degli episodi di guerra, della pulizia etnica fascista, delle “foibe” e delle eredità del conflitto e della liberazione.

Le vicende di guerra, dunque, tracimano, precipitando quotidianamente nel nostro presente. Intanto, le vicende del passato, che non riguardano solo il secondo, quanto oggi soprattutto il primo conflitto mondiale: basti considerare la pubblicistica, eminentemente occidentale, su cause e responsabilità dello scoppio del conflitto, le ambiguità delle kermesse internazionali che “celebrano” il centenario tra sponsor non esattamente di pace (non solo USAID) e partecipazioni non esattamente bilanciate (i serbi ampiamente esclusi), come nel caso, assai controverso, del Sarajevo Peace Event di Giugno 2014.

E poi le vicende del presente, che evidentemente continuano ad imbarazzare, anche tra le forze più consapevoli a sinistra, analisi a volte superficiali e sbrigative. Basti considerare una recente presa di posizione, in merito all'invio di “forze di pace” in Ucraina, da parte di Francuccio Gesualdi, alla quale sarebbe bene ricordare, almeno, che l'intervento dei Corpi Civili di Pace può avvenire solo su una, comunque leggibile, richiesta locale; deve muoversi in una cornice di legittimità e indipendenza dalle formazioni militari sul campo; e non può e non deve prestarsi a manipolazioni ed a strumentalizzazioni di sorta.

Nel caso ucraino, è bene ricordare che la “controparte” dei movimenti che si sono sollevati nelle regioni russofone è un governo illegittimo, salito al potere con un golpe, in cui una parte preponderante hanno avuta formazioni fasciste e naziste. Forse, non è del tutto inutile ricordare che l'azione, civile, disarmata e nonviolenta, dei Corpi Civili di Pace, si sviluppa, al tempo stesso, “sopra” e “dentro” il conflitto, e, pertanto, non può prescindere da un'attenta analisi del conflitto stesso, dai suoi presupposti e le sue motivazioni, dalle sue evoluzioni e i suoi svolgimenti, sino alla dinamica e alle conseguenze, sempre dolorose, che produce.

Anche per questo, a dispetto di quanto sbrigativamente scritto in un recente documento di alcuni enti di pace per il Servizio Civile, i Corpi Civili di Pace svolgono una «azione civile, non armata e nonviolenta di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti. L'obiettivo degli interventi è infatti la promozione di una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come piena affermazione di diritti umani e di benessere sociale».

Di conseguenza, lungi dal «partecipare a briefing periodici sulla sicurezza con missioni militari ONU e italiane nella zona di intervento» come prescrive il - talvolta strampalato - documento per il Servizio Civile, andrebbe piuttosto ricordato che «con gli attori armati - regolari e non regolari - non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove ciò non pregiudichi la legittimità nonviolenta della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti».

Diciamo che anche stravolgere contenuti faticosamente condivisi per qualche fine altro non è esattamente un bel segnale. I CCP sono uno strumento importante, che parla di un altro modello di difesa civile, popolare, nonviolenta, di cui è bene e necessario avere cura, senza gettarlo nella mischia delle occasioni perdute. Anche per questo siamo tutti, al di là dei limiti e delle contraddizioni, fiduciosi negli sviluppi della Arena di Pace e Disarmo, «per essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo».

mercoledì 5 febbraio 2014

Verso i Corpi Civili di Pace ...

http://parlamentariperlapace.it/news/proposta-legge-i-corpi-civili-pace

I parlamentari per la pace e la iniziativa della società civile

L'appuntamento, presso la Camera dei Deputati, dello scorso 22 Gennaio, che organizzazioni e reti impegnate sul tema dei Corpi Civili di Pace hanno condiviso con alcuni deputati e senatori dell'inter-gruppo dei “Parlamentari per la Pace”, ha rappresentato un punto di svolta importante di questo annoso itinerario.

Convocato all'indomani dell'approvazione dell'ormai noto, forse ancora troppo solo agli “addetti ai lavori”, “emendamento Marcon”, con cui è stato inserito nella Legge di Stabilità, approvata lo scorso 27 Dicembre, per il periodo 2014-2016, uno stanziamento triennale per nove milioni di euro per l'invio di almeno cinque-cento giovani volontari in servizio civile in azioni non-governative di pace, segnatamente all'estero, in zone di crisi e di conflitto, l'incontro istituzionale non è stato un semplice aggiornamento dei “lavori in corso”, bensì un'occasione utile per “misurare” la posta in gioco, interrogarsi sullo strumento prezioso dei Corpi Civili di Pace come dimensione cruciale di una Difesa alternativa, civile e disarmata, e mettere a punto proposte e riflessioni per giungere ad un pieno ed effettivo riconoscimento di tali contingenti civili.

Non intendendo, con questo scritto, fare un resoconto analitico o una “cronaca dei lavori” della giornata, bensì semplicemente offrire alcuni spunti di lettura e riflessione intorno alla questione, si sorvolerà su molte delle ancora più numerose riflessioni offerte al dibattito negli interventi che si sono succeduti. Nondimeno, questa lettura e queste riflessioni sono oggi ancora più stringenti ed esigenti, almeno per tre ordini di ragioni.

La prima: attivare l'attenzione dell'opinione pubblica e in particolare delle diverse espressioni del movimento per la pace e contro la guerra, sui passi avanti compiuti intorno all'elaborazione e alle sperimentazioni per i Corpi Civili di Pace. Al di là della connessione tra Corpi Civili di Pace, Servizio Civile e Difesa Popolare e pur nella variegata articolazione delle implicazioni strategiche ed operative cui questo strumento rimanda, i Corpi Civili di Pace assolvono ad una funzione centrale di autentica cittadinanza democratica, vale a dire mettere a disposizione un impegno costante contro la guerra e di promozione della pace, contro l'escalazione del conflitto e per la prevenzione della violenza. Ciò lo rende strumento di società civile e di chi si batte contro la guerra e per la pace, in tutte le situazioni di minaccia violenta alla relazione sociale, in Italia come all'estero.

La seconda ragione è offerta dalla circostanza dell'approvazione dell'emendamento Marcon, il quale, pur non rappresentando il riconoscimento pieno ed effettivo dei Corpi Civili di Pace e pur non consentendo il dispiegamento di contingenti effettivi di Corpi Civili di Pace nella loro pienezza e compiutezza, costituisce però un passo avanti decisivo: perché consente al Servizio Civile, attraverso queste funzioni, di riappropriarsi della propria missione costituzionale, di difesa civile alternativa al militare e coerente con i compiti di tutela della pace e di promozione della solidarietà sociale, contenuti negli articoli 11 e 2 della nostra Costituzione; e, allo stesso tempo, permette ad alcune centinaia di giovani di formarsi, attraverso la formazione generale e la formazione specifica, messe a disposizione dal servizio civile stesso, ai principi e ai metodi della gestione costruttiva e della trasformazione nonviolenta dei conflitti, entrando in contatto con una esperienza umana e concreta, con un'acquisizione di saperi e consapevolezze, che non potrà che avere grande valenza formativa.

L’art. 1 c. 162 bis della Legge di Stabilità emendata pone le “premesse dell’istituzione di un contingente di corpi civili di pace” mediante la spesa di tre milioni per l’intero triennio 2014-2016 per la formazione di cinque-cento giovani da impiegare “in azioni di pace non-governative in aree a rischio di conflitto o già in conflitto, o in caso di emergenze ambientali”, nell’ambito del servizio civile, per la precisione, “organizzato secondo quanto previsto dall’art. 12 del D.Lgs. 77/2002, che disciplina lo svolgimento del servizio civile nazionale all’estero”. Tale articolo, infatti, ponendo tale misura in continuità con le sperimentazioni, attive sin dal 2004, di caschi bianchi e per il servizio civile all’estero in zone di conflitto o post-conflitto, disciplina lo svolgimento del servizio civile all’estero “anche per brevi periodi e per le finalità previste dall’art. 1, c. 1, lettera e), della legge 6 Marzo 2001, n. 64” vale a dire in particolare: «contribuire alla formazione civica, sociale, culturale e professionale dei giovani mediante attività svolte anche in enti operanti all’estero».

Non sfugge, dunque, l'eminente “impatto politico” di tale indicazione: soprattutto in questa lunga stagione di crisi economica e di crisi sociale - si potrebbe aggiungere: crisi civile e crisi di valori - rimettere in moto occasioni e strumenti, risorse e pratiche, attorno a cui coinvolgere giovani e volontari, amministrazioni pubbliche ed organizzazioni sociali, su un'idea “altra” rispetto a quella corrente di proiezione internazionale e di solidarietà sociale e una modalità differente di impegno all'estero e di difesa e sicurezza in contesti critici e conflittuali, è certo circostanza non da poco, da non disperdere e da mettere a valore. Non meno significativo il concorso delle circostanze: specie in relazione alla “riforma dello strumento militare” e più recentemente alla riflessione sulla “riforma del sistema della cooperazione internazionale allo sviluppo” del nostro Paese.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, ha appena approvato in via definitiva i due decreti legislativi attuativi della legge delega per la revisione dello strumento militare elaborati dall’ufficio legislativo dopo i pareri espressi dalle Commissioni Difesa. Sono stati adottati appena lo scorso 10 Gennaio, i due decreti: rispettivamente sugli assetti ordinamentali e sulla ri-organizzazione del personale (militare e civile) in attuazione della legge delega per la “riforma” dello strumento militare (legge delega 244/2012). Non si tratta solo di accorpamenti e cambiamenti di nome ma di provvedimenti con implicazioni significative, soprattutto in termini di ri-funzionalizzazione del sistema-difesa, di ridefinizione dei rapporti di potere all'interno del sistema e di tagli di posti di lavoro per il personale civile. Il tutto, peraltro, mentre si incentivano operazioni di marketing del sistema della difesa militare (come quella denominata "Sistema Paese in Movimento" del Gruppo Navale Cavour) e si prosegue con il potenziamento dei sistemi d'arma (come nel caso dell’acquisto dei caccia F35), le missioni militari all’estero e le operazioni militari variamente mascherate e profondamente condizionanti.

A sua volta, la legge delega  prevede ca. 10 mila esuberi di lavoratori civili e ca. 20 mila esuberi di militari, che avranno però trattamenti diversi: per i primi è previsto un piano di pensionamenti che, ove insufficienti, vedrà di conseguenza la messa in mobilità, per i secondi è pronto il transito nei ruoli civili della Difesa. In altri termini, da una parte si garantisce ai militari il reimpiego e la salvaguardia del posto di lavoro e del livello stipendiale, dall’altra non ci si preoccupa  del futuro dei lavoratori civili, senza contare le differenze di retribuzione che si verranno a determinare tra lavoratori e lavoratrici che svolgeranno le medesime mansioni.

Non meno importante l'altra circostanza, quella relativa alla presentazione in Consiglio dei Ministri, il 24 Gennaio, della proposta di legge di riforma del sistema della cooperazione, con la revisione della legge 49/1987. Molte le ombre e le preoccupazioni, anche in questo scenario. La creazione di un viceministro con delega ad hoc presente in Consiglio dei Ministri sui temi della cooperazione internazionale allo sviluppo e la nascita di un’Agenzia centrale, pubblica e trasparente, per la gestione dei fondi e la valutazione dei progetti corrispondono a due richieste storiche del mondo della cooperazione. Ma non bastano a colmare le criticità.

Si registra ancora la mancanza di un Fondo Unico che unifichi tutte le risorse della cooperazione e, peggio ancora, l’ingresso del mondo profit nel settore-cooperazione, con possibilità per le imprese di accedere a crediti agevolati per investimenti a scopo di lucro nei Paesi in via di sviluppo, determinando una pericolosa commistione tra cooperazione e internazionalizzazione. Il rischio, anche in questo caso, di “privatizzazione dello sviluppo” è più che mai aperto e non può non interrogare anche la sinergia tra lavoro di “pace” ed azione di “sviluppo”.

Ecco dunque lo sfondo della terza ragione: dare continuità, non solo funzionale, ma anche istituzionale, alle azioni non-governative di pace realizzate da contingenti di Corpi Civili di Pace, attraverso una legge istitutiva ad hoc, della quale è stato dato l'annuncio della presentazione alla Camera il 23 Gennaio, sempre su iniziativa di un novero di esponenti dell'inter-gruppo dei “Parlamentari per la Pace”. Anche in questo senso, il dibattito è in corso: si tratta di sviluppare un testo condiviso e recepire i “luoghi” propri dell'impostazione dei Corpi Civili di Pace che le reti e le organizzazioni hanno già messo a fuoco, a partire dal principio per cui tale strumento, eminentemente di società civile, conservi autonomia dal “vincolo di mandato” governativo.

Come ha ricordato, in occasione della rassegna, Francesco Vignarca, segretario della Rete Italiana Disarmo, l'emendamento sui Corpi Civili di Pace fa propri gli intendimenti della storica campagna “Sbilanciamoci” e la stessa iniziativa legislativa si propone di mettere a sintesi e a regime la riflessione e le sperimentazioni delle reti tematiche (in primis Rete Italiana Disarmo, Tavolo Interventi Civili di Pace, IPRI - Rete CCP), facendo tesoro delle elaborazioni più mature, tra cui si ricordano, almeno, il documento sui “Criteri degli Interventi Civili di Pace” e lo studio di “Ricognizione sui Corpi Civili di Pace”.

Si apre così, come ha ricordato lo stesso Giulio Marcon durante l'incontro tenuto alla Camera, uno scenario inedito ed appassionante. Se, da un lato, non è la prima volta che lo Stato approva e finanzia azioni non-governative di pace e il Servizio Civile medesimo si fa “quadro” di azioni civili di pace (si ricordino almeno i progetti di Caschi Bianchi e Dialoghi di Pace), è adesso la prima volta che, in maniera esigente, si pone il tema di formare ed impegnare i professionisti esistenti nell'azione civile di pace e il problema di misurare e calibrare gli interventi, fuori e contro ogni spontaneismo, non tanto in termini di “proiezione”, quanto piuttosto di “impatto”, perché le misure poste in essere (dal sostegno alle vittime alla ricostruzione del dialogo, dalla tutela dei diritti umani alla promozione del processo di pace), sappiano traguardare impatti positivi e duraturi. È una sfida che il movimento per i Corpi Civili di Pace dovrà intercettare e raccogliere.

giovedì 5 dicembre 2013

I Balcani, Crocevia del Mediterraneo

Comunicato Stampa


I BALCANI

Crocevia del Mediterraneo

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Festival Cinema dei Diritti Umani,
Napoli, VI edizione 

Mercoledì 11 Dicembre
2013

Università degli Studi   
"Suor Orsola Benincasa"
[Napoli | C.so V. Emanuele 292]

PAN - Palazzo delle Arti
[Napoli | Via dei Mille 60]
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Mercoledì 11 dicembre alle 10,00 il Festival ritorna all'Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa" (Corso Vittorio Emanuele, 292) con il convegno “I Balcani a crocevia, tra Europa e Conflitti” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace) e Operatori Di Pace - Campania con Antonello Petrillo (sociologo, docente presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Ottavio di Grazia (docente di "Culture, Identità, Religioni" presso Università degli Studi di Napoli "Suor Orsola Benincasa"), Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Fabio Marcelli (Ricercatore ISGI | Istituto Studi Giuridici Internazionali - CNR) e Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale). Ospite internazionale la regista Sonja Blagojevic, vincitrice del XXII Festival Internazionale del Cinema Etnografico di Belgrado. Partecipano inoltre Kumjana Novakova, direttrice del Festival dei Diritti Umani di Sarajevo e Turi Finocchiaro, direttore del Faito Doc Festival - Festival Cinema Documentario. In prossimità del 2014, centenario dell'inizio della I Guerra Mondiale e tra gli anniversari del “lungo ventennale” della Guerra di Bosnia, alla fine di un 2013 che ha visto il rilancio dell'iniziativa per l'integrazione europea e celebrato la stipula dei primi accordi di dialogo tra Belgrado e Pristina dopo la Guerra del Kosovo, i Balcani Occidentali sono sempre più, al tempo stesso, epicentro e margine della complessità e delle contraddizioni della costruzione europea. Nel corso dell'evento sarà proiettato il film “KOSMA” di Sonja Blagojevic (Serbia, 2013, 75 min.).

Al Pan - Palazzo delle Arti di Napoli, alle 17,00 si torna poi a parlare di Balcani in una tavola rotonda dal titolo “Un lungo dopo-guerra: i Balcani Occidentali tra memoria e cooperazione internazionale” a cura di Gianmarco Pisa (Segretario Istituto Italiano Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace), Operatori Di Pace – Campania, CEICC-ED con la partecipazione di Tommaso Di Francesco (redattore esteri “Il Manifesto”), Patrizia Sentinelli (direttrice di "Altramente", esperta di cooperazione internazionale), Kumjana Novakova (direttrice HRFF Serajevo), Turi Finocchiaro (regista, direttore Festival Faito DOC), Sonja Blagojevic (regista), Manuela Marani (esperta di cooperazione internazionale, RESeT), Luigi Cafiero (Manager cooperazione internazionale), Lorenzo Giroffi (regista e scrittore). Il progetto degli “Operatori di Pace - Campania” dal titolo “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, sostenuto dal Comune di Napoli, intende anche essere l'occasione per una indagine volta a ri-costruire terreni condivisi per il dialogo e il riconoscimento reciproco tra le comunità. In chiusura, sarà proiettato il film “La Besa di Luce” di T. Finocchiaro e N. Rossetti (Belgio/Francia, 2007, 53 min.). Durante il forum è prevista inoltre la proiezione del reportage di Lorenzo Giroffi dal titolo “Essere Kosovaro” oltre all'illustrazione dei contenuti del volume di Gianmarco Pisa dal titolo “Corpi Civili di Pace in Azione”, una ricerca-azione per la pace edita da "Ad Est dell'Equatore" (Napoli, 2013).


ufficio stampa:
Antonio Puzzi, 3475650976 – press@cinenapolidiritti.it
Paola Silvestro, pasilvestro@gmail.com
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lunedì 18 novembre 2013

La questione del voto a Mitrovica e le prospettive della convivenza


fonte: reteccp.org 

L'appello (quasi) corale rivolto dalle autorità politiche di Belgrado ai cittadini serbi kosovari di Mitrovica sembra avere avuto successo: alle elezioni ripetute nei seggi elettorali, fatti bersaglio di sabotaggio e violenza nella precedente tornata, l'affluenza è stata più significativa, il clima generale indubbiamente migliore rispetto all'occasione precedente, l'assenza sostanziale di violenza e di incidenti sicuramente più confortante.

Come si ricorderà, in occasione del primo turno delle elezioni amministrative in Kosovo, le prime tenute nel quadro del dialogo bilaterale tra Belgrado e Pristina inaugurato dagli storici accordi del 19 Aprile, il sabotaggio delle elezioni da parte dei nazionalisti e le formazioni contrarie all'accordo poté dirsi senza dubbio riuscito: un'affluenza nel Kosovo (serbo) del Nord di volta in volta tra l'8 e il 12%, tre seggi devastati a Mitrovica Nord, un clima diffuso di intimidazione e un contesto generale di ostilità alla partecipazione elettorale.

L'importanza, civile e politica, di Mitrovica, nel nuovo Kosovo post-19-Aprile, è fuori discussione. Il venire meno dell'adesione agli accordi “distruggerebbe il concetto stesso di Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo-Metohia”, architrave dell'autonomia serba nel Kosovo albanese. È a Mitrovica Nord, infatti, che hanno sede tutte le istituzioni serbe collegate a Belgrado; ed è ancora Mitrovica il centro della “pressione politica” delle diverse interpretazioni, a Belgrado e Pristina, di tali accordi, oltre che di ogni ipotesi sostenibile di convivenza, essendo l'unica città in Kosovo in cui serbi ed albanesi si trovano “fianco a fianco”.

Dopo la decisione assunta dalla Commissione Elettorale Centrale, è stata indetta, domenica 17 Novembre, la ripetizione delle operazioni di voto nei seggi di Mitrovica Nord, laddove il materiale elettorale era stato danneggiato ed era stato impossibile procedere allo spoglio e allo scrutinio. Stavolta, secondo i primi dati ufficiali, oltre 5.200 persone hanno partecipato al voto di Mitrovica, con una percentuale di affluenza pari a poco più del 22%. Considerato anche il migliore clima di sicurezza, un risultato più promettente.

Si tratta di un dato risonante, sebbene non entusiasmante, anche alla luce delle dichiarazioni della vigilia. A differenza di quanto continua a ripetere la stampa mainstreaming, l'affluenza alle urne dei serbi del Kosovo non può, in linea di diritto, essere giudicata alla stregua delle categorie del “successo” o del “fallimento”, né tanto meno potranno essere considerate come un “esame di maturità” per i serbi del Kosovo, a meno di non voler ricorrere ai soliti stereotipi o le solite presunte lezioni di “democrazia e stato di diritto”.

Il dato vero è semmai un altro: la maturità della società civile in Kosovo, in tutte le sue articolazioni etno-linguistiche, in cui, il dato della frattura tra serbi a Nord (che solo in quest'ultima tornata superano la soglia psicologica del 20% di affluenza) e serbi a Sud del fiume Ibar, i serbi del cosiddetto Kosovo interno, che, sin dal precedente turno elettorale, si erano recati in numero significativo alle urne, eleggendo alcuni sindaci serbi al primo turno, s'accompagna all'altro dato, della partecipazione dei kosovari albanesi, che hanno animato una campagna elettorale dai toni generalmente moderati e un'affluenza al voto che, seppure insoddisfacente, mostra tuttavia un certo segno di un interesse di non poco conto.

Il messaggio che si trae da quest'ultima domenica elettorale in Kosovo è dunque duplice: da un lato, si consolida la preoccupazione rispetto al ruolo di una parte di establishment, sia a Belgrado sia in particolare a Pristina, che non sembra particolarmente interessata a un'effettiva e duratura convivenza civica e lavora attivamente per i propri interessi e per lo status quo ante; dall'altro, si conferma il dinamismo del ruolo della società civile che, anche alla luce dei risultati elettorali, manda un messaggio chiaro, in entrambe le direzioni, a Pristina e a Belgrado, e sembra muoversi verso una più consapevole direzione democratica.

mercoledì 6 novembre 2013

Un confronto aperto: il Sarajevo 2014 Peace Event e i tanti perché della non adesione


http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm
Cari amici ed amiche del MIR,

vi ringrazio molto, personalmente, della vostra comunicazione. Mi sento, in via preliminare, di unirmi a molti degli auspici che nella vostra lettera (che si può leggere in scorrimento) sono contenuti: 

in primo luogo, quale premessa di metodo, quello ad evitare di addentrarsi in diatribe o polemiche politico-storiografiche che necessiterebbero di sedi più adeguate per potere essere sviluppate e rischierebbero di instradare la nostra riflessione lungo un binario sterile o auto-compiaciuto; in secondo luogo, quale proposta di merito, quello a concorrere con tutte le riflessioni e le osservazioni che saremo in grado di elaborare a fare maturare il confronto ed il dibattito tra le forze del movimento per la pace e la nonviolenza.

Proprio perché condivido tale premessa, se volete, “di metodo” e “di merito” nello stesso tempo, il mio intervento a cui si fa riferimento, dal titolo “Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire”, non va letto in maniera politicistica o strumentale. Non si tratta di un appello al boicottaggio, semplicemente di una riflessione in merito all'opportunità di non aderire ad un evento con i presupposti, il profilo e l'impostazione come quelli che stanno evidentemente caratterizzando questa rassegna. Basti fare riferimento, a titolo di esempio, al passaggio finale dell'articolo, in cui appunto si sottolinea come «tutto questo non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze». La ricapitolazione che l'articolo offre a tal proposito credo che sia esaustiva e ripeterla in questa sede sarebbe senz'altro ridondante e non aggiungerebbe altro.

Per questo, mi sento, senza difficoltà alcuna, di poter confutare la valutazione, molto “politica” peraltro, che viene avanzata in un punto della lettera aperta in relazione al mio intervento, vale a dire quello di “assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo”. Anche in merito a questo aspetto, basterebbe leggere l'intervento stesso, almeno nel passaggio in cui si mette in evidenza come ciò (riferito all'impostazione dell'evento ed alla lettura storiografica che vi retro-agisce) «è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte della opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia …che ha prima stigmatizzato la separazione ed il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura». D'altro canto, anche la stampa internazionale ha, occasionalmente, ospitato prese di posizione di intellettuali o personalità (non solo quindi il mondo “istituzionale-governativo”) molto critiche o contrarie al profilo dell'evento.

Ecco perché, in definitiva, mi sembra mal impostata l'ambivalenza provocatoria tra il “promuovere il dialogo” e il “boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole”: sia perché molte delle premesse nell'impostazione stessa dell'evento mal si confanno all'intenzione (o per lo meno rendono assolutamente illeggibile l'intenzione) di “promuovere il dialogo”, appunto per il carattere unilaterale, escludente e divisivo che tale percorso ha già nei fatti assunto, sia perché le prese di posizione contrarie all'evento nella sfera politico-istituzionale sono successive e non precedenti alle prese di posizione, variamente critiche o contrarie, espresse da altri settori dell'opinione pubblica e del mondo intellettuale, in particolare serbi, ma, evidentemente, non solo. Per quanto mi riguarda, e con le realtà che hanno già condiviso tale orientamento, non posso dunque che confermare la non adesione all'evento di Sarajevo 2014, convinto, in tal senso, che tra i ruoli dell'operatore di pace vi sia sicuramente quello di contribuire a gettare ponti e valicare frontiere, non certo quello di concorrere ad alimentare divisioni ed ostilità. Auspicando quindi nuovi spunti e nuove sollecitazioni. 

un caro saluto di pace,

Gianmarco Pisa 


 ***


Caro GianMarco,

abbiamo letto il tuo intervento “Peace event Sarajevo 2014: perché non aderire”, scritto su http://www.cnj.it/documentazione/gavrilo.htm#gpisa e l’abbiamo commentato durante il nostro consiglio nazionale tenutosi a Roma il 19,20 ottobre scorso.

Francamente dobbiamo dirti che ci è dispiaciuto molto vedere questo appello a boicottare l’evento di Sarajevo, su cui stiamo lavorando con altre associazioni italiane e straniere da ormai 2 anni. Per questo abbiamo voluto scrivere questa lettera aperta in cui cerchiamo di spiegare perché secondo noi occorre aderire.

Partiamo da una precisazione: l’evento di Sarajevo non vuole ricordare, né celebrare alcunché. L’idea di un evento di pace è nata nel corso di alcuni incontri tra associazioni nonviolente, prevalentemente facenti capo al Mir internazionale e ai coordinamenti per il decennio sull’educazione alla pace e alla nonviolenza, 2 anni fa, nel 2011. Certamente l’ispirazione erano i saloni della pace di Parigi, tenutisi fino al 2008, e sospesi per mancanza dei fondi di sostegno pubblico (dunque come puoi ben vedere non ci sono ricchi “donatori” dietro); sin dall’inizio l’idea era di realizzare un evento più che un salone, ed un evento possibilmente aperto alla partecipazione di associazioni e movimenti di base soprattutto dell’Est Europa, solitamente assenti per complesse ragioni storico politiche. E si era pensato ad una rosa di città candidate a ospitare questo evento: tra queste Trieste, Berlino, Vienna, Budapest. Alla fine si optò per Sarajevo proprio per il significato simbolico che tale città assume nel 2014, in riferimento agli avvenimenti che portarono alla Grande Guerra, oltre che perché questa città è stata teatro di quella che al momento, e speriamo per sempre, è stata l’ultima guerra combattuta in Europa.

Proprio perché il 2014 ci saranno eventi celebrativi ed alla memoria di quella che fu una tragica scelta per il mondo intero, si scelse Sarajevo per raccontare un’altra storia, che da una parte si oppone a quella come a tutte le altre guerre, dall’altra si proietta in un futuro che vogliamo profondamente diverso e per cui ci battiamo: a un secolo di guerre viste come soluzioni ai conflitti, vogliamo proporre una via alternativa di interventi civili di pace: invitati tutti coloro, che pur con errori e imperfezioni, talvolta con ingenuità, provano sul campo questa alternativa. Sappiamo benissimo che l’”incidente” (va bene chiamarlo così?) di Sarajevo del 1914 è stato solo il pretesto per scatenare la prima guerra mondiale, che ebbe tutt’altre cause che solo in parte avevano a che fare con le questioni balcaniche; ciò è non solo ben chiaro a noi, ma largamente accettato dalla storiografia sia pacifista che non.


Noi non vogliamo assolutamente addentrarci in discussioni politico storiografiche, né vogliamo organizzare un simposio sulla prima guerra mondiale.

Sappiamo bene, anche, che certe ferite, quelle recenti delle guerre che tra il 1991 ed il 1999 hanno accompagnato il disfacimento della Jugoslavia, non certo quelle di 100 anni fa, sono tuttora profonde da quelle parti, e sono ancora aperte e “sanguinanti”. E’ possibile che chi sta preparando l’evento di Sarajevo non si sia reso pienamente cosciente di quanto, anche una semplice parola al posto di un’altra, possa provocare diffidenze e riaccendere risentimenti. Compito però dei pacifisti in generale e dei nonviolenti in particolare, in occasioni come queste, dovrebbe essere quello di gettare ponti, non di lasciarsi avviluppare dalle contese nazionalistiche locali, come invece si evince dal tuo intervento, che sembra assumere acriticamente il punto di vista di una sola parte, quella serba. E di questa prevalentemente il punto di vista più istituzionale-governativo. Il tuo intervento è ospitato tra l’altro, in un sito Web che non mi sembra molto alla ricerca di dialogo.

Se tu, grazie anche al fatto di lavorare con organizzazioni di società civile serbe, hai rilevato alcuni errori, che, nella preparazione dell’evento di Sarajevo 2014, possano essere discriminanti nei confronti dei Serbi, o di qualunque altra parte, è giusto che tu lo faccia presente. Ed è auspicabile che porti questa tua sensibilità al servizio della preparazione di quest’evento; proprio perché l’intenzione è di favorire un confronto tra tutte le realtà che si richiamano alla pace e, possibilmente, alla nonviolenza. Ci chiediamo infatti quale sia il ruolo degli operatori di pace: quello di promuovere il dialogo o quello di boicottare iniziative solo perché un governo non le vuole?

Sperando che questa nostra possa servire a riprendere una collaborazione e che si porti in quelle terre martoriate un messaggio di pace, ti inviamo un caro saluto


Il consiglio nazionale del MIR

sabato 19 ottobre 2013

Per un Dialogo di Pace tra Religioni e Culture il 24 Ottobre al CEICC, Napoli

in occasione del 24 ottobre, giornata mondiale delle nazioni unite,

una riflessione sul valore e il senso del dialogo tra religioni e culture:

abdallah massimo cozzolino, imam, direttore della moschea di napoli
. associazione zayd ibn thabit

simion desrobitu, reverendo, 
chiesa ortodossa romena di s. giovanni il nuovo di suceava

luciano tagliacozzo, biblista, 
studioso di poesia ebraica
. associazione amicizia ebraico-cristiana 

introduce:
gianmarco pisa,
istituto italiano di ricerca per la pace -
rete corpi civili di pace

modera:
ottavio di grazia,
docente di culture identità e religioni, 
università s. orsola benincasa di napoli

saluti istituzionali:
clara degni,
comune di napoli


Giovedì 24 Ottobre 2013: ore 17.00

CEICC - Europe Direct
Via Partenope 36, Napoli





venerdì 20 settembre 2013

Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire

L’idea di un Evento di Pace a Sarajevo in occasione del centenario della prima guerra mondiale e del lungo ventennale della guerra di Bosnia è stata dettata da alcune circostanze e da una ispirazione di fondo. La circostanza è indubbiamente legata alla ricorrenza: a cento anni dalla Grande Guerra (1914-2014) essa può costituire l’occasione di una riflessione su un secolo breve a lungo attraversato da guerre e conflitti ed a venti anni da uno dei lunghi anni della Guerra di Bosnia (1992-1995) può alimentare la memoria e la riflessione e indurre spunti e sollecitazioni preziose per un secolo nuovo all’insegna della pace e della giustizia, della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli. 

È proprio su questo terreno che, sin dalla sua indizione, il “Sarajevo Peace Event 2014” non ha mancato di suscitare dubbi e perplessità, di alimentare resistenze e divisioni anziché solidarietà e amicizia, di finire per accendere polemiche e lacerazioni, in una direzione paradossalmente eguale e contraria a quella mostrata nei suoi intendimenti dichiarati. Il tutto, sin dall’ispirazione di fondo: quella di fare in terra di Bosnia qualcosa di analogo a quanto realizzato in occasione dei Saloni per la Pace di Parigi nell’ambito delle celebrazioni e delle iniziative inquadrate nel programma della Decade delle Nazioni Unite per una Cultura di Pace e Nonviolenza (2001-2010); col rischio di fare dell’evento di Sarajevo più una vetrina dei grandi “donatori inter-nazionali” che una occasione utile al “lavoro di pace”.  

Sin dalla dichiarazione programmatica, infatti, l’Evento di Pace di Sarajevo attesta come l'anno 2014 segna il 100° anniversario dell'inizio della prima guerra mondiale, che è stata innescata dall'assassinio dell'erede al trono austriaco a Sarajevo il 28 giugno 1914. Questa può essere vista come una data simbolica per un secolo di "cultura della guerra e della violenza", con due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali - tra cui quella nei paesi dell'ex Jugoslavia negli anni Novanta, quando Sarajevo ha sofferto l'assedio della città nella "ultima guerra in Europa" - così come per il dominio globale della violenza strutturale e culturale.  

Una dichiarazione nella quale l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico (della potenza allora occupante, in Bosnia) è considerata alla stregua di un mero assassinio e, di conseguenza, l’azione di Gavrilo Princip (irredentista serbo-bosniaco, patriota e rivoluzionario) ridotta ad una mera azione terroristica (secondo la vulgata bosniacca e austriaca che ha fatto di un movimento di liberazione, Mlada Bosna, la “Giovane Bosnia”, né più né meno di un movimento violento, estremista e terrorista).  

Ciò è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte dell'opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia (una delle due entità delle quali si compone la Bosnia Erzegovina all’indomani degli Accordi e della Costituzione di Dayton, 1995) che ha prima stigmatizzato la separazione e il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura.  

Preoccupazioni analoghe sono state ribadite, al più alto livello, anche dal premier serbo, il socialista Ivica Dacic, che è tornato sulla questione della revisione e della mistificazione della storia, e sulla campagna di denigrazione ed emarginazione dei serbi, che vorrebbe metterli, in un modo o nell’altro, ancora una volta, sul banco degli imputati, bollandoli come nazionalisti e guerrafondai ed attribuendo loro il grosso delle colpe e delle responsabilità per la destabilizzazione che ha portato alla prima guerra mondiale.  

Il 99° anniversario della famosa battaglia di Cer, celebrato lo scorso 19 Agosto con i più alti onori militari e statali a Tekeris, vicino Loznica, nella Serbia occidentale, come la battaglia in cui l’esercito serbo ha segnato la prima vittoria per le forze alleate contro l'esercito austro-ungarico durante la stessa prima guerra mondiale, ha costituito l’occasione e la cornice, per le massime autorità statali serbe e in primo luogo per il premier Dacic, per tornare sulla questione e puntualizzare la posizione. 

Rivolgendosi ai cittadini riuniti nell’occasione, Dacic ha detto che la Serbia deve lottare per la verità sulla Grande Guerra, cento anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, e deve contrastare il tentativo in corso di “revisione” della storia. Ha inoltre espresso la preoccupazione che, nella celebrazione del 100° anniversario della prima guerra mondiale a Sarajevo, i serbi siano ancora una volta “messi ai margini” ed accusati di incitamento del più grande conflitto armato della storia moderna.  

Tali tentativi sono stati rinnovati con maggiore insistenza anche nel corso degli ultimi mesi, in modo da incolpare i serbi per l’assassinio di Sarajevo, in cui i membri della organizzazione irredentista, Mlada Bosna, hanno colpito il principe austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie il 28 giugno 1914. Il fatto di collocare in tale evento l’inizio reale del conflitto mondiale dimostra il tentativo di falsificazione in atto e la strumentalizzazione dell’evento stesso. Un fatto che viene ignorato in questo contesto è che l’assassinio di Sarajevo è stato utilizzato come scusa e pretesto per le tendenze imperialiste e per i piani di aggressione da parte dell’Austria-Ungheria e della Germania, come è stato ricordato da Dacic. 

Tale processo di autentico, negativo, “revisionismo storico”, passa sia per la lettura strumentale della storia, sia per le iniziative che intendono muoversi sul terreno del ricordo, della memoria e del simbolico. Dacic ha ricordato che vi sono annunci che indicano l’intenzione, da parte delle autorità cittadine, di erigere un monumento in onore di Francesco Ferdinando a Sarajevo, aggiungendo che questo potrebbe rappresentare una “sanzione” della revisione della storia in atto e che deve essere evitato. Ha infine ricordato che Gavrilo Princip e gli altri partecipanti ai fatti di Sarajevo non erano solo serbi, ma membri del movimento jugoslavo, per l’unità degli Slavi del Sud, che ha raccolto molti croati e molti musulmani.  

Questo è il motivo per cui è importante, per preservare una memoria corretta e limpida degli eventi che hanno avuto luogo cento anni fa, ricordare e illustrare i contenuti degli eventi e il reale svolgimento dei fatti e trasferirli correttamente presso le più giovani generazioni. Non va dimenticato che i serbi sono stati tra le maggiori vittime nella prima guerra mondiale e hanno dovuto affrontare, in quella circostanza, il peggior ultimatum che un Paese abbia potuto, sino a quel momento, imporre a un altro Stato.  

Le maggiori potenze dell’epoca hanno preso parte all'aggressione alla Serbia, e la Serbia avrebbe continuato a subire aggressioni a sfondo imperialistico anche negli anni a seguire, come dimostrano l’invasione e il bombardamento di Belgrado ad opera dei Nazisti nel 1941, nel corso della seconda guerra mondiale, e l’ultimatum di Rambouillet e l’aggressione della NATO contro l’intera Serbia nel 1999, guerra per la quale si stimano danni complessivi per oltre cento miliardi di dollari. Per intendersi, l’intero Prodotto Lordo della Serbia, nel 2013, è di poco superiore ai quaranta miliardi di dollari.  

Tutto questo ovviamente non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione, possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze.  

USAID è il sostenitore e lo sponsor principale delle organizzazioni bosniache che coordinano il processo; l’Open Society di George Soros è tra i principali supporter e finanziatori di una ampia platea di organizzazioni e fondazioni che sono sin dall’inizio nella rete dei promotori dell’evento; alcuni tra i protagonisti hanno tra i propri sponsor e supporter, sia a livello di organizzazioni sia a livello di progetti, ambasciate straniere non esattamente indifferenti al passato (storico e recente) e al presente della complessa vicenda di guerra dei Balcani, tra cui l’Austria e in particolare la Francia e la Germania.  

Quest’ultima, come è stata il principale sponsor delle secessioni unilaterali che, tra il 1991 e il 1992, hanno inaugurato la stagione lunga e sanguinosa della disgregazione della Jugoslavia, è oggi il principale finanziatore della “cabina di regia” istituzionale che sovra-intende al complesso delle celebrazioni del centenario e uno dei motori della ridda di eventi che sono in cartellone al 2014. Se tale è l’inaugurazione di un nuovo secolo all’insegna di “pace e nonviolenza”, c’è davvero poco di cui nutrire speranza.
 

sabato 27 luglio 2013

Corpi Civili di Pace, in Kosovo ed oltre ...

Mitrovica (Kosovo): Foto di Gianmarco Pisa
Un confronto caldo, competente e partecipato, allo stesso tempo. Sin dall'introduzione, ad opera di Clara Degni del Servizio Cooperazione Decentrata, Legalità e Pace del Comune di Napoli, si è capito che l'iniziativa di presentazione del volume “Corpi Civili di Pace in Azione” e del reportage “Essere Kosovaro”, tenuta al CEICC (Europe Direct) di Napoli lo scorso 24 Luglio, sarebbe stata particolare e innovativa: a metà strada tra l'illustrazione di un progetto di ricerca-azione (il primo progetto di un comune finalizzato alla costruzione di Corpi Civili di Pace in area di conflitto) e il confronto sull'attualità dello scenario balcanico, in particolare kosovaro, sullo sfondo delle grandi trasformazioni che sta attraversando la regione e, insieme con lei, l'intera Europa.
Una “rappresentazione” costantemente in bilico tra i temi della cittadinanza attiva e dell'intervento civile per la prevenzione della violenza e la trasformazione dei conflitti, e quelli dell'impegno della società civile e degli attori istituzionali, in primo luogo l'Unione Europea, per la soluzione negoziata delle crisi e per la “pace positiva”. Su questa falsariga, Luciano Griffo, in rappresentanza del Centro Europeo Informazione, Cultura e Cittadinanza, Punto Europe Direct di Napoli, ha posto l'accento sul ruolo dell'Unione Europea, sia attraverso il processo di allargamento sia mediante i programmi di mobilità transnazionale (soprattutto, ma non solo, giovanile, dal “Leonardo” al “Comenius”, passando per l'“Erasmus”), ricordando l'esigenza di innovare e diffondere pratiche di cittadinanza attiva europea, e il compito del CEICC nel promuovere informazione e conoscenza sul mondo dell'Europa e, in particolare, dell'Unione Europea.
Un punto di partenza utile alla discussione, introdotta proprio dall'intenzione di «discutere in maniera leggera di contenuti niente affatto “leggeri”» e dall'annotazione, quasi in premessa di metodo, di sapere distinguere tra l'Europa, nata e morta a Sarajevo, per riprendere l'adagio famoso di Alex Langer, uno dei principali ispiratori del movimento europeo per i Corpi Civili di Pace, e che si appresta tra un anno a celebrare il centenario della Prima Guerra Mondiale e uno degli anniversari del “lungo ventennale” della Guerra di Bosnia (1992-1995), e l'Unione Europea, la cui crisi economica e politica ne accentua ancora di più la contraddizione dell'essere, al tempo stesso, primo sostenitore umanitario al mondo (quasi 700 milioni di euro nel bilancio 2013, con cinque destinazioni prioritarie, Mali, Sudan, Rep. Dem. del Congo, Pakistan e Somalia), e artefice, attraverso gli interessi nazionali dei Paesi Membri, di vere e proprie azioni di guerra (dalla partecipazione euro-atlantica alla aggressione della Serbia alla recente iniziativa franco-britannica in Libia).
Per questo è così esigente e necessaria l'azione dei civili che, autonomamente dai governi, si impegnano, forti dell'ispirazione nonviolenza, a intervenire “sui” e “nei” conflitti, a sostegno delle vittime e a supporto degli sforzi della società civile locale per il superamento dei conflitti armati e la ricostruzione di nuovi presupposti di dialogo, fiducia, ricomposizione e, in definitiva, pace. Il volume di Gianmarco Pisa dedicato ai “Corpi Civili di Pace in Azione” (Ad Est dell'Equatore, 2013) vuole essere, proprio alla luce di questi presupposti, il “racconto” in forma di “saggio” di una azione concreta di promozione della pace e di costruzione dei Corpi Civili di Pace (specie in Kosovo) e di una indagine volta a ri-costruire terreni condivisi di sperimentazione del dialogo e per il reciproco riconoscimento tra le parti stesse del conflitto.
Paradigma e laboratorio, al tempo stesso, del conflitto etno-politico del nostro tempo, esploso in una guerra portata dai bombardieri della NATO (oltre trentamila i raid della NATO contro la Jugoslavia in 78 giorni di guerra nella primavera del 1999) con l'attivo supporto del Governo Italiano (la maggior parte dei raid partivano dalla base di Aviano) fuori qualsivoglia mandato delle Nazioni Unite, il Kosovo è tuttavia terra di storica co-abitazione di popoli e nazionalità e luogo di memorie e narrazioni, nonché di uno dei più ampi e coinvolgenti movimenti nonviolenti di riconciliazione, quello animato da Ibrahim Rugova ed Anton Cetta, che ha portato a riconciliare, superando le reciproche vendette giurate, oltre 1200 famiglie kosovare nel corso degli Anni Novanta.
Ricostruire “una storia” attraverso “le storie” diviene, quindi, importante ed il reportage di Lorenzo Giroffi, “Essere Kosovaro” (First Line Press, 2012) ne è una vivida testimonianza, da un capo all'altro del ponte della città divisa di Mitrovica e a cavallo tra le comunità che rendono viva ed unica la realtà kosovara (non solo Albanesi e Serbi, ma anche Rom, Ashkalij, Egizi, Bosniaci, Turchi e Gorani). Un “ponte di dialoghi” e di nuovi “dialoghi di pace” che meritano la nostra attenzione, in uno scenario che, dopo gli accordi serbo-kosovari del 19 Aprile e il nuovo percorso di adesione europea, dopo la Croazia, della Serbia, torna più attuale che mai.