venerdì 20 settembre 2013

Peace Event Sarajevo 2014: perché non aderire

L’idea di un Evento di Pace a Sarajevo in occasione del centenario della prima guerra mondiale e del lungo ventennale della guerra di Bosnia è stata dettata da alcune circostanze e da una ispirazione di fondo. La circostanza è indubbiamente legata alla ricorrenza: a cento anni dalla Grande Guerra (1914-2014) essa può costituire l’occasione di una riflessione su un secolo breve a lungo attraversato da guerre e conflitti ed a venti anni da uno dei lunghi anni della Guerra di Bosnia (1992-1995) può alimentare la memoria e la riflessione e indurre spunti e sollecitazioni preziose per un secolo nuovo all’insegna della pace e della giustizia, della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli. 

È proprio su questo terreno che, sin dalla sua indizione, il “Sarajevo Peace Event 2014” non ha mancato di suscitare dubbi e perplessità, di alimentare resistenze e divisioni anziché solidarietà e amicizia, di finire per accendere polemiche e lacerazioni, in una direzione paradossalmente eguale e contraria a quella mostrata nei suoi intendimenti dichiarati. Il tutto, sin dall’ispirazione di fondo: quella di fare in terra di Bosnia qualcosa di analogo a quanto realizzato in occasione dei Saloni per la Pace di Parigi nell’ambito delle celebrazioni e delle iniziative inquadrate nel programma della Decade delle Nazioni Unite per una Cultura di Pace e Nonviolenza (2001-2010); col rischio di fare dell’evento di Sarajevo più una vetrina dei grandi “donatori inter-nazionali” che una occasione utile al “lavoro di pace”.  

Sin dalla dichiarazione programmatica, infatti, l’Evento di Pace di Sarajevo attesta come l'anno 2014 segna il 100° anniversario dell'inizio della prima guerra mondiale, che è stata innescata dall'assassinio dell'erede al trono austriaco a Sarajevo il 28 giugno 1914. Questa può essere vista come una data simbolica per un secolo di "cultura della guerra e della violenza", con due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali - tra cui quella nei paesi dell'ex Jugoslavia negli anni Novanta, quando Sarajevo ha sofferto l'assedio della città nella "ultima guerra in Europa" - così come per il dominio globale della violenza strutturale e culturale.  

Una dichiarazione nella quale l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico (della potenza allora occupante, in Bosnia) è considerata alla stregua di un mero assassinio e, di conseguenza, l’azione di Gavrilo Princip (irredentista serbo-bosniaco, patriota e rivoluzionario) ridotta ad una mera azione terroristica (secondo la vulgata bosniacca e austriaca che ha fatto di un movimento di liberazione, Mlada Bosna, la “Giovane Bosnia”, né più né meno di un movimento violento, estremista e terrorista).  

Ciò è bastato ad alienare all’organizzazione del “Sarajevo Peace Event 2014” il favore della gran parte dell'opinione pubblica serba, con non pochi intellettuali che si sono assai negativamente espressi contro l’operazione di falsificazione e di manipolazione che sovrintende all’evento del 2014, e con lo stesso vertice politico e istituzionale della Repubblica Serba di Bosnia (una delle due entità delle quali si compone la Bosnia Erzegovina all’indomani degli Accordi e della Costituzione di Dayton, 1995) che ha prima stigmatizzato la separazione e il non coinvolgimento dei serbi di Bosnia e quindi formalmente invitato i serbi di Bosnia a non aderire e a non partecipare ad un evento di tale natura.  

Preoccupazioni analoghe sono state ribadite, al più alto livello, anche dal premier serbo, il socialista Ivica Dacic, che è tornato sulla questione della revisione e della mistificazione della storia, e sulla campagna di denigrazione ed emarginazione dei serbi, che vorrebbe metterli, in un modo o nell’altro, ancora una volta, sul banco degli imputati, bollandoli come nazionalisti e guerrafondai ed attribuendo loro il grosso delle colpe e delle responsabilità per la destabilizzazione che ha portato alla prima guerra mondiale.  

Il 99° anniversario della famosa battaglia di Cer, celebrato lo scorso 19 Agosto con i più alti onori militari e statali a Tekeris, vicino Loznica, nella Serbia occidentale, come la battaglia in cui l’esercito serbo ha segnato la prima vittoria per le forze alleate contro l'esercito austro-ungarico durante la stessa prima guerra mondiale, ha costituito l’occasione e la cornice, per le massime autorità statali serbe e in primo luogo per il premier Dacic, per tornare sulla questione e puntualizzare la posizione. 

Rivolgendosi ai cittadini riuniti nell’occasione, Dacic ha detto che la Serbia deve lottare per la verità sulla Grande Guerra, cento anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, e deve contrastare il tentativo in corso di “revisione” della storia. Ha inoltre espresso la preoccupazione che, nella celebrazione del 100° anniversario della prima guerra mondiale a Sarajevo, i serbi siano ancora una volta “messi ai margini” ed accusati di incitamento del più grande conflitto armato della storia moderna.  

Tali tentativi sono stati rinnovati con maggiore insistenza anche nel corso degli ultimi mesi, in modo da incolpare i serbi per l’assassinio di Sarajevo, in cui i membri della organizzazione irredentista, Mlada Bosna, hanno colpito il principe austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie il 28 giugno 1914. Il fatto di collocare in tale evento l’inizio reale del conflitto mondiale dimostra il tentativo di falsificazione in atto e la strumentalizzazione dell’evento stesso. Un fatto che viene ignorato in questo contesto è che l’assassinio di Sarajevo è stato utilizzato come scusa e pretesto per le tendenze imperialiste e per i piani di aggressione da parte dell’Austria-Ungheria e della Germania, come è stato ricordato da Dacic. 

Tale processo di autentico, negativo, “revisionismo storico”, passa sia per la lettura strumentale della storia, sia per le iniziative che intendono muoversi sul terreno del ricordo, della memoria e del simbolico. Dacic ha ricordato che vi sono annunci che indicano l’intenzione, da parte delle autorità cittadine, di erigere un monumento in onore di Francesco Ferdinando a Sarajevo, aggiungendo che questo potrebbe rappresentare una “sanzione” della revisione della storia in atto e che deve essere evitato. Ha infine ricordato che Gavrilo Princip e gli altri partecipanti ai fatti di Sarajevo non erano solo serbi, ma membri del movimento jugoslavo, per l’unità degli Slavi del Sud, che ha raccolto molti croati e molti musulmani.  

Questo è il motivo per cui è importante, per preservare una memoria corretta e limpida degli eventi che hanno avuto luogo cento anni fa, ricordare e illustrare i contenuti degli eventi e il reale svolgimento dei fatti e trasferirli correttamente presso le più giovani generazioni. Non va dimenticato che i serbi sono stati tra le maggiori vittime nella prima guerra mondiale e hanno dovuto affrontare, in quella circostanza, il peggior ultimatum che un Paese abbia potuto, sino a quel momento, imporre a un altro Stato.  

Le maggiori potenze dell’epoca hanno preso parte all'aggressione alla Serbia, e la Serbia avrebbe continuato a subire aggressioni a sfondo imperialistico anche negli anni a seguire, come dimostrano l’invasione e il bombardamento di Belgrado ad opera dei Nazisti nel 1941, nel corso della seconda guerra mondiale, e l’ultimatum di Rambouillet e l’aggressione della NATO contro l’intera Serbia nel 1999, guerra per la quale si stimano danni complessivi per oltre cento miliardi di dollari. Per intendersi, l’intero Prodotto Lordo della Serbia, nel 2013, è di poco superiore ai quaranta miliardi di dollari.  

Tutto questo ovviamente non intende mettere in discussione la “buona fede” di chi, animato sinceramente dalla volontà di offrire un contributo fattivo alla promozione di un percorso internazionale di pace e giustizia, ha inteso confermare la propria adesione all’evento, tra cui, anche alcune associazioni italiane impegnate sul tema della pace e della nonviolenza. È semmai il “combinato disposto” dei detti, inaccettabili, presupposti e del susseguente, preoccupante, panorama di supporter, a dare ragione a quanti, giudicando inammissibile che attori poco limpidi o apertamente compromessi con le politiche dominanti di guerra e di aggressione, possano farla da protagonisti, ne hanno preso le distanze.  

USAID è il sostenitore e lo sponsor principale delle organizzazioni bosniache che coordinano il processo; l’Open Society di George Soros è tra i principali supporter e finanziatori di una ampia platea di organizzazioni e fondazioni che sono sin dall’inizio nella rete dei promotori dell’evento; alcuni tra i protagonisti hanno tra i propri sponsor e supporter, sia a livello di organizzazioni sia a livello di progetti, ambasciate straniere non esattamente indifferenti al passato (storico e recente) e al presente della complessa vicenda di guerra dei Balcani, tra cui l’Austria e in particolare la Francia e la Germania.  

Quest’ultima, come è stata il principale sponsor delle secessioni unilaterali che, tra il 1991 e il 1992, hanno inaugurato la stagione lunga e sanguinosa della disgregazione della Jugoslavia, è oggi il principale finanziatore della “cabina di regia” istituzionale che sovra-intende al complesso delle celebrazioni del centenario e uno dei motori della ridda di eventi che sono in cartellone al 2014. Se tale è l’inaugurazione di un nuovo secolo all’insegna di “pace e nonviolenza”, c’è davvero poco di cui nutrire speranza.
 

sabato 27 luglio 2013

Corpi Civili di Pace, in Kosovo ed oltre ...

Mitrovica (Kosovo): Foto di Gianmarco Pisa
Un confronto caldo, competente e partecipato, allo stesso tempo. Sin dall'introduzione, ad opera di Clara Degni del Servizio Cooperazione Decentrata, Legalità e Pace del Comune di Napoli, si è capito che l'iniziativa di presentazione del volume “Corpi Civili di Pace in Azione” e del reportage “Essere Kosovaro”, tenuta al CEICC (Europe Direct) di Napoli lo scorso 24 Luglio, sarebbe stata particolare e innovativa: a metà strada tra l'illustrazione di un progetto di ricerca-azione (il primo progetto di un comune finalizzato alla costruzione di Corpi Civili di Pace in area di conflitto) e il confronto sull'attualità dello scenario balcanico, in particolare kosovaro, sullo sfondo delle grandi trasformazioni che sta attraversando la regione e, insieme con lei, l'intera Europa.
Una “rappresentazione” costantemente in bilico tra i temi della cittadinanza attiva e dell'intervento civile per la prevenzione della violenza e la trasformazione dei conflitti, e quelli dell'impegno della società civile e degli attori istituzionali, in primo luogo l'Unione Europea, per la soluzione negoziata delle crisi e per la “pace positiva”. Su questa falsariga, Luciano Griffo, in rappresentanza del Centro Europeo Informazione, Cultura e Cittadinanza, Punto Europe Direct di Napoli, ha posto l'accento sul ruolo dell'Unione Europea, sia attraverso il processo di allargamento sia mediante i programmi di mobilità transnazionale (soprattutto, ma non solo, giovanile, dal “Leonardo” al “Comenius”, passando per l'“Erasmus”), ricordando l'esigenza di innovare e diffondere pratiche di cittadinanza attiva europea, e il compito del CEICC nel promuovere informazione e conoscenza sul mondo dell'Europa e, in particolare, dell'Unione Europea.
Un punto di partenza utile alla discussione, introdotta proprio dall'intenzione di «discutere in maniera leggera di contenuti niente affatto “leggeri”» e dall'annotazione, quasi in premessa di metodo, di sapere distinguere tra l'Europa, nata e morta a Sarajevo, per riprendere l'adagio famoso di Alex Langer, uno dei principali ispiratori del movimento europeo per i Corpi Civili di Pace, e che si appresta tra un anno a celebrare il centenario della Prima Guerra Mondiale e uno degli anniversari del “lungo ventennale” della Guerra di Bosnia (1992-1995), e l'Unione Europea, la cui crisi economica e politica ne accentua ancora di più la contraddizione dell'essere, al tempo stesso, primo sostenitore umanitario al mondo (quasi 700 milioni di euro nel bilancio 2013, con cinque destinazioni prioritarie, Mali, Sudan, Rep. Dem. del Congo, Pakistan e Somalia), e artefice, attraverso gli interessi nazionali dei Paesi Membri, di vere e proprie azioni di guerra (dalla partecipazione euro-atlantica alla aggressione della Serbia alla recente iniziativa franco-britannica in Libia).
Per questo è così esigente e necessaria l'azione dei civili che, autonomamente dai governi, si impegnano, forti dell'ispirazione nonviolenza, a intervenire “sui” e “nei” conflitti, a sostegno delle vittime e a supporto degli sforzi della società civile locale per il superamento dei conflitti armati e la ricostruzione di nuovi presupposti di dialogo, fiducia, ricomposizione e, in definitiva, pace. Il volume di Gianmarco Pisa dedicato ai “Corpi Civili di Pace in Azione” (Ad Est dell'Equatore, 2013) vuole essere, proprio alla luce di questi presupposti, il “racconto” in forma di “saggio” di una azione concreta di promozione della pace e di costruzione dei Corpi Civili di Pace (specie in Kosovo) e di una indagine volta a ri-costruire terreni condivisi di sperimentazione del dialogo e per il reciproco riconoscimento tra le parti stesse del conflitto.
Paradigma e laboratorio, al tempo stesso, del conflitto etno-politico del nostro tempo, esploso in una guerra portata dai bombardieri della NATO (oltre trentamila i raid della NATO contro la Jugoslavia in 78 giorni di guerra nella primavera del 1999) con l'attivo supporto del Governo Italiano (la maggior parte dei raid partivano dalla base di Aviano) fuori qualsivoglia mandato delle Nazioni Unite, il Kosovo è tuttavia terra di storica co-abitazione di popoli e nazionalità e luogo di memorie e narrazioni, nonché di uno dei più ampi e coinvolgenti movimenti nonviolenti di riconciliazione, quello animato da Ibrahim Rugova ed Anton Cetta, che ha portato a riconciliare, superando le reciproche vendette giurate, oltre 1200 famiglie kosovare nel corso degli Anni Novanta.
Ricostruire “una storia” attraverso “le storie” diviene, quindi, importante ed il reportage di Lorenzo Giroffi, “Essere Kosovaro” (First Line Press, 2012) ne è una vivida testimonianza, da un capo all'altro del ponte della città divisa di Mitrovica e a cavallo tra le comunità che rendono viva ed unica la realtà kosovara (non solo Albanesi e Serbi, ma anche Rom, Ashkalij, Egizi, Bosniaci, Turchi e Gorani). Un “ponte di dialoghi” e di nuovi “dialoghi di pace” che meritano la nostra attenzione, in uno scenario che, dopo gli accordi serbo-kosovari del 19 Aprile e il nuovo percorso di adesione europea, dopo la Croazia, della Serbia, torna più attuale che mai. 

venerdì 19 luglio 2013

Caffè Balcani: Corpi Civili di Pace in Azione

Il CEICC (Centro Europeo Informazione Cultura Cittadinanza) del Comune di Napoli,

in collaborazione con le Associazioni:

Operatori di Pace - Campania 

IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete CCP (Corpi Civili di Pace)

Noi@Europe

con il supporto istituzionale del Comune di Napoli

organizzano e invitano a partecipare al:


Caffè Balcani
Corpi Civili di Pace in Azione

caffè e dialogo a più voci con:

Gianmarco Pisa, operatore di pace
Istituto di Ricerca per la Pace - Rete CCP

Lorenzo Giroffi, scrittore e reporter
redazione FirstLinePress - quotidiano online

Ottavio di Grazia, docente di culture identità e religioni,
Università S. Orsola Benincasa di Napoli

presentazione del volume di Gianmarco Pisa:
“Corpi Civili di Pace in Azione”, ed. “ad est dell'equatore”

proiezione del documentario di Lorenzo Giroffi:
“Essere Kosovaro”, redazione FirstLinePress

interviene:
Luigi de Magistris, Sindaco di Napoli

Mercoledì 24 Luglio p.v. ore 17.00

CEICC, Via Partenope 36, Napoli

Nota al Testo

Quando si parla di pace, e anche di nonviolenza, ci si ferma spesso solo agli aspetti generali, di principio, morali. Tutte cose importanti, ma insufficienti. Da tempo tuttavia, e possiamo risalire sino a Gandhi, c’è chi elabora e sperimenta modalità concrete per prevenire, intervenire e riconciliare là dove i conflitti rischiano di degenerare, o sono già degenerati, in guerre e violenze. Il volume di G. Pisa, “Corpi Civili di Pace in Azione” (Ad Est dell'Equatore, Napoli, 2013) ha il pregio di sintetizzare con incisività e chiarezza le linee guida, teoriche e pratiche, che contraddistinguono l’azione dei CCP. È a partire da questi presupposti, arricchiti dalle teorie e metodologie della “trasformazione dei conflitti”, da J. Galtung a P. Lederach, che il libro si articola offrendo le basi e gli indirizzi lungo i quali operano i CCP. Il caso di studio e di intervento concreto è quello dei Balcani, in particolare con l’esperienza dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, che continua tuttora dopo dieci anni dall’avvio e, pur nella grande complessità della situazione, è una concreta dimostrazione delle possibilità e dell’efficacia del peace-building nonviolento. A maggior ragione in un contesto che, dopo le guerre degli anni Novanta e l'allargamento ad Est dell'Unione Europea, diviene sempre più prossimo e decisivo, nel cuore dell'Europa e sulle sponde di un Mediterraneo, che vorremmo sempre più “mare di pace”. 

Segui l'evento FB alla pagina del CEICC 

martedì 18 giugno 2013

Corpi Civili di Pace in Azione



Quando si parla di pace, e anche di nonviolenza, ci si ferma sovente solo agli aspetti teorici generali, di principio, morali. Tutte cose importanti, ma insufficienti. Da tempo, tuttavia, e possiamo risalire sino a Gandhi, c’è chi elabora e sperimenta modalità concrete per prevenire, intervenire e riconciliare là dove i conflitti rischiano di degenerare, o sono già degenerati, in guerre e violenze. E’ quanto stanno facendo, da anni, sia l’IPRI-Rete dei Corpi Civili di Pace (CCP), su scala italiana sia, più in generale, le Nonviolent Peace Force su scala internazionale. Questo ottimo lavoro di Gianmarco Pisa, ha il pregio di sintetizzare con incisività e chiarezza le linee guida generali, teoriche e pratiche, che contraddistinguono l’azione dei CCP. 

E’ inoltre un utilissimo ampliamento del fascicolo di Azione Nonviolenta del dicembre 2012 dedicato allo stesso tema. 

La nonviolenza, nella concezione di Gandhi, non è la negazione della violenza,ma il superamento della violenza, la ricerca, cioè, di un o strumento più valido per ottenere quei valori (pace, libertà, giustizia) che spesso si ritiene possano essere raggiunti solo con l’uso della forza armata. 

L’azione per il dialogo e la riconciliazione punta alla sperimentazione di corpi nonviolenti di pace per il superamento di quei conflitti che la guerra non ha evidentemente affatto risolto. Alberto L’Abate 

Se la catastrofe bellica e l’olocausto nucleare avevano rappresentato, con la fine della II Guerra Mondiale, il punto di non-ritorno dei piani di guerra dell’imperialismo delle potenze, aprendo la strada alle Nazioni Unite, alla Carta di San Francisco e alla messa al bando della guerra come “strumento ordinario” per dirimere i conflitti internazionali, varando infine, con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (10 Dicembre 1948), lo strumento più potente sin qui a disposizione per il lavoro di pace; la svolta neo-liberale e la nuova corsa agli armamenti, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, avrebbero rappresentato il punto di svolta, insieme con gli euro-missili e le guerre stellari, la fine dell’esperienza storica del socialismo reale e la disgregazione degli Stati multi-etnici. La caduta del Muro di Berlino (9 Novembre 1989) poteva simbolicamente ricollocare sulla scena il protagonismo delle masse popolari e delle rivendicazioni nonviolente, ma finiva per rappresentare viceversa la smentita più clamorosa delle speranze di protagonismo e di rinnovamento che si erano, intanto, consolidate nei cuori e nelle menti dei popoli d’Europa. Il tracollo dell’Unione Sovietica, la tragedia della Jugoslavia, la riscossa dei nazionalismi rappresentavano, al tempo stesso, la faccia feroce della globalizzazione capitalistica e la sfida decisiva per le forze nonviolente, chiamate a re-inventarsi e a ri-concepirsi. Nel suo appello «L’Europa muore o rinasce a Sarajevo» (25 Giugno 1995), Alex Langer elencava le idee-guida dell’elaborazione dei Corpi Civili di Pace: dal valore del diritto all’offerta dell’integrazione; dal sostegno ai costruttori di dialogo alla “prevenzione del conflitto”. Una sfida, in buona parte, ancora tutta innanzi a noi. 

Il volume rappresenta il prodotto della ricerca-azione condotta nell’ambito del progetto per i “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, prima sperimentazione promossa da un Ente Locale per la costruzione di Corpi di Pace in area di conflitto. Realizzato dagli “Operatori di Pace – Campania” in partenariato con la IPRI – Rete CCP e, in Kosovo, la Association for Peace Kosovo e il Community Building Mitrovica , in collaborazione con il dipartimento di filosofia della Università di Pristina, il progetto, sostenuto dal Comune di Napoli e tuttora in corso, si propone di formare e di attivare squadre locali per la gestione nonviolenta del conflitto, in primo luogo nella città divisa di Mitrovica, simbolo e cardine del post-conflitto kosovaro. Una proposta nonviolenta, in un conflitto apparentemente intrattabile nel cuore dell’Europa. 

La recensione di Nanni Salio

Quando si parla di pace, e anche di nonviolenza, ci si ferma sovente solo agli aspetti teorici generali, di principio, morali. Tutte cose importanti, ma insufficienti. Da tempo, tuttavia, e possiamo risalire sino a Gandhi, c’è chi elabora e sperimenta modalità concrete per prevenire, intervenire e riconciliare là dove i conflitti rischiano di degenerare, o sono già degenerati, in guerre e violenze. 

E’ quanto stanno facendo, da anni, sia l’IPRI-Rete dei Corpi Civili di Pace (CCP), su scala italiana sia, più in generale, le Nonviolent Peace Force su scala internazionale. 

Questo ottimo lavoro di Gianmarco Pisa, ha il pregio di sintetizzare con incisività e chiarezza le linee guida generali, teoriche e pratiche, che contraddistinguono l’azione dei CCP. E’ inoltre un utilissimo ampliamento del fascicolo di Azione Nonviolenta del dicembre 2012 dedicato allo stesso tema. 

Come chiarisce Albero L’Abate nella prefazione, la filosofia dei CCP si fonda sulla nonviolenza attiva che secondo George Lakey, uno dei più noti e autorevoli formatori alla nonviolenza, con una grande esperienza diretta sul campo, “si caratterizza per tre forme di intervento: 1) il cambiamento sociale; 2) la difesa sociale; 3) l’intervento nonviolento attraverso le terze parti nei conflitti” (p. 12). 

E’ a partire da questi presupposti, arricchiti dalle teorie e metodologie di “trasformazione nonviolenta dei conflitti”, da Johan Galtung a Paul Lederach, che il libro si articola offrendo le basi e gli indirizzi generali lungo i quali operano i CCP. 

Il caso di studio e di intervento concreto è quello dei Balcani, con l’esperienza dei “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, che continua tuttora dopo dieci anni dall’avvio e, pur nella grande complessità della situazione, è una concreta dimostrazione delle possibilità e dell’efficacia del peacebuilding nonviolento.  

Ma allora, un po’ ingenuamente, possiamo chiederci: “perché le Nazioni Unite e l’UE non promuovono direttamente la costituzione di CCP su scala regionale e internazionale?”. La risposta è quanto mai semplice e lineare: la politica internazionale, soprattutto delle grandi potenze (ovvero USA e NATO) è orientata alla dominazione e alla costruzione di un sistema imperiale, che sebbene sia in crisi, continua ad assorbire somme ingentissime per creare insicurezza, morte e terrore attraverso il complesso militare-industriale-scientifico-corporativo-mediatico. 

Per esercitare il dominio dell’1% sul resto del mondo è necessario, come ha detto con grande chiarezza la Margaret Albright, il “pugno duro”, il “martello” dello strumento militare. “Per ogni euro speso per la prevenzione della guerra, si spendono diecimila euro per fare la guerra” (p. 84). Sino a quando? La grande crisi sistemica globale sta mettendo in discussione i fondamenti di questa civiltà, come aveva preconizzato Gandhi un secolo fa. Per uscirne indenni occorre un lavoro sistematico su attori, strutture e culture attraverso la ricerca, l’educazione e l’azione per la pace e la nonviolenza. 


E’ quanto stanno facendo i movimenti nonviolenti e in particolare i CCP, ma occorre unire le forze e costruire un “movimento dei movimenti” capace di raccogliere la miriade di esperienze in corso e tradurla in un’azione politica complessiva di cambiamento sociale.

giovedì 23 agosto 2012

A proposito dei Corpi Civili di Pace ...

Si tratta di equipe civili professionali, composte di volontari e professionisti, in grado di agire “sul” conflitto con compiti di analisi, prevenzione e allarme preventivo e “nel” conflitto con compiti di inter-posizione, separazione dei contendenti, ripristino dei canali di comunicazione e di relazione, ricostruzione della fiducia ed empatia, mediazione nel conflitto, gestione costruttiva, tutela dei diritti umani, educazione alla «pace positiva», riconciliazione. Promossi dalle Nazioni Unite e sollecitati dall'Unione Europea, attendono ormai da anni il riconoscimento formale nel quadro legislativo italiano. Riconoscimento che dovrebbe valere tanto per la figura e il profilo professionale dell'operatore di pace quanto per la mission e l'operatività stessa dei Corpi Civili di Pace in azione.

Una Festa e un Convegno per i Corpi Civili di Pace

Il Tema

Promossa dalle Associazioni facenti parte della “IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) - Rete CCP (Corpi Civili di Pace)”, la rassegna dal titolo “Un Po’ di Pace” e' strutturata nella forma di un vero e proprio evento-festa dei Corpi Civili di Pace, in svolgimento il 25 e 26 Agosto, presso il Parco per la Pace, area ex Dal Molin, a Vicenza, concepita ed articolata come momento di illustrazione e di promozione delle iniziative e delle sperimentazioni concrete che la Rete sta sviluppando nella prospettiva della realizzazione di Corpi Civili di Pace e come occasione di confronto e di elaborazione intorno alle proposte che maggiormente animano la sensibilità della comunità di Vicenza, a partire dalla valorizzazione del Parco per la Pace, dalla partecipazione democratica ai temi del lavoro per la pace positiva e i diritti umani, e, nello specifico, dal coinvolgimento civico e istituzionale intorno alla proposta, di estremo rilievo ed interesse, di un “Centro per la Previsione e la Prevenzione dei Conflitti Armati e per la Formazione e la Preparazione dei Corpi Civili di Pace”.
 
I Contenuti

A tal proposito, puo' essere utile ricordare alcune sollecitazioni che vanno in questa direzione. In primo luogo, l’impegno per la costruzione di un vero “luogo di pace” negli spazi sdemanializzati ex Dal Molin, andando ben oltre la logica delle mere compensazioni e animando invece una prospettiva di piena fruizione, partecipazione e ri-appropriazione civica dello spazio pubblico nell’ottica della promozione della pace, della riaffermazione della nonviolenza e della tutela dei diritti umani, come segnalato anche nella occasione del Convegno Internazionale “La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace”, tenuto a Vicenza dal 3 al 5 Giugno 2011 e proposto dall’Assessorato alla Pace del Comune congiuntamente alla Rete CCP in collaborazione col Centro Interdipartimentale di Ricerca e Servizi sui Diritti della Persona e dei Popoli dell’Universita' di Padova e “Transcend – Peace Developement Environment Network”, fondato da Johan Galtung, padre della moderna peace-research e tra i massimi teorici ed esperti mondiali della risoluzione costruttiva dei conflitti.

In secondo luogo, il rilievo che tale proposta viene ad assumere in questo momento, rilievo che la Festa del 25 e 26 Agosto intende portare al massimo della caratterizzazione, soprattutto in quanto il tema della cooperazione internazionale torna all’attualita' dell'agenda politica, sociale e istituzionale, sia per il piano di riforma della l. 49/1987 sia per il convegno nazionale convocato dal Ministero della Cooperazione e dell’Integrazione per il prossimo 1-2 Ottobre a Milano, senza considerare il punto di sintesi e di avanzamento estremamente significativo conseguito dalla Rete CCP, insieme con le altre realtà del movimento italiano per la pace e la nonviolenza, nell'ambito del Tavolo “Interventi Civili di Pace”, con l’approvazione di un documento di profilo, criterio e standard, dal titolo: “Identita' e Criteri degli Interventi Civili di Pace Italiani”, sottoscritto da decine di associazioni, organizzazioni e comitati e presentato a margine dell’importante Convegno “La Pace al Tempo delle Crisi” (Forum Nazionale delle organizzazioni della società civile sui temi della pace), tenuto a Roma l'8-9 e 10 Giugno.
 
Collegata a questo, diventa quindi decisiva e strategica la questione delle sperimentazioni per i Corpi Civili di Pace: basti ricordare almeno il nostro progetto, come “Operatori di Pace - Campania”, dal titolo “Corpi Civili di Pace in Kosovo”, approvato dal Comune di Napoli, nonche' il progetto del Comitato Pace Convivenza e Solidarieta' “Danilo Dolci” dal titolo “Le donne di Krusha per lo sviluppo di Comunità”, approvato dalla Regione Autonoma Friuli - Venezia Giulia. Si tratta di attivazioni assai significative e positive, sia perche' sempre più attraverso gli Enti Locali passa il ruolo di costruzione di rapporti di reciprocita' tra le comunita', sia percha' sempre più spesso gli Enti Locali sono attori o protagonisti di iniziative di cooperazione decentrata, di solidarieta' internazionale e di “city diplomacy” nel senso del lavoro di pace positiva, della protezione dei diritti umani ovunque nel mondo, a partire dai propri territori, nonche' per una societa' piu' giusta e solidale, basata sui principi della nonviolenza e della partecipazione. Non dimentichiamo la possibilita', proprio a partire da tali presupposti, di un gemellaggio del Comune di Vicenza con altri Comuni (a partire dal Comune di Napoli) proprio sul tema del peacekeeping civile non armato e nonviolento e i Corpi Civili di Pace. Ne' trascuriamo l’eventualita', opportuna e significativa, che il Comune stesso possa accendere un fruttuoso partenariato, in veste di capofila o in sinergia con altri Enti ed Organismi Istituzionali, per la presentazione di un progetto per i Corpi Civili di Pace e in particolare per il centro vicentino per la prevenzione dei conflitti e la formazione dei CCP, nel quadro dei programmi regionali ed europei per la cooperazione e la formazione.

Il Programma

Tutto questo ed altro e', dunque, tema di riflessione e di approfondimento in occasione della Festa vicentina, della quale si illustra di seguito il programma:

SABATO 25 Agosto 2012
ore 17.00 - 20.00:
Convegno Nazionale Corpi Civili di Pace: dai Balcani al Medioriente passando per Vicenza
.Sperimentazioni e Testimonianze dai Balcani al Medioriente, passando per Vicenza
.Riflessione e Impegno traguardando il futuro:  il progetto per Vicenza ed una scuola permanente nella forma di un Centro per la Prevenzione dei Conflitti e i Corpi Civili di Pace
.Situazione ed Aggiornamenti dalla Siria: analisi e proposte di intervento nonviolento
Interventi progetti discussioni con approfondimenti seminariali dedicati ai progetti dei Corpi Civili di Pace: “Raccogliere la Pace in Palestina” con il Tavolo I.C.P., “Sostegno alle Donne di Krushe in Kosovo” col Comitato “D. Dolci” e “Corpi Civili di Pace in Kosovo” con Operatori di Pace - Campania.

ore 20.15 - 21.15:
Cena conviviale
.Cena su prenotazione

ore 21.30 - 22.30:
Bagno di Gong
.Vibrazioni di cambiamento
 LUOGO: Parco per la Pace, Hangar n.3 e sede “Rugby Vicenza”

DOMENICA 26 agosto 2012

ore 16.00:
Apertura festa
.Anguria, banchetti e giochi liberi

ore 17.00 - 18.00:
Giochiamo assieme
.Rugby, Tiro con l'arco e Attività ludiche e sportive

ore 18.00 - 18.30:
Da Marzabotto a Nagasaki, vite che rinascono
.L'albero dei cachi di Nagasaki a Vicenza
.Testimonianza da una sopravvissuta di Marzabotto e il progetto degli Alberi di Pace
.Piantumazione di una Quercia di Marzabotto

ore 18.45 - 19.30:
Una nota di Pace, cantiamo assieme a Bepi de Marzi

ore 20.00 - 21.00:
Cena conviviale
.Cena su prenotazione

martedì 10 gennaio 2012

Una SWOT per la Bosnia ... sullo sfondo, il Kosovo


Mersiha Behluovic consegna alla “Carovana di Pace” un quadro disincantato e interessante nello stesso tempo di quella che è la situazione reale della Bosnia Erzegovina e soprattutto ci offre alcuni spunti ed indicazioni utili sulle prospettive del Paese, nella direzione della trasformazione positiva del contesto del post-conflitto locale, a partire soprattutto dai suoi punti di forza (strengths):

1) la ri-composizione della Bosnia Erzegovina come Stato e soggetto di diritto nell’ambito nella Comunità Internazionale;

2) la vigenza del principio di
status quo come presupposto per una convivenza reciprocamente accettabile;

3) gli aspetti positivi dell’attivazione in termini di “
community building” della società civile “internazionale”.
 


Il che, tuttavia, non significa nascondere i punti di debolezza (weakness), che non mancano e sono numerosi:

1) l’applicazione di una vera e propria alchimia istituzionale post-Dayton, frammentaria, alienante e respingente;

2) l’interpretazione di un post-Dayton agito in modo tale da consolidare la separazione istituzionale per linee etniche, al punto che oggi è difficile definire la Bosnia effettivamente come uno Stato multi-etnico;

3) infine, la manifestazione di comportamenti istituzionali (non solo da parte delle istituzione serbo-bosniache) spesso ambigui, parassitari o contraddittori.
 
Fonte: http://www.quickmba.com/strategy/swot

Enigma Bosnia


La Bosnia - e Sarajevo al suo epicentro - è un enigma, un rompicapo, come molti altri contesti del post-conflitto etno-politico, proprio del nostro tempo, segnati da divisione e frammentazione. Nel duplice incontro (il 13 ed il 14 Agosto) prima con Mersiha Behlulovic poi con l’intero ufficio della Unità Tecnica Locale (UTL) della Cooperazione Italiana a Sarajevo, emerge un quadro sufficientemente chiaro della complessità del contesto, dello scenario e degli attori (gli stake-holders) che si muovo sul teatro bosniaco (e di Sarajevo, in particolare). Ad esempio, partendo dalla dimensione macro, l’assetto istituzionale è un vero e proprio rompicapo post - Dayton (accordo firmato il 14 dicembre 1995) che organizza la Bosnia Erzegovina in due (e mezzo) unità co-costituenti: la prima, la federazione croato-musulmana che occupa il 51% del territorio ed ospita quasi il 60% della popolazione, la seconda, la Republika Srpska, come detto, anche denominata Repubblica Serba di Bosnia, che ne occupa il 49% del territorio e ne ospita quasi il 40% della popolazione e, infine, staccato da quest’ultima non senza aspetti controversi, sia dal punto di vista giuridico sia sotto il profilo territoriale, il cosiddetto “distretto autonomo” (in realtà facente parte dell’entità serba) di Brčko, reso autonomo non tanto per una questione di assetti territoriali od istituzionali, bensì, a quanto si apprende, “semplicemente” per impedire ai serbi il controllo separato dello spazio aereo nord-occidentale.
 
Fonte: http://www.balcanionline.it/archivio/distretto-Brcko.aspx 

Se regge come Stato indipendente e come attore della Comunità Internazionale (aspetto, peraltro, da non sottovalutare, considerate le devastazioni e le conseguenze del conflitto), la Bosnia Erzegovina, tuttavia, difficilmente sembra reggere come organismo (sociale, comunitario, istituzionale) unitario. Ciascuna delle due entità maggioritarie co - costituenti, infatti,  ha un proprio Presidente (come testimonia, giusto per citare un esempio, il monumentale Palazzo Presidenziale a Banja Luka), proprio premier e propri ministri. Le funzioni amministrative, di sicurezza e di polizia sono autonome, mentre presidenza e governo federale sono collegiali e la presidenza è assunta a turno e a rotazione (tra bosniaci musulmani, croati e serbi). Il che significa che, tra livello federale ed ambiti autonomi, come ricorda Mersiha, si conta qualcosa come 126 ministri (!): ad esempio, il governo federale, da solo, conta nove ministri, tre per ciascuna delle tre entità costituenti. Alla spasmodica cifra di 126 si arriva sommando le cariche ministeriali afferenti a tutti i diversi livelli della complessa ripartizione amministrativa del Paese, dal momento che le singole repubbliche sono articolate in distretti (cantoni) ed ogni distretto ha un suo consiglio ed una sua giunta autonomi. Una pletora, sostanzialmente burocratica ed inefficiente, davanti la quale non sai se fa premio l’applicazione di una mera operazione di ingegneria istituzionale o la volontà di lasciare che, nella sostanza, tutto rimanga com’è, mascherando dietro la cortina fumogena istituzionale della composizione federale la volontà delle comunità di continuare a vivere come dopo la guerra, da separati in casa.

Fonte: http://www.state.gov/www/regions/eur/bosnia/bosagree.html

Istruzioni di Pace


Il lavoro di ri-composizione civile orientato alla pace si mostra nei Balcani particolarmente complesso, proprio perché deve sfidare una sorta di “ambivalenza costitutiva” tra imbeviture di immagini del sacro e della guerra, che rendono la cultura dell’identità e del conflitto (e dell’identità basata sul conflitto) particolarmente radicata da queste parti; e, d’altra parte, profonde radici di comunità e tessuti di relazione, ricchi, articolati e profondi. Ecco perché, anche il lavoro promosso dalla “Carovana di Pace”, di ri-cognizione e di collegamento nell’ambito della presa di consapevolezza per un servizio civile di pace locale, è chiamato a confrontarsi con questa levatura della sfida: da un lato, demistificare il portato di violenza che tracima dalla cultura dell’identità nazionale, anche attraverso la scoperta dell’altro come con-simile e non come nemico, e quindi ri-umanizzando e de-traumatizzando le parti; dall’altro, sviluppare la comunità, consolidando le capacità locali per la pace e promuovendo libertà, democrazia e partecipazione a livello locale. Appunto, costruendo ponti e valicando muri, come deve essere proprio dello spirito e della missione dell’operatore nonviolento di pace, nel profilo che ne disegnava Alexander Langer.

Cosa vuol dire, del resto, “affare interno” e “competenza esclusiva”, quando si parla di entità co-costituenti e se tutti, a parole, sono per il ri-congiungimento e la ri-conciliazione? Nei Balcani tutto, anche le parole, può avere un duplice significato o una valenza di ambiguità: non tutto ciò che si manifesta, è come sembra. Lo stesso, talvolta, si può registrare con il paesaggio. Se Pale ci sorprende per i suoi tesori paesaggistici e naturalistici incastonati, come un piccolo tesoro, sui monti dei Balcani occidentali, Prijedor ci affascina per la ricchezza dei suoi riferimenti storici e perla suggestione dei suoi luoghi di interesse paesaggistico. Prijedor è luogo importante della vicenda bosniaca e tappa decisiva della Carovana di Pace; per di più è lo spazio di esercizio di una vera e propria “triangolazione” del conflitto bosniaco, dapprima quello serbo-croato del 1991-1993 (con i Croati che attaccano le città serbe di confine e vi sfollano gli espulsi, in territorio bosniaco, con la forza delle armi portate dalla micidiale e devastante “Operazione Tempesta” dalle Krajine croate); poi quello serbo-bosniaco del 1992-1995, tra le rivendicazioni contrapposte dei bosniaci, riferite alla integrità del proprio progetto indipendentista e separatista, e dei serbi, riferite all’esigenza inderogabile di accogliere in qualche luogo i rifugiati serbi dalle altre guerre locali e dalle altre operazioni militari. Eppure, ultimo vertice della “triangolazione”, Prijedor è anche crocevia della riconciliazione possibile, luogo di rientri diffusi e di pratiche ri-conciliative importanti.
 
Fonte: http://www.ansa.it/balcani/bosnia/bosnia.shtml


... tra Fate e Leggende ...

La Serbia Centrale costituisce un itinerario poco battuto dal turismo di massa e dall’internazionalismo del “main-streaming”, e tuttavia molto interessante, per rendere efficace e comprensibile una compiuta esplorazione delle istanze di differenziazione e di convergenza tra i popoli e le comunità slave del Sud e, di conseguenza per una autentica e piena comprensione dell’anima culturale e nazionale del popolo serbo. Si tratta di una esplorazione - chiave nel senso del “confidence building” e del “peace service”, se consideriamo che è proprio la tradizione nazionale e nazionalistica di una certa Serbia profonda ad inibire le pulsioni euro-file e la propensione al pieno conseguimento di pace altrove presente, e se ricordiamo che questa (la terra a crocevia tra Kragujevac, Kraljevo e Čačak) è la terra delle mille leggende di fate e di streghe della tradizione balcanica e delle mille battaglie dei popoli slavi contro gli Ottomani, che hanno profondamente plasmato la memoria di una cultura condivisa ed il senso di una identità nazionale profonda.

Fonte:
http://www.scribd.com/doc/3525744/Mijatovitch-Serbian-Fairy-Tales-