sabato 30 maggio 2015

Le ragioni di un peacekeeping civile non-governativo

Murals dedicated to Malala Yousafzai by N. Gemini Wikimedia 
Poco ci si sofferma, in generale, sull'importanza della commemorazione, ma oggi, 29 Maggio, è la Giornata Inter-nazionale del Peace-keeping delle Nazioni Unite, anche detta, in via istituzionale, la “Giornata delle Forze di Pace delle Nazioni Unite”, istituita, con Risoluzione 57/129, “per rendere omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno servito e continuano a servire nell'ambito delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, per il loro alto livello di professionalità, di dedizione e di coraggio e, in particolare, per onorare la memoria di coloro i quali hanno perso la vita per la causa della pace”.
La data scelta è particolarmente impegnativa, sia per la sua rilevanza politica, sia per il suo valore simbolico. A poche settimane di distanza dalla data del 30 Marzo, nella quale i Palestinesi celebrano la “Giornata della Terra”, per ricordare la tragedia della occupazione e della colonizzazione israeliana della Palestina e per rivendicare il proprio diritto al ritorno e alla autodeterminazione, ricordando, in particolare, i tragici avvenimenti del 1976, quando i Palestinesi si mobilitarono per difendere il proprio diritto alla terra che sarebbe stata espropriata a favore dei coloni israeliani, il 29 Maggio, giornata internazionale del peace-keeping ONU, viene a ricordare il varo della missione internazionale, del 1948, destinata alla “Organizzazione delle Nazioni Unite dei Supervisori della Tregua” o “UNTSO”, con l'obiettivo di tutelare il piano ONU per la Palestina, travolto dalla guerra e dalla Nakbah del popolo palestinese, e di preservare una speranza di pace e convivenza. Come si vede, il destino del popolo palestinese, i diritti universali di autodeterminazione, di libertà e di non-ingerenza, in una parola di “pace con giustizia”, ed il principio del peace-keeping internazionale, in particolare di carattere civile e nonviolento, sono assai intrecciati, simbolicamente e concretamente.
Non sempre le missioni di peace-keeping delle Nazioni Unite rappresentano una storia di successo ma, senza dubbio, esse costituiscono una declinazione innovativa nei rapporti internazionali. Si tratta di una storia lunga e ricca, peraltro inedita nel sistema internazionale dei rapporti tra stati e comunità, che ha introdotto una innovazione forte nell'approccio alle controversie internazionali e nella prevenzione delle violenze belliche e che ha per la prima volta aperto la strada alla cosiddetta “diplomazia dei popoli”, un intervento sovra-statuale e non esclusivamente militare nella prevenzione dei conflitti armati e nella soluzione politica delle controversie internazionali.
Come in tutti i processi storici, d'altro canto, si alternano, parlando di peace-keeping internazionale, catastrofici fallimenti e “success stories”: la degenerazione della missione internazionale delle Nazioni Unite in Somalia, con il passaggio dalla UNOSOM I alla UNOSOM II, nel corso del 1993, ha portato non solo ad un deterioramento della violenza ma anche ad una diffusa instabilità, le cui drammatiche conseguenze sono ancor oggi più che evidenti; l'inconsistenza della recente missione internazionale in Kosovo, la UNMIK, varata all'indomani della Guerra del Kosovo del 1999 e, per gli aspetti legati alla promozione dello stato di diritto, ora sostituita dalla missione europea EULEX, non solo non è riuscita ad impedire le ripetute violenze etniche ai danni di persone, proprietà e beni, anche di grande valore storico e culturale, della minoranza serba ad opera di estremisti albanesi, ma non è neanche riuscita a stabilizzare l'autogoverno regionale e le prescrizioni della risoluzione 1244.
E' pur vero, d'altro canto, che l'insieme degli interventi di peace-keeping e peace-building delle Nazioni Unite rappresentano una valida alternativa alla politica di dominio delle singole potenze: come ha messo in rilievo il Worldwatch Institute, “da quando è stato inventato il peace-keeping, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni Unite hanno speso un ammontare di 124 miliardi di dollari per queste missioni, un importo che impallidisce in confronto anche ad un solo anno di spese militari mondiali, che hanno superato la soglia dei 1.800 miliardi di dollari. Gli eserciti del mondo non potrebbero operare neanche due giorni con il bilancio annuale del peace-keeping dell'ONU”.
Meglio delle singole missioni nazionali ad egida governativa, le missioni internazionali delle Nazioni Unite riescono a integrare funzioni civili, come l’assistenza allo svolgimento di elezioni democratiche, lo sviluppo di istituzioni democratiche, la riforma dei sistemi giudiziari, il monitoraggio dei diritti umani e la promozione del processo di pace; più delle singole missioni nazionali, esse hanno un tasso significativo di successo, in termini di conseguimento degli obiettivi istituzionali, pari al 70%. Quante missioni nazionali possono vantare delle percentuali analoghe?

venerdì 22 maggio 2015

Pace per decreto. La norma attuativa dei corpi di pace, tra traguardi e contraddizioni.

Ponte di Mitrovica, Kosovo, 2005
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015) del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali recante misure inerenti alla «Organizzazione del contingente dei Corpi Civili di Pace, ai sensi dell'articolo 1, comma 253, della legge 27 dicembre 2013, n. 147», il cosiddetto, atteso, decreto attuativo di sperimentazione delle “azioni non-governative di pace” introdotte, nell'ambito del Servizio Civile Nazionale, con l'emendamento Marcon (SEL) in Legge Finanziaria 2014, segna, indubbiamente, una tappa rilevante nel percorso relativo alla sperimentazione e istituzionalizzazione degli interventi di pace della società civile del nostro Paese, dal momento che, insieme con l'appena citato emendamento, rappresenta il primo atto normativo compiuto, nel quadro della legislazione italiana, in materia di interventi civili di pace.
 
Il decreto attuativo viene così a rappresentare il momento culminante di una lunga stagione di impegno, nel corso della quale le formazioni della società civile organizzata, raccolte nelle reti tematiche impegnate sul tema della gestione nonviolenta e della trasformazione costruttiva dei conflitti (in primo luogo, la Rete Disarmo, la Rete della Pace, il Tavolo Interventi Civili di Pace), hanno maturato una progressiva evoluzione, impegnandosi nella riflessione sulle modalità ed i limiti dell'azione civile di pace, in Italia e all'estero, riflettendo sul carattere ed il profilo, le specificità e le caratteristiche, dell'intervento di pace della società civile italiana ed avanzando proposte volte alla sperimentazione sul campo e alla definizione normativa.
 
Non sarà del tutto inutile, a questo scopo, ricordare almeno, sotto il profilo della riflessione relativa alla impostazione generale, la redazione del documento, a cura degli attori del tavolo degli interventi civili di pace, dedicato a «Identità e Criteri degli Interventi Civili di Pace Italiani» (10 Giugno 2012), che, per la prima volta in Italia, ha definito le modalità dell'impegno nonviolento e le linee-guida per gli operatori di pace, impegnati in azioni, interventi e corpi civili di pace, in territorio nazionale e in ambito internazionale; nonché, sotto il profilo della sensibilizzazione pubblica e della promozione sociale, l'implementazione del progetto omonimo Info-EaS per la sensibilizzazione e l'educazione alla pace e alla gestione creativa dei conflitti, la costruzione di momenti di approfondimento e di advocacy a cura delle diverse organizzazioni delle reti tematiche e, in particolare a Vicenza, la realizzazione di un vero e proprio percorso di ideazione creativa per corpi civili di pace, sin dal 2011, in collaborazione con i gruppi e le associazioni della Rete CCP.
 
Né, certamente, meno importanti sono state le esperienze realizzate sino a questo punto dalle organizzazioni di società civile che, anche in un contesto di sostanziale vuoto normativo, almeno a livello nazionale, hanno saputo ideare ed innovare, sviluppando, nella concezione e nella pratica, esperienze pilota che hanno letteralmente aperto una prospettiva di futuro: dalle esperienze dei Caschi Bianchi e dei progetti di peace-keeping civile già incardinati, sin dal 2004, nell'ambito del servizio civile nazionale all'estero, sino al progetto “Raccogliendo la Pace” per interventi civili di pace in Palestina, a partire dal 2010, e al progetto dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo” che, sostenuto dal Comune di Napoli nel 2011-2012, ha rappresentato un altro precedente importante, il primo progetto di un Ente Locale per Corpi Civili di Pace in zona di conflitto.
 
Su questo lungo ed esteso retroterra, viene dunque ad innestarsi l'articolato del decreto attuativo. Si tratta di un testo non occasionale né superficiale, articolato e dettagliato, che, attraverso nove articoli, definisce i caratteri salienti della sperimentazione delle azioni non-governative di pace, inquadrate nell'ambito del Servizio Civile, in base ai contenuti dell'emendamento Marcon. Tali articoli riguardano: la definizione e l'ambito di applicazione, i settori e le aree di intervento, la tipologia di progetti prevista, le caratteristiche e la formazione del personale, le disposizioni di sicurezza, il monitoraggio e la valutazione. Sin dai titoli e, a maggior ragione dalla lettura, vengono alla luce alcune tra le maggiori criticità e le più significative contraddizioni del testo del documento che, in estrema sintesi, riguardano proprio i temi della configurazione esclusivamente volontaria, delle aree di intervento e delle disposizioni di sicurezza. Procediamo con ordine.
 
Giustamente il decreto, nella sua premessa che è parte integrante del testo, dettaglia il quadro normativo di riferimento, sia a livello internazionale e comunitario, sia a livello nazionale, e opportunamente menziona, tra gli altri, il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite «Una Agenda per la Pace» (17 Giugno 1992), la Risoluzione della Assemblea Generale «Sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi sociali di promuovere e proteggere le libertà fondamentali ed i diritti umani universalmente riconosciuti» (8 Marzo 1999) e la Raccomandazione del Parlamento Europeo sull'istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo (10 Febbraio 1999). Non meno significativa, peraltro, la totale assenza di qualsivoglia riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno, a più riprese, ricordato al legislatore la parità di livello tra la difesa civile e la difesa militare e l'esigenza di assicurare un'adeguata promozione ed un adeguato sviluppo alla difesa civile, a partire almeno dalla sentenza 164 del 1985.
 
Qui si innesta la prima contraddizione del decreto attuativo: recidendo il legame tra azioni civili di pace e difesa, in particolare difesa civile, si instaura una soluzione di continuità con il percorso che ha portato dalla obiezione di coscienza al servizio civile e dall'impegno per la pace e contro la guerra all'azione costruttiva per la promozione della pace e la prevenzione della guerra. Inoltre, si finisce per confermare non solo il primato, ma addirittura l'esclusiva del “militare” nel settore della difesa, relegando di fatto l'azione dei progetti, che saranno presentati in questa cornice normativa, ad azioni di solidarietà e di promozione sociale, pur se chiaramente legate ai temi della pace e dei diritti umani, slegate di fatto a compiti di prevenzione della guerra e della escalation. Se è vero che l'art. 2, comma 2, alle lettere a., b., c. ed e., adeguatamente elenca gli ambiti di impegno propri di tali azioni di pace (sostegno ai processi di democratizzazione, mediazione e riconciliazione; sostegno alle capacità della società civile locale per la risoluzione dei conflitti; monitoraggio dei diritti umani e del diritto umanitario; educazione alla pace), è pur vero che lo stesso comma, alla lettera d., inserisce “attività umanitarie”, genericamente intese, rischiando quindi di ulteriormente de-specificare il profilo ed il carattere di tali azioni di pace ed allontanandole dal “proprium” dei Corpi Civili di Pace.
 
La cornice che si è scelta per “inquadrare” la sperimentazione non è, d'altro canto, la più idonea o adeguata se si vuole traguardare, appunto, l'obiettivo dei Corpi Civili di Pace: si fa riferimento, infatti, come previsto nelle premesse normative ed esplicitamente segnalato dall'art. 4 del decreto, a giovani volontari tra i 18 e i 28 anni di età (art. 4, comma 1, lettera a.), in linea con il fatto che la sperimentazione si svolge attraverso progetti di servizio civile, in Italia o all'estero. Viene così messo in luce il duplice problema, di caratterizzare la sperimentazione esclusivamente nei termini dell'impegno volontario e di consegnarla ad una platea con un'età non superiore ai 28 anni. È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno delle reti e del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque -esclusivamente- di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.
 
Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati -regolari e non regolari- non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole persino cogenti per gli operatori.
 
Vi si legge infatti che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI (Ministero degli Esteri)» (art. 7, comma 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, comma 2). Come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per -peraltro generiche- «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, inoltre, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del comma 6 in merito alla eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la stessa sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici dei “Peace Corps” statunitensi.
 
In conclusione, pur recependo alcuni caratteri condivisi degli interventi di pace della società civile italiana, il decreto attuativo è lontano dal profilo dei Corpi Civili di Pace che intendono impegnarsi sul tema della trasformazione costruttiva e della “pace con giustizia”. Introducendo di fatto un ibrido all'italiana tra “Cascos Blancos” e “Peace Corps”, tale inquadramento normativo inevitabilmente finirà per ispirare due tendenze distinte, all'interno del movimento, a seconda che si aderisca o meno all'impostazione fornita dal decreto stesso.

lunedì 9 marzo 2015

Una proposta democratica e antifascista per l'Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli 

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell'epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.
 
La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l'aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall'inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.
 
L'Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l'hanno accompagnata nel corso dell'inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell'insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.
 
Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale - a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all'Europa Centrale - ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all'Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l'Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).
 
La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all'Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l'Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l'Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d'ufficio.
 
Si intravedono dunque, sin dall'inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell'Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all'esplosione della crisi successiva.
 
In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell'ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l'assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l'avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell'Europa.
 
L'assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell'Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all'uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l'intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.
 
Non che la violenza, nell'Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l'apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l'inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.
 
Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all'indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l'insegnamento e l'uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull'intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.
 
Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell'orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l'esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.
 
Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell'intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.
 
Solo per alcuni aspetti, si diceva all'inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un'istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell'imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall'altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.
 
Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l'occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e ...domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.

lunedì 29 dicembre 2014

Corpi Civili di Pace: Napoli, 13 Gennaio 2015

Un'occasione preziosa di riflessione sul lavoro per la prevenzione e la trasformazione nonviolenta dei conflitti, il "lavoro di pace" in ambito locale ed internazionale, lo "stato dell'arte" nella evoluzione dei Corpi Civili di Pace, con presentazione del volume e raccolta firme per la Legge Popolare Difesa Civile Non-armata e Nonviolenta:

MARTEDI’ 13 GENNAIO 2015 - ore 17,00
presso la sede della “Associazione Claudio Miccoli”
in via S. Giovanni Maggiore Pignatelli, 14 A - Napoli

PUBBLICO  INCONTRO

I Corpi Civili di Pace :
ESISTONO ?  CHI SONO ?  COSA FANNO ?

con
Gianmarco  PISA    autore del libro “Corpi Civili di Pace in Azione” e
Carlo  ZIVIELLO    di “Ad est dell’equatore”, casa editrice del libro

intervengono
Rosanna  MORABITO  docente di lingua e letteratura serbo-croata (Università L’Orientale)
Maria Teresa  IERVOLINO  cultrice della memoria e studi interculturali
Giulia  OLIVIERO  Casa per la Pace (Vicenza)
Angelica  ROMANO  Un Ponte per …
Luisa  DEL TURCO  Tavolo Interventi Civili di Pace, docente nel Master di Roma Tre  in “Educazione alla Pace”

conclude
Antonino  DRAGO
primo presidente del Comitato Consultivo per la Difesa Civile Non-armata e Nonviolenta

coordina    Francesco  RUOTOLO   Associazione “Claudio Miccoli”

IN OCCASIONE DEL CONVEGNO SI RACCOLGONO LE FIRME PER LA
PROPOSTA  DI  LEGGE  DI  INIZIATIVA  POPOLARE
“Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile, Non-armata e Nonviolenta”

sabato 13 settembre 2014

Sustainable Peace through Universal Values


Minute of the Conference

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IPRA 2014, 
25th General Conference on the Occasion of the 50th Anniversary,
Istanbul, August 10th - 15th ; 2014.

Monday, August 11th, 2014

Plenary Session

Johan Galtung (Professor of Peace Studies and founder of the contemporary peace-research, rector of the Transcend Peace University - TPU - author of over 150 books on peace and related issues) remembers ten great peace lovers’ and non-violent promoters’ names: Elise Boulding, Kenneth Boulding, John Burton, Adam Curle, Danilo Dolci, Otto Klineberg, Hanna Newcombe, Anatol Rapoport, Bert Röling, Carl Freidrich von Weizsäcker. All those ten have devoted a great contribution to the peace research and the peace building. All those names have in common to have lived in the 20th century and to have driven initiatives and commitments to bring people together. This is also the chance of 25th IPRA Conference: Istanbul is located among three continents and at cross-road between two different Empires, the British one and the Ottoman one. This is a symbolic issue: we are moving from the North-West corner of the world to the rest of the world and we need to improve our glance to all the “rests” of the world. Now, peace research must include theory and practice: knowledge with value and value with knowledge; practicalities just in order to be practical concrete and effective in the work for peace and in contemporary attempts to change the world.

Johan Galtung continues his address to the conference noticing sustainable peace building means cooperation for equal benefit, empathy for harmony as a major challenge to present how the parties in a conflict appear to the public opinion. If you have a deal based on those two issues, equality and empathy, then you can balance forces and counter-forces, so the relationship will be positive, constructive and effective. On the other side, conflict means incompatible goals and incompatibility in goals can create illusions, disillusions and frustrations; a trauma, as a consequence of a conflict, can also become a new source for conflicts or a new path for prolonging a war, as issued below:


Where conciliation is over trauma to overcome it and solution is over conflict to transcend it.

Luc Reychler (Professor of International Relations, University of Leuven; Director of the Centre of Peace Research and Strategic Studies - CSIS) speaks about the role of time in conflict. Matter of peace is mostly about time and building a sustainable peace is more needed now than ever. It's time to raise our voices and our actions, not only to prevent violence but also to make peace building effective. The opposite of sustainable peace is what Benjamin Netanyahu, on the occasion of military campaign Protective Edge, called “sustainable quietness”. Failing foreign policy is based on coercive diplomacy, diplomatic isolation and regime change. Such a “forced democratization” is pretty an approach for “democratic fascism”. Foreign policy is the less democratic function of the States in the West. The role of time is essential in conflict, peace building and peace processes, and you need also to be aware about the manipulation of time (the manipulation of the past, present and future of a given scenario). Creating a sense of “urgency of intervening” can be used in positive (preventing violent escalation) and in negative (preventive war): this is a meaning of time for peace.

Linda Groff (Director of the Global Options and Evolutionary Futures Consulting, California State University) intervenes about building cultures of peace, conceiving: a) negative peace as absence of war/violence; b) formal peace as the creation of balancing institutions; c) positive peace as the removal of the causes of war/violence; d) holistic peace as harmony, unity and inter-dependence. Peace of the heart is the equivalence and the harmony between human beings and all other species; peace is a dynamic, complex and multi-factor concept; and one of the main topics for positive peace is either removing causes and fighting injustice and building as well culture and initiatives for peace. Non-violence has to be used as a way to build sustainable peace and for social and political change. Non-violence seeks to keep the conflict on a human level and can be used as a temporary tool to achieve a determinate goal and to promote a progressive change in social structures and cultures.

Conflict Resolution and Peace Building Commission

In the first day Conflict Resolution and Peace Building Commission, a number of speeches and studies have been collected. Al Fuertes (George Mason University, Virginia) does precise story-telling remains a very strong tool, also for peace building, not just for “telling stories” but as a way for building peace and conflict resolution, especially in contexts of strong oral traditions. When a massive trauma destroys the texture of a community, story-telling opens spaces for sharing ideas, commonalities and views about peace and conflict and restores links inside a community to fight against the displacement. Narrative is a common thread that undergirds these types (social and cultural) of peace-building and encompasses the entire spectrum of peace-building and peace process: a) humanitarian service, b) economical and political stability, c) psychological trauma, d) education, empowerment and capacity building, e) lobbying and advocacy. In such a way, story-telling is also a form of community building and can host tools, approaches and applications to empower community.

Christopher Barbey (APRED, Coordinator of the Swiss Pool of Experts on Peace at Swiss Dept. of Foreign Affairs) has conducted a research about the “Non-violence of the States”. We need a sort of equivalence between States and people, because people are the community and peace-building is also a community-building. Peace is a human right, as stated also in the Universal Declaration of Human Rights (1948). Who can live in this world without peace? For this reason, peace, as human right, is also pro-active in terms of peaceful conflict management and inherent the very human nature. Human rights are empowering people and consensus brings decisions right to all, but also participation and unity. The first step for the States is non-militarization (countries without armies, like Cook Isl., Kiribati, Marshall Isl., Micronesia, Nauru, Niue, Palau, Samoa, Solomon Isl., Tuvalu, Vanuatu, Costa Rica, Dominica, Grenada, Haiti, Panama, St-Kitts and Nevis, St-Lucia, St-Vincent, Andorra, Iceland, Liechtenstein, Monaco, S. Marino, Vatican, Mauritius) through legal dispositions, no war exercises and no military missions. This means one out of eight countries in the world are without armies. We also need peace narrative and lessons about non-militarization and non-violence.

Zahid Shahab (Ass. Professor at Pakistan National University of Sciences & Technology and Honorary Executive Director at South Asia Centre for Peace) speaks about PCIA forms (Peace and Conflict Impact Assessment). The four main elements/steps for PCIA are: a) conflict analysis and peace building needs, b) relevance assessment, c) risk assessment, d) peace and conflict impact monitoring. In other terms, PCIA should be: a) better prepared, b) transparent about the political agenda, c) adapt for conflict avoidance, d) clear about social intentions in local conflict contexts. PCIA requires necessities like: a) networking among different agencies involved, b) more burden for local NGO staffs, c) not changing continuously strategic objectives, d) branding and strategic approach to PCIA. Appropriate networking between different agencies for peace-building and conflict resolution is important to create connections and avoiding overlapping and redundancy.

Tina Ottman (Kwansei Gakuin University, Japan) refers about trauma and peace-building. Trauma is a free floating signifier and has a very broad taxonomy. It can be seen as a socio-political and psycho-social consequence of a violence, since tragic and painful events can have effects and consequences in the mind of a person, a people or a community. It's not the existence but the axiology of a trauma to be on the core. The polarization of a trauma-based or trauma-affected discourse is a very decisive point, while traumas become collective when they are recognized as a wound to social identity and collective identity. A cultural trauma can mark indelibly the social consciousness of a people and a community and can change the collective perceptions of the past and the future. Are individual or collective processes comparable? We need a multitasking approach.

Tuesday, August 12th, 2014

Conflict Resolution and Peace Building Commission

In the second day Conflict Resolution and Peace Building Commission, Herbert Rosana (Bicol University, Department of Peace Studies, Philippines) presents a frame about “Schools of Peace” as a “Model for Education”. The School of Peace Education and Development is based in Bicol University, Philippines, as a learning institution through four phases of transformation, supporting the peace initiatives by the national government. Its conceptual frame is based on the following: a) theory of change (as community based intervention), b) realities, experiences and lessons to be achieved through principles, approaches and practice. Teachers and students are the most important part of the School and the learning process goes from people to school, from school to community and the entire environment made by school and community is towards officials and stakeholders. The four phases of the implementation of the School of Peace Education as learning institution are: 1) awareness appreciation, 2) strengthening capacities, 3) application, adaptation, implementation, 4) institutionalization and verification. Peace Education needs a total-of-school approach and is also a matter for re-orienting the curriculum because peace-education is a basic and major cross-cutting.

Jennifer Lynne (director of contactproject and visiting scholar at Amherst College, Massachusetts) intervenes about the issue of “Engaged Identity” in theory and practice. The basic human capacities are listening, patience and respect. Listening is essential for intuition and understanding. Patience is like a form of continuity in listening and understanding. Respect is also a crucial skill to recognize “the other” and to be open to variety and differences through any custom and culture in the world. As you know, all human beings are “practitioners” in listening, patience and respect. Understanding identity complexity and contemplation are a tool for conflict prevention and conflict transformation. Identity is dynamic and not static; complexity is issued by factors, events, actions, ideals, influences and any kind of social process or social agglomerate is complex. Understanding and being aware about cultures, identities and complexity is a key capacity for conflict transformation and peace building. Such a conflict transformation path is also a way of gathering people together and opening rooms for participation, commitment and awareness about the topics related to conflict and peace.

Karen Bhangoo Randhawa (University of California, Berkeley) and Ami Carpenter (University of San Diego, California) present a join paper about resilience and prevention with special regard to the cases of India and Iraq. Resilience is an emerging paradigm shifting from environmental issue to conflict management and can be seen as a metaphor of the capacities, the abilities and the strategies of people when confronted with “catastrophes” in a very broad sense. In other words, resilience is conceived as a capacity to absorb effects or to come up from the effects of a destructive event and to recover abilities. Resilience is also matter of cultural awareness, political leadership and readiness to change, but it's not directly observable and its indicators are about physical, social and procedural enablers. The study cases presented are especially related to sectarianism in Baghdad (Iraq) and rapes in Delhi (India). It's important in all those cases considering the different kinds of enablers: for instance, procedural enablers are third party intervention, limited access to weapons, formation of civil, not-armed and non-violent groups; social enablers are actors capable to believe to achieve positive results and to link and associate with the prevention and the reduction of the violence.

They also focus about some indicators and recommendations. In the field of security protection, three important issues are: a) citizen participation (voices against violence), b) institutional change (new laws and procedures), c) gendered identities (mindsets change and procedure change). The recommendations for the future can be listed as follows: 1) need for more practitioners in the field of conflict transformation and violence prevention, 2) increase funding, support and capacities of local NGOs, 3) monitor of interventions in all the different phases of the implementation, 4) back-log of cases, practices and experiences and 5) institutional, civic and social approach. What is important here is to recognize the role of grass-root actors and stakeholders, both popular and social organizations and people and citizens, civil society and NGOs, opening opportunities for change.

Nurana Rajabova (International Fellowship of Reconciliation and Technical Assistant in US Peace Corps Azerbaijan) intervenes about the case study of Nagorno-Karabakh war. It's a clear example of so-called intractable conflict, since Nagorno-Karabakh is an Armenian enclave in Azerbaijan territory, so it's territorially part of Azerbaijan but it has been under Armenian control and Armenian local troops since the end of a six-year war in 1994. Both sides frequently report shootings and incursions along the cease-fire line, but the latest outbreak of fighting in August 2014 has been the worst in many years: this fighting has already claimed dozens of lives on both sides. It's required a strong grass-root activation to mediate and transform the conflict but there are many challenges: a) lack of political support, b) conflict is still unresolved and memory is still new (since the memory of the causes and the past is going to be lost in the youngest generations), c) conflict is conceived as coming from the governments, so expectations are mostly towards the institutions, d) difficulties in social activation, so the IFOR project applies a theory of “individual change” and “public attitude”. You can change prejudices by applying a process of break-down of circles of isolation, polarization and marginalization. Combining such theories and approaches, you can involve and engage people in finding a way to face a conflict solution, based on awareness, participation and commitment.

Wednesday, August 13th, 2014

Plenary Session

Aude Fleurant (Director of SIPRI Arms Transfers/Production Programme and Military Expenditure Programme) is one of the major experts in the monitoring of international arms transfers and expenditure. We see actually a decline in military expenditure in North America and West Europe that began in 2010 and is furthering changes in the arms industry that date back to the 1990s and the 2000s. The decline sustains a process of greater dissemination of arms production capabilities in countries without significant defence assets before. It leads states to adjust their arms export control policies to support domestic companies' efforts on international stage and makes the monitoring of some aspects of arms trade more difficult, raising issues of transparency and accountability. Further-more, in other regions less impacted by the crisis, the situation presented itself differently. Taking advantage of significant growth in gross domestic product (GDP) in the 2000s, countries such as Brazil, India and China launched strong military equipment modernization programmes, designed to build indigenous arms production capabilities. Awards of major contracts to foreign suppliers came with demands to develop and implement local activities directly linked to the military system or platform acquired, as well as for transfers of technologies and training for engineers and workers. So, in the context of current defence market changes, it is important to look at the evolving inter-actions between arms industry and arms transfers, as these may affect issues of transparency, accountability and control of arms export and require new tools and strategies for monitoring.

Naresh Dadhich (Professor of Political Science and former Director of Centre for Gandhian Studies in University of Rajasthan, Jaipur), as one of the main Gandhian experts in the world, speaks about forms and practices of Gandhi non-violent action, through the following points and arguments:

  1. Gandhi non-violent action is a political engagement since it requires participation and preparation and because non-violent action is the most powerful to achieve social changes,
  2. Non-violent action is not just a moral one but a political action capable to contribute to change at any level, meaning a change in personal life and a change in societal structures,
  3. We need to think in terms of non-violent “actions” - in many different ways - to apply many different methods for many different social actions and to challenge injustice at any level,
  4. Social matters are increasing day by day so we need to define non-violence according to the context where it's applied and coherently with its principles (friendship, respect for all, truth),
  5. Non-violence techniques are not aggressive, but concrete, coherent and practical and can be used by everyone and everywhere, by any people and in any possible context in the world,
  6. Non-violent action is a political strategy (in terms of people's power) as a collective action and a social mobilization and it occurs to reinforce methods of protest without the violence,
  7. Non-violent actions are possible if used in a moral way, considering all humans as human beings: 65% of humanity, somewhere and somehow, have been affected by non-violent actions,
  8. Non-violent actions are not institutional and require any time a full popular involvement, since they are set up inside a political strategy of social commitment and mass participation,
  9. Non-violent actions are seen as a system of principles, methods and initiatives to produce social change, face social injustices, reinforce moral shape, change cultures and structures,
  10. Gandhi successfully used non-violence basing on the conviction that non-violence is like “the Voice of God” and invented “Satyagraha” as main action for all the people in the world.

Gandhi's Satyagraha is not passive resistance since it is both active involvement and active initiative engaging all the people and the community, like in the “Shanti Sena”. In this sense, Gandhi was a great innovator and contributed - like Thoreau and Rawls - to introduce new definition of humanity.

Stephen Zunes (Professor of International Studies at University of San Francisco and senior policy analyst for the Foreign Policy in Focus Project of the Institute for Policy Studies) keeps an analysis about non-violence vs. militarism. We need to put forward credible alternatives to the war, because the war is no more necessary in the contemporary world and people all around the world have the resources to say “no” to the war. You can now see the non-violent alternatives in practice, in many different cases, all around the world, from Latin America to the Balkans, from Middle East to Asia, just if you consider the “Arab Springs”, the “Bosnia Spring” and the social movements all around the Mediterranean. As it's known, non-violence is more effective than violence and non-violent actions have much more success than any violent action. Non-violent resistance challenges political dictatorships, authoritarian regimes and military occupations, you can see examples after examples from movements for social rights and civic freedoms in the Philippines to the non-violent resistance movement in Palestine. Meanwhile, non-violent resistance has only success if it embraces adequate tactics, engaging people in lasting uprisings and keeping high the challenge against authoritarianism.

Grace Asirwathan, Deputy Director-General of OPCW (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons), intervenes on the topic “disarmament and non-violence” and the question how to put disarmament, counter-dissemination and non-violence into action. She lists some key arguments as:

a. In July 2014, the Syrian program of dismantling chemical weapons was concluded: this means that has been completed the destruction of the entire consignment of 600 metric tonnes of Category 1 Chemicals from Syria. This ends a crucial stage in the complex international maritime operation to remove and destroy Syria's chemical weapons stockpile after the agreement with Syrian authority

b. This initiative has been a huge opportunity to contribute to free the world from chemical and highly destructive weapons, also taking in consideration the WMD (Weapons of Mass Destruction), and also a significant chance to put in clear the importance of negotiation and diplomacy to take step forward in the weapons' dismantling direction, it has been also, in fact, a very positive example of multilateral cooperation between Syria, the Organisation and the entire International Community

c. More than 30 countries have participated into the dismantling of Syria chemical weapons and, also from this point of view, this effort represents a hope for multilateral cooperation on international level, in order to solve global issues on the base of mutual agreements. The Geneva Protocol failed to prevent the use of chemical weapons also against civilians. So, we need to reinforce agreements and cooperation in order to strengthen the lasting process to make the world free from chemical weapons.

Conflict Resolution and Peace Building Commission

In the third day Conflict Resolution and Peace Building Commission, Emily Knowles (University of Edinburgh, UK) presents a study about “stress-testing conflict resolution” in Georgia, where the out-side conflict with the Russia had an in-burst into the territorial conflict with Abkhazia and Ossetia, which declared unilaterally independence in 2008. The Russo-Georgian war was a conflict between Georgia and Russia, along with the separatist regions of South Ossetia and Abkhazia, run in August 2008, after some provocations from Ossetian side and a subsequent Georgian large-scale military offensive against South Ossetia. Russia officially deployed units of Russian 58th Army and airborne troops into South Ossetia, claiming that as “peace enforcement”. The war ended with the separation and the self-proclaimed independence of both countries, recognized by Russia, Venezuela, Nicaragua. The presentation showcases some of the insights come out of the research and explains preliminary attempts to distil primary research into a series of best and worst case scenarios against which the current resolution process will be measured, providing a comprehensive evaluation of the key sticking points and areas of constructive engagement to inform peace academics and policy-makers alike. Advances such as the discursive rejection of a military resolution to the disputes made by Georgian government will be contrasted with a continued impasse surrounding the signature of a pact of non-aggression, providing detailed analysis of the complexities surrounding a region where not only local but also international actors often have a role to play in the evolving security and peace environment.

Gianmarco Pisa (Italian Peace Research Institute - Civil Peace Corps Network) reports about non-violent peacekeeping and “culture-oriented peace-building” in the Balkans, with regard to the study-case of Kosovo. After NATO bombing in 1999, Mitrovica, Kosovo, where the EULEX mission is on-going, is geographically divided in two parts: the Northern part, where majority of the population are Serbs, and they do not accept so-called “State of Kosovo” institutions; and the Southern part, which is also part of the institutional framework of Kosovo, where majority of the population are Albanians. Such a division, being a geographical one, portrayed by the conflict and the power, is also a division in minds, feelings, perceptions. In the Balkans, especially in Kosovo, you can find a lot of memorials of the past, related to the memory of the war, the ethnic cleansing and the genocide, but you can also perceive one thing is the “memorial” ruling to preserve, in a static way, the remembrance linked with the tragic, and a complete different thing is the living “memory”, which continues its function till the present and preserve an awareness of the past able to be translated into action. The way the power use cultural symbols to preserve the State authority through the divisions can be reverted into a re-own of those symbols as belonging to the whole community living in a given - not displaced - place. This is a major challenge for “culture-oriented peace-building” as a main source for conflict transformation and positive peace, either working in the conflict, through interposition and open spaces for dialogue and communication, and working on the causes and the meanings and bridging the gaps and the divide.

Patrick Mbugua (University of Otago, N. Zealand) introduces the topic of the “discursive approach” for peace-building and conflict resolution. Such a discursive approach is based on the following issues a) peace agreements in conflict contexts, b) peace support operations also by local civil society and c) evolutions of conflict trends in the specific conflict context, with a special focus on Africa, especially S. Sudan. Successful peace process starts from war, then goes through ceasefire, then to mediation, peace-agreement, peace-keeping and ends with peace-building process in order to establish a sustainable peace, especially in the sense of the “positive peace” (based on social texture and justice). Transition from civil war to positive peace requires a process of conflict transformation as a resolution or a resettlement of the underlying causes of the conflict itself. Dominant theory approaches are agency-structure-multi-cause approach, while the discursive approach is based on the critique of the agency-centred and structure-centred approach itself; it's inspired by post-structural, post-colonial and feminist approach and is based on a social constructivist (human-based) theoretical approach. In this sense, the “discourse” has two major dimensions: the discursive forms and the social practices. The first ones are spoken texts, written texts and forms of knowledge; the second ones are institutional, organizational and social practices, including broader cultural policies, programmes and initiatives. Through the discourse: a) actors in conflict can construct collective meanings; b) collective meanings are placed as social realities; c) discourse can help understanding peace processes. The discursive approach helps actors in conflict to form their collective identities and a shared meaning of peace.

Mehmet Ganić (International University of Sarajevo, Bosnia and Herzegovina) introduces terms and topics, especially based on social and economic indicators, of the post-conflict transition in Western Balkans. In former Yugoslavia, private sector created 25% of GDP and the life level, according to any social and economic indicator, was higher than all the other (apart from Soviet Union and DDR) socialist countries. Croatia reached the pre-collapse 1989 GDP level in 2005 and is nowadays pretty the only country of former Yugoslavia to have achieved such a goal, since Bosnia is now at 80% of the 1989-level and Serbia at 70% of the 1989-level. The post-collapse (meaning post-2000) economic reforms were based on the typical neo-liberal US approach and EU oriented: these reforms were based on the following key-points, foreign direct investment, massive privatization and huge foreign penetration in the bank system. Nowadays, major problems are: a) the lack of adequate economic structure, b) the technological backwardness and c) the massive unemployment; as a consequence, even if these economies are listed by international organizations as middle-income economies, they are in effect less developed economies. Non-military regime change requires to stabilize economy, to calm ethnic tensions and to establish a sustainable peace. The EU approach is devoted to stabilization and association, with the main purpose of the integration and the membership, while a good chance for the present and the future is also relying on CEFTA system. The CEFTA is the Central European Free Trade Agreement, established as a trade agreement between non-EU countries in South East Europe (Albania, Bosnia and Herzegovina, Macedonia, Moldova, Montenegro, Serbia and the United Nations Interim Administration Mission in Kosovo (UNMIK) as officially recognized government authority in Kosovo, since the incomplete recognition and the prescriptions of UNSC R. 1244/1999), based on criteria like: a) WTO membership or commitment to respect WTO regulations, b) any European Union Association Agreement, c) Free Trade Agreements with current CEFTA member states.


Thursday, August 14th, 2014

Plenary Session: The Future of Peace Research

In the conclusions of the conference, by Linda M. Johnstone (Executive Director of Siegel Institute for Leadership, Ethics and Character and ex-Director of Master of Science in Conflict Management Program at Kennesaw State University in Atlanta, Georgia), Ayşe Betül Çelik (Professor of Political Science and Conflict Resolution at Sabanci University in Istanbul, Turkey) and Karenjot Bhangoo Randhawa (Lecturer in Peace and Conflict Studies at University of California, Berkeley) some of the main directions for the future of peace research are outlined to move into next steps and challenges:

  1. the development of innovative methods, approaches and tools for conflict resolution and peace-building, as a comprehensive civil society strategy to positively transform conflicts and achieve effective changes in society, addressing injustices and creating cooperative networks,
  2. the focus on those sectors of civil society (positive and peace-oriented groups, democratic NGOs expressing democratic and peace-loving parts of society, academic groups, researchers, operators and practitioners) able to create ties and to support processes for sustainable peace,
  3. the ability to create social networks – recreating ties – in the civil society in order to overcome the painful consequences of the violence and to bridge the divide also to establish social links.

In the last Peace Building and Conflict Resolution Commission relations, Samantha Smith (University of W. Australia) talks about “preventing inadequacy”. Preventive diplomacy is conceived as any action aiming at preventing disputes or escalations into violent or armed conflict. There are two types of preventive diplomacy: fire-break and structural. It's effective when conflicts tend to become worse and worse and the range of political options remains wide. The lack of early action is generally connected to a lack of political will: effective actions require a broader consensus and, at least, no-one in the Security Council (P5) against and all in the Security Council (P5) in a position to achieve an agreement. The action is effective if it takes into proper consideration local actors, local needs and local concerns. Otherwise, an effective action can easily become interference, so you have to perceive bias and active meddle. It's a matter of will, legitimacy and credibility, where human factor is decisive.

At the end of the session, Kevin Clements (Professor of Peace and Conflict Studies at the University of Otago, New Zealand and Director of New Zealand National Centre for Peace and Conflict Studies) reflects on the “social dominance theory” to prevent violence. Social identity theory focuses on inter-personal social relations (social dominance theory put it into concrete hierarchical domestic relations) in terms of identity, memory, narratives, symbols and victimization. Relationships between internal and external affairs, issues and topics are important to better focus and understand this dynamic. It's a way to discern a grammar of social power in a certain social system. Cultural ideologies legitimizing myths are going to provide moral justification for power, hierarchy and war. Universal drivers of hierarchy are: age, gender and arbitrary systems, in the sense in many social structures and constructs the age (the power of the elder: age-based hierarchies give more power to adults than children), the gender (the power of the men: gender-based hierarchies grant more power to one gender over others) and certain systems of arbitrary create scales of values and determine the hierarchical position of the members in a certain community. Social dominance theory is based on the empirical observation that surplus-producing social systems have a group-based hierarchy structure: as said, age-based, gender-based and “arbitrary set-based,” including race, class, sexual orientation, ethnicity, faith, etc. Most forms of group conflict and oppression (racism, homophobia, ethnocentrism, sexism, nationalism) can be regarded as various manifestations of the same predisposition to form group-based hierarchies. This complex structure of myth, ideology and hierarchical systems is running in all the social levels, macro, intermediate and micro, from the level of the international controversies to the one of inter-personal disputes. In a certain patriarchal, male chauvinist and capitalist society, this hierarchy can reach its highest level. You can see there some structural and cultural cause of the violence and you can also move to address the causes of the violence in order to change them and conflict transform.


References

This minute of the works and presentations of the 25th IPRA General Conference is not conceived to give analytical proceedings of the conference, but just to provide information about the richness of the theoretical suggestions coming out from the conference. In the same way, the summary of the presentations and the speeches is not intended as a precise transcription of those works but as an overlook and a synthesis about the topics and the arguments focused by the different speakers. It's quite easy to see how intense was the work run by the conference and how intriguing the richness of proposals and suggestions, giving a powerful and effective contribution to the future of peace studies.


Useful links:

J. Galtung
transcend.org/tms/2014/08/uniting-for-peace-building-sustainable-peace-through-universal-values-at-the-centenary-of-world-war-i-criminalizing-war

L. Reychler
lirias.kuleuven.be/bitstream/123456789/314603/1/timeforpeace.pdf

K. Clements
kevinclementspeaceandconflict.wordpress.com/2014/08/03/reflections-on-war-and-peace-the-warrior-and-the-pacifist-traditions

N. Dadhich
nareshdadhich.com/pdf/Chapter%203%20GANDHIAN%20STUDIES.pdf

S. Zunes
ozy.com/c-notes/a-force-more-powerful-than-war-nonviolent-resistance/30051.article


General info:

IPRA Web: http://www.iprapeace.org

IPRA 2014: http://ipra2014.org

IPRA Prog: http://ipra2014.org/?page_id=118