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venerdì 22 maggio 2015

Pace per decreto. La norma attuativa dei corpi di pace, tra traguardi e contraddizioni.

Ponte di Mitrovica, Kosovo, 2005
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n.115 del 20 Maggio 2015) del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali recante misure inerenti alla «Organizzazione del contingente dei Corpi Civili di Pace, ai sensi dell'articolo 1, comma 253, della legge 27 dicembre 2013, n. 147», il cosiddetto, atteso, decreto attuativo di sperimentazione delle “azioni non-governative di pace” introdotte, nell'ambito del Servizio Civile Nazionale, con l'emendamento Marcon (SEL) in Legge Finanziaria 2014, segna, indubbiamente, una tappa rilevante nel percorso relativo alla sperimentazione e istituzionalizzazione degli interventi di pace della società civile del nostro Paese, dal momento che, insieme con l'appena citato emendamento, rappresenta il primo atto normativo compiuto, nel quadro della legislazione italiana, in materia di interventi civili di pace.
 
Il decreto attuativo viene così a rappresentare il momento culminante di una lunga stagione di impegno, nel corso della quale le formazioni della società civile organizzata, raccolte nelle reti tematiche impegnate sul tema della gestione nonviolenta e della trasformazione costruttiva dei conflitti (in primo luogo, la Rete Disarmo, la Rete della Pace, il Tavolo Interventi Civili di Pace), hanno maturato una progressiva evoluzione, impegnandosi nella riflessione sulle modalità ed i limiti dell'azione civile di pace, in Italia e all'estero, riflettendo sul carattere ed il profilo, le specificità e le caratteristiche, dell'intervento di pace della società civile italiana ed avanzando proposte volte alla sperimentazione sul campo e alla definizione normativa.
 
Non sarà del tutto inutile, a questo scopo, ricordare almeno, sotto il profilo della riflessione relativa alla impostazione generale, la redazione del documento, a cura degli attori del tavolo degli interventi civili di pace, dedicato a «Identità e Criteri degli Interventi Civili di Pace Italiani» (10 Giugno 2012), che, per la prima volta in Italia, ha definito le modalità dell'impegno nonviolento e le linee-guida per gli operatori di pace, impegnati in azioni, interventi e corpi civili di pace, in territorio nazionale e in ambito internazionale; nonché, sotto il profilo della sensibilizzazione pubblica e della promozione sociale, l'implementazione del progetto omonimo Info-EaS per la sensibilizzazione e l'educazione alla pace e alla gestione creativa dei conflitti, la costruzione di momenti di approfondimento e di advocacy a cura delle diverse organizzazioni delle reti tematiche e, in particolare a Vicenza, la realizzazione di un vero e proprio percorso di ideazione creativa per corpi civili di pace, sin dal 2011, in collaborazione con i gruppi e le associazioni della Rete CCP.
 
Né, certamente, meno importanti sono state le esperienze realizzate sino a questo punto dalle organizzazioni di società civile che, anche in un contesto di sostanziale vuoto normativo, almeno a livello nazionale, hanno saputo ideare ed innovare, sviluppando, nella concezione e nella pratica, esperienze pilota che hanno letteralmente aperto una prospettiva di futuro: dalle esperienze dei Caschi Bianchi e dei progetti di peace-keeping civile già incardinati, sin dal 2004, nell'ambito del servizio civile nazionale all'estero, sino al progetto “Raccogliendo la Pace” per interventi civili di pace in Palestina, a partire dal 2010, e al progetto dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo” che, sostenuto dal Comune di Napoli nel 2011-2012, ha rappresentato un altro precedente importante, il primo progetto di un Ente Locale per Corpi Civili di Pace in zona di conflitto.
 
Su questo lungo ed esteso retroterra, viene dunque ad innestarsi l'articolato del decreto attuativo. Si tratta di un testo non occasionale né superficiale, articolato e dettagliato, che, attraverso nove articoli, definisce i caratteri salienti della sperimentazione delle azioni non-governative di pace, inquadrate nell'ambito del Servizio Civile, in base ai contenuti dell'emendamento Marcon. Tali articoli riguardano: la definizione e l'ambito di applicazione, i settori e le aree di intervento, la tipologia di progetti prevista, le caratteristiche e la formazione del personale, le disposizioni di sicurezza, il monitoraggio e la valutazione. Sin dai titoli e, a maggior ragione dalla lettura, vengono alla luce alcune tra le maggiori criticità e le più significative contraddizioni del testo del documento che, in estrema sintesi, riguardano proprio i temi della configurazione esclusivamente volontaria, delle aree di intervento e delle disposizioni di sicurezza. Procediamo con ordine.
 
Giustamente il decreto, nella sua premessa che è parte integrante del testo, dettaglia il quadro normativo di riferimento, sia a livello internazionale e comunitario, sia a livello nazionale, e opportunamente menziona, tra gli altri, il Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite «Una Agenda per la Pace» (17 Giugno 1992), la Risoluzione della Assemblea Generale «Sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi sociali di promuovere e proteggere le libertà fondamentali ed i diritti umani universalmente riconosciuti» (8 Marzo 1999) e la Raccomandazione del Parlamento Europeo sull'istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo (10 Febbraio 1999). Non meno significativa, peraltro, la totale assenza di qualsivoglia riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno, a più riprese, ricordato al legislatore la parità di livello tra la difesa civile e la difesa militare e l'esigenza di assicurare un'adeguata promozione ed un adeguato sviluppo alla difesa civile, a partire almeno dalla sentenza 164 del 1985.
 
Qui si innesta la prima contraddizione del decreto attuativo: recidendo il legame tra azioni civili di pace e difesa, in particolare difesa civile, si instaura una soluzione di continuità con il percorso che ha portato dalla obiezione di coscienza al servizio civile e dall'impegno per la pace e contro la guerra all'azione costruttiva per la promozione della pace e la prevenzione della guerra. Inoltre, si finisce per confermare non solo il primato, ma addirittura l'esclusiva del “militare” nel settore della difesa, relegando di fatto l'azione dei progetti, che saranno presentati in questa cornice normativa, ad azioni di solidarietà e di promozione sociale, pur se chiaramente legate ai temi della pace e dei diritti umani, slegate di fatto a compiti di prevenzione della guerra e della escalation. Se è vero che l'art. 2, comma 2, alle lettere a., b., c. ed e., adeguatamente elenca gli ambiti di impegno propri di tali azioni di pace (sostegno ai processi di democratizzazione, mediazione e riconciliazione; sostegno alle capacità della società civile locale per la risoluzione dei conflitti; monitoraggio dei diritti umani e del diritto umanitario; educazione alla pace), è pur vero che lo stesso comma, alla lettera d., inserisce “attività umanitarie”, genericamente intese, rischiando quindi di ulteriormente de-specificare il profilo ed il carattere di tali azioni di pace ed allontanandole dal “proprium” dei Corpi Civili di Pace.
 
La cornice che si è scelta per “inquadrare” la sperimentazione non è, d'altro canto, la più idonea o adeguata se si vuole traguardare, appunto, l'obiettivo dei Corpi Civili di Pace: si fa riferimento, infatti, come previsto nelle premesse normative ed esplicitamente segnalato dall'art. 4 del decreto, a giovani volontari tra i 18 e i 28 anni di età (art. 4, comma 1, lettera a.), in linea con il fatto che la sperimentazione si svolge attraverso progetti di servizio civile, in Italia o all'estero. Viene così messo in luce il duplice problema, di caratterizzare la sperimentazione esclusivamente nei termini dell'impegno volontario e di consegnarla ad una platea con un'età non superiore ai 28 anni. È appena il caso di ricordare che l'elaborazione condivisa all'interno delle reti e del movimento per i Corpi Civili di Pace ha portato a definire questi ultimi come una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e nella trasformazione dei conflitti (con l'obiettivo di promuovere) una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale». Non si tratta dunque -esclusivamente- di giovani volontari, ma di operatori professionali, professionisti e volontari.
 
Peraltro, a dispetto del fatto che, nella concezione condivisa dei Corpi Civili di Pace, questi ultimi «lavorano in squadra e prendono di norma decisioni strategiche e tattiche col metodo del consenso» e, inoltre, «possono attivare relazioni di collaborazione con altre ONG, …e istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l'indipendenza e l'imparzialità della missione; con attori armati -regolari e non regolari- non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d'azione e di ricezione presso le parti», il decreto attuativo “centralizza” le disposizioni in materia di sicurezza, rendendole persino cogenti per gli operatori.
 
Vi si legge infatti che «prima dell'impiego all'estero, i giovani volontari sono tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza organizzate dal MAECI (Ministero degli Esteri)» (art. 7, comma 2) e che «i giovani volontari partecipano a riunioni di sicurezza organizzate nella zona di intervento» su “disposizione” delle autorità italiane competenti (art. 7, comma 2). Come si evince chiaramente dalla lettura dei successivi commi 4 e 5, il MAECI è titolare unico della sicurezza del personale impegnato e può disporre misure non solo «in relazione alle condizioni di sicurezza prevalenti nel luogo» ma anche per -peraltro generiche- «gravi ragioni di opportunità». Preoccupante, inoltre, per progetti inquadrati in una così stringente cornice “governativa”, il riferimento del comma 6 in merito alla eventuale imputazione delle spese sostenute dall'amministrazione per il rimpatrio o altre azioni di soccorso. Da una parte, la figura classica del volontario in servizio civile; dall'altra, il ruolo preponderante del governo e una opzione esclusiva, da parte del governo, sul tema-chiave della sicurezza, tanto è vero che, a norma dell'art. 3 comma 3 del decreto attuativo, «i Paesi esteri in cui possono svolgersi i progetti sono individuati dal MAECI», minacciando non solo l'autonomia e l'unicità del rapporto di cooperazione tra gli attori dei diversi contesti, di provenienza e di destinazione, che condividono l'opzione nonviolenta nell'azione di prevenzione della guerra e di promozione della pace, ma prefigurando una ambigua e rischiosa sovrapposizione tra aree di destinazione delle azioni di pace e aree di proiezione degli interessi strategici del governo italiano. La stessa ambiguità e la stessa sovrapposizione che, come da più parti testimoniato, caratterizzano i profili di intervento tipici dei “Peace Corps” statunitensi.
 
In conclusione, pur recependo alcuni caratteri condivisi degli interventi di pace della società civile italiana, il decreto attuativo è lontano dal profilo dei Corpi Civili di Pace che intendono impegnarsi sul tema della trasformazione costruttiva e della “pace con giustizia”. Introducendo di fatto un ibrido all'italiana tra “Cascos Blancos” e “Peace Corps”, tale inquadramento normativo inevitabilmente finirà per ispirare due tendenze distinte, all'interno del movimento, a seconda che si aderisca o meno all'impostazione fornita dal decreto stesso.

sabato 26 luglio 2014

Appunti per un rilancio del movimento per la pace

Pristina: Museo del Kosovo
A partire dalle osservazioni condivise nel coordinamento della Rete della Pace, la piattaforma di rete va proposta come strumento di condivisione del percorso per la “nostra” partecipazione alla Marcia per la Pace (19 Ottobre) e oltre, ben più che come documento politico-programmatico che richiederebbe ben altro livello di articolazione e ben più approfondito confronto sulle varie questioni.

Le macro-aree di riferimento, con le loro possibili articolazioni e connessioni, sono le seguenti:

1. Europa, pace e disarmo: introdotto da una sintetica ricapitolazione del carattere e degli effetti della crisi economica (strutturale ed organica) nel nostro continente e degli effetti da essa determinati anche in termini di riposizionamento e rilancio del complesso militare-industriale, il tema va declinato sia nel senso delle “promesse mancate” dell'Europa (una politica condivisa ed inclusiva dell'immigrazione, una capacità di iniziativa e mediazione autonoma dagli Stati Uniti e dalla NATO negli scenari di prossimità, una maggiore pro-attività negli strumenti per il peace-keeping civile non armato), sia nel senso delle “proposte esigenti” attraverso cui criticarne gli aspetti più negativi (Frontex, la Politica Europea di Sicurezza e Difesa e Fortezza Europa, l'integrazione euro-atlantica);

2. la guerra ai confini dell'Europa: non si tratta di commemorare simbolicamente il centenario, pure storicamente importante, della Grande Guerra, quanto piuttosto di attivare politicamente energie e strumenti per declinare in termini aggiornati ed efficaci il nostro «no alla guerra senza se e senza ma»; pur senza entrare nell'analisi dei singoli scenari di guerra per l'insufficiente confronto tra le organizzazioni della rete e la diversità di posizione intorno alla lettura delle motivazioni delle crisi in corso, va tuttavia, almeno, richiamato il fatto che la guerra è giunta ai confini della UE e nel cuore stesso d'Europa (Ucraina), che l'assenza di una iniziativa politica e diplomatica della UE contribuisce a deteriorare l'ambiente di pace e sicurezza nel Mediterraneo (Libia, Siria, Palestina, neo-colonialismo africano nel Sahel e questioni dei migranti forzati e dei rifugiati politici), che il semestre europeo deve mettere a frutto le elaborazioni e sperimentazioni più avanzate delle forze di società civile in modo da definire un volto nuovo per le politiche di pace e prevenzione dei conflitti dell'Unione Europea;

3. il Mediterraneo largo e le questioni delle migrazioni: il Mediterraneo resta un vero e proprio cimento per l'Europa; non solo nella contingenza tragica rappresentata dalle stragi dei migranti e dal pericolo che incombe nella “Fortezza Europa”, ma anche perché costituisce una “bussola” per un riorientamento complessivo del ruolo internazionale dell'UE, che vorremmo, infatti, sempre più mediterraneo e sempre meno atlantico; l'interlocuzione politico-diplomatica è importante, ma il dialogo aperto tra le soggettività nonviolente, tra le due sponde del Mediterraneo, può costituire il fattore chiave per aprire scenari di relazione e prossimità, superare la logica mercantilistica dell'Euro-Med 5+5, offrire un campo di elaborazioni e sperimentazioni, basate sui diritti umani, il ripudio della logica militare e la nonviolenza, per gli attori democratici delle “primavere arabe”, esperienze e pratiche utili per il superamento nonviolento dei conflitti, ed alimentare la speranza per uno Stato di Palestina, libero e sovrano, nella cornice dei “due popoli due stati”, e di un rinnovato confronto sul Vicino Oriente;

4. la trasparenza nel sistema difesa, il controllo sui sistemi d'arma, l'abolizione delle servitù militari: è un argomento dal profondo contenuto analitico, sul quale si esercitano rivendicazioni storiche del movimento per la pace, basti pensare almeno alle campagne più rappresentative e durature, per la trasparenza del sistema difesa e il monitoraggio dei bilanci della difesa, per il superamento del modello tradizionale di difesa militare e aggressiva verso una difesa civile e difensiva, per una maturazione più intensa, anche all'interno del movimento, del tema del transarmo, per il controllo dei sistemi d'arma e per l'abrogazione integrale del programma F-35, per la bonifica e messa in sicurezza dei siti militari ed il monitoraggio di porti e piattaforme civili utilizzati anche per il transito di mezzi e strumenti militari, contro le servitù militari e per la loro riconversione, unita ad una più sistematica azione di riconversione civile dell'industria bellica, passando, infine, per le questioni che riguardano la ridefinizione del ruolo stesso del “militare”, sempre più impegnato in ambiti non pertinenti (dalle missioni promozionali della portaerei Cavour ai programmi di “istruzione” con militari nelle scuole);

5. Difesa Civile, educazione alla pace e Corpi Civili di Pace: la campagna per la legge di iniziativa popolare sulla difesa civile può rappresentare, sotto questo versante, il terreno unificante per storiche rivendicazioni, tuttora attuali: il potenziamento del servizio civile come difesa della patria alternativa al militare, il completamento del percorso normativo per la definitiva istituzione, in Italia, dei Corpi Civili di Pace come strumenti autonomi di società civile per la prevenzione e la trasformazione dei conflitti, la realizzazione di un Istituto Centrale per la Ricerca e la Sperimentazione sui CCP, l'introduzione, all'indomani della riforma della cooperazione, pur negativa per il suo impianto privatistico ed affaristico, di approcci “conflict sensitive” nei programmi di cooperazione e di APS, la conferma della totale distinzione tra area civile ed area militare nel lavoro di prevenzione dei conflitti, il potenziamento, anche curricolare, della educazione alla pace nelle scuole e degli “studi per la pace” e “ricerca per la pace” nelle università.