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sabato 11 marzo 2023

Prevenire la guerra, Costruire la pace



È stato inaugurato lo scorso venerdì 3 marzo, a Trieste, il ciclo seminariale sul tema «Guerre&Lavoro», tenuto presso la Casa del Popolo di Ponziana e curato dalla Associazione Culturale Tina Modotti, con un seminario sulle questioni del «conflitto/conflitti», a partire dalla presentazione del libro Fare pace, Costruire società. Orientamenti di base per la trasformazione dei conflitti e la costruzione della pace, pubblicato dalla associazione editoriale Multimage, Firenze, 2023. Un’occasione preziosa, aperta dall’acuta introduzione di Gianluca Paciucci, per riflettere, a partire da osservazioni teoriche, esempi concreti e casi di studio, alla presenza di un pubblico nutrito e partecipe, sul tema del conflitto e dei conflitti, nelle loro varie e diverse articolazioni, di fronte alle questioni dell’attualità e alle sfide di un presente sempre più segnato dal caos e dalla contraddizione.

Una riflessione che può consentire, anche al di là dello svolgimento del seminario, una serie di rimandi e di interrogativi, almeno, su due piani di riflessione e di intervento, o, per recuperare una essenziale prospettiva metodologica, di educazione-intervento e di ricerca-azione: la questione cruciale del conflitto, la sua dinamica e il suo svolgimento, nei più diversi e complessi ambiti nei quali si dipana; e la questione della responsabilità delle persone, cittadini e cittadine, operatori e operatrici, intellettuali e attivisti, di fronte al conflitto e, in particolare, di fronte a quella sua specifica declinazione, la guerra, vale a dire la dinamica di svolgimento del «conflitto, in forma armata e con il ricorso alla violenza, tra soggetti organizzati, quali entità, istituzioni, Stati». Quale responsabilità, quale impegno per contrastare la guerra e costruire «pace con diritti umani e giustizia sociale»?

Se la guerra, infatti, può essere evitata e prevenuta, il conflitto può essere visto come «la situazione di incompatibilità tra due o più soggetti derivante dall’esistenza di ragioni, interessi, bisogni, obiettivi e finalità contrastanti»; tale condizione è determinata, quindi, proprio dall’esistenza di tali differenze e, di conseguenza, è una dinamica di relazione legata alla presenza di diversità, divergenze o incompatibilità. In questo senso, il conflitto è una condizione normale della vita sociale: una forma fondamentale di interazione sociale che sorge nel momento stesso in cui tale interazione si svolge e che può comportare, se ben intercettato e attraversato, abitato e gestito, un passo avanti nella comprensione dell’altro/degli altri, e un avanzamento della relazione.

La questione dunque non è il conflitto (che è inevitabile, perché legato alla normale dinamica di relazione tra soggetti portatori della loro specifica soggettività, con le loro specificità, peculiarità, visioni), ma la gestione del conflitto (che varia a seconda di diversi fattori) e, possibilmente, la trasformazione del conflitto. Ed è per questo che, così come il conflitto non è un evento, dunque non “scoppia”, bensì un processo, con il suo sviluppo, le sue fasi, i suoi tempi, così la pace è una dinamica e va costruita: la pace non indica cioè l’assenza del conflitto o l’annullamento delle contraddizioni, ma, viceversa, la realizzazione di una serie di condizioni, tra cui l’assenza di violenza e di traumi diffusi all’interno della società e la presenza di condizioni di equilibrio, a partire dalla riduzione delle diseguaglianze e delle ingiustizie, e di armonia, inclusione e cooperazione, nelle relazioni sociali.

La pace non è dunque l’opposto del conflitto: è, invece, l’opposto della guerra, come indica la sua stessa radice etimologica, dal latino pax da cui pactum, «patto», accordo, l’idea, cioè, di una condivisione, di una coesistenza, di un vivere bene e vivere insieme, che disegna la qualità delle relazioni sociali e prospetta l’esigenza di attivare «tutti i diritti umani per tutti e per tutte», nessuno escluso: diritti di libertà, quali i diritti civili e politici; diritti materiali, quali i diritti economici, sociali e culturali; diritti dei popoli e dell’ecosistema; diritti digitali. Siamo, dunque, all’opposto della guerra; e siamo, soprattutto, in un campo di responsabilità, in cui tutti e tutte siamo chiamati, ciascuno sulla base delle proprie possibilità e a partire dalla propria vocazione, a dare il proprio contributo, a impegnarsi per costruire la pace, ad attivarsi, in generale, nella lotta contro la guerra e per la pace.

Un tema, peraltro, “di diritto”: la stessa Risoluzione sui Difensori dei Diritti Umani (risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 53/144 del 1999) riconosce che «tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale». Allo stesso modo, «tutti hanno diritto, individualmente e in associazione con altri, di protestare contro le politiche e le azioni di singoli funzionari e organi governativi con riferimento a violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali, tramite petizione o altri mezzi appropriati».

Parla, tutto questo, alla nostra attualità? Si contano, al 2022, ben 59 conflitti armati, di cui quello che oppone la Russia alla NATO in Ucraina è quello che emerge nelle prime pagine di tutti gli organi di informazione. Proprio in questi giorni è tornata d’attualità la richiesta di una nuova “Agenda per la Pace”; vale la pena richiamare allora quello che l’attuale “Agenda per la Pace”, il report del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1992 richiedeva ai fini della prevenzione della guerra e della costruzione della pace: la diplomazia preventiva per prevenire l’escalation con mezzi diplomatici; il peace-making, vale a dire la ricerca di accordi tra le parti in conflitto; il peace-keeping, vale a dire l’interposizione, legittima, e con il consenso delle parti in conflitto, tra i contendenti; il peace-building, vale a dire il superamento delle ragioni del conflitto e il ripristino della convivenza. Un lavoro che riguarda tutti e tutte e, in fondo, nel tempo della minaccia nucleare, il destino stesso dell’umanità. 

* A dispetto di quanto erroneamente indicato nella pagina https://multimage.org/info/chi-siamo, l'autore non ricopre alcun incarico all'interno della Associazione Editoriale Multimage.

martedì 7 giugno 2022

«Prevenire la violenza, costruire la pace»

Bärbel Miemietz, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons


Di grande interesse è stata la conferenza, nell’ambito dell’EireneFest, il primo Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, sul tema «Prevenire la violenza, costruire la pace», dedicata alla figura e all’opera di Alberto L’Abate (1931-2017), che si è tenuta presso lo spazio Bertha Kinsky (von Suttner) al Giardino del Verano, a Roma, domenica 5 giugno. Al tempo stesso, si può dire, un’occasione straordinaria, per condensare, in poco più di un’ora, il vasto patrimonio metodologico e intellettuale, di ricerca e di azione, nel contesto della ricerca e dell’iniziativa per la pace, legato all’insegnamento di Alberto L’Abate; ma anche un momento singolarmente emozionante, dove i/le partecipanti hanno avuto la possibilità, tra le altre cose, di ricordare il “proprio” Alberto L’Abate, attraverso il filtro della propria esperienza personale, delle occasioni personali di confronto e di condivisione, dei momenti condivisi nel contesto della ricerca scientifica ovvero dell’azione sul campo.

Una figura di intellettuale e attivista a tutto tondo

La figura di Alberto L’Abate, infatti, è irriducibile ad una definizione univoca o esaustiva: certamente, in senso generale, pioniere, in Italia, della moderna formulazione della «ricerca per la pace», cui ha offerto un contributo seminale e nel contesto della quale risulta una delle figure più importanti nel panorama italiano e a livello internazionale; e tuttavia, nello spirito della ricerca-azione di cui è stato maestro e ispiratore, al tempo stesso, attivista per il cambiamento sociale e per la costruzione della pace; ispiratore e fondatore di IPRI-CCP (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace - Corpi Civili di Pace); promotore del corso di laurea per “Operatori di pace, gestione e mediazione dei conflitti” dell’Università di Firenze, e docente di Sociologia dei conflitti e ricerca per la pace e di Metodi di analisi e ricerca per la pace con la Transcend University. L’incontro al Verano è stato quindi l’occasione anche per mettere a fuoco, come bene è stato evidenziato sin dal titolo della conferenza, i due momenti fondamentali dell’impegno di Alberto L’Abate e anche i due assilli costanti nella sua opera di ricerca-azione e di educazione-intervento. Da un lato, la costruzione della pace attraverso una costante opera di tessitura della relazione, di costruzione della comunicazione e del dialogo tra pari, di sostegno e di rafforzamento delle parti più deboli e più esposte per consentire loro di recuperare spazio e voce per affermare la propria dignità e lottare per i propri diritti. Dall’altro, la prevenzione della violenza, come momento decisivo di apertura di spazi in grado di contrastare la logica dello scontro e l’esercizio della violenza, attraverso la capacità di individuare gli eventi-sentinella, di segnalare tutte le possibili minacce di escalation, di allerta tempestiva per prevenire il rischio della precipitazione del conflitto. Infatti, seguendo le sue parole, «se un conflitto viene previsto in anticipo, e si interviene positivamente prima che questo esploda nella sua virulenza, le possibilità di una soluzione pacifica sono decisamente più grandi». Un criterio che ha sempre, nei diversi contesti, animato le più importanti sperimentazioni sul campo di cui Alberto L’Abate è stato protagonista, dalla campagna per i «Volontari di Pace in Medio Oriente» al progetto delle «Ambasciate di Pace a Prishtina», Kosovo, per lo sviluppo dei Corpi Civili di Pace e la Form/Azione alla Nonviolenza a Comiso.

Coinvolgere tutti e tutte per una Cultura della Pace

In tal senso, i vari interventi che si sono susseguiti (Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza e direttore dell’associazione editoriale Multimage; Giovanni Scotto, docente di Sviluppo economico, Cooperazione internazionale e Gestione dei conflitti presso l’Università degli Studi di Firenze; Gianmarco Pisa, operatore di pace, segretario di IPRI-CCP; Anna Luisa Leonardi, compagna di una vita di Alberto L’Abate e attivista per la pace e la nonviolenza, protagonista di decenni di lotte e di mobilitazioni) hanno messo in risalto vari aspetti del suo insegnamento, più vivo e attuale che mai, a partire dalla sua, costantemente viva e presente, tensione etica e dal suo, acceso e intensissimo, attivismo sociale. In Alberto L’Abate - come mostra anche la sua propensione a declinare la ricerca-azione nelle forme dell’educazione-intervento - ricerca scientifica, apporto metodologico (è stato infatti metodologo delle scienze sociali), intervento progettuale e attivismo sociale, costantemente presente nello spazio pubblico, erano e sono “una cosa sola”. Il coinvolgimento di tutti e tutte e la costruzione di spazi di partecipazione sempre più inclusivi e coinvolgenti costituiscono, infatti, altrettante stelle polari della sua iniziativa: «Tutti dovrebbero fare educazione alla pace, come genitori, come cittadini, come membri di un consesso sociale, come educatori, e in tutti gli ambiti: nella famiglia, nella scuola, nel vivere sociale. Il problema di fondo è la competenza professionale. Una buona educazione alla pace necessita di buoni professionisti, non si può improvvisare, ma il ridurre l’educazione alla pace ad alcuni esperti sarebbe tradire l’idea «tutti»; i genitori, gli educatori, i cittadini, dovrebbero, quindi, avere a disposizione le competenze, anche professionali, per l’educazione alla pace» (Quaderni del Ferrari, n. 9, a. 1998, p. 45).

Gli strumenti preziosi del «lavoro di pace»

È un po’ questa la base in virtù della quale educazione, formazione e intervento (si pensi al contributo decisivo da lui offerto nella puntualizzazione metodologica e nello sviluppo concettuale degli Interventi Civili di Pace e dei Corpi Civili di Pace), con l’adeguata preparazione degli attivisti e delle attiviste e con l’incisivo coinvolgimento delle realtà sociali di orientamento democratico, pacifista, nonviolento, si sono poi potute concretizzare in alcune esperienze fattive di estrema attualità e vitalità, a partire dalle sperimentazioni del Campo della Pace (realizzato nel 1990 a Baghdad, in Iraq) e, più ancora, delle Ambasciate di Pace a Prishtina, in Kosovo (realizzate, nello specifico, tra il 1995 e il 1999). Queste ultime, nelle parole stesse di Alberto L’Abate, agiscono «per riaprire la comunicazione tra serbi e albanesi della Serbia e del Kosovo, in particolare tra gruppi di base delle due parti; per appoggiare le poche organizzazioni del Kosovo non soggette alla pulizia etnica e perciò miste, da noi definite «focolai di pace» [...]; per far conoscere, con visite di studio, mozioni, mostre fotografiche, video, convegni, libri, articoli e conferenze, i problemi di quest’area al pubblico più vasto del nostro Paese ed alla nostra classe politica; per studiare a fondo, ascoltando le ragioni delle due parti, le possibili soluzioni nonviolente al conflitto, sia elaborate da noi stessi, sia da altre organizzazioni non-governative attive in questa area, e presentarle, in incontri appositi per la mediazione del conflitto cui erano presenti le due parti (Vienna, Austria e Ulcinj, Montenegro), al nostro Ministero e al Parlamento Europeo».

L’orizzonte della pace positiva, «pace con giustizia»

Si tratta cioè di andare, ancora con l’insegnamento di Alberto L’Abate, «oltre la pace negativa», per traguardare un orizzonte di pace positiva, pace come affermazione di relazioni e contenuti di inclusione e di giustizia, pace con diritti umani e giustizia sociale. Ancora nelle sue parole, in definitiva: «lo sviluppo dal basso di forme di diplomazia popolare (tra cui si inserisce, a buon diritto, l’esperienza delle Ambasciate di Pace) può aiutare la costruzione di una pace mondiale che non sia soltanto «assenza di guerra», ma trasformazione delle relazioni tra i popoli e che fondi la risoluzione delle controversie sulla prevenzione del conflitto armato nella ricerca di soluzioni giuste ma pacifiche, piuttosto che sugli equilibri e le alchimie politico-militari». È impossibile non registrare quanto questa lezione, e l’insegnamento complessivo, nei suoi scritti e nelle sue iniziative, di Alberto L’Abate, nel tempo del presente, continuino ad essere vivi ed attuali più che mai.