venerdì 17 marzo 2017

"The Boiling Point"

Leonard Raven-Hill (1867-1942), "The boiling point", Punch, 2 Ottobre 1912
  

Come arrivano stati e regioni dei Balcani Occidentali all'importante appuntamento, di oggi e domani, in occasione del “Vertice a Sei”, a Sarajevo, tra il Commissario Europeo all'Allargamento, Johannes Hahn, e le leadership di Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania e dell'auto-governo del Kosovo? Il contesto regionale con cui le cancellerie e gli osservatori si trovano a che fare è uno dei più problematici dell'intero panorama europeo e registra, in questa fase, uno dei momenti più acuti di crisi e di inquietudine. Non è solo la prospettiva incerta e faticosa dell'allargamento europeo ad essere messa in discussione; ancora una volta, è la stessa possibilità di pace e convivenza nella regione a segnare battute di arresto assai preoccupanti.

Anche per questo, più che nel recente passato, le diplomazie si esercitano in un “lavoro sul simbolico”, un “intervento sugli immaginari” che non si vedeva da tempo. Abbiamo già raccontato, qui, dell'intervento di Federica Mogherini, Alto Rappresentante della Politica Estera UE, sul ponte della città divisa di Mitrovica, tra gli Albanesi e i Serbi del Kosovo, in occasione della sua vista il 4 Marzo nella regione; analogamente, venerdì 17 Marzo, Johannes Hahn inaugurerà l'apertura del ponte sulla Sava a Svilaj, a cavallo tra la Bosnia e la Croazia. I “ponti” tornano ad essere veicolo di immaginari potenti: non solo contro i nuovi muri che, non solo in Europa - e qui soprattutto nei Balcani - si ergono per costruire nuove separazioni e impostare nuovi respingimenti “sovrani”; ma anche per segnalare l'esigenza della convivenza e della costruzione della pace.  

Sebbene le cancellerie non manchino di esprimere, ad ogni occasione, “pieno sostegno” al percorso europeo di questo o quel paese della regione (ultimi, in ordine di tempo, il ministro degli esteri italiano, in visita a Belgrado lo scorso 14 marzo, e la cancelliera tedesca, presso la quale si è recato il premier serbo ancora lo scorso 14 marzo), non sempre questo “dialogo strutturato” viene percorso con coerenza né mancano forzature e condizionamenti. Le dichiarazioni, “in parallelo”, del ministro italiano e della cancelliera tedesca, se da una parte confermano il sostegno di Roma e Berlino al percorso europeo, insistono dall'altro sul fare di più e meglio sia nel senso delle riforme interne che, in questo caso la Serbia - ma non si tratta solo della Serbia - devono intraprendere, sia nel senso della “liberalizzazione” sempre più spinta dei mercati nazionali nei confronti del mercato europeo. Senza contare, ovviamente, pressioni anche di altro tipo: come quella, paventata a più riprese, di subordinare il percorso europeo della Serbia al riconoscimento del Kosovo come Stato, alimentando tensioni nel dialogo bilaterale e cancellando di fatto la risoluzione 1244 del 1999.

D'altro canto, una recente risoluzione del Parlamento Europeo, votata in Commissione Esteri il 28 febbraio, approvata con 40 voti favorevoli, 12 contrari e 5 astensioni, si è perfino spinta a stigmatizzare il fatto che cinque paesi membri dell'Unione Europea (Spagna, Romania, Slovacchia, Grecia e Cipro) non riconoscano il Kosovo come Stato, notando come se i Paesi membri si allineassero su una linea comune rafforzerebbero la credibilità della UE ed affermando, in questo caso persino paradossalmente, che un riconoscimento ufficiale del Kosovo come Stato finirebbe per aiutare a “normalizzare” le relazioni tra il Kosovo stesso e la Serbia.  

Né il Consiglio Europeo è stato in grado di approvare un documento comune sui Balcani Occidentali a conclusione della riunione tenuta lo scorso 10 marzo: nelle conclusioni, il Consiglio sottolinea l'importanza della prosecuzione del processo di riforma, delle relazioni di buon vicinato e delle iniziative di cooperazione regionale; peraltro, come ribadito dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, non è stato un errore l'avere annunciato che non ci sarebbe stato nessun nuovo ingresso nell'UE durante il mandato dell'attuale Commissione, poiché, come riportato dalla stampa, «nessun candidato è pronto per l'ingresso».

Non mancano, poi, nuove minacce e criticità: dalla Bosnia è stata avanzata alle Nazioni Unite la richiesta di rivedere la sentenza della Corte dell'Aja del 2007 che assolse la Serbia in quanto tale dall'accusa di genocidio in Bosnia (richiesta respinta dalla Corte lo scorso 8 Marzo); dal Kosovo, quando ci si aspetterebbe un rilancio del dialogo mediato a Bruxelles e la piena implementazione degli Accordi del 19 Aprile 2013 e del 25 Agosto 2015, avanza addirittura la proposta di trasformare la “Kosovo Security Force” in un vero e proprio esercito regolare del Kosovo (richiesta che, se approvata, non potrebbe che bypassare il dettato stesso della costituzione del Kosovo e che non ha mancato di suscitare preoccupazione anche negli ambienti UE e NATO), progetto per ora accantonato ma che resta sullo sfondo come una minaccia nei rapporti regionali.  

Intanto, annunciata a più riprese per il 20 Gennaio, la riapertura del ponte-simbolo di Mitrovica slitta ancora a data da destinarsi: per quello che la Mogherini stessa auspicava potesse diventare, da “simbolo della divisione”, un “simbolo del dialogo”, si parla adesso addirittura del mese di maggio. Intanto, il 2 Aprile, si voterà in Serbia per il nuovo presidente della Repubblica; il successivo 18 Giugno si terranno le elezioni legislative in Albania; e la Macedonia, ancora senza governo dopo le ultime elezioni politiche, è attraversata da proteste e dissidi, anche questi a sfondo etno-politico, tra nazionalisti macedoni e minoranza albanese locale.

Ancora una volta, i frutti avvelenati del nazionalismo e le interferenze interessate delle maggiori potenze scaricano sui Balcani crisi e tensioni; e i Balcani tornano, ancora una volta, al centro dell'Europa, quando la pace e la convivenza nell'Europa del Sud e dell'Est significano pace e convivenza per il continente intero.  

lunedì 27 febbraio 2017

Kosovo: annunciata la riapertura del Ponte di Mitrovica

Adam Jones, Ph.D. [CC BY-SA 3.0] via Wikimedia Commons

Forse, per la prima volta da più di cinque anni a questa parte, la città di Mitrovica, luogo simbolo del conflitto del Kosovo e della separazione tra Serbi e Albanesi, tornerà ad essere effettivamente attraversabile e il suo ponte centrale, anziché un paradossale luogo di divisione e di separazione, riguadagnerà la sua funzione naturale, di transito e di passaggio, di connessione e di comunicazione. Si tratta di una vicenda dai forti risvolti simbolici, molto concreta, tuttavia, nelle sue implicazioni.
 
Era stata annunciata, per il 20 gennaio scorso, la riapertura del ponte centrale di Mitrovica, dopo i lavori di risistemazione e di riqualificazione, decisi nelle tornate negoziali e nel dialogo bilaterale a cavallo tra il 2015 ed il 2016, che avrebbero dovuto dare una configurazione definitiva alla zona e consentire, al tempo stesso, la riqualificazione urbanistica delle aree adiacenti, quella meridionale, non distante dal Municipio di Mitrovicë, il settore cittadino, abitato da oltre 70.000 persone, a larga maggioranza albanese, e quella settentrionale, che dà sulla strada Kralja Petra, una delle arterie principali di Kosovska Mitrovica, il settore cittadino, abitato da ca. 30.000 persone, a maggioranza serba, capoluogo del Kosovo del Nord, abitato, con alcune altre zone dell'interno, dai Serbi.
 
Tuttavia, iniziati da diversi mesi, i lavori non sono ancora giunti a conclusione: solo nelle prossime settimane si arriverà ad una sistemazione definitiva e solo negli ultimi giorni sono stati definiti i particolari della risistemazione urbanistica del settore Nord che dovrebbe servire insieme a garantire la libertà di circolazione pedonale da una parte all'altra del ponte e a creare una zona pedonalizzata, interdetta al traffico veicolare, a Nord, nella zona tra il ponte ed il viale: un modo per consentire la libera circolazione delle persone e, al tempo stesso, evitare il passaggio di veicoli a motore; riaprire il ponte e prevenire possibili incursioni o provocazioni a sfondo estremista o nazionalista.
 
Quella che, da un capo all'altro del ponte, ancora dopo la guerra del '99, era la zona cuscinetto tra il settore serbo ed il settore albanese, ha continuato ad essere, anche negli anni successivi e sino ad oggi, una zona estremamente sensibile del Kosovo post-conflitto, perché confine di fatto tra i due settori, luogo al tempo stesso di comunicazione e di scambio, come nel settore di Bosniack Mahala, il cosiddetto quartiere bosniaco di Mitrovica, ma anche di dissidio e di rivendicazioni contrapposte, su cui si è esercitata, e continua ad esercitarsi, tutta l'iconografia del conflitto serbo-albanese, ivi compresa la contrapposizione dei monumenti, di Isa Boletini a Sud e del Principe Lazar, a Nord: l'uno, leader della guerriglia albanese anti-ottomana e anti-serba d'inizio '900, l'altro, comandante delle forze serbe e cristiane nella epica battaglia di Kosovo Polje, contro gli ottomani, del 1389.
 
Un conflitto, non solo di simboli ed iconografie, ma, in alcune circostanze, segnato da violenze e devastazioni: dal ponte di Mitrovica, con la notizia, purtroppo strumentalizzata, dell'annegamento di due ragazzi albanesi nelle acque dell'Ibar, partirono, il 17 marzo 2004, gli scontri a sfondo etnico più gravi dell'intero dopoguerra kosovaro, un vero e proprio pogrom ai danni dei Serbi, protrattosi per più giorni ed esteso all'intera regione, che ha finito con il vedere case e villaggi a ferro e fuoco, luoghi simbolo della cristianità serbo-ortodossa profanati e vandalizzati, uno su tutti la Chiesa di “Nostra Signora di Ljeviš” (1307), a Prizren, nel sud Kosovo, patrimonio mondiale dell'UNESCO.
 
Il bilancio di quegli scontri è catastrofico: secondo alcune fonti, 32 vittime, tra Serbi ed etnie non albanesi; 900 case attaccate ed incendiate; 35 chiese e monasteri distrutti o profanati; quattromila serbi costretti a lasciare le loro case. Anche a Mitrovica, da quel momento, la tensione inter-etnica è venuta a caricarsi di nuovi, gravi, significati: dal 2011 il versante settentrionale del ponte è stato letteralmente barricato, a cavallo del 2014 un “peace park”, un giardino con piante, è stato installato sullo stesso versante, in sostituzione delle precedenti barricate, con la medesima finalità: prevenire scorribande e provocazioni, “materializzare un confine” che, in realtà, non dovrebbe esserci.
 
Così, quando nel dicembre scorso la riqualificazione urbanistica del versante nord si è materializzata in un muro di contenimento alto due metri, la paura è tornata a concretizzarsi e la tensione ha ripreso ad affiorare. Un nuovo muro nel cuore dell'Europa, la paura e la diffidenza che tornano ad alimentare trincee e separazioni. I lavori sono ripresi quando il muro, alcune settimane fa, è stato abbattuto e il progetto di riqualificazione finalmente illustrato: il versante nord darà su una piazza circolare, con al centro un giardino, aperta ai pedoni, con un muretto di contenimento, prima del viale, alto 70 cm. e profondo 120 cm. E forse, una inedita occasione per riorganizzare, finalmente, non più la diffidenza e la paura, ma l'apertura e la comunicazione, in un Kosovo per tutti e per tutte.

lunedì 9 gennaio 2017

Serbia multietnica

Foto Stewart Butterfield (flickr) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons

È recente la notizia, positiva, che ci ricorda, da un lato, che la Serbia resta Paese propriamente multi-etnico, con la Bosnia, tra quelli emersi dalla disgregazione della Jugoslavia, federazione pluri-nazionale per eccellenza, e ci informa, d'altro canto, che il tema della tutela della pluralità etnica e della diversità culturale e quello della difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali non possono che essere strettamente intrecciati.
 
Alla vigilia di Natale, lo scorso 23 dicembre, è stato siglato, da parte del ministro dell'istruzione di Serbia, Mladen Šarčević, del direttore dell'Istituto per i libri di testo in uso nelle scuole, Dragoljub Kojičić, e dei rappresentanti dei consigli nazionali delle minoranze in Serbia (bosniaca, bulgara, ungherese, rumena, rutena, slovacca e croata) un significativo memorandum sulla cooperazione nel settore dei libri di testo nelle lingue delle minoranze. Con l'ottavo tra questi, il consiglio della minoranza albanese, sarà analogamente firmato un allegato alle stesse condizioni, quando avrà inizio l'implementazione del memorandum stesso.
 
Come messo in evidenza da un comunicato del ministero, «il memorandum si riferisce al completamento dei libri di testo per le scuole primarie, con riferimento a quelle minoranze che hanno intere classi impegnate nell'apprendimento in lingua madre all'interno della scuola primaria». Inoltre, «il rispetto dei diritti umani in materia di istruzione, con particolare attenzione a promuovere la conservazione della pluralità inter-culturale e a incoraggiare le identità nazionali e le culture delle minoranze, sono i principali punti che hanno orientato l'iniziativa del ministero», come riferito in una comunicazione dell'ufficio del ministro, un indipendente all'interno del governo, non appartenente a nessuno dei due principali partiti della coalizione (i progressisti, nazional-conservatori, dell'SNS, e i socialisti, socialdemocratici, dell'SPS), un passato da dirigente scolastico.
 
La notizia segue quella del 24 marzo, quando il processo di ratifica del memorandum è stato avviato; al fine di raggiungere la piena attuazione del piano d'azione per i diritti delle minoranze, infatti, il Ministero, insieme con l'Istituto e i Consigli delle minoranze, ha affrontato la questione dei libri di testo in lingua madre, dapprima con le minoranze rumena, rutena, ungherese, bulgara, croata, bosniaca, slovacca, e, quindi, con i rappresentanti della minoranza albanese, il cui memorandum è stato firmato lo scorso mese di agosto.
 
Si è trattato, in questo caso, di una “notizia nella notizia”, per la problematicità dei rapporti tra la minoranza albanese e le istituzioni serbe, non solo per i noti motivi storici, tra cui quelli legati alla questione kosovara e alle rivendicazioni della minoranza albanese della valle di Preševo, ma anche per la più recente controversia dei libri di testo, legata agli eventi del marzo 2016, quando migliaia di libri di testo in albanese, provenienti dal Kosovo, diretti alle scuole di Preševo, furono bloccati al terminal amministrativo e infine spediti indietro.
 
Il memorandum prevede che, prima dell'inizio dell'anno scolastico, ciascuna minoranza presenti una lista di libri di testo. Gli allegati prevedono la fornitura di 84 nuovi titoli di cui 25 in lingua bosniaca, 18 in croato, 16 in slovacco, 12 in bulgaro, 5 in rumeno, 5 in ruteno e 3 in ungherese. A questi andranno aggiunti quelli che si definiranno per la lingua albanese. Ciò potrebbe rappresentare un ulteriore punto di distensione nei rapporti bilaterali. 

E questo è stato uno degli effetti dell'accordo in relazione ai, diversamente problematici, rapporti con la Croazia. Infatti, all'indomani della stipula del memorandum, la Croazia ha manifestato l'intenzione di “rimuovere le proprie riserve” in merito all'apertura di un nuovo capitolo del negoziato di adesione della Serbia all'UE, facendo riferimento, in particolare, al capitolo 26 (Istruzione e Cultura) dei negoziati in corso.
 
La decisione della Croazia, peraltro, è maturata non solo in conseguenza dell'accordo, ma anche a seguito del pressing esercitato dalle diplomazie europee ed atlantiche. Come è stato riportato da fonti di stampa, infatti,  la Commissione Europea e gli Stati Membri avevano già dichiarato di considerare la questione materia prettamente bilaterale, che sarebbe dovuta essere risolta tra Serbia e Croazia e che non avrebbe dovuto coinvolgere le istituzioni comunitarie. 

La Croazia si era trovata isolata nel suo veto alla prosecuzione dei negoziati della Serbia, in un momento in cui, con le elezioni tedesche alle porte, non si avverte, tra le cancellerie, alcun bisogno di creare nuove occasioni di controversia nella UE o di alimentare ulteriori focolai di tensione in quella che resta la sempre più delicata “rotta balcanica” delle migrazioni e dei rientri dalla Siria e dall'Iraq.
 
Qui, in ogni caso, la geo-politica resta sullo sfondo. Il memorandum riguarda i diritti delle minoranze e il pluralismo culturale, la possibilità, cioè, con la tutela dei diritti universali, di preservare la diversità e il pluralismo delle culture. E consente di salutare il nuovo anno con una rinnovata speranza “interculturale”. 

venerdì 25 novembre 2016

Accogliere per Includere

Il Museo della Memoria "21 Ottobre" di Kragujevac, in Serbia. Il Museo commemora uno dei più tragici eccidi nazisti commessi nel territorio della ex Jugoslavia, quando, tra il 18 e 21 ottobre, 1941, tremila persone, tra cui perfino bambini rastrellati dalle scuole, furono sterminati nell'area. All'ingresso compare uno dei momumenti del parco, le tre "Sudjaje", figura tipica della mitologia slava, corrispondenti alle "Parche" della mitologia classica e romana, le divinità che sovrintendono alla nascita e tessono il destino degli uomini, rappresentano, all'ingresso del "memorial park", il destino delle persone qui commemorate.


Anche quest'anno, come di consueto, tra le varie città impegnate, anche a Napoli si è “celebrata” la ricorrenza della Giornata della Tolleranza, lo scorso 16 Novembre. Declinata quest'anno nel senso di una vera e propria “Giornata della Tolleranza e dell'Accoglienza”, essa è stata, in effetti, molto più di una mera “celebrazione” o “commemorazione”, bensì, alla fine, si è trasformata in una bella e partecipata occasione di confronto e di dialogo, appassionato e orizzontale, sui grandi temi che dilaniano le nostre coscienze e che impegnano il nostro agire: conflitti, migrazioni, esclusioni.

Grazie all'impegno profuso dalle associazioni coinvolte, in primis l'IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete CCP (Corpi Civili di Pace), l'Associazione “Culture e Memorie - Lidia Menapace”, e l'Associazione ospitante, “Sisto Riario Sforza”, con il supporto del Consolato Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il pomeriggio e la serata, trascorsi insieme, nella splendida cornice della Chiesa di San Tommaso a Capuana, nel cuore del Centro Antico, Patrimonio UNESCO, della Città di Napoli, si sono rivelati un'occasione utile per “onorare”, senza dubbio, i contenuti della Dichiarazione UNESCO, ma anche per rilanciare ulteriori energie ed impegni.

Proprio dall'UNESCO, infatti, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Istruzione, la Scienza e la Cultura, è partita, ormai più di venti anni fa, la iniziativa della “Dichiarazione sul Principio di Tolleranza”, che l'organizzazione ha adottato in occasione della Conferenza Generale del 16 Novembre 1995, e con la quale essa ha inteso ed intende lanciare un richiamo, un monito e una chiamata all'impegno, tanto alle autorità quanto ai popoli, ad agire e mobilitarsi per gli ideali e i valori della convivenza: una convivenza declinata in senso attivo, fonte di eguaglianza e inclusione.

Non a caso, infatti, come recita in Preambolo, «l’attuale crescita dell’intolleranza, della violenza, del terrorismo, della xenofobia, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’esclusione, della emarginazione e della discriminazione, nei confronti delle minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche, dei rifugiati, dei lavoratori e dei migranti, degli immigrati e dei gruppi vulnerabili», nonché «l’aumento degli atti di violenza e di intimidazione ai danni di persone che esercitano la propria libertà di opinione e di espressione» costituiscono comportamenti «che minacciano il consolidamento della pace e della democrazia, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, e che costituiscono altrettanti ostacoli allo sviluppo». Sin dall'inizio, cioè, sono individuati esplicitamente, nei grandi e tragici capitoli della discriminazione, del fanatismo, dell'intolleranza, dell'antisemitismo e del razzismo, i mali che, tra gli altri, alimentano conflitti e segregazioni e attraversano imperiosamente il nostro tempo, imponendo una risposta civile e sociale.

Ma non c'è solo questo: c'è, in particolare, da attrezzare una risposta, che non può non basarsi sul terreno educativo, della formazione delle giovani generazioni e della maturazione delle coscienze, e non può, al tempo stesso, non alimentarsi di percorsi effettivi e concreti di eliminazione delle diseguaglianze e di contrasto alla povertà in tutte le sue forme, nella consapevolezza, ribadita peraltro anche da numerosi passaggi della conferenza in S. Tommaso, che la pace non possa essere declinata come un ideale irenico e astratto, né possa limitarsi alla sola, fin troppo comoda e funzionale, «assenza della guerra», ma debba essere invece declinata in una maniera più completa ed esigente, come costruzione di relazioni sociali improntate alla libertà e alla giustizia, insieme, come superamento delle condizioni materiali e sociali che alimentano la separazione nelle nostre società, come occasione, e cioè in positivo, di «pace positiva», di costruzione attiva della pace.

Lo ribadisce, in un passaggio successivo, ancora la Dichiarazione, quando puntualizza che non si può intendere il “principio di tolleranza” come “concessione”, “accondiscendenza”, “compiacenza”; bensì sottolinea, all'art. 1, che «la tolleranza è un atteggiamento attivo, animato dal riconoscimento dei diritti universali della persona umana e delle libertà fondamentali dell’altro. In nessun caso la tolleranza potrà essere invocata per giustificare attentati a tali virtù fondamentali». In questo senso, attivo, essa può porsi a fondamento delle società democratiche e pluralistiche e concorrere alla prevenzione della violenza e alla costruzione di un ordine fondato appunto su “pace con giustizia”.

Poco più avanti, entrando maggiormente nel concreto, nell'art. 4, la Dichiarazione sancisce inoltre l'impegno «a realizzare programmi di ricerca nell’ambito delle scienze sociali e di educazione alla tolleranza, ai diritti umani e alla non-violenza. È necessario accordare maggiore attenzione al miglioramento della formazione degli insegnanti, dei programmi di insegnamento, del contenuto dei manuali e di altri tipi di materiale pedagogico, incluse le nuove tecnologie, per formare cittadini solidali e responsabili, aperti alle altre culture, capaci di apprezzare il valore della libertà, rispettosi della dignità degli esseri umani e delle loro differenze e capaci di prevenire i conflitti».

Difficile, pertanto, declinare la “tolleranza” senza il “conflitto”: conflitto che sia occasione di sviluppo e di progresso, di crescita e di maturazione di rapporti sociali più liberi e più giusti, insieme, e che, pertanto, non può e non deve degenerare in violenza catastrofica o distruttiva, ma semmai aprire orizzonti di autentica trasformazione sociale. Questo aspetto ha, in fondo, legato tra di loro le due comunicazioni di apertura, del pomeriggio in S. Tommaso a Capuana, a cura di Modestino Caso e di Gianmarco Pisa, quando è stato messo l'accento, ricordando l'impegno della Associazione “Sisto Riario Sforza”, sull'esigenza di rispondere fattivamente ai bisogni degli ultimi della società e di contrastare la povertà dilagante, non solo nelle periferie, ma, ormai, sempre più drammaticamente fin nel cuore dei centri urbani delle nostre metropoli capitalistiche (l'Associazione ospita, tra l'altro, anche un centro di ascolto e di supporto ed uno studio medico per i più poveri).

O quando è stata richiamata all'attenzione la minaccia della guerra, che, attraversando imperiosa il Mediterraneo, entra sempre più drammaticamente nelle porte di casa, alimentando le migrazioni dal Sud e dall'Est, contribuendo alla militarizzazione dei nostri territori e del nostro spazio pubblico, drenando risorse e radicalizzando la povertà (si è fatto riferimento, tra gli altri, al progetto PRO.ME.T.E.O., «PROductive MEmories to Trigger and Enhance Opportunities», in corso di svolgimento in alcuni territori della ex Jugoslavia, in particolare in Kosovo, dove il tema della “memoria collettiva” e quello dei “luoghi della memoria” possono diventare non solo occasione di riappropriazione ma anche terreno di convivenza, opportunità di reciprocità e di inclusione sociale).

Uno degli spunti del confronto è stata, infatti, anche la presentazione del volume, anch'esso legato ai percorsi costruttivi di articolazione di iniziative e di corpi civili di pace in Kosovo (iniziative sociali, non governative, per la prevenzione della violenza e la trasformazione dei conflitti), dal titolo La Pagina in Comune, pubblicato per i tipi di “Ad Est dell'Equatore”, in cui i due piani, infatti, si intersecano e si combinano: le eredità e le conseguenze dei tragici conflitti nei Balcani e in particolare della guerra del Kosovo (1999), la dinamica e le iterazioni del meccanismo della povertà e della separazione, che ancora attraversano la regione, come hanno messo in evidenza anche i contributi al dialogo delle professoresse Rosanna Morabito e Armida Filippelli, laddove la guerra, lungi dal risolvere i problemi, prevenire le violazioni dei diritti umani, impedire una catastrofe umanitaria, non ha fatto altro che congelare, fissare e radicalizzare quelle contraddizioni: distruzione del tessuto della convivenza e congelamento di un clima, nella regione, di separazione quando non di ostilità nei rapporti inter-etnici; riduzione degli spazi della solidarietà, anche a livello internazionale, e aumento della povertà e della esclusione (il Kosovo, oggi, è, secondo le statistiche, la regione più povera d'Europa, con un tasso di disoccupazione superiore al 35%, una disoccupazione giovanile superiore al 60%, una drammatica condizione di povertà che riguarda, ormai, più del 30% della popolazione e decine di migliaia di persone letteralmente scappate, specie negli ultimi tre anni).

Anche gli interventi di Maria Teresa Iervolino e di Lucia Vecchione hanno ribadito, non solo i contenuti sociali, ma anche quelli educativi, maieutici e pedagogici, del lavoro per l'accoglienza e l'inclusione; e nelle sue conclusioni la Console Generale a Napoli del Venezuela, Amarilis Gutiérrez Graffe, illustrando due originali contributi video sulla pluralità delle minoranze etniche e delle culture ancestrali in Venezuela, ha ricordato il valore cruciale di una democrazia «plurale e sociale», capace di alimentare, nell'eguaglianza tra le differenze etniche e culturali, inclusione e giustizia.

venerdì 11 novembre 2016

La Giornata della Tolleranza

La Giornata della Tolleranza, che, ogni anno, su iniziativa delle Nazioni Unite, si celebra il 16 Novembre, è un'occasione preziosa, specie nel nostro tempo, in Europa e non solo, per confrontarsi sui fenomeni epocali delle migrazioni e delle segregazioni (sociali, etniche, culturali) e alimentare iniziativa e mobilitazione sui temi della “pace con giustizia”, della inclusione e della accoglienza.

Indetta ormai più di venti anni fa, a seguito della adozione, da parte dell'UNESCO, della “Dichiarazione sul Principio di Tolleranza”, in occasione della Conferenza Generale del 16 Novembre 1995, essa intende costituire un richiamo alle autorità e ai popoli ad agire e mobilitarsi per gli ideali e i valori della convivenza.

Sono state le stesse Nazioni Unite, raccogliendo il messaggio dei popoli e delle organizzazioni più avanzate della società civile, a denunciare le minacce e i pericoli che sono alla base dell'urgenza e della necessità di un richiamo così forte, cui tutti e tutte dobbiamo sentirci impegnati: «l’attuale crescita dell’intolleranza, della violenza, del terrorismo, della xenofobia, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’esclusione, dell’emarginazione e della discriminazione nei confronti delle minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche, dei rifugiati, dei lavoratori e dei migranti, degli immigrati e dei gruppi vulnerabili», nonché «l’aumento degli atti di violenza e di intimidazione ai danni di persone che esercitano la propria libertà di opinione e di espressione, comportamenti, questi, che minacciano il consolidamento della pace e della democrazia, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, e che costituiscono altrettanti ostacoli allo sviluppo».

Per questo, la Dichiarazione cui facciamo riferimento, non intende il “principio di tolleranza” come concessione, accondiscendenza, compiacenza; bensì sottolinea, al suo art. 1, che «la tolleranza è, prima di tutto, un atteggiamento attivo, animato dal riconoscimento dei diritti universali della persona umana e delle libertà fondamentali dell’altro. In nessun caso la tolleranza potrà essere invocata per giustificare attentati a tali virtù fondamentali». In questo senso, attivo e dinamico, essa può porsi a fondamento delle società democratiche e pluralistiche e concorrere fattivamente alla prevenzione della violenza e alla costruzione di un ordine fondato sulla “pace con giustizia”.

Non a caso, nell'art. 4, essa sancisce l'impegno «a realizzare programmi di ricerca nell’ambito delle scienze sociali e di educazione alla tolleranza, ai diritti umani e alla non-violenza. A questo scopo, è necessario accordare maggiore attenzione al miglioramento della formazione degli insegnanti, dei programmi di insegnamento, del contenuto dei manuali e dei corsi e di altri tipi di materiale pedagogico, incluse le nuove tecnologie educative, per formare cittadini solidali e responsabili, aperti alle altre culture, capaci di apprezzare il valore della libertà, rispettosi della dignità degli esseri umani e delle loro differenze e capaci di prevenire i conflitti o di risolverli con mezzi non-violenti».

Per questi motivi, su iniziativa delle Associazioni “Sisto Riario Sforza”, Culture e Memorie - “Lidia Menapace”, Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Rete Corpi Civili di Pace (IPRI - Rete CCP), col supporto del Consolato Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, anche quest'anno si tiene un convegno sui temi della “pace con giustizia”, dell'accoglienza e dell'inclusione.

Nel contesto della presentazione del volume di Gianmarco Pisa, La Pagina in Comune, Edizioni “Ad Est dell'Equatore”, 2015, nella splendida cornice della Chiesa di San Tommaso a Capuana, Via dei Tribunali, 216, Napoli, si confrontano: Lucia Vecchione, Associazione “Sisto Riario Sforza”; Maria Teresa Iervolino, Associazione Culture e Memorie “Lidia Menapace”; Armida Filippelli, Docente di Lettere e Filosofia, Dirigente Scolastico nei Licei; Rosanna Morabito, Docente di Lingua e Letteratura Serba e Croata, Università Orientale di Napoli; Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela. È previsto il saluto di apertura di Modestino Caso, Presidente della Associazione “Sisto Riario Sforza” e riflessioni finali, in conclusione, di Elena Coccia, Presidente della Commissione Cultura, Consiglio Comunale, Napoli.

Linkto: Pressenza Italia

giovedì 3 novembre 2016

Una "Capitale Europea della Cultura"

Acka27 (Opera Propria) [Public Domain], attraverso Wikimedia Commons

La capitale europea della cultura torna nei Balcani, nel territorio, in particolare, della ex Jugoslavia e, per la prima volta, si apre la strada verso un Paese non membro dell'Unione Europea: il 13 ottobre scorso, infatti, la Commissione Europea ha annunciato che il titolo di “Capitale Europea della Cultura”, per il 2021, è stato assegnato alla città di Novi Sad, una delle più importanti città della regione, storica città d'arte e di cultura, ieri della Jugoslavia, oggi della Serbia, capoluogo della regione autonoma della Vojvodina. Sebbene la notizia sia passata in sordina presso la nostra stampa, nondimeno si tratta di una notizia importante, non solo per gli appassionati di arte e di cultura, ma soprattutto per quanti ritengono la cultura e l'arte occasioni di conoscenza e di reciprocità, opportunità da cogliere non solo in senso economico, ma prevalentemente in direzione di una più solida conoscenza, una più autentica amicizia tra i popoli e una più piena convergenza tra le culture.

Novi Sad può ben rappresentare questi ideali. È città bella ed elegante, da sempre crocevia di popoli e di culture, dove il corso delle vicende storiche e le ripetute conquiste che si sono avvicendate nella città, che conta oggi quasi 400.000 abitanti, le hanno conferito un fascino multi-etnico e multi-religioso, pluralistico e cosmopolita. È l'antica “Cusum”, fondata dai Romani nel I secolo a. C.; la “Petrikon” dei Bizantini che vi sconfissero gli Unni, che l'avevano conquistata nel V secolo; la “Petrovaradin” ungherese, del Regno di Ungheria, a cavallo tra X e XII sec., sebbene anche Ostrogoti, Avari e Bulgari la avessero, precedentemente, conquistata; dal 1526 divenne parte dell'Impero Ottomano ed assunse una nuova vocazione di “limes” europeo, crocevia tra l'Europa cristiana e l'Oriente islamico; dal 1687 fu parte dell'Impero Asburgico, e, tra il Settecento e l'Ottocento assunse una tale importanza per i serbi da acquisire il titolo di “Atene Serba”.

Oggi, Novi Sad è un autentico crogiolo di popoli: Serbi (76%), Ungheresi (5%), Slovacchi (2%) e poi ancora Montenegrini e Croati, Bosniacchi e Rom… Non è solo la città dalle mille lingue (tanto è vero che è conosciuta con il suo nome originario, Novi Sad, che vuol dire “Nuovo Campo” o “Nuova Colonia”, tradotto nelle diverse lingue, dall'ungherese al tedesco, dallo slovacco al romeno) ma anche la città delle mille religioni, almeno da quando fu designata, sotto l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, “città libera” nel 1748. Oggi a Novi Sad convivono cristiani ortodossi (soprattutto, in ampia maggioranza, di rito serbo ma anche di rito greco) e cattolici, nonché luterani, islamici ed ebrei che, un tempo, costituivano una comunità fiorente (come testimonia la presenza in città di una splendida Sinagoga), al punto da contare una presenza tra le mille e le duemila unità nel corso del Settecento, ma che, dopo gli stermini nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, è stata radicalmente decimata. Dopo l'aggressione nazista alla Jugoslavia, inaugurata il 6 aprile 1941, infatti, la città fu annessa all'Ungheria fascista, e liberata dai partigiani il 23 ottobre 1944, quando, con il territorio della Vojvodina, entrò, come regione della Serbia, nella Jugoslavia Socialista.

Vera capitale della cultura e della memoria, Novi Sad sembra rispecchiare in pieno uno dei criteri cruciali della Commissione Europea per poter fregiarsi del titolo di “Capitale della Cultura”: non solo «per ciò che è e per ciò che ha fatto», ma anche, e in particolare, «per ciò che si propone di organizzare» e di fare. Nel quadrilatero, stretto sul Danubio, tra Boulevard Zar Lazar, Boulevard Oslobodjenja e Boulevard Venizelos, è racchiusa una quantità impressionante di testimonianze culturali, tra le quali la Matica Serba, poco distante la Chiesa di S. Nicola, del 1730, la più antica chiesa ortodossa della città (la cupola è interamente rivestita in oro), ancora oltre la Chiesa della Assunzione, del 1736 e, giunti nel cuore della città vecchia, in Piazza della Libertà (“Trg Slobode”), il Municipio, il Palazzo della Banca della Vojvodina, il Teatro Nazionale, la Cattedrale, in stile neo-gotico, e la statua di Svetozar Miletić (1826-1901), anche detta “Uomo di Ferro”, politico, scrittore, rivoluzionario, già sindaco della città e leader dei Serbi della Vojvodina nell'Ottocento.

Se, come indicano le linee guida della Commissione Europea, «la città è invitata a sfruttare le sue particolarità e a dare dimostrazione di grande creatività» e «la manifestazione è l'occasione per migliorare la cooperazione nel settore culturale e per promuovere il dialogo culturale a livello europeo», non si può che essere ottimisti nei confronti di questa scelta, che sembra dare forza all'intendimento originario della manifestazione, quando, nell'ormai lontano 1985, su iniziativa di Melina Merkouri, artista ed antifascista, all'epoca ministro della cultura in Grecia, «il titolo di «Capitale Europea della Cultura» è stato ideato per contribuire al ravvicinamento dei popoli europei» e concorrere ai suoi obiettivi prioritari, quali promuovere e valorizzare il patrimonio e il dialogo culturale, «valorizzare la ricchezza, la diversità delle culture europee ed i loro tratti comuni, migliorare la conoscenza che i cittadini europei hanno gli uni degli altri, favorire la presa di coscienza dell'appartenenza ad una medesima comunità «europea». Sullo sfondo di una stagione che torna ad essere difficile, irta di conflitti per i Balcani e l'Europa tutta, l'individuazione di Novi Sad quale Capitale Europea della Cultura del 2021 è anche un messaggio di speranza e di futuro, da raccogliere e da concretizzare. 

giovedì 15 settembre 2016

#lapaceèunafesta

Il Comune di Monteforte Irpino, in collaborazione con la Confederazione Islamica Italiana, l'IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete CCP (Corpi Civili di Pace), l'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) Avellino, l'Associazione Culture e Memorie “Lidia Menapace”, wwwitalia, ildialogo.org - periodico di cultura, politica e dialogo inter-religioso, organizza l'evento pubblico


Monteforte verso Assisi: #lapaceèunafesta


in occasione della Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la Pace


La Giornata Internazionale per la Pace del 21 Settembre è l'occasione nella quale le Nazioni Unite invitano tutte le persone, le popolazioni e i governi del mondo a riflettere sul significato della pace, ad aderire ai principi della nonviolenza nella risoluzione delle controversie ed a rispettare il cessate il fuoco per la fine delle ostilità e la promozione della pace, in particolare, una “pace con giustizia”.
La giornata è stata istituita con la risoluzione 36/67 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1981 ed è stata confermata, come giornata internazionale della pace, della nonviolenza e del cessate il fuoco, ancora una volta dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 55/282 del 2001, fissando la ricorrenza al 21 settembre. Per tutte e tutti noi, si tratta di una occasione doppiamente significativa, alla vigilia dell'importante appuntamento della Marcia Perugia - Assisi della Pace e della Fraternità, il 9 Ottobre, promossa da Tavola per la Pace e Rete della Pace.

Mercoledì 21 settembre 2016, ore 19.00

Atrio - Casa Comunale - Monteforte Irpino
Via Loffredo


Saluti di: Costantino Giordano, Sindaco di Monteforte Irpino;
Salvo Meli, Consigliere Comunale delegato alle Politiche Giovanili, Pari Opportunità, Diritti Civili.

Moderatrice: dott.ssa Eleonora Davide, giornalista

Interventi di:

Giovanni Capobianco – Presidente Provinciale ANPI Avellino
Massimo Abdallah Cozzolino – Segretario Generale Confederazione Islamica Italiana
Maria Teresa Iervolino – Associazione Culture e Memorie "Lidia Menapace"
Domenica Marianna Lomazzo – Consigliera Regionale di Parità
Gianmarco Pisa – Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Rete Corpi Civili di Pace
Giovanni Sarubbi – direttore www.ildialogo.org

Ospite: Avv. Romina Amicolo – Coordinatrice Centro Antiviolenza Ambito A02

Intermezzi Musicali a Cura dell’Associazione “Neafonè”

La serata sarà introdotta dalla proiezione di un filmato (15 min.) sulla Marcia Perugia-Assisi. L'evento è in preparazione della Marcia Perugia - Assisi, domenica 9 ottobre 2016, per la quale è programmata la partenza da Monteforte Irpino, luogo di ritrovo Piazza Umberto I, alle ore 06.30.

Link utili:

ildialogo.org

reteccp.org

retedellapace.it

perlapace.it

perugiassisi.org


Manifesto e Comunicato (a cura de ildialogo.org)

Un "autunno caldo" per i Balcani?


Nell'approssimarsi della nuova missione in loco del progetto PRO.ME.T.E.O. (Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities) per Corpi Civili di Pace in Kosovo, progetto sostenuto dal Comune di Napoli, una traccia di analisi sulle tensioni e i conflitti nella regione, i prossimi eventi e le prospettive della pace.

 
Monumento Jugoslavo alla Fratellanza e Unità, Prishtina, Kosovo

 
La riapertura della stagione politica dopo la pausa estiva, che, convenzionalmente, potremmo fare coincidere con la ripresa dei lavori del complesso delle istituzioni comunitarie, il 12 settembre, coincide anche con l'apertura di un mese-chiave, a cavallo tra settembre ed ottobre, nello spazio post-jugoslavo. Il rinnovato interesse della regione, alla luce della dinamica intrinseca delle relazioni trans-balcaniche e in relazione al potenziale che essa riveste per l'allargamento europeo e per il futuro stesso dell'Unione Europea, è scandito anche dalla preoccupante riapertura di focolai di tensione che vedono le linee di maggiore tensione tra Banja Luka e Sarajevo, in Bosnia, tra Belgrado e Zagabria, ed in Kosovo. 
Intervistato dall'independent.mk, portale di informazione macedone in lingua inglese, il professore di studi per la sicurezza, Stojan Slaveski, ha di recente confermato che «tensioni, conflitti e incidenti sono possibili nella regione, tuttavia ritengo che la situazione sia comunque lontana da quello che abbiamo conosciuto in passato. Assisteremo a conflitti, scontri politici e religiosi, radicalizzazione, crisi dei rifugiati. Tutto questo deriva dalla mancata integrazione dei Balcani nell'Unione Europea. Tutt'oggi, le aree più problematiche restano il Kosovo, il Sandzak (il Sangiaccato, nel Sud della Serbia), e, chiaramente, la Bosnia Erzegovina». 
Qui, lungo l'asse tra Sarajevo e Banja Luka, la data da “cerchiare in rosso” sul calendario è rappresentata dal prossimo 25 settembre, giornata del referendum popolare nella Repubblica Serba di Bosnia che chiamerà i cittadini serbo-bosniaci a confermare (e, di conseguenza, “istituzionalizzare”) la ricorrenza nazionale del 9 gennaio come “Giornata della Republika Srpska”, essendo la Repubblica dei Serbi di Bosnia stata proclamata ufficialmente, in risposta alla Dichiarazione di Sovranità prodotta unilateralmente dal Parlamento Bosniaco il precedente 15 ottobre contro la rappresentanza parlamentare serbo-bosniaca, il 9 gennaio 1992. 
Scelta, quella del referendum serbo-bosniaco, che ha diviso il “Peace Implementation Council” (la Russia non ha aderito alla presa di posizione del PIC per la revoca del referendum), scosso la comunità internazionale (che teme ripercussioni sulla stabilità delle istituzioni bosniache pur formalmente non intaccate dalla proposta referendaria) e costretto ad una delicata mediazione la “Belgrado ufficiale”, che ha dichiarato di non sostenere il referendum e, in ogni caso, di non volere esercitare alcuna ingerenza negli affari interni della Republika Srspka. 
È atteso, d'altro canto, nello stesso frangente tra settembre ed ottobre, un nuovo passaggio diplomatico molto importante per la Serbia la quale, dopo la riunione del comitato sull'implementazione degli Accordi di Stabilizzazione e Associazione all'Unione Europea (ASA), sarà chiamata a presentare, il 30 settembre, il proprio rapporto (il “progress report”) sui progressi compiuti nel corso del 2016. 
Si tratta di una tappa importante nel percorso di avvicinamento alla UE da parte della Serbia, che conta di aprire, di qui alla fine dell'anno, cinque nuovi capitoli per l'adesione: 5 (appalti pubblici), 20 (impresa), 25 e 26 (scienza e istruzione), 29 (unione doganale). Ennesima tappa del percorso di avvicinamento: dovranno essere soddisfatti, a consuntivo, sia i quattro criteri di Copenaghen, sia i 35 aspetti (“capitoli”) dei quali si compone l'acquisizione del cosiddetto “acquis comunitario”. L'ultimo dei 35, che in genere prende la forma di un “varie ed eventuali”, per l'adesione della Serbia ha invece tutt'altro nome: Kosovo. 
E qui si apre un nuovo fronte di contraddizioni, portate ad evidenza dall'ultima decisione del Parlamento Europeo (dello scorso 5 settembre) che ha approvato l'avvio del negoziato per l'abolizione dei visti per i kosovari verso l'Unione Europea (rimarcando che, dal 2010, il Kosovo è di fatto “isolato”, essendo rimasto l'unico territorio dei Balcani i cui cittadini ancora devono richiedere un visto per viaggiare nella UE), subordinandolo tuttavia alla ratifica dell'accordo di demarcazione della linea di confine con il Montenegro, alla prosecuzione dei negoziati per la normalizzazione delle relazioni con le autorità serbe ed alla effettiva implementazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, vera e propria architrave degli Accordi tra Belgrado e Pristina del 19 Aprile 2013, tuttora fermi e molto osteggiati da diversi settori, sia dell'opinione pubblica, sia del quadro politico, del Kosovo. 
Da oggi potrebbe forse aprirsi, anche su questo fronte, uno scenario inedito: è stato infatti, finalmente, insediato il comitato pilota (“steering committee”), presentato a Bruxelles lo scorso 6 settembre, per la realizzazione della “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, come riferito dalla stampa. Potrebbe essere un punto di svolta: un percorso che «cambierà il Kosovo per sempre e in meglio e le cose non saranno più le stesse». Un Kosovo migliore, di tutti e per tutti: rispettoso del diritto e della giustizia internazionale, capace di riconoscere e soddisfare “tutti i diritti umani per tutti” i suoi cittadini e le sue cittadine, rinnovato nelle sue strutture economiche e nelle possibilità di benessere, lavoro, inclusione sociale per tutti e tutte. Non c'è che augurarselo.

mercoledì 20 luglio 2016

Quale Bosnia: risultanze del censimento

di j.budissin (Julian Nitzsche) [GFDL (gnu.org/copyleft/fdl.html) o CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0 (creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0-3.0-2.5-2.0-1.0)], attraverso Wikimedia Commons



Sulla pubblicazione dei risultati del censimento in Bosnia si è sviluppato un lungo dibattito e sono montate non poche polemiche. Il censimento si è svolto, infatti, nel 2013 e, sin da subito, è stato accompagnato da polemiche: sui criteri di svolgimento delle indagini nelle diverse aree territoriali, sul carattere delle domande riguardanti l'appartenenza etnica, la religione e la madrelingua, sulla possibile strumentalizzazione ad uso politico dei dati statistici. Non si trattava e non si tratta di preoccupazioni di poco conto: basti ricordare, a proposito, che il precedente censimento si è svolto nel lontano 1991, in un contesto, ancora per poco, jugoslavo, prima dell'indipendenza del paese e prima della guerra, dell'assedio e della divisione su base etnica. Questa è, infatti, la motivazione di una delle tante preoccupazioni che hanno accompagnato il censimento: dopo la guerra, con gli Accordi di Dayton e la riconfigurazione amministrativa del paese, a partire dalla fine del 1995, la Bosnia Erzegovina è un paese unitario più di nome - e per poche funzioni, tra le quali, essenzialmente, quelle di politica estera, di politica doganale, di politica monetaria - che di fatto - e nella complessità della sua articolazione, nelle aree della politica interna, dell'amministrazione della giustizia, dell'istruzione, della sanità, del lavoro, di tutto quanto allude al welfare e al benessere della popolazione, a prescindere dalla provenienza etnica - divisa com'è in due entità prevalenti (la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Serba di Bosnia), con una forte connotazione etnica (testimoniata peraltro sin dalle rispettive denominazioni), ciascuna dotata di una propria amministrazione ed una propria autonomia, di un proprio governo e di un proprio parlamento.

Alla fine, quasi tre anni dopo, i risultati del censimento sono stati pubblicati (e sono reperibili al sito internet: popis2013.ba) e rappresentano una fotografia delle contraddizioni del paese e dell'impegno che tuttora è evidentemente necessario per superare le conseguenze del conflitto e per migliorare le condizioni di vita della popolazione, di ogni etnia e provenienza. La popolazione totale della Bosnia Erzegovina (a seguire, per semplicità, Bosnia), ammonta oggi a poco più di 3.5 milioni di abitanti, di cui poco più di 2.2 milioni nella Federazione croato-musulmana e poco più di 1.2 milioni nella Repubblica Serba; 83 mila persone abitano il Distretto di Brčko, istituito per creare una sorta di corridoio a cavallo tra la Federazione e la Repubblica Serba, della quale interrompe la continuità territoriale. In termini percentuali, significa che la Federazione ospita ca. il 63% della popolazione, la Repubblica Serba il 35% e il Distretto di Brčko poco più del 2%, che corrispondono ampiamente alla ripartizione per linee etno-comunitarie della popolazione, dal momento che i bosniacchi (musulmani) sono il 50% della popolazione complessiva, ma il 70% della Federazione croato-musulmana e appena il 14% della Repubblica Serba, laddove, viceversa, i serbi sono quasi il 31% della popolazione complessiva, ma più dell'81% della Repubblica Serba e appena il 2.5% della Federazione croato-musulmana. I croati sono quasi il 15.5% del totale, vivono in gran parte nella Federazione (il 22.5% del totale), mentre nella Repubblica Serba ammontano ad appena il 2.5% del totale.

Per impostazione, il censimento non dava molte altre possibilità se non quelle di non dichiarare l'appartenenza etnica (opzione cui ha fatto ricorso meno del 1% del totale, con una percentuale sopra la media nella Federazione) o dichiararsi “ostali”, cioè “altri”, sfuggendo in questo modo alla gabbia etnica (anche questa, peraltro, allude alle conseguenze di Dayton) della tripartizione tra bosniacchi, serbi e croati, e sono “ostali”, secondo il censimento, quasi il 3% della popolazione totale e circa il 3.6% della Federazione. Quanto alla affiliazione religiosa, secondo il censimento, la Bosnia ospita quasi 1.8 milioni di musulmani (l'88% dei quali nella Federazione croato-musulmana, di cui costituiscono il 71% della popolazione), quasi 1.1 milione di ortodossi (il 92% dei quali in Repubblica Serba, di cui costituiscono l' 81% della popolazione) e quasi 536 mila cattolici (soprattutto nei cantoni croati della Federazione), cui vanno aggiunti quasi 11 mila agnostici e quasi 28 mila atei, mentre oltre 73 mila persone non dichiarano la religione o dichiarano “altro”.

Il censimento mostra intera la complessità e le contraddizioni che (ancora) attraversano il paese: la popolazione sopra i 15 anni in Bosnia ammonta a quasi tre milioni di persone, di queste il 59% dichiara di essere sposato, ma questa percentuale supera il 60% nella Federazione e si riduce al 57% nella Repubblica Serba; su una popolazione femminile superiore ai 15 anni pari a poco più di 1.5 milioni di donne, il 58% dichiara di avere almeno due figli; nell'ambito della popolazione complessiva superiore ai 10 anni di età, il 2.8% (quasi 90 mila persone) è analfabeta e di queste 90 mila persone, quasi 78 mila sono donne, cosicché, in termini percentuali, l'incidenza dell'analfabetismo tra gli uomini è dello 0.8% e tra le donne addirittura del 4.8%; in alcuni cantoni il tasso di analfabetismo supera l'8%; e, all'interno della popolazione complessiva sopra i 15 anni, la popolazione universitaria è inferiore al 10% e, come è facile immaginare, le aree in cui si misurano i tassi di istruzione superiore ed universitaria più rilevanti sono le maggiori aree urbane, dove la popolazione interessata supera il 20%, in special modo nei distretti di Sarajevo (capitale del paese), Mostar (una delle città di riferimento dei croati di Bosnia) e Banja Luka (capitale della Repubblica Serba). Tra la popolazione sopra i 10 anni, solo il 36% è “computer literate”, vale a dire capace di utilizzare appropriatamente il computer, mentre oltre il 62% è parzialmente incompetente o del tutto incompetente nell'utilizzo del computer. Infine, per quello che riguarda il lavoro, su una popolazione complessiva in età di lavoro pari a poco meno di tre milioni di persone, e una forza lavoro complessiva di 1.4 milioni di persone, i disoccupati ammontano in totale a più di 328 mila persone, con un tasso di disoccupazione pari al 24%, laddove tuttavia la percentuale tra le donne sale al 26%, segnalando, con tutta evidenza, il differenziale di genere e le difficoltà di sviluppo del paese.

Anche in comparazione col censimento del 1991, in evoluzione storica, i dati sono eloquenti: la popolazione bosniaca è diminuita di quasi 846 mila persone; i bosniacchi passano dal 43% al 50% della popolazione, i serbi restano intorno al 31%, i croati si riducono dal 17.5% al 15.5%; la voce degli “jugoslavi” non era prevista, ma nel 1991, si dichiarava tale il 5.5% della popolazione. Ne esce, in definitiva, il quadro di una Bosnia divisa e separata, condizionata dalle faglie etniche e dalle conseguenze del conflitto, letteralmente cristallizzata nella situazione sancita dagli accordi di Dayton che, se da un lato hanno consentito la fine della guerra e la ricostruzione del paese, tuttavia hanno finito per "sancire" la distizione etnica e la separazione delle comunità, con tassi di analfabetismo e gap di sviluppo ancora molto elevati, che necessita di ancora maggiore impegno e ancor più costante attenzione per liberarsi dal passato e andare incontro al futuro, migliorare le condizioni di vita e di lavoro e favorire processi inclusione e, davvero, di convivenza.

lunedì 18 luglio 2016

Presenza internazionale e diritti umani in Kosovo

Piazza Skanderbeg, nel cuore di Prishtina, capoluogo del Kosovo

È uno di quei documenti destinati a godere di pochissima visibilità sulla stampa non specialistica, eppure, non di meno, di grande importanza per farsi un'idea di prima mano delle conseguenze del conflitto nei Balcani e delle violazioni dei diritti umani che nella regione, in particolare, in Kosovo, si sono consumate e ancora si consumano. L'ottavo, ultimo, rapporto annuale 2015-2016 dello UN «Human Rights Advisory Panel» (HRAP), è stato ultimato nel Giugno scorso e reso noto all'opinione pubblica il 15 Luglio. Si tratta di un documento importante, di rilevanza internazionale, sebbene frutto del lavoro di indagine e di monitoraggio di una struttura di carattere consultivo, nel quale si mette in chiaro che la «United Nations Interim Administration Mission in Kosovo» (la Missione delle Nazioni Unite per l'Amministrazione Provvisoria del Kosovo, UNMIK) si è - o potrebbe essersi - resa responsabile di violazioni dei diritti umani in 83 casi sugli 88 presi in considerazione dal Panel nel periodo di esercizio del mandato, a cavallo tra il 1 Gennaio 2015 e il 31 Maggio 2016.

In questo lasso di tempo, il gruppo di esperti ha pubblicato una serie di importanti pareri per casi simili, per loro natura, a quelli che già erano stati presi in carico dal Panel nel corso degli ultimi anni. Si tratta, peraltro, di un casistica, alla lettura del report, afferente ad alcune ben specifiche e individuate fattispecie, dal momento che questi casi hanno riguardato - e riguardano - la presunta mancanza di indagini penali adeguate in relazione alle sparizioni, ai rapimenti ed alle uccisioni, ai sensi degli obblighi procedurali derivanti dall'articolo 2 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU), nonché presunte violazioni dell'articolo 3 della stessa CEDU in relazione al trattamento inumano e degradante di familiari e di altri parenti stretti delle vittime.

Il Panel ha chiuso 527 casi, presi in considerazione tra il 2006 ed il 2010, riferendo di essere al corrente del fatto che ci sono tuttavia ancora persone che intendono presentare reclami o sporgere denunce su presunte violazioni da parte dell'UNMIK; casi ipotizzati sui quali, tuttavia, il Panel non potrà intervenire, dal momento che la UNMIK stessa ha fissato il 31 Marzo 2010 come la data limite per la giurisdizione temporale del Panel sui casi presentati. Il fatto stesso, come evidenziato dal report, che diversi casi, anche nell'ultimo lotto preso in considerazione, facciano riferimento a una casistica già precedentemente analizzata e che presunte mancate indagini e presunte violazioni di determinati diritti umani si siano ripresentati, può essere, a propria volta, la spia di un ambiente problematico, sotto questo punto di vista, in cui debolezza dello stato di diritto, mancanza di una solida cultura dei diritti umani, e varie, più o meno gravi, violazioni dei diritti, restano diffusi.

Tra questi casi, alcuni, indicati e riferiti ancora dal report, meritano una particolare attenzione. Ne segnaliamo alcuni, tra i quali il caso Kostic e altri, riguardante i rapimenti avvenuti nel corso di un assalto armato da parte dell'UCK (il famigerato Esercito di Liberazione del Kosovo, la formazione terroristica che ha rappresentato la fazione armata del movimento separatista albanese kosovaro) sui villaggi di Opterusa e Retimlje, ivi compresa la denuncia di sequestro e privazione di libertà per quattro giorni; il caso Balaj e altri, riguardante l'uso eccessivo della forza da parte della polizia dell'UNMIK durante un'operazione antisommossa, nel Febbraio 2007, che ha causato alcuni morti e feriti gravi (si tratta della circostanza del 10 Febbraio 2007, quando una protesta a Pristina degenerò in scontri e la polizia dell'UNMIK rispose con lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma, causando la morte di due manifestanti, Mon Balaj e Arben Xheladini); il caso N.M. e altri, riguardante le accuse di avvelenamento da piombo e altri gravissimi problemi di salute, che ricadono ancora nella responsabilità dell'UNMIK, avendo quest'ultima dislocato alcuni membri della comunità R.A.E. (Rom, Ashkali, Egyptians, vale a dire le diverse denominazioni della comunità Rom e Ashkali nella regione) in alcuni campi - diffusamente contaminati - nel Nord del Kosovo per diversi anni.

Il Presidente del Panel, Marek Nowicki, ha sottolineato che il problema strutturale generale è la mancata attuazione dei pareri, delle opinioni e delle raccomandazioni espresse dal HRAP, soprattutto per quanto riguarda le compensazioni finanziarie a carico dell'UNMIK e a beneficio delle vittime dei torti o degli abusi che hanno sporto denuncia, come pure, non meno grave, la mancanza di progressi significativi compiuti da parte della EULEX (la «European Union Rule of Law Mission in Kosovo», Missione dell'Unione Europea per lo Stato di Diritti in Kosovo) o delle istituzioni dello stato di diritto kosovare in relazione ai casi legati ai rapimenti, alle sparizioni e alle uccisioni. Viene inoltre rimarcata la speranza che almeno alcuni di questi casi possano trovare un loro corretto percorso giudiziario nel quadro del tribunale speciale in via di costituzione da parte della comunità internazionale e delle autorità del Kosovo - la «Kosovo Relocated Specialist Judicial Institution» (KSJI) - la cui giurisdizione comprende in particolare i «gravi crimini commessi nel 1999-2000 dai membri del Kosovo Liberation Army o KLA (il famigerato Esercito di Liberazione del Kosovo, in albanese Ushtria Çlirimtare e Kosovës, UCK) contro le minoranze etniche e gli oppositori politici».

Come messo in chiaro nell'introduzione, il Panel, istituito con regolamento UNMIK 2006/12 sulla istituzione del Gruppo Consultivo per i Diritti Umani del 23 Marzo 2006, ha continuato a esaminare le denunce di presunte violazioni dei diritti umani commessi da o attribuibili alla Missione UNMIK delle Nazioni Unite in Kosovo durante tutto il suo periodo di funzionamento (2007-2016) a Pristina, (Prishtinë/Priština), il capoluogo del Kosovo. Il Panel, peraltro, rimane l'unico meccanismo inter-nazionale che si occupa di violazioni dei diritti umani commessi da o attribuibili a una missione sul campo delle Nazioni Unite. Sebbene il Panel non possa disporre risarcimenti, compensazioni o soccorsi specifici, tuttavia può determinare se l'UNMIK sia o sia stata responsabile di violazione dei diritti umani e, in caso affermativo, può formulare raccomandazioni, specifiche e puntuali, al Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite - lo «Special Representative of the Secretary-General» - (SRSG) circa le compensazioni oppure altri provvedimenti specifici.

Anche le raccomandazioni finali del report sono significative. Nel § 109, è scritto che «dal 1° Gennaio 2015 alla fine di Maggio 2016, il gruppo di esperti ha adottato pareri sul merito di 88 casi. Di questi, in 83 casi ha trovato violazioni dei diritti umani a carico dell'UNMIK, mentre solo in cinque casi ha confermato che tali violazioni non hanno avuto luogo. In ciascuno dei casi in cui sono state trovate tali violazioni, il gruppo ha ritenuto necessaria una qualche forma di riparazione. Anche quest'anno, come negli anni passati, il gruppo di esperti ha trovato problematico determinare quali raccomandazioni avanzare in una situazione in cui l'UNMIK non è più in grado di avere un impatto diretto sulle decisioni che si prendono in Kosovo. L'UNMIK non può più emendare la normativa se necessario (o comunque, anche se ha emendato la normativa vigente, non può più garantirne l'applicazione), né può chiedere alle autorità del Kosovo di porre rimedio alle carenze individuate dal gruppo di esperti. Questa situazione ha richiesto al gruppo di esperti di muoversi con la consapevolezza di tali limitazioni, nell'avanzare raccomandazioni che potrebbero avere impatto positivo sulla situazione dei diritti umani delle persone che hanno presentato le denunce».

Infine, al § 111, «il gruppo di lavoro ha raccomandato all'UNMIK di prendere misure appropriate, nonché altre entità del sistema delle Nazioni Unite operanti in Kosovo, enti locali e organizzazioni non governative, per la realizzazione di un programma completo ed esauriente di riparazioni, inclusi la restituzione, il risarcimento, la riabilitazione, la soddisfazione e le garanzie di non ripetizione, per le vittime - di tutte le comunità - di gravi violazioni dei diritti umani che si sono verificate durante e dopo il conflitto in Kosovo. Infine, il gruppo di lavoro ha raccomandato ancora all'UNMIK di prendere le misure appropriate presso gli organi competenti delle Nazioni Unite, ivi compreso il Segretario Generale delle Nazioni Unite, per l'assegnazione di adeguate risorse umane e finanziarie per garantire che gli standard internazionali sui diritti umani siano rispettati in ogni momento dalle Nazioni Unite, anche quando si trovino ad esercitare funzioni amministrative ed esecutive su un determinato territorio, e di prevedere un monitoraggio completo, efficace e indipendente». Come detto all'inizio, si tratta di un documento, per quanto importante, privo di una efficacia vincolante, in virtù del suo stesso carattere “consultivo”; il suo lavoro è stato, tuttavia, prezioso nel mettere in luce le gravi contraddizioni dello stato di fatto in vigore in Kosovo e nel porre in chiaro l'inderogabile necessità della difesa e del consolidamento di «tutti i diritti umani per tutti» nella regione.