martedì 10 gennaio 2012

Una SWOT per la Bosnia ... sullo sfondo, il Kosovo


Mersiha Behluovic consegna alla “Carovana di Pace” un quadro disincantato e interessante nello stesso tempo di quella che è la situazione reale della Bosnia Erzegovina e soprattutto ci offre alcuni spunti ed indicazioni utili sulle prospettive del Paese, nella direzione della trasformazione positiva del contesto del post-conflitto locale, a partire soprattutto dai suoi punti di forza (strengths):

1) la ri-composizione della Bosnia Erzegovina come Stato e soggetto di diritto nell’ambito nella Comunità Internazionale;

2) la vigenza del principio di
status quo come presupposto per una convivenza reciprocamente accettabile;

3) gli aspetti positivi dell’attivazione in termini di “
community building” della società civile “internazionale”.
 


Il che, tuttavia, non significa nascondere i punti di debolezza (weakness), che non mancano e sono numerosi:

1) l’applicazione di una vera e propria alchimia istituzionale post-Dayton, frammentaria, alienante e respingente;

2) l’interpretazione di un post-Dayton agito in modo tale da consolidare la separazione istituzionale per linee etniche, al punto che oggi è difficile definire la Bosnia effettivamente come uno Stato multi-etnico;

3) infine, la manifestazione di comportamenti istituzionali (non solo da parte delle istituzione serbo-bosniache) spesso ambigui, parassitari o contraddittori.
 
Fonte: http://www.quickmba.com/strategy/swot

Enigma Bosnia


La Bosnia - e Sarajevo al suo epicentro - è un enigma, un rompicapo, come molti altri contesti del post-conflitto etno-politico, proprio del nostro tempo, segnati da divisione e frammentazione. Nel duplice incontro (il 13 ed il 14 Agosto) prima con Mersiha Behlulovic poi con l’intero ufficio della Unità Tecnica Locale (UTL) della Cooperazione Italiana a Sarajevo, emerge un quadro sufficientemente chiaro della complessità del contesto, dello scenario e degli attori (gli stake-holders) che si muovo sul teatro bosniaco (e di Sarajevo, in particolare). Ad esempio, partendo dalla dimensione macro, l’assetto istituzionale è un vero e proprio rompicapo post - Dayton (accordo firmato il 14 dicembre 1995) che organizza la Bosnia Erzegovina in due (e mezzo) unità co-costituenti: la prima, la federazione croato-musulmana che occupa il 51% del territorio ed ospita quasi il 60% della popolazione, la seconda, la Republika Srpska, come detto, anche denominata Repubblica Serba di Bosnia, che ne occupa il 49% del territorio e ne ospita quasi il 40% della popolazione e, infine, staccato da quest’ultima non senza aspetti controversi, sia dal punto di vista giuridico sia sotto il profilo territoriale, il cosiddetto “distretto autonomo” (in realtà facente parte dell’entità serba) di Brčko, reso autonomo non tanto per una questione di assetti territoriali od istituzionali, bensì, a quanto si apprende, “semplicemente” per impedire ai serbi il controllo separato dello spazio aereo nord-occidentale.
 
Fonte: http://www.balcanionline.it/archivio/distretto-Brcko.aspx 

Se regge come Stato indipendente e come attore della Comunità Internazionale (aspetto, peraltro, da non sottovalutare, considerate le devastazioni e le conseguenze del conflitto), la Bosnia Erzegovina, tuttavia, difficilmente sembra reggere come organismo (sociale, comunitario, istituzionale) unitario. Ciascuna delle due entità maggioritarie co - costituenti, infatti,  ha un proprio Presidente (come testimonia, giusto per citare un esempio, il monumentale Palazzo Presidenziale a Banja Luka), proprio premier e propri ministri. Le funzioni amministrative, di sicurezza e di polizia sono autonome, mentre presidenza e governo federale sono collegiali e la presidenza è assunta a turno e a rotazione (tra bosniaci musulmani, croati e serbi). Il che significa che, tra livello federale ed ambiti autonomi, come ricorda Mersiha, si conta qualcosa come 126 ministri (!): ad esempio, il governo federale, da solo, conta nove ministri, tre per ciascuna delle tre entità costituenti. Alla spasmodica cifra di 126 si arriva sommando le cariche ministeriali afferenti a tutti i diversi livelli della complessa ripartizione amministrativa del Paese, dal momento che le singole repubbliche sono articolate in distretti (cantoni) ed ogni distretto ha un suo consiglio ed una sua giunta autonomi. Una pletora, sostanzialmente burocratica ed inefficiente, davanti la quale non sai se fa premio l’applicazione di una mera operazione di ingegneria istituzionale o la volontà di lasciare che, nella sostanza, tutto rimanga com’è, mascherando dietro la cortina fumogena istituzionale della composizione federale la volontà delle comunità di continuare a vivere come dopo la guerra, da separati in casa.

Fonte: http://www.state.gov/www/regions/eur/bosnia/bosagree.html

Istruzioni di Pace


Il lavoro di ri-composizione civile orientato alla pace si mostra nei Balcani particolarmente complesso, proprio perché deve sfidare una sorta di “ambivalenza costitutiva” tra imbeviture di immagini del sacro e della guerra, che rendono la cultura dell’identità e del conflitto (e dell’identità basata sul conflitto) particolarmente radicata da queste parti; e, d’altra parte, profonde radici di comunità e tessuti di relazione, ricchi, articolati e profondi. Ecco perché, anche il lavoro promosso dalla “Carovana di Pace”, di ri-cognizione e di collegamento nell’ambito della presa di consapevolezza per un servizio civile di pace locale, è chiamato a confrontarsi con questa levatura della sfida: da un lato, demistificare il portato di violenza che tracima dalla cultura dell’identità nazionale, anche attraverso la scoperta dell’altro come con-simile e non come nemico, e quindi ri-umanizzando e de-traumatizzando le parti; dall’altro, sviluppare la comunità, consolidando le capacità locali per la pace e promuovendo libertà, democrazia e partecipazione a livello locale. Appunto, costruendo ponti e valicando muri, come deve essere proprio dello spirito e della missione dell’operatore nonviolento di pace, nel profilo che ne disegnava Alexander Langer.

Cosa vuol dire, del resto, “affare interno” e “competenza esclusiva”, quando si parla di entità co-costituenti e se tutti, a parole, sono per il ri-congiungimento e la ri-conciliazione? Nei Balcani tutto, anche le parole, può avere un duplice significato o una valenza di ambiguità: non tutto ciò che si manifesta, è come sembra. Lo stesso, talvolta, si può registrare con il paesaggio. Se Pale ci sorprende per i suoi tesori paesaggistici e naturalistici incastonati, come un piccolo tesoro, sui monti dei Balcani occidentali, Prijedor ci affascina per la ricchezza dei suoi riferimenti storici e perla suggestione dei suoi luoghi di interesse paesaggistico. Prijedor è luogo importante della vicenda bosniaca e tappa decisiva della Carovana di Pace; per di più è lo spazio di esercizio di una vera e propria “triangolazione” del conflitto bosniaco, dapprima quello serbo-croato del 1991-1993 (con i Croati che attaccano le città serbe di confine e vi sfollano gli espulsi, in territorio bosniaco, con la forza delle armi portate dalla micidiale e devastante “Operazione Tempesta” dalle Krajine croate); poi quello serbo-bosniaco del 1992-1995, tra le rivendicazioni contrapposte dei bosniaci, riferite alla integrità del proprio progetto indipendentista e separatista, e dei serbi, riferite all’esigenza inderogabile di accogliere in qualche luogo i rifugiati serbi dalle altre guerre locali e dalle altre operazioni militari. Eppure, ultimo vertice della “triangolazione”, Prijedor è anche crocevia della riconciliazione possibile, luogo di rientri diffusi e di pratiche ri-conciliative importanti.
 
Fonte: http://www.ansa.it/balcani/bosnia/bosnia.shtml


... tra Fate e Leggende ...

La Serbia Centrale costituisce un itinerario poco battuto dal turismo di massa e dall’internazionalismo del “main-streaming”, e tuttavia molto interessante, per rendere efficace e comprensibile una compiuta esplorazione delle istanze di differenziazione e di convergenza tra i popoli e le comunità slave del Sud e, di conseguenza per una autentica e piena comprensione dell’anima culturale e nazionale del popolo serbo. Si tratta di una esplorazione - chiave nel senso del “confidence building” e del “peace service”, se consideriamo che è proprio la tradizione nazionale e nazionalistica di una certa Serbia profonda ad inibire le pulsioni euro-file e la propensione al pieno conseguimento di pace altrove presente, e se ricordiamo che questa (la terra a crocevia tra Kragujevac, Kraljevo e Čačak) è la terra delle mille leggende di fate e di streghe della tradizione balcanica e delle mille battaglie dei popoli slavi contro gli Ottomani, che hanno profondamente plasmato la memoria di una cultura condivisa ed il senso di una identità nazionale profonda.

Fonte:
http://www.scribd.com/doc/3525744/Mijatovitch-Serbian-Fairy-Tales-

La Città Bianca


Serbia. La Carovana vi giunge il giorno 6 Agosto, in quattro, aspettando l’arrivo della quinta partecipante, in rotta su Trieste, per il giorno 8 Agosto, dopo un viaggio nella Serbia del Nord e, in particolare, nella Vojvodina, la “terra del rifugio” per i Serbi che vi si insediarono, sin dal XV secolo, per sfuggire agli attacchi da Sud dell’esercito ottomano. La Vojvodina è uno dei capoluoghi della Serbia multi-etnica, con la sua forte minoranza ungherese, seguita dalle comunità romena e rutena, e poi con lo splendore della sua capitale, Novi Sad, che però il nostro itinerario di pace fa appena in tempo ad intravedere. Così la Carovana riprende il treno: dopo il “deserto di Pannonia”, le vaste pianure steppiche della Vojvodina, ecco la “città bianca” accogliere la  nostra missione, dapprima Novi Beograd, quindi Beograd, una città stupenda, nella sua complessa stratificazione urbanistica tipo “hub”, per la sincera ospitalità dei suoi abitanti, per il carattere giovanile del suo stile cosmopolita. Appena giunti nell’Ostello della Gioventù, inizia subito l’esplorazione delle meraviglie, delle sorprese e dei tesori di questa sorprendente capitale d’Europa.
Belgrado è “città della memoria” per eccellenza, segno iconico ed urbanistico della ricorsività delle memorie e della icasticità ed essenzialità dei vissuti personali e collettivi, basi per un lavoro di pace su cui costruire, pezzo dopo pezzo, le architravi della de-mistificazione degli immaginari, della depurazione dei ricordi e della de-traumatizzazione psico-sociale delle comunità. Si tratta, a ben vedere, di istanze fondamentali della cosiddetta “IntegrAzione PsicoSociale”, quale vettore del superamento post-traumatico del post-conflitto. Basta percorrerne i luoghi salienti per averne chiaro un riscontro: i due edifici ancora sventrati dalle bombe, evidentemente poco “intelligenti”, della N.A.T.O. della primavera 1999, di fronte al Ministero degli Affari Esteri, le Ambasciate degli Stati Uniti e della Croazia addirittura murate, senza porte né finestre, ed il clamoroso Mausoleo del 25 Maggio (con la tomba di Tito, padre della Yugoslavia Socialista), luogo di celebrazione della memoria ed istanza della identità trans-nazionale, jugoslava, degli Slavi del Sud.
Anche Belgrado, infine, rappresenta, come Trieste e più che Budapest, un “crocevia”: insieme, il punto di approdo e il punto di transito. I contenuti dell’approdo sono noti: la stessa, cosiddetta, “strada delle ambasciate”, dov’è dislocata anche l’Ambasciata Italiana, denota intero il carico di ostilità, esclusione e separazione che resta inevitabilmente associato ai conflitti balcanici degli Anni Novanta (soprattutto in riferimento ai conflitti con la Croazia del 1993 e con la N.A.T.O. del 1999, esemplarmente rappresentati dalla configurazione medesima delle ambasciate croata e statunitense); la “strada del potere”, che culmina nella Piazza della Repubblica, costituisce l’icona di una certa auto-consapevolezza nell’esercizio del governo, del potere e del comando, e porta intero il gravame di una storia nella quale l’elemento nazionale serbo si è sempre, a torto o ragione, ritenuto l’architrave del processo storico e della configurazione istituzionale degli Slavi del Sud; infine, il Mausoleo del 25 Maggio, ancor più che la stessa Tomba di Tito, è importante perché serba la memoria dell’unità dei popoli jugoslavi (ancora oggi, secondo recenti statistiche, l’8% della popolazione serba si definisce “jugoslava”) e della fraternità tra il popolo jugoslavo e i popoli del mondo, all’epoca d’oro del NAM (il Movimento dei Paesi Non-Allineati) e del cosiddetto movimento di Bandung (dal nome della Conferenza nella quale si celebrò la nascita del movimento terza-forzista, perché autonomo rispetto ai blocchi contrapposti, dei Non Allineati).

La porta dei Balcani


L’impostazione flessibile della Carovana di Pace nei Balcani consente quella “esplorazione molteplice” adatta a fare scorgere le diverse sfaccettature dell’universo di pace, comunque presente nella realtà balcanica, da una quantità impressionante di punti di vista diversi. Il che si rivela vero sin dall’approdo, nel momento in cui quattro dei partecipanti alla carovana scelgono di entrarvi attraverso la “porta del Nord”, Budapest, mentre la quinta partecipante sceglie, per così dire, la sua “porta naturale”, Trieste, città di incontro e crocevia per eccellenza. Ciò consente, come ovvio, due angolature e due prospettive in partenza molto singolari: la prima più adeguata a porre in luce i Balcani in tutta la loro ricca complessità, da Budapest a Sarajevo, passando per Belgrado, giusto per citare solo le capitali; la seconda, più efficace invece nel rivelare i cosiddetti “snodi di attraversamento”, Trieste quale crocevia di popoli, culture e passaggi, il confine nord-orientale quale “limes” per eccellenza, carico di storia e di storie.
Budapest, intanto. La Carovana vi si ferma il primo giorno, ospiti di un contatto locale che mette a disposizione del gruppo di progetto il suo appartamento, a due passi dalla stazione ferroviaria principale. Budapest appare, contemporaneamente, città di cultura, di turismo e di memoria, che sa alternare, come molte città dell’Est europeo, un centro monumentale sfarzoso e ricchissimo, ad una periferia popolare, insieme con i quartieri limitrofi la stazione, in pieno stile real-socialista. Budapest, oggi, è però anche altro: capitale di uno Stato morso profondamente dalla crisi economica e finanziaria internazionale, in pieno default economico e commerciale, testimoniato perfino dall’inflazione galoppante e dalla impressionante svalutazione della moneta locale, che costringe a correggere a penna, al rialzo, perfino i prezzi indicati sui biglietti del bus. Una città, comunque, sempre splendida nella sua ambivalenza di una Buda remota e verde e di una Pest attraente e turistica; una città la cui anima è il Danubio, “fiume d’Europa”, per dirla con Magris, il cui corso getta ponti e attraversa i confini di tutta la Mitteleuropa, che la nostra stessa Carovana avrebbe poi seguito verso l’interno, via Novi Sad, fino a Belgrado, prima vera tappa dell’itinerario di pace.
Come Budapest, anche Trieste (Trst in sloveno) è città di storia e di memoria. Statuto speciale e porto mercantile dell’impero asburgico, è la porta d’Oriente per eccellenza, in un tempo ed uno spazio, simile all’oggi, in cui l’Oriente si fa, insieme, luogo fantastico e remoto, albergo di speranze e di paure. Se la tratta da Budapest a Belgrado via Novi Sad solca l’itinerario dell’antico e leggendario Orient Express, Trieste ha saputo storicamente interpretare in maniera ineguagliabile il suo ruolo di passante, e tuttora continua a farlo, tra gli universi mediterraneo, germanico e slavo. Attraversare la penisola in treno fino a Trieste e da lì in bus fino a Belgrado significa non solo “seguire” le rotte dei traffici economici e commerciali, ma soprattutto “addentrarsi” nell’anima slava multiforme e variegata, ripercorrendo le orme di Italo Svevo, Claudio Magris e Paolo Rumiz, scoprendo i Balcani “alle porte di casa” e le frontiere del Mediterraneo orientale come luogo di scambio, di contaminazione e di meticciato.

Una (tarda) premessa di metodo


Tra le numerose modalità attraverso le quali si può esplorare e percorrere il “sentiero della pace” vi è certamente quella del “contact” (o “network”) building, vale a dire la costruzione di contatti e la realizzazione di reti. Tale modalità consiste  nello sviluppo, nella ricerca e nel consolidamento di una serie di contatti “chiave” funzionali, in primo luogo, alla conoscenza delle realtà di pace attive nei contesti-obiettivo e, di conseguenza, alla verifica di fattibilità in ordine alla costruzione di proficue ipotesi di attivazione e di percorribili partenariati strategici. Il tutto, essenzialmente, allo scopo di consolidare tali realtà di pace attive “in loco” quali autentiche capacità locali di pace (“Local Capacities for Peace”), in linea con le indicazioni strategiche provenienti dal progetto e dalla metodologia “Do No Harm” che, nella elaborazione originaria di Mary Anderson, recava la medesima denominazione.
In tale scopo, sono contenute insieme, la premessa ed il traguardo dell’azione, intendendo utilizzare, per la prima volta ai fini dei nostri scopi, il lessico proprio della nonviolenza alla quale la Carovana di Pace, attraverso l’applicazione degli approcci della trasformazione positiva, si informa. La premessa consiste nell’ articolare, rafforzare e promuovere (nel senso dell’ “empowerment”, vale a dire “capacitazione”), dentro le cosiddette “local capacities for peace”, le altrettanto importanti “peace constituencies”, vale a dire quegli “enzimi di pace”,  costitutivamente presenti anche dentro le società post-conflitto, capaci di attivare od orientare il dibattito pubblico verso una più matura e conseguente consapevolezza di pace ovvero di ri-pristinare e ri-attivare processi di educazione civica e ri-costruzione della fiducia (“confidence building”) necessari al lavoro di trasformazione positiva (costruttiva) dei conflitti.
Il traguardo è ugualmente ambizioso, dal momento che richiede a tutti gli attori impegnati di provare a costruire una vera e propria “infrastruttura di pace”, luoghi di relazione e canali di attività orientati alla ripresa del dialogo, della fiducia e della collaborazione sociale nelle realtà lacerate e divise dall’insorgenza del conflitto. La realizzazione di questa “infrastruttura di pace” non può limitarsi al semplice, seppur importante, “intervento civile di pace”, ma deve provare a consolidare, con le realtà del partenariato locale, un vero e proprio Servizio Civile di Pace, magari articolato in forza dell’azione di addestrati e professionali Corpi Civili di Pace. Si tratta di una “rete strutturata per il peace-building”, capace di attivare la leva della trasformazione nonviolenta, mediante la proposta di azioni diversificate ed integrate, quali: “empowerment”, “confidence building” (costruzione della fiducia), peace education (educazione alla pace), HR monitoring (monitoraggio dei Diritti Umani) e, fondamentalmente, “capacity building” (“costruzione” della comunità locale attraverso il rafforzamento delle capacità esistenti, come illustrato dalle applicazioni riferite alle cosiddette “Tecnologie per l’accesso e per l’autonomia”). 

Fonte:

... una Carovana di Pace nei Balcani

La Carovana di Pace nei Balcani ha coinvolto il personale  dell’Associazione “Operatori di Pace – Campania”, composta di peace-keeper civili professionisti dotati di qualifica FSE della Regione Campania per operatori di pace, e partecipanti al corso di formazione alla gestione dei conflitti A.C.H.I.E.V.E. (Alternative Conflict Handling to Inhibit Emergencies and Volunteering Empower) nell’ambito dei Bandi CSV “Formazione”.
La Carovana ha sviluppato una esplorazione, tra il 5 e 19 agosto 2009,  tra la Serbia, la Bosnia e la Croazia, dei luoghi del post-conflitto della ex Jugoslavia degli anni Novanta, allo scopo  di maturare conoscenza e sviluppare rete con realtà  di società civile di pace in loco, con l’obiettivo di promuovere partenariati  e verificare la fattibilità dell’insediamento di  Corpi Civili di Pace , in linea con l'elaborazione dei Tavoli dedicati, quali il Tavolo "Interventi Civili di Pace" e la Rete IPRI - Corpi Civili di Pace.

Bibliografia sul lavoro culturale per la trasformazione dei conflitti

. Allport G. W., La natura del pregiudizio, Firenze, 1973
. Aluffi Pentini A., La mediazione interculturale: dalla biografia alla professione Milano, 2004
. Avruch K. - Black P.W., The Culture Question and Conflict Resolution, Uppsala, 1991
. Bauman Z., Vita liquida, Roma-Bari, 2006
. Benedict R., Modelli di cultura, Milano, 1960
. Burton J. Dukes F. Conflict: Practices in Management, Settlement, Resolution, New York, 1990
. Capitini A., Il potere di tutti, Firenze, 1969
. Castelli S., La mediazione. Teorie e tecniche, Milano, 1996
. Cirese A. M., Cultura egemonica e Culture subalterne, Palermo, 1973
. Clarck H., Models for Civilian Intervention, Uppsala, 1994
. Dal Lago A., Guerre e Conflitti dopo l’ 11 settembre, Verona, 2003
. Deutsch M., The Resolution of Conflict: Constructive and Destructive Process Yale, 1973
. Drago A. (a cura di), La difesa e la costruzione della pace con mezzi civili, Torre dei Nolfi, 1997
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. Galtung J., Uscire dal circolo vizioso tra terrorismo e terrorismo di stato, Roma 2002 (ed. originale: Chicago, 2002)
. Jahoda M., “I rapporti tra le razze: interpretazione psicoanalitica”, in: Mason P., Problemi e Conflitti razziali, Milano, 1962
. Kymlicka W., Le sfide del multi-culturalismo, Bologna, 1997
. Lederach J. P., Building Peace. Sustainable Reconciliation in Divided Society, Tokio, 1994
. Lederach J.P., Preparing for Peace: Conflict Transformation Across Cultures, Syracuse, 1995
. Nirenstein F., Il razzista democratico, Milano, 1990
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. Tentori T., Il rischio della certezza. Pregiudizio, Potere e Cultura, Roma, 1987
. Todorov T., La conquista dell’America. Il problema dell’ “altro”, Torino, 1992
. Vattimo G., La società trasparente, Torino, 1988

Mitrovica Nord, Mitrovica Sud

Una missione di assessment è prima di tutto una missione di esplorazione, di ricognizione e di mutuo riconoscimento: è importante per quanto attiene alla definizione delle coordinate ed alla corretta impostazione del lavoro progettuale per l’esercizio che si intende aprire e sviluppare, e lo è soprattutto perché consente di determinare quel reciproco riconoscimento tra la soggettività espatriata dell’operatore in loco di progetto e le condizioni oggettive del contesto che si è individuato quale destinatario dell’implementazione progettuale.
Questo reciproco riconoscimento, che più formalmente possiamo anche chiamare una sorta di verifica delle condizioni generali e di quelle specifiche di fattibilità di progetto, inerenti cioè alla rispondenza tra il profilo progettuale e le pre- condizioni (oggettive) e i bisogni (soggettivi) di quelli che si sono individuati quali i referenti ed i destinatari dell’implementazione progettuale medesima, può evidentemente riservare delle sorprese: non essere semplicemente scontato o anche rivelare aspetti ambigui e controproducenti di una realtà che, in effetti, non si è mai conosciuta fino in fondo fintantoché non la si è vissuta – e vissuta pienamente.
Capita cioè di essere fortunati (o semplicemente di essere stati accurati nella identificazione di tutte le variabili che devono corrispondere alle diverse linee della identificazione e denominazione progettuale) e quindi di verificare la corrispondenza tra le previsioni di attività del proprio draft e i bisogni effettivamente emergenti dal contesto e dai destinatari locali; ma può anche capitare la circostanza avversa, prodotta o da una non corretta verifica delle disponibilità e delle proposte, o da un mutamento repentino degli eventi che alteri a tal punto la situazione di contesto da differenziare (o semplicemente differire) la proposta progettuale così come la si era individuata.
Se per assessment, verifica preliminare e ricognizione di fattibilità, dunque, si intende tutto questo, entrando in gioco in codesto agone tanto i profili soggettivi quanto le condizioni oggettive, allora è evidente che l’accuratezza con cui si viene svolgendo questa disamina diventa una misura anche dell’attenzione e del rispetto, se si vuole, con cui si guarda al contesto locale, ai suoi drammi e alle sue contraddizioni (ma anche alle sue risorse, sia materiali sia umane, e alle sue potenzialità); ed è altrettanto evidente che ogni contesto “bersaglio” riserva le sue sorprese e le sue specificità, ovvero, in altre parole, che non esistono profili di fattibilità identici o immediatamente esportabili (e, del resto, quella della esportazione dei modelli è un pratica storica della cattiva cooperazione, che, almeno, tuttavia, è servita a fare scuola ed a insegnare a non ripetere nel presente e nel futuro gli errori del passato) e soprattutto che ogni contesto è storia a sé.
Storia in questo senso, si intende con tutto quello che può tale termine rappresentare: storia, cioè, in senso proprio e figurato, come dinamiche di guerra e di conflitto, specificità di contesti regionali e macro-regionali e individualità di costumi sociali, religiosi e culturali che rendono ogni situazione così diversa e, per tanti aspetti, così affascinante. Se tutto questo è vero in generale è ancora più vero, anzi, doppiamente vero, in Kosovo, che ti mostra a ogni ripresa i suoi volti più apparentemente assurdi e comunque problematici: e se un assessment è una ricognizione problematica in sé perché punta a mettere in evidenza i profili di problematicità che caratterizzano un contesto o che comunque potrebbero incidere in maniera significativa sul coretto esercizio progettuale, un assessment in Kosovo, e, nello specifico, a Mitrovica, è doppiamente problematico, perché tutto qui è duplice, diviso e tagliente nello stesso tempo.
Mitrovica, come città, contesto urbano e sistema sociale al tempo stesso, è da questo punto di vista esemplare, e se si vuole è proprio questo quello che ha determinato la scelta a monte, per il progetto “Dialoghi di Pace” prima e per quello di “IntegrAzione PsicoSociale” adesso, di abitare il conflitto e di essere al centro della realtà che è l’epicentro, in Kosovo, del conflitto e della divisione, la terra dove divampa sempre, quando divampa, la prima scintilla, del conflitto o della rappresaglia. Luogo simbolo di mille steccati e di mille divisioni, mentali prima ancora che fisiche, Mitrovica è capace di accoglierti come un Giano bifronte con i suoi due volti adagiati al di qua e al di là del fiume Ibar che scorre apparentemente placido sotto questo planare di apparente e rituale “normalità”.
Mitrovica nord e Mitrovica sud si combattono e si frappongono come in una partita a scacchi, una guerra di nervi che, apparentemente sempre meno giocata al calor bianco, si sviluppa invece adesso come una sottile guerra psicologica, che mette in campo tutte le armi, del ricatto e della persuasione, della rivendicazione e della minaccia (sovente anche violenta, e sempre e comunque aggressiva) per accampare i propri diritti divisi, dalla storia e dalla guerra, prima ancora che da troppe responsabilità ed errori, interessi e contrapposizione dei cosiddetti “internazionali”.
A nord il volto è quello degli striscioni della propaganda, delle musiche nazionaliste e di un’incessante giaculatoria di slogan inneggianti alla sacralità della terra madre della nazione serba, e alla vita della Serbia nazione, oggi persino all’intervento in forze dei Russi, di cui si invoca il sostegno perché non sia “regalata agli albanesi” la terra culla della propria civiltà.
A sud, il tempo scorre viceversa lento, troppo lento per chi vorrebbe immediatamente indipendenza e libertà, all’arrembaggio degli ultimi lembi di un Kosovo indivisibile che, tuttavia, sembra, sempre più, una inesprimibile chimera, prima ancora che un irresolubile rompicapo.

... all'Ambasciata per i Visti ...

La visita all’ambasciata è stata l’occasione per fare già il punto su quello che verrà subito dopo la missione settimanale di assessment qui in Kosovo, che del resto si concluderà presto, dal momento che vedrà il nostro rientro in Italia già il giorno 29 di maggio, appena tre giorni dopo (praticamente dovremo concentrare tutta una serie di attività da svolgere insieme nel breve volgere del week-end) l’arrivo qui di Monica (coordinatrice del progetto in Italia) e di Giannina (della direzione dell’Associazione per la Pace).
Si è infatti trattato di accompagnare Advjie e Vuceta, rispettivamente amministratrice dell’AFPK@ e responsabile delle attività di progetto presso la scuola di Kodra Minatore / Mikronaseljie, quartiere presso il quale lei stessa vive, insieme con una piccola comunità albanese a Mitrovica nord, praticamente l’unica realtà albanese enclavizzata dell’intero Kosovo sebbene in condizioni di vita complessivamente (ancorché precarie) migliori di quelle in cui si trova la maggior parte delle enclavi serbe diffusamente sparse sull’intero territorio della regione e direttore didattico della scuola serba di Gojbuljie, villaggio misto in cui ad una maggioranza albanese si contrappone un quartiere abitato esclusivamente da serbi, all’interno della municipalità a larga maggioranza albanese di Vucitrn/Vushtri, non molto lontano da Mitrovica in direzione sud.
Mi trovo quindi ancora una volta confrontato con la realtà dell’enclave e quindi, della privazione dei diritti e delle libertà personale (che, quando non avviene de jure, certamente avviene de facto) e dell’annosa questione della libertà di movimento che è finita talmente impastoiata negli odii reciproci e nelle rivendicazioni contrapposte da aver trasformato oggi, praticamente, il Kosovo in una gigantesca prigione  cielo aperto, dominata dalla più grande base militare americana in Europa (la famigerata Camp Bondsteel), devastata da tassi di inquinamento altissimi, pensiamo solo ai liquami e i veleni prodotti, giorno dopo giorno, dalla Trepca e dall’altrettanto famigerato “mostro” di Obilic, un clamoroso reattore geo-termico,  e in cui chi paga le spese sono i cittadini comuni: gli albanesi kosovari costretti e lungaggini ed attese per dei visti che forse non riusciranno mai ad avere e, soprattutto, i serbo-kosovari, ormai come dimenticati dalle autorità, che si ostinano a ripeterti che loro fanno pratica quotidiana di accoglienza, di rispetto e di bilinguismo, ad estenuanti attese,  travagli e difficoltà.
Come se non me ne fossi già sufficientemente reso conto sarebbe bastato fare vista a due delle realtà più amare (insieme, per altri versi, al campo di Osterode) che caratterizzano il panorama delle nostre destinazioni progettuali, ma soprattutto, più in generale, di tutto il Kosovo: e cioè l’enclave albanese di Kodra e l’enclave serba di Gojbuljie, di ritorno dal nostro accompagnamento a Pristina.
Kodra è un quartiere ghetto, in cui gli albanesi si raccolgono (come nelle vicine, ed anch’esse tristemente famose per i fatti del 17 marzo) “Tre Torri” e vivono di fianco a fianco ai serbi: i rapporti di buon vicinato certo non mancano, tuttavia è davvero impressionante ascoltare i racconti di Advjie, del padre preso e minacciato, dei paramilitari serbi (uno dei quali è praticamente un suo vicino di casa, con la cui figura e la cui memoria si trova pertanto, tutti i giorni, a dover fare i conti) che minacciano lei e i suoi familiari, delle sue cose abbandonate o più volte depredate e infine di lei costretta a fuggire da casa, senza portare nulla con sé, come se si fosse in una tragedia primordiale eppure nel cuore della “civilissima” Europa, appena pochi anni or sono.
Gojbuljie, non è dissimile ma a parti rovesciate: ulteriore testimonianza, se si vuole, dell’universalità dramma che vive questa terra e questo popolo: al di là di un confine che solo a me sembra immaginario e che invece sia Naser, sia Advjie, sia, soprattutto, Vuceta sanno chiaramente identificare, comincia il villaggio serbo, circondato da ettari ed ettari di terra non coltivata (ancora di proprietà dei serbi fuggiti e le cui case sono state date alle fiamme dagli albanesi, che hanno generalmente potuto edificare nuove loro proprietà ma non prendere possesso della terra, che ancora, per circa il 50-60 % dell’intero territorio coltivabile rimane di proprietà serba, questa essendo una delle grandi incognite sulla definizione dello status della regione) e sulla cui collina si tagliano i due edifici delle scuole, ripristinate con fondi dell’Unione Europea e dove oggi possono studiare e giocare i bambini serbi del villaggio, alimentando la speranza di un futuro migliore che non sia quello degli spostamenti nell’ennesimo autobus blindato e scortato dalla polizia internazionale, che mi tocca vedere sulla via del ritorno verso casa.
Del resto anche l’impegno di Gorizia allude proprio a questa direttrice di intervento: i visti appena ritirati consentiranno tanto ad Advjie quanto a Vuceta di partecipare alla conferenza indetta dalla provincia di Gorizia dal titolo “Kosovo: Una Pace Possibile?” Si tratterà  in quella circostanza di offrire un panorama di più ampio respiro al nostro progetto di “IntegrAzione PsicoSociale”, inserendolo attivamente nella realtà del territorio di Gorizia e del Friuli. Basterebbe il solo titolo a dare un senso alla nostra missione in Kosovo…