giovedì 30 giugno 2016

Vidovdan, incidenti in Kosovo

Gazimestan, Campo dei Merli, Kosovo

Ancora una volta, la celebrazione della ricorrenza di S. Vito (Vidovdan), in Kosovo, è stata attraversata da violenze e polemiche, che hanno fatto salire la tensione nei rapporti inter-comunitari e confermato, ove ve ne fosse bisogno, la perdurante attualità delle conseguenze del conflitto etno-politico degli anni Novanta e la drammatica continuità di un dopoguerra infinito.
 
Presso il Gazimestan, la torre-mausoleo commemorativa, che campeggia nel centro della Piana dei Merli, in Kosovo, poco distante da Prishtina, il capoluogo, circa 1000 persone, tutti serbi del Kosovo, si sono radunate martedì scorso, 28 giugno, nella celebrazione della ricorrenza, per commemorare il giorno di S. Vito e, in particolare, il 627° anniversario della battaglia di Campo dei Merli, anche detta “Battaglia del Kosovo”, uno degli scontri salienti dell'Europa del Medioevo.
 
Per i Serbi del Kosovo, sia in relazione alla propria storia e alle tradizioni culturali, sia in relazione alla storia del luogo e al significato che ad essa viene attribuito, si tratta di una celebrazione particolarmente importante, nella quale si commemora l'eroica sconfitta delle armate serbe e slave, guidate del principe serbo Lazar Hrebeljanović, contro le forze soverchianti dell'Impero Ottomano, guidate sul campo di battaglia dal sultano, Murad, scontratesi proprio il 28 Giugno del 1389.
 
Si tratta di un memoriale importante, come si comprende, ma, di più ancora, di un vero e proprio “luogo della memoria” per i Serbi in particolare, sia in relazione al patrimonio di memoria collettiva e di identità di gruppo che si condensa intorno all'evento, sia in relazione al “luogo” specifico in cui tali eventi hanno avuto posto, un luogo che si è venuto, di conseguenza, caricando di un significato sempre più profondo, talvolta utilizzato dalla propaganda sia per alimentare, con i fasti della celebrazione, la retorica nazionalista, sia per costituire una propria base di legittimazione.
 
Nel corso della celebrazione, Milutin Timotijević, il sacerdote serbo-ortodosso, secondo quanto riportato da fonti di stampa locali, si è rivolto alla folla con le parole: «Gloria e lode al Principe Lazar che è diventato il modello della determinazione del nostro popolo, e il cui esempio ci mostra come vivere! Sarebbe necessario fossimo molti di più, qui, perché se abbandoniamo questa terra, se le madri serbe non avranno più figli - non ci potremo presentare alle porte del Paradiso!».
 
È difficile, per la nostra mentalità, capire queste parole, se non le si contestualizza, detto con semplicità, nella storia e nella geografia. In un senso della storia diffusamente percepito presso i Serbi e, con varianti e differenze, estensivamente, nelle tradizioni cristiano-ortodosse, meno come lineare e razionale che come ciclico ed esemplare, basato cioè sull'importanza esemplare ed il rilievo fondativo associato a determinati eventi e talune figure della storia, tra cui, in misura importante, la battaglia del Kosovo, nei suoi sviluppi, nei suoi presupposti e nelle sue conseguenze.
 
Ma anche nella “geografia dei luoghi”, del Kosovo che, proprio in quanto, per diversi aspetti, culla della cultura e della religiosità serba, tra i nuclei fondativi dell'antico stato serbo medioevale e per l'insistenza di un lungo retaggio religioso e culturale, non solo viene rivendicato come terra natale della nazione serba ma è anche associato ad una idea di resistenza, quella storica, delle armate cristiane contro l'avanzata ottomana, e quella attuale, in cui, dopo la guerra del 1999 e la proclamazione dell'indipendenza del 2008, il governo della regione è nelle mani delle forze politiche albanesi kosovare e i serbi del Kosovo sono ridotti a minoranza, peraltro diffusamente “enclavizzata”.
 
Il portato del conflitto etno-politico e il diffuso sentimento nazionalista, in questa fase, soprattutto da parte albanese kosovara, rendono la coesistenza quanto mai problematica e gli episodi di violenza a sfondo culturale sempre in agguato. Proprio il minibus che conduceva i serbi kosovari a casa, di ritorno dalla commemorazione al Gazimestan, è stato fatto oggetto di lanci di sassi e molotov da parte di estremisti albanesi kosovari e due serbi sono rimasti feriti. Analoghi incidenti presso Mitrovica, dove serbi sono stati fatti oggetto di lanci di pietre e bottiglie.
 
Se impressiona la spirale di violenza, non meno sconcerto desta la reazione politica da parte delle leadership locali, improntata a violenza e contrapposizione. Ramush Haradinaj, leader del partito nazionalista albanese kosovaro AAK (Alleanza per il Futuro del Kosovo), ha lanciato una provocazione nel proporre «di costruire un nuovo monumento, presso il Gazimestan, dedicato alle vittime albanesi della Battaglia del Kosovo». Il ministro del lavoro del governo serbo, Aleksandar Vulin, ha replicato sostenendo che «quelli che non hanno storia cercano di rubare la storia degli altri».
 
Contemporaneamente, a Mitrovica, nel settore serbo della città divisa tra serbi e albanesi, è stato inaugurato un monumento al Principe Lazar, in una cerimonia alla quale hanno presenziato il direttore dell'Ufficio per il Kosovo del Governo Serbo, Marko Djurić, il ministro kosovaro Ljubomir Marić e il vicepremier, Branimir Stojanović, un evento, quest'ultimo, subito condannato dalle autorità albanesi kosovare, che lo hanno bollato come una “provocazione politica”.
 
Separazione delle memorie, incomunicabilità delle culture e strumentalizzazioni della “politica” continuano a dominare la scena, in Kosovo. Occasioni d'incontro, di riduzione della tensione e di facilitazione del confronto sono sempre più necessarie, insieme con nuove leadership, non nazionaliste, e nuove occasioni, di sviluppo e di lavoro, per “umanizzare” le parti e superare la retorica della contrapposizione con le conseguenze dolorose di un conflitto ancora troppo presente.

Nel Giorno di S. Vito: 28 Giugno 1991 - 2016

Spectei (p6020562.jpg up by Taavetti) [CC BY-SA 2.0 ] Wikimedia Commons


Il 28 Giugno, il giorno di S. Vito, i giornali italiani riportano le notizie dell'inizio della fine della Jugoslavia Socialista. Il 25 Giugno le prime dichiarazioni indipendentiste. Il 26 e 27 Giugno i primi combattimenti in Slovenia. È l'inizio della guerra delle guerre, la guerra nella (ormai ex) Jugoslavia, l'inizio di quella lunga teoria di guerre e conflitti sanguinosi che avrebbe, per i successivi quattro anni e mezzo, lacerati i Balcani, insanguinata l'Europa, decretata la fine della “Seconda Jugoslavia”. Il giorno di S. Vito è il memoriale del principe Lazar e dei serbi caduti per difendere i territori slavi durante l'epopea della Battaglia del Kosovo contro l'Impero Ottomano. È il giorno della Battaglia di Kosovo Polje (28 Giugno 1389), ma anche la festa di S. Vito, legata, peraltro, ad una incredibile sequela di eventi memoriali nella storia serba. La vittoria ottomana del 1389 aprì la porta alla penetrazione ottomana nell'Europa Continentale e il 28 Giugno, per il suo impatto e per il suo significato, è assurto a “luogo della memoria”, universale, dei caduti di tutte le guerre. Poco più di sei secoli dopo, una nuova battaglia si combatte nei Balcani, con nuovi caduti e nuove memorie.
 
«Su Lubiana, silenziosa ed impaurita, un boato ed un bagliore». Inizia così la cronaca di Guido Rampoldi, su “La Stampa” del 28 Giugno 1991, dell'inizio della “breve guerra”, la guerra in Slovenia o “Guerra dei Dieci Giorni”, che, nel breve volgere di due settimane, avrebbe inaugurata la dolorosa “successione incatenata” delle guerre di dissoluzione della (ormai ex) Jugoslavia. «Tutti gli sloveni che hanno cariche federali le abbandonano e il vice del premier Ante Marković, Pregl, lasciando Belgrado, racconta: l'Armata ha deciso da sola, senza informare il vertice jugoslavo». Una testimonianza, peraltro, contraddetta in sostanza dall'articolo a fianco, dove, un paio di colonne a destra, la cronaca di Ingrid Badurina riferisce che l'Armata «ha ricevuto appoggio incondizionato dalla Presidenza Federale riunitasi ieri a Belgrado. In realtà, quest'organo monco, senza presidente né vicepresidente, non ha più alcuna legittimità per prendere decisioni. Assenti lo sloveno Drnovsek, il croato Mesić, il macedone Tupurkovski», una chiara applicazione del “disimpegno” o “boicottaggio”, da parte delle autorità secessioniste, delle istituzioni federali della Jugoslavia. Dalle quali non erano mancati tentativi, puntualmente respinti, di mediazione e di salvaguardia della “fratellanza e unità”, ormai ridotte a simulacro nel fuoco della crisi, della Jugoslavia: è ancora Badurina a riferire che «il governo propone una moratoria di tre mesi su tutte le decisioni prese dalle repubbliche che riguardano l'indipendenza, la dissociazione dalla Jugoslavia, le autonomie locali, il cambiamento delle frontiere». Il presidente sloveno, Kucan, «ha dichiarato... che la Slovenia interromperà i contatti con Belgrado» (“La Stampa”, Venerdì 28 Giugno 1991, p. 5).
 
Una separazione incostituzionale, a norma di costituzione jugoslava del 1974, cui gli indipendentisti pure si sono, a più riprese, a torto o a ragione, richiamati, la quale, se da un lato all'art. 1 fonda la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia come stato federale e comunità statale di «popoli volontariamente uniti e delle loro repubbliche socialiste nonché delle loro province socialiste autonome del Kosovo e della Vojvodina», dall'altro all'art. 5 richiama il principio per cui «i confini della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia non possono essere mutati senza il consenso di tutte le Repubbliche e Provincie Autonome» e «i confini tra le Repubbliche... soltanto in base al loro accordo, e quando si tratta dei confini di una Provincia Autonoma, anche in base alla sua adesione». Nella parte terza dedicata ai rapporti interni alla Federazione, il dettato costituzionale è ancora più chiaro. Secondo l'art. 244, che basa sul principio di “fratellanza e unità” i rapporti repubblicani, «nella Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, i popoli e i gruppi nazionali, i lavoratori e i cittadini realizzano ed assicurano la sovranità, l'eguaglianza, la libertà nazionale, l'indipendenza, l'integrità territoriale, la sicurezza, l'autodifesa sociale, la difesa del Paese, la posizione internazionale e le relazioni del Paese con gli altri stati e le organizzazioni internazionali, ...i fondamenti delle libertà democratiche e dei diritti dell'uomo e del cittadino... e l'unità del mercato jugoslavo, concordando il comune sviluppo economico e sociale e gli altri loro comuni interessi». Mentre l'art. 251 sancisce «anticostituzionale qualsiasi atto e qualsiasi azione che incrini l'unità del mercato jugoslavo».
 
Lo stesso giorno, 28 Giugno 1991, “l'Unità” titola: «In Jugoslavia è guerra civile», Giuseppe Muslin pone l'accento sul rischio di “effetto domino” che sarebbe passato alla storia, paradigmaticamente, come “balcanizzazione”: «La minoranza dei Serbi nelle due repubbliche [la Crozia e la Bosnia] ha deciso di formare una repubblica autonoma, unendo la (Hrvatska) Krajina alla Bosanska Krajina. Le due regioni contermini adesso rischiano di appiccare il fuoco anche alla Bosnia Erzegovina, oltre che alla Croazia. … Resta il fatto che anche per la Bosnia si apre una fase di destabilizzazione che potrebbe accelerare la disgregazione stessa della Repubblica». Sin dalla copertina del “giornale fondato da Antonio Gramsci”, Renzo Foa tratta «di quei nodi di cui si è parlato molto in questi giorni e che hanno la loro origine, soprattutto, in uno squilibrio di natura economica, che ha avuto la meglio su tutti gli altri fattori politici, nel momento in cui è tramontato il collante dell'ideologia». E sembra quasi parlare della deludente attualità della comunità europea quando ammonisce che «se non siamo capaci, con la forza che ci deriva dalla storia della nostra democrazia, di “intervenire” alle porte di casa nostra per cercare di prevenire l'esplosione di crisi che - in ogni modo - si abbatteranno anche su di noi, credo che sia rimesso in discussione il ruolo internazionale del nostro Paese. Finora l'Italia non è stata capace di fare niente. Né con le sue forze, né trascinando l'Europa, intesa come Comunità, ad una iniziativa in grado di sciogliere i nodi che in tutti questi anni si sono accumulati nella Federazione Jugoslava» (“L'Unità”, Venerdì 28 Giugno 1991, p. 1 e p. 3).
 
Il giorno precedente, sulle prerogative costituzionali e le competenze federali, si era soffermato anche Dušan Pilić, dalle colonne di “Repubblica”, confermando che «I confini - dice Marković - la dogana e tutti quegli elementi economici che le repubbliche avevano approvato e accettato sono e resteranno di competenza della federazione finché essa avrà tali competenze: e cioè finché non si arriverà all'accordo sul futuro della Jugoslavia. Zagabria e Lubiana evidentemente correvano troppo veloci e con la loro separazione potevano provocare, in altre parti del Paese, serie complicazioni. «Il governo temeva che la Bosnia, la Croazia e la Serbia si trasformassero in campi di sanguinose battaglie: ha così scelto la strada dell'intervento... Si attendeva... la reazione serba alla decisione della Croazia di trasformare i confini amministrativi in confini di Stato. I dirigenti serbi, a eccezione di alcuni deputati dell'estrema destra, hanno accolto con tranquillità le decisioni del governo federale: è un affare che riguarda la federazione, ha dichiarato un deputato del partito al potere». Su “Repubblica” è riportata anche l'ambigua posizione delle cancellerie occidentali, in primo luogo degli Stati Uniti, che da un lato intervengono perché non si crei un focolare di instabilità fuori controllo, dall'altro spingono per il riconoscimento dei diritti nazionali di Slovenia e Croazia e premono per un cambiamento radicale nella configurazione e nell'assetto della Jugoslavia Socialista se è vero che «prendendo atto che i croati non considerano la loro proclamazione d'indipendenza una secessione e che gli sloveni sono disposti a negoziare, i portavoce hanno espresso il parere che ci sia spazio per un compromesso. E hanno ribadito che gli aiuti economici occidentali andranno solo alla Jugoslavia unita perché l'unione è il presupposto della democratizzazione del Paese e del suo passaggio al “libero mercato”. […] Stando alle indiscrezioni della Casa Bianca, l'obiettivo americano è una modifica della Federazione Jugoslava che conceda maggiore autonomia alle sei Repubbliche. George Bush chiederebbe alla Germania e all'Italia, i Paesi con le massime leve economiche su Belgrado, di premere subito in questo senso» (“Repubblica”, 27 Giugno 1991).
 
La fine della Jugoslavia era già cominciata e, leggendo con sguardo retrospettivo le cronache dell'epoca, appaiono tra le polveri e le nebbie di eventi fitti e drammatici, i veri motivi della contesa: la precipitazione della crisi economica e della conseguente instabilità politica; l'ascesa al potere di élite nazionaliste pronte a soffiare sulla identificazione etnica per legittimare il proprio potere all'indomani dell'introduzione del multipartitismo; la balcanizzazione e, in particolare, la disgregazione della Jugoslavia come opzione (non esclusiva ma non secondaria) delle cancellerie occidentali, per smantellare il socialismo della fratellanza e dell'unità, per insediare una spina nel fianco del processo costituente europeo, per creare una testa di ponte verso Oriente. Siamo, più che mai, alla vigilia del presente. E oggi, come e diversamente da ieri, siamo chiamati a rispondere: con una nuova solidarietà nella «jugosfera», una rinnovata cooperazione economica e politica, nuove opportunità da offrire alle prospettive della convivenza e alla scelta della “pace con giustizia”. 

venerdì 3 giugno 2016

Luoghi della Memoria per la Pace

www.facebook.com/lapaginaincomune
     Il lavoro collettivo sviluppato dagli studenti del Liceo Classico “Galluppi” di Catanzaro, a monte della conferenza dedicata al volume sui temi della “memoria” e della “pace” dal titolo La Pagina in Comune (Ad Est dell'Equatore, Napoli, 2015), nell'ambito della XIV edizione della Fiera del Libro Gutenberg (quest'anno dedicata a “Demoni e Meraviglie”), è stato un lavoro strutturato e prezioso. Un lavoro così ben sviluppato e riccamente articolato da avere cambiato i connotati della conferenza stessa, che si è sempre più allontanata dal cliché della relazione dell'autore e domande del pubblico, per diventare piuttosto un forum di confronto e co- elaborazione, con gli studenti che hanno illustrato le loro riflessioni e condiviso la loro lettura del testo, e l'autore che ha poi offerto una serie di approfondimenti e di rimandi su alcuni punti specifici dell'opera.
    L'opera in questione è un lavoro abbastanza singolare: La Pagina in Comune, infatti, non è solo un testo, piuttosto sintetico e denso, intorno al nesso “memoria” e “pace” che, a partire da alcuni luoghi della memoria, materiali (come i luoghi monumentali presenti a Prishtina ed a Mitrovica, in Kosovo, o come i luoghi della socialità condivisa come la Kulla e, nelle case tradizionali, la Oda albanese, nella quale si radunano i familiari e gli ospiti e si esibiscono i valori del dialogo, del rispetto e dell'onore, della dignità e dell'ospitalità, che pure continuano a giocare un ruolo importante nella regione) o immateriali (come, tra gli altri, i contenuti di valore racchiusi in alcuni codici tradizionali, come nel caso del Kanun albanese, ed in alcune pratiche rituali, come nella celebrazione serbo-ortodossa della “slava”, il santo della casa), ricostruisce il senso emergente di questi luoghi e il sedimento di “cultura” e di “memoria” in esso racchiuso, che può svolgere un ruolo importante nella ricostruzione dei legami sociali e, in definitiva, della “pace positiva”.
    La Pagina in Comune è anche il documento di una ricerca-azione intorno alla percezione del post-conflitto kosovaro, nella quale non si sono solo indagati i motivi storici e sociali che hanno reso tali giacimenti culturali così interessanti ai fini del lavoro di pace, ma si sono anche effettuate delle indagini su un campione di 120 persone, soprattutto giovani, intorno alla loro percezione del conflitto, alle motivazioni del perdurante post-conflitto, con tutto il suo portato di divisione e separazione, di rottura dei legami sociali e debolezza della garanzia dei diritti, e alle condizioni di una possibile ricomposizione sociale (che gli studenti hanno prontamente individuato, recuperando il contenuto delle risposte dei giovani kosovari, nelle quali si punta l'attenzione sulla fragilità economica, la disoccupazione diffusa e la mancanza di prospettive, sulla carenza di occasioni di incontro, condivisione e reciprocità inter-etnica e multi-culturale, sulla inadeguatezza delle élite locali, spesso, in Kosovo, compromesse con la guerra e il portato di una lunga, dolorosa, stagione di violenza).
    Coordinati dalla dirigente del Liceo, Elena De Filippis, orientati nel loro itinerario di ricerca dalla docente, Claudia Pulice, i giovani interlocutori, protagonisti della rassegna, hanno affrontato, nel loro percorso, tutti i nodi salienti della narrazione da loro affrontata, se di narrazione, in senso generale, si può parlare, non trattandosi di ricostruzione narrativa o di finzione letteraria, bensì di saggistica, di uno studio, cioè, a partire dalla ricerca-azione poc'anzi segnalata, intorno alle possibilità offerte dal lavoro di pace a sfondo culturale in un contesto post-conflitto come l'odierno Kosovo, nel cuore dei Balcani. In prima battuta, l'interesse dei partecipanti si è rivolto ai presupposti della ricerca, incardinata all'interno della progettazione di cooperazione internazionale svolta dagli operatori di pace, che sviluppano un itinerario progettuale nel senso di costruire reciproche competenze, quali operatori professionali impegnati nelle situazioni di conflitto e post-conflitto, con compiti di prevenzione della violenza e di moderazione della escalazione, ma anche di individuazione delle cause della violenza e di potenziamento dei fattori di pace locali. Ovviamente, per progetti che si sviluppano su piccola scala, che non coinvolgono imponenti strutture e non impegnano ingenti finanziamenti, non è possibile stimolare tutti i fattori locali di pace, tra i quali peraltro, senza dubbio, vanno annoverati i potenziali dello sviluppo economico e di un ambiente favorevole ad un lavoro dignitoso per tutti i kosovari.
    È possibile tuttavia, muovendosi sul terreno culturale, interrogare altri fattori, che appunto, sedimentando il terreno complesso della memoria e della cultura, possono segnalare tanto i potenziali di rischio e di minaccia alla condivisione e alla coesistenza, quanto i potenziali della relazione e della reciprocità. Il retaggio della storia di convivenza incorporato nella Jugoslavia Socialista e, per diversi aspetti, l'esperienza di un socialismo con caratteri di apertura e di autogestione, caso singolare nella storia dei paesi di “socialismo realizzato” dell'Europa centro-orientale; la lunga narrazione della “fratellanza ed unità” ed il carattere nonviolento originario dello stesso movimento nazionale dell'auto-determinazione kosovara; le caratteristiche del tessuto locale, insieme con il ruolo sociale dell'accoglienza, dell'ospitalità e del perdono che pure permangono, con tutto il loro portato di ambiguità e di ambivalenza, nelle strutture profonde delle comunità locali, sono alcuni di questi fattori, che provano ad esprimere le condizioni di aderenza dell'iniziativa al contesto (nella sua dimensione storica, sociale, culturale) ed a rappresentare le condizioni di fattibilità per una azione votata al “culture-oriented peace-building”, che interroga i giacimenti culturali per la costruzione della pace positiva.
    Questo percorso, lungo la falsariga della narrazione racchiusa nel volume, si è svolto all'interno di percorsi pubblici di attivazione: dapprima, con il progetto P.U.L.S.A.R. (Project on Understanding and Linkages to Serbs and Albanians Reconcile), con il sostegno della Tavola Valdese, quindi, nella fase attuale, con il progetto PRO.ME.T.E.O. (Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities), con il sostegno del Comune di Napoli, che pure aveva, anni prima, sostenuto, con il progetto dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, la prima sperimentazione di un ente locale esplicitamente dedicata ai Corpi Civili di Pace in zona di conflitto. Innestare il concetto del “culture-oriented peace-building” all'interno dello spazio di azione proprio dei Corpi Civili di Pace significa, in Kosovo, anzitutto riflettere sulla sua ricchezza sociale, culturale, comunitaria: su un Kosovo, sorprendentemente, molto più come luogo di bellezze o di scoperte, attraversato da un singolare dinamismo giovanile e associativo e ricco di giacimenti memoriali, che come luogo di guerra e di divisione, costantemente schiacciato nel mortificante cliché di un “eterno dopoguerra” o del “buco nero” d'Europa.
    Non a caso, un ulteriore aspetto che, nella loro ricerca, gli studenti hanno sollevato è stato quello dei “luoghi della memoria”, facendo riferimento, come indicato anche nel volume, alla ricerca seminale di Pierre Nora e dei suoi Les Lieux de Mémoire (1984-1992), con cui si è dato impulso ad un filone di ricerca particolarmente vivo e stimolante. Il luogo della memoria resta associato, infatti, alla “memoria collettiva”, secondo due ipotesi di ricerca: da un lato, i luoghi della memoria (che possono essere, peraltro, materiali o immateriali, luoghi fisici o figurati) come “istanze” in cui si condensano stratificazioni di memoria (intesa come memoria collettiva) profonde, dotate cioè di una “eccedenza semantica”, il cui valore trascende il senso in sé del luogo e si arricchisce del valore aggiunto di un patrimonio riconosciuto; luoghi, cioè, che la comunità riconosce come salienti in quanto propri, perché vi si attribuiscono significati profondi o perché vi si sono svolti eventi importanti; dall'altro, la “memoria collettiva” come patrimonio di acquisizioni in cui la comunità si riconosce ed in cui rinviene i giacimenti della propria identità, a sua volta molteplice e cangiante, anche in relazione alle manipolazioni che le élite esercitano sulle trame delle memorie come legittimazione di nuove narrazioni.
    I Balcani e, in particolare, il Kosovo, sono ricchi di “luoghi della memoria” e, al di là di questi, sono luogo in cui il rovesciamento e la manipolazione delle memorie collettive si sono esercitati con particolare intensità, circostanza, quest'ultima, che li accomuna a diversi altri contesti di post-conflitto: qui la memoria dei “vinti” (tra cui le minoranze etniche e gli attivisti nonviolenti) è stata sostituita da una memoria dei “vincitori”, fondata sul mito della guerriglia armata e della violenza separatista, dalle cui file peraltro proviene una parte consistente dell'attuale gruppo dirigente (si vedano, a titolo di esempio, i mausolei della guerriglia). Non che manchi un'altra tradizione, più antica e, quindi, difficile da recuperare, ma non per questo meno vivace ed autentica: la tradizione dell'ospitalità e dell'inclusione che si concretizza in altri luoghi di rilievo, ulteriore aspetto, quest'ultimo, su cui gli studenti hanno focalizzato la propria attenzione, la Oda albanese (la sala delle riunioni e degli incontri degli uomini, al cui centro trovavano posto il braciere, uno o più tappeti, gli oggetti simbolici e gli arredi domestici, spesso anche una “qibla”, ad indicare la direzione della Mecca), piuttosto che la Kulla sud-balcanica (i fortini, le residenze fortificate dotate di cortile, alte e tozze, dai muri spessi e solidamente fortificate, in un singolare sincretismo di edificio residenziale diffuso tra l'Albania, la Serbia meridionale, il Montenegro) o, per i serbi, l'importanza del Monastero, come centro della vita comunitaria.
    In una successiva relazione, gli studenti hanno messo a fuoco un ulteriore tema della ricerca che, peraltro, rimanda all'intervista a Mirjana Menković, direttrice del Museo Etnografico di Belgrado, secondo la quale si avverte molto più l'esigenza, anziché di memoriali o epitomi celebrativi, di istituzioni culturali efficaci e di luoghi educativi adeguati, non solo ai fini della “trasmissione” della memoria presso le giovani generazioni, ma anche nel senso della “rivitalizzazione” delle memorie come base per una narrazione culturale ricca di senso e, almeno relativamente, immune dalle manipolazioni della propaganda. Se, infatti, la memoria collettiva è una base identitaria forte, essa può essere ripercorsa criticamente, come, ad esempio, è possibile fare attraverso il Kanun, il codice consuetudinario albanese, che, pur essendo portato di tradizioni ancestrali e retaggi patriarcali, profondamente regressivi, tuttavia mette in luce ideali e valori dotati di una proiezione fortemente costruttiva, dalla dignità, all'onore, alla promessa (la besa). Questi patrimoni immateriali, messi in luce nella ricerca e ricapitolati dagli studenti, mostrano, sovente, al di là dell'attinenza con le culture tradizionali e la vitalità sociale della regione, sfaccettature culturali particolarmente composite e ricche, come nella tradizione del Djurdjevdan (la festa di S. Giorgio, vera e propria “festa della primavera” trans-culturale)  o nella tradizione della Slava (la celebrazione del santo della casa, una eredità pre-cristiana scaturita dal culto del dio, tra i vari dei, protettore della casa), oggi patrimonio mondiale immateriale UNESCO dell'umanità.
    Anche qui si rinviene un passaggio trans-culturale ed anche questo aspetto è stato sollevato dagli studenti: non mancando di dedicare un accenno all'odierna, drammatica ed epocale, vicenda delle migrazioni e degli esodi lungo la “rotta balcanica”, lungo la quale si intrecciano e si confondono le epopee migratorie della povertà e della guerra, e aprendo un ulteriore, esigente, sguardo in prospettiva sulla regione e l'Europa tutta. 

martedì 24 maggio 2016

... per la Pace e i Diritti dei Popoli

pressenza.com/it/2016/05/rinnovare-limpegno-della-citta-napoli-la-pace-diritti-dei-popoli

Un invito, per condividere riflessione e partecipazione

Capitale del Mediterraneo, Città della Pace e dell’Accoglienza, la Città di Napoli è quotidianamente sfidata dalle crisi e dai conflitti che attraversano il “Mare di Mezzo”. La degenerazione delle primavere arabe e i nuovi conflitti che dilaniano la Sponda Sud. L’inquietudine di una Europa che si chiude sempre più al suo interno, innalzando muri e barriere, per respingere i profughi e i migranti. In un contesto sempre più violento e sempre più militarizzato, la Città di Napoli ha voluto rilanciare il suo impegno per la cooperazione internazionale e il suo sostegno ai diritti dei popoli: dai Balcani alla Palestina, passando per il Kurdistan, la Mauritania, il Sahara Occidentale, a fianco delle lotte di liberazione e di autodeterminazione, è più che mai tempo di confermare questo impegno, con una rinnovata attenzione per la pace, i diritti dei popoli e la giustizia internazionale.

Per rafforzare la sfida del cambiamento

Rinnovare l’impegno della Città di Napoli per la Pace e i Diritti dei Popoli

In occasione della presentazione della ricerca-azione di Gianmarco Pisa, La Pagina in Comune, Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2015, ne discutono con i candidati e le candidate della lista “Napoli in Comune – a Sinistra” con Luigi de Magistris:

Gordon Poole, docente di lingua e cultura anglo-americana, attivista no-war,
Aristide Donadio, formatore per i diritti umani,  Centro Gandhi di Pisa,
Luca Saltalamacchia, avvocato, esperto di diritto internazionale e dei diritti umani,

intervengono:

Daniele Quatrano, candidato al Consiglio Municipale della V Municipalità, Arenella-Vomero,
Chiara Guida, candidata al Consiglio Comunale di Napoli,
Sandro Fucito, assessore uscente al patrimonio e alla cooperazione internazionale, candidato al Consiglio Comunale di Napoli,

partecipano attivisti/e ed associazioni per la pace, i diritti umani e la solidarietà internazionale.

Mercoledì 25 Maggio ore 18.00
Circolo “Che Guevara”, Via Enrico Alvino, 138, Napoli

#indietrononsitorna
http://napolincomune.it

martedì 3 maggio 2016

Maggio '99: Rugova in Italia


I Ponti di Belgrado

Dall'osservatorio di Prishtina, sulla falsariga dell'impegno per una “pace con giustizia” cui si ispirano i Corpi Civili di Pace, il crinale della memoria, che si interpone tra il 3 e il 6 Maggio, riporta la memoria e ispira l'attualità al ritorno sulla scena, nel pieno della guerra contro la Jugoslavia, di Ibrahim Rugova, figura chiave del movimento di autodeterminazione degli albanesi del Kosovo. Il ritorno di Rugova sulla scena politica si colloca in un momento particolarmente significativo nello svolgimento del conflitto kosovaro, in quel passaggio chiave della prima settimana di Maggio del 1999, nel quale, con il senno del poi, si sarebbe rintracciato il passaggio cruciale della guerra, il momento decisivo che ha finito con il determinarne le sorti, segnalando le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo dopo, gettando i presupposti del lungo post-conflitto kosovaro.

La NATO aveva già cominciato la sperimentazione di armi proibite e oltremodo pericolose, destinate a produrre danni immani e gigantesche devastazioni, dalle bombe ad uranio impoverito a quella alla grafite contro le centrali elettriche della Serbia; si erano già registrati i primi attacchi contro installazioni, strutture e servizi civili, come quello, tragico, contro l'autobus civile di passaggio sul ponte di Luzane (il 1° maggio) e, prima ancora, quello terribile e dolorosissimo contro giornalisti e operatori al lavoro presso la Radio Televisione Serba (il 23 Aprile) e la guerra stava degenerando in una spirale ritorsiva sempre più preoccupante, in cui sempre più manifesta diventava la volontà, più che di proteggere le popolazioni e le città del Kosovo, di piegare la resistenza della Jugoslavia e di creare i presupposti per la definitiva separazione del Kosovo. Al contempo, l'intensificazione sul fronte militare andava di pari passo ad una accelerazione sul fronte diplomatico, con l'esordio della prima, concreta, iniziativa diplomatica “in bello”, ad opera della Russia, e la convocazione di un G7 con all'ordine del giorno un piano di cessazione delle ostilità, in agenda il 6 maggio.

È in questa cornice che, il 5 maggio, Rugova arriva a Roma. È una figura chiave per il movimento di auto-determinazione kosovaro e, all'interno del movimento kosovaro, l'unica figura che sinceramente spinge per una soluzione politica, più che militare, alla crisi. Non a caso, la visita è stata consentita direttamente dalle autorità serbe e organizzata dal governo italiano, che pure ne aveva avvisato le autorità statunitense, europee e della NATO. Secondo una dichiarazione, riportata dalla stampa dell'epoca, di Milosevic: «Rugova è un uomo libero, ha chiesto di venire a Roma e voi ci avete chiesto di garantirgli libertà di movimento. Se lo accettate in Italia, venite a prendervelo». Accolto dall'allora ministro degli esteri italiano, Lamberto Dini, con questa dichiarazione: «Non è venuto da noi con alcun piano o mediazione preventivamente concordata; ha le sue idee, moderate, equilibrate, vicine a quelle del governo italiano, per una soluzione politica della crisi, soluzione politica che ha bisogno di passi da parte di Milosevic». Non a caso, le autorità serbe «approvano l'iniziativa», mentre la fazione separatista albanese kosovara, che da tempo ha messo ai margini la figura di Rugova e spinge sul pedale della guerriglia terroristica, ricorda che «il disarmo dell'UCK non è in discussione: siamo contrari a ogni proposta di contingente di pace che non sia sotto la guida della NATO».

Nel momento in cui l'iniziativa diplomatica poteva fornire argomenti ad un piano di pacificazione o, per lo meno, di cessazione delle ostilità, dal comando dell'UCK giunge la netta presa di distanza dalle anticipazioni del piano del G7 e perfino la contro-proposta, “a nome del governo provvisorio del Kosovo”, di tutt'altro segno rispetto alle dichiarazioni di Rugova: «deve “dichiarare apertamente il suo appoggio ai raid NATO contro la Jugoslavia”, “rispettare gli impegni presi firmando l'accordo unilaterale in Francia”, “dirsi completamente d'accordo con la necessità di un ritiro completo di tutte le forze serbe e allo spiegamento di forze NATO”». Un piano alternativo e di ben altro segno.

Rugova è stato da alcuni considerato “l'unica figura di leader politico sinceramente democratico che il Kosovo abbia conosciuto”. Era stato il leader della auto-determinazione albanese kosovara ed animatore del movimento di disobbedienza civile che si era incarnato nelle cosiddette istituzioni separate, attraverso le quali si esprimeva il rifiuto, da parte di larga maggioranza della popolazione albanese, del governo serbo sul Kosovo e, per farlo, si era ispirato alla nonviolenza, invocando sempre il “primato della politica” sulla “logica delle armi”. Per questo, sin dall'autunno 1998, da quando l'UCK aveva preso il sopravvento e perfino nel corso dei negoziato di Rambouillet, la sua figura era stata sempre più vissuta con insofferenza da parte delle forze separatiste, che spingevano per una soluzione militare, la completa separazione, l'asse con l'Alleanza Atlantica. A Roma, Rugova ribadisce le sue ragioni e il suo è un contributo diplomatico di rilievo: «Sono per la pace e per la resistenza nonviolenta». E poi, «creare un rete politica per costruire il futuro del Kosovo e … continuare il processo per una soluzione politica e per creare un clima di fiducia tra noi»

Certo, dichiara anche lui gli accordi-capestro di Rambouillet una “buona base per il futuro”, ma pone l'accento su una soluzione “politica e pacifica”. La disponibilità di Milosevic, la mediazione di Cernomyrdin e la resistenza della Jugoslavia avrebbero messo all'ordine del giorno del G7 di Bonn un piano di cessazione delle ostilità e di avvio della pacificazione. 

Anche quello, come si vedrà, purtroppo, ampiamente disatteso. 

Un Primo Maggio della Memoria

Monumento alle Vittime dell'attacco NATO alla RTS, 23 Aprile 1999

Quest'anno più degli altri, la ricorrenza del 1° Maggio, nei territori di quella che fu la Jugoslavia e, in particolare in Serbia e, a Sud, in Kosovo, si è ricoperta di una gamma di significati singolari, di un vero e proprio sedimento di memoria, che ha finito per parlare, come sempre nelle circostanze che hanno a che vedere con la "memoria collettiva", non solo del ricordo degli eventi del passato, ma soprattutto delle narrazioni che le storie e le memorie tramandano per le nuove e future generazioni.

A Belgrado, come del resto a Prishtina, come in tutte le capitali del mondo, il 1° Maggio è stato ed è anzitutto la Festa Internazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici (dei Lavoratori, non del Lavoro). Le origini del "Labour Day" sono remote nel tempo ed anche per questo, come spesso accade per le feste “ritualizzate”, finiscono per perdersi nella memoria collettiva. Non sarà forse del tutto inutile ricordare che la data è associata alle lotte e ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici perché legata alla rivendicazione universale della riduzione dell'orario di lavoro alle “otto ore”. Il 1° maggio del 1886, a Chicago, furono organizzati uno sciopero e una manifestazione per rivendicare le otto ore, una manifestazione repressa nel sangue, dalla polizia, dopo giorni di mobilitazione, e per la quale, l'anno successivo, furono condannati a morte quattro operai, quattro sindacalisti e quattro anarchici.

Quest'anno, a Belgrado come in tutti i territori serbi, come per tutte le popolazioni della ortodossia serba, dalla Republika Srpska al Kosovo Serbo, il 1° Maggio è stato però anche il giorno della Pasqua Ortodossa, che, come sempre per la Pasqua Cristiana, non ha una data fissa, ma variabile di anno in anno: la Pasqua viene infatti celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, calcolato, secondo la tradizione ortodossa, in base al calendario giuliano, a differenza delle chiese cattoliche e riformate che, com'è noto, fanno riferimento al calendario gregoriano. La differenza fa sì che, mentre la pasqua cattolica sia normalmente celebrata tra la fine di marzo e la fine di aprile, la pasqua ortodossa possa essere celebrata tra i primi di aprile e la prima settimana di maggio: quest' anno proprio il 1° maggio. Inutile, in questa sede, tornare sul significato della Pasqua per i cristiani.

Tuttavia, al contempo, la ricorrenza si è tramutata insieme in festa della rinascita e celebrazione del dolore. Infuriavano i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia all'indomani del fallimento delle trattative capestro di Rambouillet, quando, proprio il 1° Maggio del 1999, un bus della Niš Express, con settanta passeggeri a bordo, nel corso della sua regolare tratta di servizio tra Niš, nel Sud della Serbia, e Prishtina, capoluogo della regione, fu centrato in pieno e distrutto da un missile. Il tutto presso il ponte di Luzane, circa 20 km a nord di Prishtina. Come riportano le cronache del tempo, una parte del bus rimase sul ponte a bruciare per un'ora, un'altra parte precipitò a valle. Circa 50 furono le vittime ed almeno una dozzina i feriti. Non si trattò affatto dell'unico caso, né si può ritenere a cuor leggero si trattasse di un errore (“danno collaterale” nella mostruosa terminologia ufficiale del tempo) irripetibile; tanto è vero che, in una seconda ondata di attacchi, un'ambulanza fu colpita ed un dottore fu gravemente ferito. Quasi ridondante aggiungere che, nel caso del bus di linea, in una tratta peraltro così frequentata, moltissimi fossero i civili, le donne, i bambini, gli anziani.

Maggio, in quel 1999, sin da quella che anche all'epoca era, e voleva essere ricordata come, la Festa Internazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici, fu un mese cruciale per la guerra contro la Jugoslavia, con una vera e propria escalation di attacchi ed aggressioni, prima e soprattutto dopo il varo del piano di “pacificazione” del G8, approvato il 6 Maggio. Cosa c'entra, in conclusione, tutto questo con la lunga transizione post-jugoslava? A questo punto non dovrebbe essere difficile dire: l'assalto alla Jugoslavia, culminato con la disgregazione degli anni Novanta e la guerra finale per il Kosovo nel 1999, ha, nel modo più drammatico, riportato la guerra nel cuore dell'Europa e compromesso la speranza della coesistenza multi-etnica. La fine del socialismo, della autogestione e della “fratellanza ed unità” ha comportato anche la fine dei miti fondativi e l'emersione di nuove narrazioni sostitutive. Se un significato particolare, questo 1° Maggio finisce per assumere, da queste parti, è proprio quello della sua ambivalenza, testimoniando, pur nell'affastellarsi delle date e dei luoghi della memoria, la complessa stratificazione che caratterizza la transizione post-jugoslava.

domenica 1 maggio 2016

Design per un Mondo Nuovo


Resterà aperta e visitabile per l'intero mese di maggio a Belgrado una mostra molto particolare, utile per indagare, da una prospettiva insolita, il percorso di costruzione della Jugoslavia e le modalità di comunicazione dei suoi valori fondativi, dei suoi paradigmi ideologici e dei suoi conseguimenti sociali. Si tratta della mostra “Design per un Mondo Nuovo” (in inglese «Design for a New World», dall'originale serbo «Dizajn za Novi Svet»), inaugurata presso il MIJ (Museo di Storia della Jugoslavia), lo scorso mese di Dicembre e la cui programmazione proseguirà sino al prossimo 29 Maggio.

È una mostra interessante perché, sebbene estremamente compatta per la scelta dei curatori di aggregare gli espositori per macro-aree tematiche e per abbinare, in ciascuna sezione, una parte espositiva (con l'insieme dei materiali nitidamente esposti “a vista”) e una parte antologica (con l'insieme dei restanti materiali raccolti in cartelle sfogliabili), porta alla luce una quantità notevole di materiali di archivio e si presta ad una gamma quanto mai estesa e variegata di possibili chiavi di lettura.

Prima di tutto: a quale “design” fa riferimento “il nuovo mondo” di cui si parla nel titolo? Essenzialmente, il design realizzato nel corso della storia della Jugoslavia Socialista, dai suoi artisti, grafici e designer, che di volta in volta, in un arco di tempo che va dal 1945-1946 al 1990-1991, tale quindi da coprire l'intera stagione di vita della “Seconda Jugoslavia”, si sono cimentati con le diverse funzionalità che lo strumento del design, quindi la grafica visuale adattata alle esigenze della comunicazione, poteva e può servire: dall'iconografia ufficiale alla propaganda politica, dalle campagne di massa alla pubblicità, dalla promozione di concetti, valori e figure fino all'arte “di stato” e i congressi di partito.

  
I curatori, Ivan Manojlović, attivo presso il MIJ stesso, e Koraljka Vlajo, “senior curator” presso il Museo delle Arti e dell'Artigianato a Zagabria, hanno risposto a questa sfida con una costellazione di espositori in una delle due sale espositive principali del museo, organizzando i materiali in otto sezioni: Simbologia di Stato, Culto di Tito, Rivoluzione e Lotta di Liberazione Nazionale, Culto dei Lavoratori, Servire il Popolo, Industrializzazione, Modernizzazione e Prosperità. Non una scelta particolarmente originale, forse, dettata da quelli che erano e sono sempre rimasti i temi dell'iconografia socialista nella Jugoslavia dell'Autogestione, ma indubbiamente efficace, sebbene non immune dal rischio dell'arbitrarietà: i pannelli, ad esempio, dedicati all'autogestione socialista (la forma specificamente jugoslava del controllo operaio della produzione o, in termini più essenziali, il ruolo non subalterno dei lavoratori all'interno della produzione jugoslava), alludono al “Culto dei Lavoratori” o fanno riferimento al “Servire il Popolo”? Sono un aspetto dell'Industrializzazione o non piuttosto una vera e propria Simbologia di Stato?

In un contesto sociale e politico, come quello della Jugoslavia Socialista, in cui il lavoro produttivo di valore è, al tempo stesso, soggetto e oggetto, protagonista e destinatario, dello sforzo della modernizzazione in senso socialista dello stato e della società ed in cui l'autogestione stessa ne è la forma specifica ed originale, ma anche un aspetto dello “stato del benessere” in veste jugoslava, c'è da aspettarsi che questi interrogativi rimangano insoluti e tali contraddizioni siano destinate a generare aporie, incertezze, inquietudini. Eppure, sta proprio in questo il fascino ed il rilievo di questa mostra. Pur non avendo davvero alcuna finalità apologetica, essa finisce per l'essere una vera e propria narrazione visuale - attraverso l'arte visuale - dell'evoluzione del motto costitutivo della “Fratellanza ed Unità” (che non a caso ritorna negli slogan che a volte accompagnano i manifesti in esposizione) e riesce in maniera efficace ad illustrare la novità e la originalità dell'esperienza sociale e politica jugoslava.
 

Vi riesce anche esaltando, soprattutto nelle sezioni dedicate alla Modernizzazione e alla Prosperità, la complessità delle relazioni della Jugoslavia con il resto del mondo: una apertura al mondo a 360°, in questa forma assolutamente unica tra tutte le esperienze di socialismo storico del XX secolo, e che si esprime tanto nell'influenza del design industriale occidentale sulla grafica visuale jugoslava (sia quando si tratta di promuovere i “brand” nazionali, sia quando si tratta di promuovere l'immagine turistica della Jugoslavia attraverso le sue molteplici bellezze), quanto su alcune soluzioni tecniche o stilistiche (l'uso della fotografia, il cromatismo, la stilizzazione) che rimandano ad un dialogo costantemente in corso, almeno a partire dagli anni Sessanta, con la “visual art” e il design occidentale.

Si può forse banalizzare la mostra nel senso di rappresentarla come “una galleria di poster”; in realtà, mai come in questa circostanza, la forma serve unicamente a veicolare la sostanza e i poster servono solo a materializzare i concetti grafici che vi sono impressi. Un'occasione importante, pensando all'importanza della comunicazione e della “interazione attraverso le idee” che questa mostra intende rappresentare, anche sullo sfondo dell'attuale panorama sociale e politico post-jugoslavo, anche in relazione allo svolgimento degli sforzi, degli attori della "pace con giustizia", per riconnettere tessuti di memoria e di relazione e per rigenerare ponti di dialogo e di cooperazione, oltre i muri e tutte le barriere. 

Primo Maggio a Belgrado

Primo Maggio a Belgrado: Terazije

Il primo maggio di Belgrado è stato, quest'anno, molto particolare e potenzialmente rivelatore. Vi si sovrapponevano, per uno scherzo del calendario, due tra le festività più importanti dell'anno: la storica Festa dei Lavoratori, la Giornata Internazionale dedicata ai Diritti e alle Lotte dei Lavoratori e delle Lavoratrici di tutto il mondo, tradizionalmente associata al 1° Maggio, e la Pasqua Ortodossa, la festa più importante e, senza dubbio, una delle più sentite nel calendario liturgico serbo, che, quest'anno, è venuta a cadere proprio il 1° Maggio, in occasione dell' “International Labour Day”.

Le origini del Labour Day sono remote nel tempo ed anche per questo, come spesso accade per le feste “ritualizzate”, finiscono per perdersi nella memoria collettiva. Non sarà forse del tutto inutile ricordare che la data è associata alle lotte e ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici perché legata alla rivendicazione universale della riduzione dell'orario di lavoro alle “otto ore”. Il 1° maggio del 1886, a Chicago, furono organizzati uno sciopero e una manifestazione per rivendicare le otto ore, una manifestazione repressa nel sangue, dalla polizia, dopo giorni di mobilitazione, e per la quale, l'anno successivo, furono condannati a morte quattro operai, quattro sindacalisti e quattro anarchici.

Quest'anno, a Belgrado come in tutta la Serbia, il 1° maggio è stato però il giorno della Pasqua Ortodossa, che, come sempre per la Pasqua Cristiana, non ha una data fissa, ma variabile di anno in anno: la Pasqua viene infatti celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera,  calcolato, secondo la tradizione ortodossa, in base al calendario giuliano, a differenza delle chiese cattoliche e riformate che, com'è noto, fanno riferimento al calendario gregoriano. La differenza fa sì che, mentre la pasqua cattolica viene normalmente celebrata tra fine marzo e fine aprile, la pasqua ortodossa può essere celebrata tra i primi di aprile e la prima settimana di maggio: quest'anno proprio il 1° maggio. Inutile, in questa sede, tornare sul significato della Pasqua per i cristiani.

Meno inutile, e degno di qualche considerazione, registrare la circostanza della doppia ricorrenza nella capitale della Serbia, Paese dalla forte e profonda tradizione cristiano-ortodossa, Belgrado. Dove, per effetto della singolare coincidenza e degli effetti della lunga transizione post-jugoslava (le due circostanze hanno più di una superficie di contiguità), il risultato è che della Festa dei Lavoratori praticamente non ci si è neanche accorti, tale è stato il “peso” della ricorrenza pasquale e tale è ormai diventato lo svuotamento del significato del lavoro, con decine di esercizi commerciali, soprattutto bar, ristoranti, chioschi turistici, aperti, talvolta l'intera giornata, praticamente come se nulla fosse. 

L'effetto specifico della Pasqua è stato che, se usualmente la sinistra e il sindacato organizzano in occasione del 1° Maggio una manifestazione e un corteo per le zone del centro della capitale, essenzialmente Terazije e, ovviamente, Piazza della Repubblica, luogo dei raduni politici per eccellenza, quest'anno non se n'è vista neanche l'ombra, se non fosse stato per un corteo auto-gestito da organizzazioni militanti di base, radicale o antagonista, con un centinaio di persone. Non si è vista né una autentica organizzazione né una efficace mobilitazione popolare, pochissimi cittadini hanno mostrato interesse alla "parada", solo i turisti si fermavano a fare riprese e scattare fotografie.

La Pasqua ha finito per sussumere, in qualche modo, l'intera gamma dei significati della festa: la celebrazione, la ricorrenza, la pausa dal lavoro, per chi se la è potuta consentire, magari l'uscita fuori porta e la passeggiata per parchi e musei; tutti i significati della festa, tranne uno: quello di ricordare e fare avanzare i diritti e le conquiste di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici e farlo, magari, in coerenza con i presupposti della celebrazione stessa, vale a dire quella di unire tutti i lavoratori e le lavoratrici del mondo (si perdoni la semplicità, è proprio così) in una battaglia comune per una serie di diritti universali, tra i quali, appunto, quello della riduzione dell'orario di lavoro e di condizioni di lavoro più sicure, giuste e dignitose. In questo 1° Maggio a Belgrado, insomma, si è visto tutto, tranne che la politica, in una delle feste che eravamo abituati a considerare tra le più cariche di politica dell'intero calendario e tra le più attese e meglio organizzate dalle forze progressiste.

Cosa c'entra tutto questo con la lunga transizione post-jugoslava? A questo punto non dovrebbe essere difficile dire: la fine del socialismo, della autogestione e della “fratellanza ed unità” ha comportato anche la fine dei miti fondativi e l'emersione di nuove narrazioni sostitutive. Tra queste, in particolare in Serbia, il sostrato profondo della lunga durata nazionale e religiosa, emerge ancora e profondamente, caratterizzando questa lunga transizione e facendo sorgere nuovi interrogativi. Per quanti di noi si impegnano per la trasformazione costruttiva dei conflitti e per il progresso delle ragioni della pace e della giustizia (meglio: della pace con giustizia, della "pace positiva"), come negli auspici del progetto PRO.ME.T.E.O., una nuova, esigente, occasione di impegno, sul terreno dei tessuti sociali e della costruzione di condivisione, delle memorie sociali e collettive per l'avvenire. 

mercoledì 13 aprile 2016

Necessario Cooperare: Spunti per i Corpi Civili di Pace (II)

Il Ponte di Mitrovica, Kosovo

In occasione della presentazione del progetto per Corpi Civili di Pace in Kosovo, sull'esplorazione dei luoghi della memoria e la ricostruzione di tessuti di condivisione, dal titolo PRO.ME.T.E.O. («Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities»), sostenuto dalla Cooperazione Decentrata del Comune di Napoli, nell'ambito della Conferenza “Necessario Cooperare: l'impegno della Città di Napoli per un Mediterraneo di Pace e di Cooperazione”, tenuta in Sala Giunta, il 5 Aprile, le relazioni illustrate e gli interventi proposti hanno messo in condivisione una grande quantità di idee e sollecitazioni, con proposte e spunti di riflessione.
 
Sin dalla presentazione, la Conferenza si è mossa con l'obiettivo del “che fare”: cosa ci sarebbe da fare, cosa potremmo fare, per prevenire la guerra e per contrastare il terrorismo, per riconquistare al Mediterraneo la sua vocazione più simbolica ed affascinante, quella di essere mare tra tante sponde, culla di culture e civiltà, campo di ospitalità e di convivenza, anziché di guerra e di terrore. L'occasione è stata quindi preziosa per interrogarci sul fallimento delle risposte classiche, l’ingerenza e la guerra umanitaria, perfino l’esportazione della democrazia, e sulla promessa di nuovi strumenti, la “diplomazia popolare” e la “cooperazione solidale”.
 
Ci è sembrato quindi opportuno raccogliere la seguente “minuta” su alcuni tra gli spunti offerti dai relatori.
 
Rosanna Morabito (docente di lingua e letteratura serba e croata presso l'Università “Orientale” di Napoli):

a. la Jugoslavia ha rappresentato un contesto multi-nazionale, multi-etnico e multi-confessionale,
b. il bombardamento della Serbia da parte della N.A.T.O. nel 1999 ha costituito una violazione,
c. il profilo di una regione segnata da massicci movimenti di popolazione nel corso della storia,
d. i gravi problemi aperti della democrazia e dello stato di diritto nel Kosovo indipendente di fatto dal 2008,
e. le violente reazioni dei nazionalisti e le forti contrapposizioni opposte al dialogo e alla convivenza, anche in relazione agli importanti accordi del 19 Aprile 2013 e l'odierna necessità del lavoro sulla/sulle memoria/e.

Giovanni Sarubbi (direttore de “Il Dialogo” dedicato al dialogo inter-religioso e cristiano-islamico):

a. la libertà religiosa è fondamentale libertà soggettiva e, in particolare, libertà costituzionale,
b. la dottrina dello “scontro delle civiltà” alla Samuel Huntington si è purtroppo andata affermando,
c. il “primato” della religione e delle questioni religiose come “architrave” del destino umano?
d. la guerra ed il terrorismo non hanno nulla a che vedere né con le religioni né con le civiltà,
e. l'attacco contro “una” religione è, al tempo stesso, un attacco portato contro “tutte” le religioni e quindi la strumentalizzazione etno-religiosa, etno-culturale o etno-politica è una minaccia anche alla nostra libertà.

Maria Teresa “Maite” Iervolino (docente di lingua e letteratura inglese, anglista e slavista):

a. l'intercultura è uno strumento pertinente ed efficace per la gestione e il superamento dei conflitti,
b. il conflitto, a propria volta, è sovente uno “specchio” di altri conflitti e di altre contraddizioni,
c. il rispetto delle culture diverse/altre e l'incontro delle alterità/differenze è più che mai decisivo,
d. i nessi dialettici: identità vs. alterità, certezza/compattezza/clausura vs. dubbio/critica/apertura,
e. la necessità di una “lingua polifonica” per superare la contrapposizione sé/altro-da-sé (alterità).

Maurizio del Bufalo (coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli):

a. l'esperienza presso la UNDP (maggiore agenzia dell'ONU) e i programmi di “sviluppo umano”,
b. il ruolo svolto da Kofi Annan ed il varo del programma dei «Millennium Development Goals»,
c. i diritti umani (tutti i diritti umani per tutti) come percorso critico e come programma di sviluppo,
d. lo snaturamento della cooperazione internazionale nel passaggio di funzioni dal civile al militare,
e. l'esigenza di trasformare il “codice” del rapporto: da donatore/beneficiario a partner/cooperante.

Amarilys Gutierrez Graffe (Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela):

a. la forma della cooperazione solidale e della integrazione regionale si basa sui diritti umani,
b. il modello di riferimento della cooperazione solidale è quello della diplomazia dei popoli,
c. i diritti umani non possono che basarsi sulla centralità delle persone e il rispetto delle differenze,
d. “pueblo unido”: agire per essere “esseri umani del mondo” e per favorire l'unità dei popoli,
e. individuare e superare i fattori di contrasto e di divisione, che non sono le religioni ma il capitale mondiale ed  agire ed intervenire per favorire la crescita di un movimento per la pace a livello internazionale.

Alessandro Fucito (Assessore della Città di Napoli al patrimonio e alla cooperazione decentrata):

a. il ruolo delle presunte “primavere arabe” e la dinamica sconvolgente della guerra e del terrorismo oggi,
b. la città di Napoli come crocevia del Mediterraneo, capitale dei diritti e centro di cooperazione solidale,
c. i luoghi della attivazione della città di Napoli: Palestina, Balcani, Rojava, Sahara Occidentale, Mauritania,
d. interscambio e reciprocità:  il dialogo tra città e territori; il rispetto delle esperienze democratiche; la pace,
e. i criteri operativi e strategici:  messa a rete e messa a sistema, impatto positivo, trasformazione sociale.

A proposito del Progetto PRO.ME.T.E.O. per Corpi Civili di Pace in Kosovo, segui questo link. 

Necessario Cooperare: Spunti per i Corpi Civili di Pace (I)

Una immagine storica della Città di Mitrovica, sul Ponte, Kosovo

A proposito dell'impegno per la cooperazione e la solidarietà internazionale nel Mediterraneo, dell'azione dei Corpi Civili di Pace per la prevenzione dei conflitti armati e la costruzione concreta di una prospettiva di pace e di coesistenza, la diplomazia per la pace e la cooperazione regionale, condotte, tra le esperienze più avanzate del sub-continente latino-americano, dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, gli Operatori di Pace della Campania, in collaborazione con aggregazioni e reti di società civile, come l'Associazione “Lidia Menapace - Culture e Memorie” e il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, con il coinvolgimento dell'Assessorato al Patrimonio, la Casa e la Cooperazione Decentrata del Comune di Napoli ed il Consolato Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, hanno organizzato il Convegno sul tema “Necessario Cooperare. L'impegno della Città di Napoli per un Mediterraneo di Pace e di Cooperazione”, presso la Sala Giunta, lo scorso 5 Aprile.
 
L'evento si è tenuto presso Palazzo San Giacomo, la sede istituzionale del Comune di Napoli, ed è stato animato da numerose relazioni e diversi spunti di riflessione proposti nel corso del ricco e partecipato confronto pubblico che ne è seguito, a partire, appunto, dai contributi di Gianmarco Pisa, operatore di pace e segretario della Rete dei Corpi Civili di Pace; Maria Teresa Iervolino, anglista e slavista, presidentessa dell'associazione “Lidia Menapace - Culture e Memorie”; Maurizio del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema per i Diritti Umani e presidente dell'associazione “Cinema e Diritti”; Giovanni Sarubbi, giornalista, esperto di dialogo inter-religioso, direttore del periodico “Il Dialogo”; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata presso l'Università “Orientale” di Napoli; Amarilys Gutierrez Graffe, Console della Repubblica Bolivariana del Venezuela; e le conclusioni di Alessandro Fucito, assessore alla cooperazione internazionale del Comune di Napoli.
 
L'importanza di preservare e consolidare la memoria storica, il rispetto delle diversità e la conoscenza delle culture “altre”, sono stati identificati come strumenti decisivi per l'integrazione e la cooperazione, sia nel senso di mantenere consapevole continuità nell'impegno per la pace e contro la guerra, sia per costruire strumenti adeguati ed efficaci per contrastare la diffusione della violenza e l'immane spirale della guerra e del terrorismo che sconvolge il Mediterraneo. In tal senso, il ruolo del Venezuela Bolivariano non è banale, viceversa è stato da più parti riconosciuto come uno degli esempi più avanzati nella promozione di politiche per la pace e la risoluzione diplomatica dei conflitti e nello sviluppo di processi di integrazione e di cooperazione regionale, grazie ai risultati ottenuti attraverso l'ALBA, l'UNASUR, la CELAC, tra gli altri meccanismi di integrazione dei popoli e degli stati latino-americani nella dimensione regionale.
 
A questo proposito, anche in relazione all'avvio del nuovo progetto, per le memorie collettive e la pace positiva e per la promozione di Corpi Civili di Pace nei Balcani, dal titolo PRO.ME.T.E.O. («Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities»), è stato messo in luce sin dall'apertura il tema centrale del lavoro di pace e cooperazione nel Mediterraneo, il recupero del suo ruolo e del suo significato come spazio che unisce e collega; la salvaguardia del suo profilo e del suo messaggio come spazio di cooperazione e di fratellanza tra popoli e culture, diverse e miste. Gianmarco Pisa, nella relazione di apertura, ha fatto riferimento ai conflitti che sono letteralmente sfuggiti al “controllo” delle potenze occidentali e delle istituzioni europee, che affliggono milioni di vite umane, costrette a migrare per sfuggire alla guerra e alla povertà, o anche, legittimamente e dignitosamente, alla ricerca di migliori condizioni di vita e di una prospettiva di futuro, esponendo i propri corpi e mettendo a rischio la propria vita. Perciò è importante mantenere in vita la memoria collettiva e sperimentare strumenti efficaci per contrastare la guerra e costruire la pace.
 
Amarilys Gutierrez Graffe ha mostrato come i principi di integrazione e cooperazione siano le basi della diplomazia di pace venezuelana e i progetti concretizzati nelle missioni sociali bolivariane hanno puntato a offrire risposte e soluzioni concrete ai problemi sociali. Sandro Fucito, sotto questo versante, ha riconosciuto il ruolo del Venezuela come paese promotore di pace, non con la violenza delle armi e la “pacificazione”, bensì con gli strumenti della cooperazione e della solidarietà internazionale. Non ha mancato, di conseguenza, di illustrate le linee-guida che sono alla base dell'impegno della Città di Napoli sul terreno della cooperazione internazionale decentrata (la reciprocità, la promozione dei diritti umani, il partenariato territoriale) e ha rappresentato le molteplici direzioni di un lavoro che, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, vede oggi impegnata la Città di Napoli su molteplici versanti dai Balcani Occidentali al Vicino Oriente, dal sostegno alla decolonizzazione del Sahara Occidentale alla lotta contro la schiavitù in Mauritania, dall'impegno per il Kurdistan, la resistenza curda e la Rojava, sino alla piena auto-determinazione della Palestina.
 
Le relazioni non hanno mancato di centrare il tema e di focalizzare le questioni sin dalla relazione di scenario tenuta da Rosanna Morabito che ha inquadrato il contesto dei Balcani Occidentali e, in particolare, la vicenda storica e sociale dei rapporti tra Serbi ed Albanesi, con specifico riferimento al Kosovo, luogo saliente di implementazione del progetto PRO.ME.T.E.O., sia in relazione ai conflitti passati, sia alle recenti iniziative per il dialogo e i rapporti bilaterali. Maria Teresa Iervolino ha sottolineato l'importanza dell'inter-cultura come strumento per la prevenzione della violenza e della radicalizzazione e la gestione e il superamento dei conflitti. Giovanni Sarubbi ha declinato il tema della prossimità e della cooperazione, sia in termini di dialogo inter-religioso e di dialogo cristiano-islamico, sia in relazione alla necessità di contrastare l'islamofobia e di attivarsi in senso anti-militarista e nonviolento. Maurizio Del Bufalo ha richiamato l'importanza della cooperazione internazionale e dei suoi strumenti (Obiettivi di Sviluppo del Millennio) e ricordato l'esperienza, pertinente e significativa, del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.
 
L'incontro, arricchito dalla lettura di una poesia tratta da “Solo Andata” di E. de Luca e l'intervento musicale del maestro Francesco Patalano sul tema “El pueblo unido, jamás será vencido” degli Inti Illimani, si è concluso con un ricco confronto tra i presenti, confermando la volontà condivisa di riflettere e sperimentare nuovi strumenti e interventi per la pace:

Siamo gli innumerevoli
raddoppia ogni casella di scacchiera
lastrichiamo di corpi il vostro mare
per camminarci sopra

Non potete contarci:
se contati aumentiamo,
figli dell'orizzonte
che ci rovescia a sacco

Nessuna polizia può farci prepotenza
più di quanto già siamo stati offesi
faremo i servi, i figli che non fate
le nostre vite i vostri libri di avventura

Portiamo Omero e Dante,
il cieco e il pellegrino
l'odore che perdeste
l'uguaglianza che avete sottomesso

Da qualunque distanza
arriveremo a milioni di passi
noi siamo i piedi e vi reggiamo il peso
spaliamo neve, pettiniamo prati

Battiamo tappeti
raccogliamo il pomodoro e l'insulto
noi siamo i piedi
e conosciamo il suolo passo a passo

Noi siamo il rosso e il nero della terra
un oltremare di sandali sfondati
il polline e la polvere
nel vento di stasera

Uno di noi, a nome di tutti,
ha detto "non vi sbarazzerete di me
va bene, muoio, ma in tre giorni
risuscito e ritorno"

In braccio al Mediterraneo
migratori di Africa e di oriente
affondano nel cavo delle onde.
il pacco dei semi portati da casa
si sparge tra le alghe e i capelli
La terraferma Italia è terrachiusa.
Li lasciamo annegare per negare.


Riferimenti:

La presentazione della conferenza;

I Corpi Civili di Pace in Kosovo;

MPPRE: "Por un Mediterráneo de Paz y Cooperación en Europa";