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sabato 8 marzo 2025

In piazza, per la pace.

Alastair Rae, World Peace, CC BY-SA 2.0: https://www.flickr.com/photos/merula/207381423

Terreno di confronto e motivo di dibattito, talvolta anche di divisione, anche all’interno del movimento, complessivamente inteso, contro la guerra e per la pace, l’appello di Michele Serra, riportato dalla stampa, avverte, non senza allarme e apprensione, che “l’Europa è necessaria. Le sue divisioni e la sua debolezza politica sono ragione di grande preoccupazione per milioni di europei, che vorrebbero sentirla parlare con una sola voce. In un momento di così grande e veloce mutamento degli assetti mondiali, solo un’Europa più unita, più solida, forte dei suoi princìpi fondativi, convinta che il suo processo federativo debba accelerare, può essere capace di fare fronte al presente e preparare un futuro migliore. Per dimostrare che gli europei ci sono, e bisogna dunque fare l’Europa, ci vediamo sabato 15 marzo a Roma in piazza del Popolo. Sarà una manifestazione di cittadini, aperta a chiunque, di qualsiasi fede politica, si senta cittadino europeo. Senza simboli di partito, solo il blu stellato della bandiera dell’Unione Europea”. È dunque un appello per una mobilitazione, per una manifestazione di carattere nazionale, per “fare l’Europa”. Dunque un appello e, con esso, una piattaforma di mobilitazione, nella quale si possono facilmente riconoscere quelli che, fino a qualche anno fa, si chiamavano “europeisti” e che si riconoscono appunto nei principi fondativi “dell’Europa”.

Astraendo un attimo dalla contraddizione principale e dalla questione fondamentale, quali sarebbero questi principi? In base al Trattato UE, art. 3, si tratterebbe, nell’ordine, di “promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”; “uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne”; “un'economia sociale di mercato fortemente competitiva”; “il progresso scientifico e tecnologico”; “la coesione economica, sociale e territoriale”; “la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica”. Ora, basterebbe riportare queste parole nella realtà, nella dura realtà della situazione politica, sociale ed economica attuale e nella dura realtà delle norme e delle politiche adottate dagli Stati membri, per verificare, senza margine di dubbio, cosa significhino nella realtà espressioni quali “spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne” (dove intanto si allestiscono provvedimenti repressivi e alle frontiere esterne si erigono muri e barriere, oltre che veri e propri dispositivi sicuritari e militari), o anche “economia sociale di mercato fortemente competitiva” (il capitalismo europeo, la lotta tra capitali, il primato della finanza, la corsa al riarmo e alle spese militari, la disoccupazione e la diseguaglianza, quando non, tante volte e in tante aree, la povertà). Un dato su tutti: nella UE un cittadino europeo su cinque è sulla soglia della povertà, quasi cento milioni di persone. Sono questi i valori da difendere e nei quali riconoscersi?

E tuttavia, non è che l’inizio. Vi è, anzitutto, una contraddizione principale. E la contraddizione principale, nell’Europa e nel mondo di oggi, è la contraddizione tra guerra (attori della guerra, sostenitori della guerra, politiche e finanziamenti per la guerra) e pace (attori della pace, sostenitori della pace, finanziamenti e politiche per la pace). Su questo, il testo dell’appello non è semplicemente fuori strada; semplicemente, il contenuto non c’è; in quelle righe, la parole pace – incredibilmente – non compare neanche una volta. Testi di questo genere denotano un sorprendente scollamento dalla realtà, la realtà, anzitutto, della guerra sul suolo dell’Europa. Tanto manca la parola “pace”, quanto mancano, costantemente e sistematicamente, tra le cancellerie UE, iniziative e politiche per la pace, talvolta con effetti, oltre che tragici, persino grotteschi.

Nel momento in cui, dopo l’incontro di Riad tra il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il ministro degli esteri della Federazione russa Sergej Lavrov (18 febbraio) si apre, per la prima volta in maniera significativa da tre anni a questa parte, una finestra negoziale, una opportunità per il dialogo, per la diplomazia e, in prospettiva, auspicabilmente, per il superamento della guerra e un orizzonte di pace, l’UE vara il suo sedicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il 24 febbraio, dunque ben sei giorni dopo Riad, a ulteriore dimostrazione di quanto la strategia europea sia fuori tempo, fuori centro e fuori fase rispetto alla dinamica messa in moto dall’apertura della recente iniziativa diplomatica bilaterale: un vero e proprio, si direbbe, “epic fail” UE. Il tutto, con gli 88 miliardi di euro già spesi, più l’impegno militare in termini di supporto e di addestramento, più ancora il recente programma che vorrebbe destinare 800 miliardi di euro per il riarmo dell’Europa. Non potrebbe mostrarsi con maggior evidenza il fatto che la UE è un attore di guerra, non di pace, dichiaratamente: “Vogliamo una pace con la forza, e per questo oggi presento il piano di riarmo dell'Europa” (U. von der Leyen).

Infine, la questione fondamentale. Si dice: “l’Europa è necessaria”. Ma quale Europa? L’Unione di 27 Stati disciplinata dai Trattati? O quella che davvero è Europa: 48 Paesi, dall’Atlantico agli Urali, dal Portogallo alla Russia, uno degli spazi umani più affascinanti e complessi dal punto di vista storico, sociale, culturale, linguistico e religioso? È questo, lo sappiamo, l’unico vero spazio europeo. È per questo che non occorrono manifestazioni per la guerra o per chi sostiene la guerra; occorrono manifestazioni per la pace, e per la pace in positivo: cooperazione politica ed economica, diritti umani, giustizia sociale, lavoro, eguaglianza.

Riferimenti:

A Bruxelles il Consiglio per il “Rearm Eu”, Rainews, 06.03.2025:
https://www.rainews.it/maratona/2025/03/a-bruxelles-il-consiglio-ue-si-lavora-al-rearm-eu-al-centro-prestiti-e-peacekeepers-ed4b69b1-4a15-4b25-8b33-b203de261d90.html

L’appello di Serra: L’Europa, o si fa o siamo fregati. Tutti in piazza nel nome dei nostri valori, Arezzo 24, 02.03.2025:
https://www.arezzo24.net/notizie/politica/lappello-di-serra-leuropa-o-si-fa-o-siamo-fregati-tutti-in-piazza-nel-nome-dei-nostri-valori-casini-ci-saro

Simone De La Feld, Un quinto dei cittadini Ue a rischio povertà o esclusione sociale. Tra cui 13 milioni di italiani, eu.news, 12.06.2024:
https://www.eunews.it/2024/06/12/cittadini-ue-rischio-poverta-italia

Sostegno dell'UE all'Ucraina:
https://european-union.europa.eu/priorities-and-actions/eu-support-ukraine_it

Trattato sull’Unione europea:
https://eur-lex.europa.eu/collection/eu-law/treaties/treaties-force.html#new-2-51

giovedì 13 ottobre 2022

Manifestare per la pace

 

facebook.com/photo?fbid=541412494459728

Manifestare, assumere un’iniziativa, scendere in piazza per la pace, meglio ancora, si può dire, «contro la guerra e per la pace», è opportuno, necessario, importante. Opportuno, anzitutto, perché occorre dare voce ed espressione, tangibile e visibile, a quella larga maggioranza del popolo italiano che si è espressa e continua a esprimersi contro la guerra, con specifico riferimento alla guerra più recente, quella che oppone la Russia e la NATO in Ucraina. Come ha riportato, lo scorso 15 luglio, un articolo di antimafiaduemila, «dal 20 maggio all’8 luglio gli italiani che ... pensano che bisognerebbe continuare a inviare armi a Kiev si attestano su una media del 16%, ... mentre con maggiore favore, tra il 19% e il 31%, è vista l’opzione di mantenere le sanzioni ma smettere di mandare armi. Un dato rilevante ... evidenzia che al netto della percentuale di chi non esprime la propria opinione, la maggioranza relativa degli intervistati auspica il ritiro delle sanzioni e l’assunzione da parte dell’Italia del ruolo di mediazione (tra il 26% e il 28%). Rispetto all’aumento delle spese militari, inoltre, prevale un atteggiamento prevalentemente pacifista dell’opinione pubblica italiana, con un 60% ... in disaccordo con la scelta governativa di aumentare le spese militari, stando alle rilevazioni periodiche di Emg Different. Le percentuali di quanti invece si mostrerebbero favorevoli a un tale incremento si attesterebbero a un massimo del 30%».

Necessario, quindi, perché sempre più la dinamica della guerra e i suoi effetti economici e sociali, in particolare sui Paesi europei, si stanno rivelando insostenibili, con una escalation di distruzione e di morte sul campo di battaglia e con pesanti ripercussioni sulle economie e sulle società del Vecchio Continente, come emerge dal Report FragilItalia, di Area Studi Legacoop e Ipsos, secondo il quale «rispetto a inizio anno aumentano le difficoltà di pagare rate di finanziamenti personali (... 66%), di pagare l’affitto (... 65%) e di pagare il mutuo (... 61%). A pagare il prezzo più alto, i giovani della fascia 18-30 anni (il 76% ha difficoltà a pagare l’affitto), i residenti nel Mezzogiorno, gli appartenenti al ceto popolare (dove l’85% dichiara difficoltà a pagare le rate del mutuo e l’84% i canoni dell’affitto) e medio-basso. Ma sono anche i consumi a risentirne. L’81% (2 punti in più rispetto a inizio anno) dichiara di dover ridurre i consumi, o rinunciarvi, di gas ed energia elettrica; il 75% (4 punti in più) di abbigliamento; il 74% (3 punti in più) di benzina e gasolio; ... il 62% (1 punto in più) di carne. In testa alla lista dei consumi che subiranno drastici tagli o la completa rinuncia si colloca l’abbigliamento (33%), seguito ... dalle scarpe e dal gas ed energia elettrica (entrambi al 29%) e da benzina e gasolio (26%)».

Importante, appunto, perché prendere parola e assumere un’iniziativa contro la guerra e per la pace e, nello specifico del conflitto ucraino, per la fine di tutte le iniziative e le misure utili solo ad alimentare la guerra e la prosecuzione delle ostilità, per la fine della fornitura di armi all’Ucraina e la fine delle sanzioni alla Russia, per la cessazione dell’escalation e un immediato cessate-il-fuoco, per l’apertura di spazi per la soluzione diplomatica del conflitto basata su ipotesi di mutuo beneficio e di reciproca sicurezza (anche sulla base dello spirito dei protocolli di Minsk del settembre 2014 e del febbraio 2015, contemperando i principi di integrità territoriale e di autodeterminazione dei popoli e assicurando uno spazio di sicurezza libero dalla minaccia rappresentata dalle ingerenze USA e NATO sino ai confini della Federazione Russa), significa, al tempo stesso, riportare la logica della pace (del dialogo e della politica, del confronto e della diplomazia) e non la follia della guerra (con cui provare a imporre nuovi disegni egemonici o domini unipolari) al centro della politica e delle relazioni internazionali.

Non di meno, manifestare per la pace, assumere un’iniziativa in direzione del superamento e della trasformazione del conflitto e, in definitiva, della fine della guerra e della costruzione della «pace con mezzi pacifici», comporta anche un’assunzione di responsabilità che interroga, al tempo stesso, la credibilità di chi si fa interprete di proposte di manifestazione e di iniziativa e l’impegno di un’articolazione sociale la più incisiva ed efficace possibile rispetto agli obiettivi delle azioni che si vanno proponendo. Anche per questo hanno suscitato reazioni comprensibilmente contrastanti le proposte di manifestazione sin qui avanzate a livello istituzionale: da quella lanciata, con una recente intervista al Fatto Quotidiano, da Giuseppe Conte per «una manifestazione senza sigle e senza bandiere, aperta a tutti i cittadini che nutrono forte preoccupazione per il crinale che il conflitto in Ucraina sta prendendo», a quella proposta dal presidente della giunta della Regione Campania, Vincenzo de Luca, quest’ultima con l’obiettivo di «un cessate-il-fuoco di un mese, per ridare spazio a organismi nazionali e internazionali, ad autorità religiose e morali, al mondo della cultura, per lo sviluppo di iniziative di pace».

Occorre, viceversa, un’iniziativa di pace sociale e politica al tempo stesso, di ispirazione sociale e di caratura politica, tale da porsi, cioè, nell’ottica di costruire la piattaforma più avanzata possibile capace di mobilitare lo schieramento sociale più ampio possibile, in maniera incisiva e non episodica, alimentando la mobilitazione e facendo politica per la pace, e per la «pace positiva», nel senso della pace, dei diritti e della giustizia sociale. Un segnale in questa direzione, per la platea coinvolta e la tempistica indicata, giunge dall’appello «Non per noi, ma per tutte e tutti» per una manifestazione nazionale il 5 novembre «per la pace, la giustizia sociale e ambientale, contro le diseguaglianze e l’esclusione», in una dimensione «plurale, partecipata, democratica, conflittuale per rimettere al centro la voce dei diritti, contro le disuguaglianze e l’esclusione, per la giustizia sociale e ambientale».

venerdì 18 marzo 2022

Sulle stucchevoli polemiche contro le forze della pace

Silar, CC BY-SA 4.0, commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93671816



Uno degli aspetti su cui più si sta dibattendo, ma su cui manca ancora una riflessione più approfondita e meno reattiva, è senza dubbio la polemica in corso, alimentata soprattutto dalla grande stampa e da alcuni opinionisti, che ha preso di mira i pacifisti e le pacifiste, le organizzazioni impegnate nella lotta, per dirla nei suoi termini più generali, «contro la guerra e per la pace», in definitiva, il movimento pacifista nel suo complesso.

Una polemica stucchevole, nel senso proprio del termine, per cui da una parte suscita noia, dall’altra allestisce uno spettacolo francamente sgradevole. Se non la si razionalizzasse nei termini della “polarizzazione”, della dinamica classica “amico-nemico” e della logica di schieramento che (inevitabilmente?) la guerra porta con sé, finirebbe per risultare a dir poco sorprendente. Ma come – verrebbe da dire – proprio nel momento in cui la guerra è in corso, quando tutti esprimono sconcerto di fronte alla guerra e tutti levano la voce per dire basta con le ostilità, si colpiscono proprio quelli e quelle, operatori e attivisti, operatrici e attiviste, che da sempre si battono contro la guerra, si impegnano in campagne contro la guerra e per la pace, si attivano in ricerche e iniziative, sperimentazioni e progetti a salvaguardia della pace e a difesa dei diritti umani per tutti e per tutte?

Eppure, è proprio quello che sta succedendo, e sembra evidente che tale meccanismo possa rientrare a pieno titolo nel clima di propaganda di guerra che anche in questo caso la guerra (inevitabilmente?) porta con sé. Alcuni aspetti di questo dibattito non sembrano meritare più di tanto tempo e inchiostro: bollare i grandi eventi della storia come frutto di follie deliranti o pulsioni individuali significa in sostanza non riuscire a ricostruirne la storia e il contesto; immaginare che la ragione e il torto si dividano radicalmente, tutta la ragione solo da una parte (dal punto di vista prevalente in Occidente, la parte degli Stati Uniti, della NATO e del governo ucraino) e tutto il torto solo dall’altra (secondo lo stesso punto di vista, la Russia, e, con accenti e sfumature diverse, la Cina); ritagliare su misura del “dittatore” di turno (oggi Putin, ieri Assad, ieri l’altro Milošević) una perfetta «immagine di nemico» può soddisfare le ragioni della schematizzazione, della banalizzazione o della propaganda di guerra, certo non soddisfa quelle dell’analisi e della comprensione degli eventi e degli scenari.

Altri aspetti di questo dibattito, meno condizionati dalle contrapposte propagande, meritano invece alcuni rilievi. A partire dalla questione dell’ambiguità di una parola d’ordine che pure si sente risuonare: l’ormai noto né-né, come ieri né con la NATO né con Milošević, così oggi né con la NATO né con la Russia. Il né-né, purtroppo, non funziona: è una facile soluzione che, proprio per la sua comodità, non aiuta ad approfondire la questione e non sollecita un’iniziativa politica che sia, al tempo stesso, rigorosa ed incisiva. Anche perché, nello specifico del conflitto che oppone la NATO e la Russia in Ucraina, rischia di tramutarsi in banalità: ovviamente non si può essere, dal punto di vista di chi sostiene le ragioni della pace con giustizia sociale, dalla parte della NATO, con tutto il suo portato di espansionismo e di militarismo; così come, per le stesse ragioni, non si può essere dalla parte del governo russo, di quell’establishment che esprime, sul piano politico e istituzionale, le ragioni del capitalismo nazionale e delle oligarchie politico-economiche dello sterminato Paese euro-asiatico.

Tanto è vero che una recente presa di posizione del Partito Comunista della Federazione Russa ha chiaramente messo in evidenza che «il PC è guidato dalle idee di storica amicizia e fratellanza dei nostri popoli, ha esposto l’essenza fascista dell’ideologia banderista, e ha dimostrato la natura antidemocratica del regime di Kiev. Abbiamo difeso il diritto del popolo del Donbass alla vita e alla dignità, alla lingua russa e alla sua cultura, e al riconoscimento della sua giovane statualità. [...] Il Partito ha inviato 93 convogli di aiuti umanitari nel Donbass» e ha espresso l’auspicio che «in queste condizioni di crescenti minacce esterne la leadership della Federazione Russa prenda la strada della “sicurezza nazionale omnicomprensiva”. Nella nostra convinzione, essa può essere garantita solo da un cambiamento radicale del corso socio-economico». L’idea è di superare il nazionalismo, lo sciovinismo e il militarismo a partire dal superamento del modello economico basato sulla esasperazione della competizione, sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’accumulazione dei profitti che sono tra le più potenti spinte alla guerra. Del resto è noto, alle forze di progresso, l’antico monito di Jean Jaurès, cui si deve la celebre affermazione per cui «il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la tempesta»

Superare la logica del né-né significa sforzarsi di comprendere l’articolazione e la dinamica delle ragioni e delle responsabilità. Il contesto del conflitto attuale non è definito dagli ultimi mesi, ma semmai dagli ultimi anni, a meno di fingere che il golpe di Maidan non vi sia stato, che il collaborazionista nazista Stepan Bandera non sia oggi eroe nazionale in Ucraina, che l’adesione alla NATO non sia oggi addirittura principio costituzionale del Paese. La stessa guerra in Donbass, a partire dal 2014, è praticamente “scomparsa dai radar” di certa stampa. Come giustamente è stato detto, se, dal punto di vista militare, la responsabilità della campagna in corso è della Russia, dal punto di vista politico e strategico, le responsabilità di USA, UE e NATO, spintasi fin sotto i confini della Russia e ben dentro il territorio di quella che era l’Unione Sovietica, difficilmente, ad uno sguardo lucido, possono essere sottaciute o diminuite. 
 
Per quello che riguarda questa parte del mondo, sarebbe bene soffermarsi sull’irrazionalità di una posizione che pretende di costruire la pace inviando armi e alimentando guerra (qualcuno ricorderà gli ossimori, dalla «esportazione della democrazia» alla «guerra umanitaria», tutti di conio occidentale, peraltro), e concentrarsi piuttosto sul «preparare la pace attraverso la pace», sostenendo gli sforzi diplomatici per una soluzione politica, positiva e di mutuo beneficio. Per quanto riguarda i pacifisti, poi, dopo tutte queste polemiche, al netto di ogni altra considerazione, un elemento sembra essere finalmente acquisito: ben difficilmente, alla vigilia del prossimo conflitto, si potrà ancora dubitare della loro presenza.