mercoledì 22 febbraio 2023

Giustizia sociale fondamento della pace

Foro Juvenil Martiano, La Habana, Cuba, 2023, foto di G. Pisa
 

Forse poco nota, ma di importanza essenziale per il contenuto cui allude, la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale è una delle ricorrenze del calendario civile internazionale, indetta dalle Nazioni Unite nel 2007 allo scopo di promuovere i temi dell’inclusione, della eguaglianza e della giustizia sociale quali contenuti essenziali di avanzamento della democrazia e fattori imprescindibili per un quadro di effettiva tutela dei diritti umani, di «tutti i diritti umani per tutti e per tutte», nelle loro diverse generazioni, di forma inscindibile e universale. Nella corrispondente risoluzione, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite «riconosce la necessità di consolidare ulteriormente gli sforzi della comunità internazionale ai fini della eliminazione della povertà e della promozione della piena occupazione e del lavoro dignitoso per tutti, della parità di genere e dell’accesso per tutti al benessere sociale e alla giustizia».

Nel documento, vale a dire la risoluzione dell’Assemblea Generale A/RES/62/10 del 26 novembre 2007, viene riconosciuto, sin nell’art. 1, che «lo sviluppo sociale e la giustizia sociale sono indispensabili per il conseguimento e il mantenimento della pace e della sicurezza all’interno e tra le nazioni e, a loro volta, lo sviluppo sociale e la giustizia sociale non possono essere raggiunti in assenza di pace e sicurezza o in assenza del rispetto di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali» per tutti e per tutte. Pone cioè in evidenza, elemento quest’ultimo di decisiva importanza, almeno tre fattori cruciali.

Il primo: la giustizia sociale costituisce un caposaldo di civiltà, non solo nel senso della protezione sociale delle persone e del contrasto alle sperequazioni e alle diseguaglianze, ma in particolare nel senso del riconoscimento della dignità delle persone e della costruzione di società compiutamente democratiche. Il secondo: il nesso tra sviluppo sociale e giustizia sociale, da un lato, e diritti umani e libertà fondamentali, dall’altro, non può essere scisso o intaccato, attestando, per questa via, l’universalità e l’indivisibilità di tutti i diritti umani per tutti e per tutte e riconoscendo che, come astratti e diseguali sarebbero i diritti di libertà senza la piena affermazione dei diritti materiali (economici, sociali e culturali), così imperfetti e incompiuti sarebbero i diritti sociali senza il pieno riconoscimento dei diritti di libertà (civili e politici).

Il terzo aspetto è non meno importante ed è anzi un vero e proprio fondamento, teorico e pratico, dell’impegno degli operatori e delle operatrici di pace, dei difensori e delle difensore dei diritti umani e della stessa nozione di “pace positiva”: vale a dire che, per quanto necessaria, la pace negativa (pace come assenza, assenza di guerra, di oppressione, di violenza), non è sufficiente, se non integrata e trascesa dal concetto di pace positiva (pace come pienezza, affermazione della pace con democrazia efficace, diritti umani e, per l’appunto, giustizia sociale).

Il tema della giustizia sociale, come istanza e diritto collettivo, diventa quindi un tema cruciale, non solo in senso economico e sociale, ma anche nel senso della lotta contro la guerra e per la pace. Torna qui il riferimento al “padre” della moderna ricerca per la pace, Johan Galtung, che a lungo, e con profondità, si è soffermato sul nesso tra pace e giustizia e sulla costruzione della pace positiva. In una sua importante dissertazione di qualche tempo fa, Galtung ricordava che «la parola “giustizia” ha quattro significati molto diversi: entro la giustizia giudiziaria, c’è la giustizia punitiva ma anche quella restaurativa; ed entro la giustizia sociale, c’è la giustizia distributiva ma anche quella equitativa. Nella seconda, è automatica, incorporata, un’interazione per costi e benefici mutui e uguali».

Si pone così una distinzione tra la giustizia “procedurale”, giudiziaria, e la giustizia “effettiva”, sociale. E, in generale, si riconosce che «le iniquità producono ineguaglianze che danno adito a rivolte – che riescano poi come rivoluzioni, sovvertendo effettivamente gli ordini sociali, è altra faccenda. Le enormi diseguaglianze, come l’1% negli Stati Uniti che controlla il 40% della ricchezza, e la bassa mobilità inter-generazionale, vengono avvertite entro e fra i vari Paesi. Qualche anno fa, la crescita del PIL era attorno al 2.8%, e la crescita della disuguaglianza – il rapporto di potere d’acquisto fra il vertice sociale e la base in fondo – era circa il 3.2%. La crescita non compensava il destino del quintile in basso, e ora il fondo di quel fondo sta morendo al tasso di circa 125.000 al giorno; 25.000 di fame e 100.000 di malattie evitabili-curabili se solo si disponesse del denaro necessario. Un mondo malvagio, per come lo vivono miliardi di persone». La costruzione, impiantata in progetti e politiche e orientata da una visione e da una prospettiva, della giustizia sociale è dunque essenziale per la rigenerazione del tessuto delle relazioni, per il superamento delle sperequazioni e delle ingiustizie, ormai sempre più pronunciate e insopportabili, in definitiva, per la costruzione della pace.

La risoluzione dell’Assemblea Generale individua questo elemento di contraddizione nel successivo art. 3, mettendo in evidenza come i processi di mondializzazione, se da un lato «aprono nuove opportunità attraverso il commercio, gli investimenti e i progressi tecnologici, compresa la tecnologia dell’informazione, per la crescita dell’economia e lo sviluppo e il miglioramento degli standard di vita in tutto il mondo», dall’altro alimentano crescenti sfide e tensioni quali «gravi crisi finanziarie, insicurezza, povertà, esclusione e disuguaglianza all’interno e tra le società e notevoli ostacoli all’ulteriore integrazione e alla piena partecipazione all’economia-mondo per i Paesi in via di sviluppo e alcuni Paesi con economie in transizione».

Si tratta, tra l’altro, di uno degli elementi messi in luce nella recente Conferenza Internazionale “Per l’Equilibrio del Mondo”, promossa dall’Officina del Programma Martiano a Cuba a fine gennaio, dove le questioni dell’equilibrio internazionale, di rapporti di cooperazione e non di competizione per promuovere solidarietà e pace, e relazioni equilibrate e paritarie tra Paesi e popoli del mondo, nella prospettiva, che sempre più si va affermando, di un mondo multipolare sono state al centro dei seminari e delle tavole rotonde. Tre sono le questioni emergenti che si vanno delineando. In primo luogo, lo sviluppo di un pensiero e di un confronto tra punti di vista ed esperienze politiche e intellettuali per la definizione di un rinnovato «equilibrio del mondo», all’insegna della giustizia, della solidarietà e del multipolarismo, contro l’egemonismo, l’imperialismo e il neo-colonialismo che ancora caratterizzano le politiche di dominio delle potenze e mettono a rischio i diritti dei popoli e la sopravvivenza del pianeta.

Quindi, l’approfondimento delle questioni, politiche e culturali, afferenti alle contraddizioni del presente, dalle sfide che si affacciano all’iniziativa dei movimenti politici e sociali alle questioni del dialogo, della cooperazione e della diversità culturale; dalla lotta contro la guerra, per la pace e per il disarmo nucleare alle grandi questioni del multilateralismo «come meccanismo indispensabile per l’equilibrio mondiale» e della integrazione «come necessità per affrontare le sfide del mondo contemporaneo»; dalla difesa dell’ecosistema alle politiche culturali; dalle arti «nella formazione di una spiritualità attiva e di una cultura della resistenza» alle scienze come presupposto di rinnovata inclusione e di benessere «di tutti e per tutti». In terzo luogo, lo sviluppo di un confronto capace di attraversare la politica e di richiamare all’impegno collettivo sulle grandi sfide dell’attualità, «in uno scenario nel contesto del quale contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica per creare consapevolezza contro i mali che affliggono l’umanità e che mettono a rischio l’esistenza stessa della nostra specie».

Come ricordò lo stesso Fidel Castro, nel suo discorso di chiusura della prima conferenza del 2003: «Perché non osiamo affermare che non può esserci democrazia, libera scelta o autentica libertà, tra spaventose disuguaglianze, ignoranza, analfabetismo, mancanza di conoscenza e una stupefacente assenza di cultura politica, economica, scientifica e artistica a cui possono accedere, anche all’interno dei Paesi sviluppati, solo minuscole minoranze, inondando il mondo con milioni di dollari di pubblicità commerciale e di consumo, che avvelena le masse con il desiderio di sogni e desideri inaccessibili, che porta allo spreco, all’alienazione e all’inesorabile distruzione delle condizioni naturali della vita umana?».

In quel momento, a ridosso degli anni Novanta e con la fine della contrapposizione bipolare, cessato l’equilibrio tra le superpotenze, si andava affermando il più grave squilibrio del mondo, con l’affermazione di un’unica superpotenza planetaria. Al pensiero e alla pratica dell’egemonismo e del dominio si contrappongono dunque il pensiero e la pratica democratica e internazionalista, nel senso del dialogo tra le culture e non delle scontro di civiltà, e in questo senso incontrano l’esperienza storica e politica del socialismo cubano, quale prassi reale di socialismo con una profonda base, al tempo stesso, marxiana e martiana, internazionalista e umanista.

L’obiettivo della Giornata Mondiale della Giustizia Sociale resta, dunque, come recita ancora la risoluzione dell’Assemblea Generale, sostenere e alimentare «gli sforzi della comunità internazionale volti alla eliminazione della povertà e alla promozione della piena occupazione e del lavoro dignitoso, della parità di genere e dell’accesso al benessere sociale e alla giustizia sociale per tutti e per tutte». Questa eco torna anche nel tema scelto per la Giornata Mondiale di questo 2023: «Overcoming Barriers and Unleashing Opportunities for Social Justice» (Superare barriere e creare opportunità per la giustizia sociale), con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra attori nazionali e internazionali, gli Stati membri, le parti sociali, la società civile, le organizzazioni delle Nazioni Unite e tutti gli altri soggetti interessati sulle azioni necessarie per rafforzare il contratto sociale distrutto a causa dell’aumento delle diseguaglianze, dei conflitti e della debolezza delle istituzioni che hanno lo scopo di proteggere e tutelare i diritti dei lavoratori.

Come riporta il sito dedicato alla Giornata, «lo sviluppo sociale e la giustizia sociale sono indispensabili per il raggiungimento e il mantenimento della pace e della sicurezza ... e, a loro volta, lo sviluppo sociale e la giustizia sociale non possono essere raggiunti in assenza di pace e sicurezza, o in assenza del rispetto per tutti i diritti umani e le libertà fondamentali».



Riferimenti:

UN World Day of Social Justice: www.un.org/en/observances/social-justice-day

Johan Galtung, Ten Social Justice Trends Changing the World, 41.St Gallen Symposium, 11-13 maggio 2012: www.transcend.org/tms/2012/01/ten-social-justice-trends-changing-the-world

Discorso di Fidel Castro in chiusura della Conferenza “Por el Equilibrio del Mundo”, 29 gennaio 2003: www.fidelcastro.cu/es/discursos/clausura-de-la-conferencia-internacional-por-el-equilibrio-del-mundo-en-homenaje-al-150


giovedì 9 febbraio 2023

A proposito delle grandi violazioni dei diritti umani. Il bloqueo contro Cuba

 
Habana Vieja, L'Avana, Cuba: fotografia di G. Pisa


È nella giornata del 3 febbraio, correva l’anno 1962, che l’allora amministrazione Kennedy emette il Proclama 3447, vale a dire l’atto con il quale si decreta il blocco commerciale, economico e finanziario contro Cuba, un blocco che assume le forme di una vera e propria guerra economica, finanziaria e commerciale contro l’isola, un provvedimento del tutto illegale e illegittimo, che perdura tutt’oggi. È un atto aggressivo e ritorsivo assunto dagli Stati Uniti contro Cuba che fa seguito alla sconfitta politica e alla sconfitta militare subita dagli USA.

Nel 1953, nella data ormai leggendaria del 26 luglio, fallisce il tentativo insurrezionale, con l’assalto alla caserma Moncada di Santiago di Cuba, che segna tuttavia, sotto il profilo storico e politico, l’atto d’inizio del processo rivoluzionario che avrebbe portato alla caduta del regime di Batista e all’instaurazione del governo rivoluzionario a Cuba; dal 1955 si riorganizza il movimento rivoluzionario sotto la guida di Fidel Castro; nel 1956 lo sbarco del Granma porta sull’isola, dal Messico, il gruppo che avrebbe sviluppato la «guerra di guerriglia» e impostata l’avanzata rivoluzionaria negli anni seguenti; nel 1958, alla fine dell’anno, si svolge la decisiva battaglia di Santa Clara, che ospita oggi il monumentale Mausoleo di Che Guevara; con la fuga del dittatore Batista, la notte di capodanno del 1959, Fidel entra a Santiago tra ali di folla e designa la città capitale provvisoria di Cuba; l’8 gennaio del 1959 Fidel e i rivoluzionari entrano nella capitale, L’Avana.

Instaurato il governo rivoluzionario, nel 1960 viene decretata la nazionalizzazione delle proprietà straniere, in particolare statunitensi, sull’isola; nel 1961 l’operazione militare degli Stati Uniti, pianificata dalla CIA, di rovesciamento del governo rivoluzionario con la tentata invasione di Playa Girón (comunemente nota come la Baia dei Porci), viene sconfitta e respinta; quello stesso 1961, con uno storico discorso, viene dichiarato il carattere socialista della rivoluzione cubana. Con le parole di Fidel, «ciò che gli imperialisti non possono perdonarci è che siamo qui, è la dignità, l’integrità, il coraggio, la fermezza ideologica, lo spirito di sacrificio e lo spirito rivoluzionario del popolo di Cuba. Questo è quello che non possono perdonarci… che siamo qui, sotto il loro naso, e che abbiamo fatto una rivoluzione socialista proprio sotto il naso degli Stati Uniti!».

Il bloqueo diventa la ritorsione violenta e criminale a questa nuova, imperdonabile per gli Stati Uniti, situazione. In base alla sezione 620 [a] della legge sull’assistenza all’estero, il governo statunitense stabilisce una sorta di “embargo” totale sul commercio con l’isola, formalizzando una serie di misure economiche e commerciali aggressive e unilaterali che erano state applicate contro Cuba sin dagli anni precedenti. La portata economica e politica del bloqueo è tale, riprendendo ancora le parole di Fidel, che «non è solo la proibizione da parte degli Stati Uniti di qualsiasi tipo di commercio con il nostro Paese, sia che si tratti di macchinari, sia che si tratti di qualcos’altro, di medicinali. Il blocco significa che a Cuba non si può vendere nemmeno un’aspirina per il mal di testa, o un farmaco antitumorale che può salvare una vita o alleviare le sofferenze di chi si trova alla fine della vita; nulla, assolutamente nulla, può essere venduto a Cuba!». Ogni anno, il report informativo del governo cubano aggiorna sul volume e sugli effetti del bloqueo criminale e questi dati sono importanti per avere un’idea dell’impatto che queste misure ritorsive e coercitive, illegittime e illegali, hanno sulla vita di un’isola di poco meno di 110 mila kmq e poco meno di 12 milioni di abitanti.

Il documento, aggiornato al 2022, esordisce ricordando che «il blocco è una massiccia, flagrante e sistematica violazione dei diritti umani di tutti i cubani. In uno spietato atto di crudeltà, gli Stati Uniti hanno applicato, durante questo periodo, con precisione chirurgica, misure volte a colpire tutti i settori più sensibili della società cubana e creare disperazione nella popolazione»; sono ancora in vigore, inoltre, anche le oltre 240 misure coercitive unilaterali applicate contro Cuba da Donald Trump. «A prezzi correnti, i danni accumulati nei sei decenni di applicazione del bloqueo ammontano a oltre 150 miliardi di dollari. Tenendo conto del deprezzamento del dollaro rispetto al valore dell’oro nel mercato internazionale, il blocco ha causato danni quantificabili in oltre 1326 miliardi di dollari»: per intenderci, quanto l’intero PIL (2022) del Messico. Per questo, «non può essere ignorato l’effetto cumulativo del blocco, e le sue conseguenze, che hanno generato una situazione di scarsità nel Paese. Scarsità e difficoltà nell’approvvigionamento di cibo, medicinali e presupposti per sviluppare processi economici e produttivi sono fenomeni che spesso non possono essere immediatamente quantificati, ma che hanno un impatto innegabile sulla vita quotidiana del popolo cubano».

Senza contare gli effetti della legge Helms-Burton (1996), che ha esteso e rafforzato la portata extra-territoriale del blocco, attraverso misure coercitive contro Paesi terzi, al fine di ostacolare e bloccare le loro relazioni commerciali, finanziarie e di investimento con Cuba. In termini di impatto sui singoli settori, continua il documento, nel settore sanitario «solo nei primi sette mesi del 2021, il bloqueo ha causato perdite per un valore di 113.498.300 dollari»; nel settore agro-alimentare «gli effetti del bloqueo sono notevoli, con una stima, tra gennaio e luglio 2021, di 369.589.550 dollari»; nel settore dell’istruzione, della cultura e dello sport, «tra gennaio e luglio 2021, i danni provocati dal blocco ammontano a ca. 30.032.550 dollari»; ancora, «i danni economici e le perdite … al settore delle comunicazioni e delle tecnologie dell’informazione, comprese le telecomunicazioni, nel periodo gennaio-luglio 2021, sono stimati in 37.520.578 dollari». Infine, «gli effetti causati dal blocco al commercio estero cubano nel periodo gennaio-luglio 2021 raggiungono la cifra di 923.829.755 dollari.Il blocco delle transazioni finanziarie cubane, accompagnato da una campagna di intimidazione senza precedenti contro le banche e gli istituti finanziari che operano con Cuba, ha inciso in modo significativo sull’attività economica internazionale del Paese».

La sfera della salute e quella dell’istruzione sono, senza dubbio, due tra gli ambiti più direttamente aggrediti dagli effetti del bloqueo e che più direttamente si traducono in fortissime limitazioni nella completa fruizione di diritti essenziali come quello alla salute e alla scuola. Dopo la fine (1991) dell’esperienza storica dell’URSS, principale partner commerciale di Cuba, l’isola ha subito una riduzione del PIL del 35% in tre anni, blackout e un calo dell’apporto calorico nell’alimentazione. Tuttavia, mentre pressoché tutti i Paesi cosiddetti “a capitalismo avanzato” andavano adottando misure di tagli, dismissioni e privatizzazioni, nel corso di tutti gli anni Novanta, la spesa pubblica cubana per la sanità è aumentata del 13% solo tra il 1990 e il 1994, nella fase più dura e problematica del «período especial», seguito alla fine dell’Unione Sovietica, e si attesta oggi ad una quota pari al 12% del PIL, con un numero di medici pari a 8 ogni mille abitanti (in Italia sono 4 ogni mille abitanti).

Oggi, Cuba non solo mantiene un sistema sanitario interamente pubblico, gratuito e universale, ma continua anche ad essere all’avanguardia nei progressi scientifici su scala internazionale, come hanno dimostrato le missioni mediche di Cuba a sostegno anche dei Paesi più avanzati, tra i quali, com’è noto, l’Italia (due brigate mediche nel 2020, a Crema, in Lombardia, e a Torino, in Piemonte, e una terza missione medica, tra il 2022 e il 2023, in Calabria, e lo sviluppo, con sole risorse interne, di ben cinque vaccini, tra cui Abdala e Soberana, nello specifico, vaccini a subunità proteica e non a m-RNA). In un suo recente report (2021), l’UNESCO ha riconosciuto il primato di Cuba nella regione nella produzione e sviluppo di vaccini contro il coronavirus.

Quanto all’istruzione, gli effetti principali del bloqueo riguardano il pagamento di costi elevati per il noleggio o l’acquisto di tecnologia, da mercati lontani, con intermediazione di Paesi terzi, la mancanza o carenza di determinate risorse, le difficoltà e limitazioni negli approvvigionamenti: non potendo utilizzare il dollaro USA nelle transazioni internazionali, Cuba è costretta a pagare in euro, perdendo somme ingenti solo nella conversione di valuta. L’impossibilità di fornire tutti i moduli multimediali didattici necessari, le limitazioni nell’acquisizione di libri, strumenti e materiali audiovisivi che integrino l’apprendimento, le carenze negli approvvigionamenti di tecnologia avanzata sono solo alcune delle conseguenze dirette del bloqueo.

All’impossibilità di accedere agli strumenti informatici si aggiungono le problematiche causate dalle limitazioni nell’ampiezza della banda di internet, che incide non solo nel processo educativo e nelle funzioni didattiche, ma anche sull’aggiornamento e la manutenzione dei sistemi informatici in generale e del sistema bibliotecario nazionale; perfino l’accesso a diversi siti web è bloccato se il punto di accesso corrisponde a un IP ospitato sull’isola. Ciononostante, Cuba continua a difendere, sviluppare e fare avanzare il proprio sistema di istruzione, interamente pubblico, universale e gratuito, e ad esso destina oltre il 16% della spesa pubblica (in Italia è l’8%), numeri che fanno di Cuba il Paese latino-americano con il più alto indice di sviluppo dell’istruzione secondo i dati UNESCO. Il sistema di istruzione, in vigenza del bloqueo, garantisce il 100% dei bambini e dei ragazzi.

La dimensione della violazione (delle violazioni) dei diritti umani e della giustizia internazionale che il bloqueo configura è abnorme al punto tale che (praticamente) tutto il mondo si è ripetutamente espresso contro il blocco e per la sua cancellazione. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha già condannato per trenta (trenta) volte il blocco statunitense nei confronti di Cuba; nell’ultima sessione (3 novembre 2022), il risultato della votazione è stato di 185 voti a favore della mozione di Cuba che chiedeva l’eliminazione del bloqueo, e solo 2 astensioni (il Brasile di Bolsonaro e l’Ucraina del regime di Kiev) e 2 contrari (Stati Uniti e Israele).

La prima volta che Cuba ha presentato un progetto di risoluzione alle Nazioni Unite per la cessazione del bloqueo è stata subito dopo la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991; la prima volta che la risoluzione è stata messa ai voti è stata nel 1992; allora i favorevoli furono 59; 71 gli astenuti, solo 3 i contrari, Stati Uniti, Israele e Romania. USA e Israele si astennero nel 2016; per il resto sono gli unici al mondo a essere sistematicamente contrari alla fine del bloqueo; l’Ucraina, assente nel 2018, astenuta nel 2019 e nel 2021, ha votato contro nel 2022. Alla fine, la posizione nei confronti del bloqueo verso Cuba finisce per essere anche una sorta di «cartina di tornasole» della posizione degli Stati rispetto alle più elementari norme di giustizia e diritto internazionale.
 

sabato 31 dicembre 2022

Un governo di estrema destra in Israele

Ami Ventura, Arbel dal Lago di Tiberiade, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

 

Lo scorso 29 dicembre ha ottenuto la fiducia alla Knesset e si è dunque insediato, nel pieno delle proprie funzioni, il nuovo governo di Israele, il sesto guidato da Benjamin Netanyahu e soprattutto, dato politicamente più rilevante e preoccupante, il più radicalmente a destra nella storia di Israele. Al di là delle forze politiche che compongono la maggioranza e delle personalità che formano la compagine governativa, infatti, sono proprio i contenuti politici e gli orientamenti programmatici a indicare questa traiettoria, a segnare, cioè, quella che intende essere la direzione del prossimo gabinetto.

Nel suo discorso per la fiducia alla Knesset, il primo ministro Netanyahu ha indicato i tre «obiettivi nazionali» del nuovo governo che, insieme con gli accordi di coalizione con i partiti della maggioranza, delineano la base politica e la traiettoria ideologica dell’esecutivo: proseguire e rafforzare la strategia e le misure volte a impedire che l’Iran possa dotarsi di dispositivi nucleari; progettare e realizzare una infrastruttura ferroviaria di alta velocità capace di unire da un capo all’altro l’intero territorio di Israele; ampliare il numero di Paesi arabi coinvolti negli accordi bilaterali sul modello degli «Accordi di Abramo»; insieme con questi, altri due obiettivi messi in luce sono quelli di rafforzare la sicurezza, con un vero e proprio programma securitario, e impegnarsi per ridurre il costo della vita e migliorare la qualità della vita in Israele.

Un programma che non nasconde, letto con altri documenti e dichiarazioni, carattere e intenzioni del governo, tanto è vero che il nuovo portavoce della Knesset, il presidente del parlamento, Amir Ohana, è intervenuto nel suo discorso proprio sul tema dei diritti delle minoranze, sottolineando che il nuovo governo «non colpirà un solo bambino o una singola famiglia», cercando così di placare il dibattito, aperto nel Paese, circa i timori di possibili interventi da parte del governo contro i diritti delle comunità LGBT e delle minoranze su iniziativa delle forze più oltranziste, ultraortodosse e della destra estrema.

Una preoccupazione più che fondata, se è vero che persino il capo dello stato, il presidente israeliano Isaac Herzog, è intervenuto per sottolineare che «una situazione in cui i cittadini in Israele si sentano minacciati a causa della loro identità o del loro credo mina i valori democratici fondamentali dello Stato di Israele». «I commenti bigotti ascoltati nei giorni scorsi contro la comunità LGBT e contro gruppi e settori diversi della popolazione israeliana sono fonte di preoccupazione», aggiungendo di essere pronto a «fare tutto quanto in proprio potere per prevenire siano colpiti i diversi segmenti della popolazione».

Un governo, insomma, sul quale esercitare una vera e propria vigilanza democratica, come emerso anche da altri interventi dalle forze dell’opposizione. Non a caso, la scintilla che ha fatto esplodere la protesta, che pure era viva, ben conoscendo storia e orientamento delle figure più discusse entrate a fare parte del nuovo governo, è stata una recente dichiarazione di Orit Strock, secondo la quale addirittura «se a un medico viene chiesto di prestare un qualsiasi tipo di trattamento a qualcuno, che violi la sua fede religiosa, se c’è un altro medico disposto a farlo, allora non puoi costringerlo a fornire cure»; inoltre «le leggi contro la discriminazione sono giuste quando creano una società giusta, equa, aperta e inclusiva, ma c’è una certa deviazione, a causa della quale la fede religiosa viene calpestata, e vogliamo correggere questo aspetto».

Orit Strock è oggi ministra delle Missioni Nazionali e componente di Sionismo Religioso, insieme con Otzma Yehudit (Potere Ebraico) una delle formazioni estremiste più oltranziste che compongono il governo. Quanto alla composizione complessiva, sui ventisette dicasteri di cui il governo è formato, quindici sono appannaggio del Likud, il partito del primo ministro, che, proprio con Netanyahu, sempre più si è spostato su posizioni di «destra-destra»; quattro sono appannaggio dello Shas e uno di Giudaismo Unito della Torah; a Sionismo Religioso tre ministeri, tra cui quello delle Finanze per il suo leader, Bezalel Smotrich, e altri due, assai delicati, all’Immigrazione e, appunto, alle Missioni Nazionali; a Potere Ebraico tre ministeri, tra cui quello strategico alla Sicurezza Nazionale per il suo leader, Itamar Ben Gvir, e altri due, pure strategici, a Gerusalemme e allo sviluppo delle periferie, del Negev e della Galilea. Per quanto riguarda l’altro aspetto, legato alla sicurezza nazionale, il governo si propone, in base agli accordi di coalizione, di «rafforzare le forze di sicurezza e garantire sostegno a soldati e agenti di polizia nel combattere e sconfiggere il terrorismo».

È ancora il Jerusalem Post a fare riferimento agli accordi di coalizione che delineano gli orientamenti del governo: «La nazione di Israele ha diritto naturale alla terra di Israele. Alla luce della fede in tale diritto, il primo ministro formulerà e promuoverà politiche nel cui quadro la sovranità sarà applicata a Giudea e Samaria»; il governo ha inoltre promesso di rafforzare lo status di Gerusalemme, sottolineando l’importanza di preservare e sviluppare una Gerusalemme unita quale capitale sovrana di Israele, aspetto, tuttavia, in violazione del diritto internazionale, secondo il quale, come ribadito dalla Corte Internazionale di Giustizia (2004), sono territori occupati tutti i territori tra la Linea Verde e il Giordano (compresa Gerusalemme Est), in relazione ai quali Israele è definita «potenza occupante» e viene ribadito il regime previsto dalla IV Convenzione di Ginevra.

Come ha ricordato (2020) anche il Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, «gli insediamenti israeliani sono considerati dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 2334 una «flagrante violazione del diritto internazionale». Violano la IV Convenzione di Ginevra e sono un presunto crimine di guerra ai sensi dello Statuto di Roma del 1998. Gli insediamenti sono anche fonte significativa di violazioni dei diritti umani e un serio ostacolo al diritto dei palestinesi all’autodeterminazione».


giovedì 13 ottobre 2022

Manifestare per la pace

 

facebook.com/photo?fbid=541412494459728

Manifestare, assumere un’iniziativa, scendere in piazza per la pace, meglio ancora, si può dire, «contro la guerra e per la pace», è opportuno, necessario, importante. Opportuno, anzitutto, perché occorre dare voce ed espressione, tangibile e visibile, a quella larga maggioranza del popolo italiano che si è espressa e continua a esprimersi contro la guerra, con specifico riferimento alla guerra più recente, quella che oppone la Russia e la NATO in Ucraina. Come ha riportato, lo scorso 15 luglio, un articolo di antimafiaduemila, «dal 20 maggio all’8 luglio gli italiani che ... pensano che bisognerebbe continuare a inviare armi a Kiev si attestano su una media del 16%, ... mentre con maggiore favore, tra il 19% e il 31%, è vista l’opzione di mantenere le sanzioni ma smettere di mandare armi. Un dato rilevante ... evidenzia che al netto della percentuale di chi non esprime la propria opinione, la maggioranza relativa degli intervistati auspica il ritiro delle sanzioni e l’assunzione da parte dell’Italia del ruolo di mediazione (tra il 26% e il 28%). Rispetto all’aumento delle spese militari, inoltre, prevale un atteggiamento prevalentemente pacifista dell’opinione pubblica italiana, con un 60% ... in disaccordo con la scelta governativa di aumentare le spese militari, stando alle rilevazioni periodiche di Emg Different. Le percentuali di quanti invece si mostrerebbero favorevoli a un tale incremento si attesterebbero a un massimo del 30%».

Necessario, quindi, perché sempre più la dinamica della guerra e i suoi effetti economici e sociali, in particolare sui Paesi europei, si stanno rivelando insostenibili, con una escalation di distruzione e di morte sul campo di battaglia e con pesanti ripercussioni sulle economie e sulle società del Vecchio Continente, come emerge dal Report FragilItalia, di Area Studi Legacoop e Ipsos, secondo il quale «rispetto a inizio anno aumentano le difficoltà di pagare rate di finanziamenti personali (... 66%), di pagare l’affitto (... 65%) e di pagare il mutuo (... 61%). A pagare il prezzo più alto, i giovani della fascia 18-30 anni (il 76% ha difficoltà a pagare l’affitto), i residenti nel Mezzogiorno, gli appartenenti al ceto popolare (dove l’85% dichiara difficoltà a pagare le rate del mutuo e l’84% i canoni dell’affitto) e medio-basso. Ma sono anche i consumi a risentirne. L’81% (2 punti in più rispetto a inizio anno) dichiara di dover ridurre i consumi, o rinunciarvi, di gas ed energia elettrica; il 75% (4 punti in più) di abbigliamento; il 74% (3 punti in più) di benzina e gasolio; ... il 62% (1 punto in più) di carne. In testa alla lista dei consumi che subiranno drastici tagli o la completa rinuncia si colloca l’abbigliamento (33%), seguito ... dalle scarpe e dal gas ed energia elettrica (entrambi al 29%) e da benzina e gasolio (26%)».

Importante, appunto, perché prendere parola e assumere un’iniziativa contro la guerra e per la pace e, nello specifico del conflitto ucraino, per la fine di tutte le iniziative e le misure utili solo ad alimentare la guerra e la prosecuzione delle ostilità, per la fine della fornitura di armi all’Ucraina e la fine delle sanzioni alla Russia, per la cessazione dell’escalation e un immediato cessate-il-fuoco, per l’apertura di spazi per la soluzione diplomatica del conflitto basata su ipotesi di mutuo beneficio e di reciproca sicurezza (anche sulla base dello spirito dei protocolli di Minsk del settembre 2014 e del febbraio 2015, contemperando i principi di integrità territoriale e di autodeterminazione dei popoli e assicurando uno spazio di sicurezza libero dalla minaccia rappresentata dalle ingerenze USA e NATO sino ai confini della Federazione Russa), significa, al tempo stesso, riportare la logica della pace (del dialogo e della politica, del confronto e della diplomazia) e non la follia della guerra (con cui provare a imporre nuovi disegni egemonici o domini unipolari) al centro della politica e delle relazioni internazionali.

Non di meno, manifestare per la pace, assumere un’iniziativa in direzione del superamento e della trasformazione del conflitto e, in definitiva, della fine della guerra e della costruzione della «pace con mezzi pacifici», comporta anche un’assunzione di responsabilità che interroga, al tempo stesso, la credibilità di chi si fa interprete di proposte di manifestazione e di iniziativa e l’impegno di un’articolazione sociale la più incisiva ed efficace possibile rispetto agli obiettivi delle azioni che si vanno proponendo. Anche per questo hanno suscitato reazioni comprensibilmente contrastanti le proposte di manifestazione sin qui avanzate a livello istituzionale: da quella lanciata, con una recente intervista al Fatto Quotidiano, da Giuseppe Conte per «una manifestazione senza sigle e senza bandiere, aperta a tutti i cittadini che nutrono forte preoccupazione per il crinale che il conflitto in Ucraina sta prendendo», a quella proposta dal presidente della giunta della Regione Campania, Vincenzo de Luca, quest’ultima con l’obiettivo di «un cessate-il-fuoco di un mese, per ridare spazio a organismi nazionali e internazionali, ad autorità religiose e morali, al mondo della cultura, per lo sviluppo di iniziative di pace».

Occorre, viceversa, un’iniziativa di pace sociale e politica al tempo stesso, di ispirazione sociale e di caratura politica, tale da porsi, cioè, nell’ottica di costruire la piattaforma più avanzata possibile capace di mobilitare lo schieramento sociale più ampio possibile, in maniera incisiva e non episodica, alimentando la mobilitazione e facendo politica per la pace, e per la «pace positiva», nel senso della pace, dei diritti e della giustizia sociale. Un segnale in questa direzione, per la platea coinvolta e la tempistica indicata, giunge dall’appello «Non per noi, ma per tutte e tutti» per una manifestazione nazionale il 5 novembre «per la pace, la giustizia sociale e ambientale, contro le diseguaglianze e l’esclusione», in una dimensione «plurale, partecipata, democratica, conflittuale per rimettere al centro la voce dei diritti, contro le disuguaglianze e l’esclusione, per la giustizia sociale e ambientale».

martedì 20 settembre 2022

Una Giornata della pace alla vigilia delle elezioni

そらみみ, Hiroshima Memorial Park, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons.

Incroci e scadenze del calendario civile hanno dato luogo alla significativa coincidenza per cui la Giornata internazionale della pace (21 settembre) viene a cadere praticamente alla vigilia delle Elezioni politiche in Italia (25 settembre), dopo una campagna elettorale dominata, insieme con quello della prosecuzione o meno della cosiddetta “agenda Draghi” e delle misure legate all’attuazione del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, soprattutto dal tema del carovita, della recessione, dell’aumento della bolletta energetica e dei costi a carico dei cittadini, dei lavoratori, e degli attori produttivi in generale, come conseguenza della speculazione inter-nazionale e delle sanzioni imposte dall’Italia e dagli alleati della NATO alla Russia a seguito del conflitto in Ucraina. La coincidenza porta con sé una domanda: si tratta della solita retorica, per cui non si troverà nessuno contrario, a parole, alla pace e a una soluzione politica e pacifica del conflitto, o si possono intravedere elementi concreti che disegnano una proposta, politicamente percorribile, di pace, anche in questa campagna elettorale?

Una possibile risposta alla domanda, canonica, porta con sé, in effetti, un’altra domanda: cosa c’è scritto, sul tema della guerra e della pace, sulla grande questione del nostro tempo, nei programmi elettorali delle forze politiche che si presentano all’appuntamento elettorale del 25 settembre? Per quello che riguarda il Partito Democratico, ad esempio, il sostegno alle politiche in corso e l’allineamento con la NATO sono ribaditi e rivendicati: «Vogliamo che UE, NATO e ONU rimangano le organizzazioni internazionali di riferimento per l’Italia, dove svolgere un ruolo autorevole e da protagonisti. Deve inoltre continuare il sostegno all’Ucraina, insieme all’iniziativa politico-diplomatica congiunta di Germania, Francia e Italia per la fine dell’aggressione e l’avvio di negoziati di pace». Come dire: la NATO sullo stesso piano dell’ONU quali «organizzazioni internazionali di riferimento» e prosecuzione del sostegno (evidentemente anche militare) all’Ucraina. Tale spazio di intervento viene esteso alla UE, della quale si rivendica anche la strategia propriamente militare: «Con l’approvazione della nuova “Bussola strategica”, la UE ha assunto con più decisione la prospettiva della costruzione di una Difesa comune. È un punto che riteniamo decisivo affinché l’Europa sia sempre più influente nel contesto globale».

Sull’altro versante dell’arco parlamentare, Lega e Fratelli d’Italia non hanno posizioni, al di là della propaganda elettorale, significativamente diverse: «L’Italia deve diventare il ponte verso i Paesi terzi a nome della NATO e dell’Europa, assumendo il ruolo come uno dei principali interlocutori dell’Occidente e, in determinate situazioni di conflitto, cooperando con l’ONU per lavorare alle crisi regionali e globali», è scritto nel programma della Lega. Con le proposte, tra le altre, di «promuovere sul fronte della sicurezza continentale una maggiore collaborazione tra eserciti dei Paese europei» e di «recuperare un ordine internazionale liberale, con l’Italia protagonista nel riportare i suoi principi cardine in seno alle sue principali alleanze: NATO e UE». In particolare, «l’appartenenza alla NATO è garanzia di una mutua difesa e richiede un impegno anche in termini di risorse economiche». Senza grandi differenze, nel programma di Fratelli d’Italia, se non con un’accentuazione ancora maggiore: «Pieno rispetto delle nostre alleanze internazionali, anche adeguando gli stanziamenti per la Difesa ai parametri concordati in sede di Alleanza Atlantica. Al fianco dei nostri alleati internazionali nel sostegno all’Ucraina di fronte all’aggressione della Federazione Russa. [...] Promuovere politiche di Difesa comune dell’Unione europea e la costituzione di una «colonna europea» della NATO, pilastri indispensabili per la sicurezza e l’indipendenza del Continente».

Quanto al Movimento 5 Stelle, il programma conferma le due «stelle polari» della politica internazionale: «da un lato, la nostra vocazione europeista, [...] dall’altro, la centralità dell’appartenenza del nostro Paese alla Alleanza Atlantica, la quale resta essenziale al fine di garantire la sicurezza e la difesa del nostro Continente» aggiungendo, in relazione al conflitto in Ucraina, la proposta di «una Conferenza internazionale, ispirata non all’esempio della Conferenza di Yalta, ovvero alla divisione del mondo in blocchi e sfere di influenza, ma piuttosto alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa di Helsinki del 1975, che, coinvolgendo anche l’Unione Sovietica, seppe inaugurare una stagione di distensione e un percorso volto al superamento della politica dei blocchi in Europa, creando le basi per un organismo multilaterale di sicurezza quale è l’OSCE».

Fin qui dunque il panorama delle forze che, confermando l’impegno per un rafforzamento anche militare della integrazione europea e una rinnovata rilevanza della NATO nello scenario internazionale, si collocano, con diversi accenti e sfumature, nell’orbita di quello che pure è stato definito il «partito unico della guerra». Al di fuori di questo si collocano, invece, quelle aggregazioni elettorali al cui interno hanno deciso di situarsi le forze politiche da più tempo e con maggiore coerenza impegnate sul versante, in senso generale, di lotta contro la guerra e per la pace. Nel programma della Alleanza Verdi e Sinistra, che comprende Sinistra Italiana ed Europa Verde, «il ripudio fermo di ogni guerra, il faticoso e costante lavoro per la pace, il diritto di auto-determinazione dei popoli, la difesa non derogabile dei diritti umani sono i riferimenti imprescindibili della nostra politica internazionale»; «va interrotto subito l’invio di armi in Ucraina e riaperta la strada del confronto diplomatico».

Qui, pur senza mettere sostanzialmente in discussione il sistema di alleanze internazionali, si richiama l’esigenza di una «moratoria delle spese aggiuntive ... per le nuove spese d’arma» e di una «legge quadro istitutiva dei Corpi Civili di Pace» e per una Difesa Civile Non-armata e Nonviolenta. Sulla stessa falsariga, ma con accentuazioni e caratterizzazioni diverse, il programma di Unione Popolare, che comprende Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, che chiede lo «stop immediato dell’invio di armi a tutti i Paesi in guerra e ritiro dei soldati all’estero se non autorizzati dall’ONU, che va rafforzata e sottratta ai veti incrociati delle superpotenze», ma si limita, quanto al sistema di alleanze internazionali, a proporre di «operare per il superamento della NATO» e «operare ... per una riforma in senso democratico delle istituzioni di Bruxelles». Tra le cosiddette, utilizzando la corrente espressione giornalistica, “formazioni anti-sistema”, per quanto riguarda le questioni della guerra e della pace e le politiche internazionali, Italia Sovrana e Popolare, che raccoglie una pluralità di forze politiche diverse, tra cui Partito Comunista e Azione Civile, e formazioni sovraniste, da Ancora Italia a Riconquistare l’Italia, chiede («rigettiamo la presenza della NATO») «l’immediato blocco all’invio di armi al regime ucraino, la promozione di un’opera di mediazione rivolta alla pace, l’interruzione delle sanzioni alla Russia»; «l’archiviazione della stagione dell’unipolarismo atlantista e l’approdo a un mondo multipolare»; «una posizione di neutralità ed equidistanza».

Com’è noto, a proposito della Giornata Internazionale della Pace, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato la ricorrenza del 21 settembre una giornata dedicata a consolidare, rafforzare e promuovere gli ideali della pace, anche osservando 24 ore di iniziative per la pace, di nonviolenza e di cessate-il-fuoco nei conflitti in corso. Sono le stesse Nazioni Unite, peraltro, a riconoscere che «conseguire la pace significa molto più che, semplicemente, fare tacere le armi. Conseguire la pace richiede la costruzione di società nelle quali tutti i membri sentano di poter prosperare; riguarda la creazione di un mondo in cui le persone siano trattate in maniera eguale, qualunque sia la loro provenienza etnica. Come ha detto, infatti, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Il razzismo continua ad avvelenare le istituzioni, le strutture sociali, e la vita quotidiana in ogni società; continua a rappresentare un fattore di persistente diseguaglianza; e continua a impedire alle persone di godere dei propri diritti umani fondamentali. Il razzismo destabilizza le società, minaccia le democrazie, erode la legittimità dei governi; il nesso tra razzismo e diseguaglianza di genere è inconfondibile». Per questo, il tema della Giornata per il 2022 è «Porre fine al razzismo, costruire la pace».

mercoledì 3 agosto 2022

L’amicizia tra i popoli e la costruzione della pace


Unknown camera 10/02/2018 , CC0, https://pxhere.com/en/photo/1531645

Si celebra il 30 luglio la giornata internazionale dell’amicizia, una ricorrenza delle Nazioni Unite con la quale, come segnala la risoluzione istitutiva (risoluzione dell’Assemblea Generale 65/275 del 28 luglio 2011), si invita la comunità internazionale nella sua interezza, tutti gli Stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altre organizzazioni regionali e internazionali, come pure la società civile, comprese le organizzazioni non governative e le singole persone, «a celebrare la Giornata Internazionale dell’Amicizia in maniera appropriata, in accordo con le culture e altre circostanze e costumi delle rispettive comunità locali, nazionali e regionali, anche attraverso l’istruzione e attività di promozione di consapevolezza presso l’opinione pubblica», osservando, peraltro, che «attività, eventi e iniziative legate al tema dell’amicizia si svolgono ogni anno in diversi Paesi», a conferma dell’importanza e dell’attualità della questione.

Infatti, per quanto spesso catalogata tra le “ricorrenze dimenticate” del sistema delle Nazioni Unite, la giornata internazionale dell’amicizia è un’occasione assai preziosa per rimettere a tema e sollecitare iniziativa pubblica sulla questione, importante e attuale più che mai, dell’amicizia tra popoli e comunità, della collaborazione e della cooperazione internazionale e, in prospettiva, della costruzione della pace. È ancora la risoluzione dell’Assemblea Generale a richiamare, sin nei suoi paragrafi introduttivi, «la rilevanza e l’importanza dell’amicizia quale sentimento nobile e prezioso per la vita degli esseri umani ovunque nel mondo» e a soffermarsi sul fatto che «l’amicizia tra popoli, Paesi, culture e singole persone può ispirare gli sforzi per la pace e costituisce un’opportunità per costruire ponti tra le comunità, rispettando la diversità culturale». È cioè, la questione dell’amicizia e, in particolare, con essa, la costruzione dell’amicizia tra i popoli e le culture, la realizzazione di progetti e di iniziative per la solidarietà e la cooperazione internazionale, la promozione del legame e della fiducia, uno strumento prezioso del lavoro di pace e degli stessi Corpi civili di pace.

L’orizzonte della “pace positiva”

In particolare, in questo senso, è ancora la risoluzione a osservare che «l’amicizia può contribuire agli sforzi della comunità internazionale, in linea con la Carta delle Nazioni Unite, verso la promozione del dialogo tra le culture, la solidarietà, la comprensione reciproca e la riconciliazione», ponendo, per questa via, la questione dell’amicizia e della cooperazione tra i popoli sulla falsariga della questione della pace, in particolare del lavoro di pace e per la ricomposizione. Il nesso viene esplicitamente richiamato nella risoluzione quando si richiamano «le finalità e gli obiettivi della Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace e il Decennio internazionale per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo (2001-2010)». Il documento di riferimento, importantissimo per la sua portata e per i suoi contenuti, è, appunto, la risoluzione dell’Assemblea Generale 53/243 del 6 ottobre 1999 contenente la Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace. Qui viene messo in evidenza, in maniera opportuna e adeguata, che «la pace non è solo l’assenza del conflitto, ma richiede anche un processo positivo, dinamico e partecipativo, in cui il dialogo sia incoraggiato e i conflitti siano risolti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione».

Si tratta, precisamente, della definizione, ormai ampiamente assodata in letteratura, di pace “positiva”: non più pace, in negativo, come carenza, mancanza, negazione (negazione del conflitto o mera assenza della guerra, ad esempio), bensì una rinnovata, più articolata e più esigente allo stesso tempo, concezione della pace, in positivo, come presenza, affermazione, pienezza, realizzazione, cioè, di un contesto in cui tutti i diritti umani per tutti e per tutte siano riconosciuti, tutelati e promossi, sia promossa la giustizia sociale, siano costruiti processi di inclusione e di partecipazione. Come ricorda, ad esempio, Johan Galtung, tra i massimi esponenti a livello internazionale della ricerca per la pace, «la distinzione fra pace negativa e pace positiva che introdussi nel 1958 era ispirata alla distinzione di Marie Jahoda fra salute mentale negativa e positiva, criterio precursore della psicologia positiva. Il che non implica alcun monopolio sulla definizione. Per una valida nozione scientifica è tuttavia indispensabile una conoscenza del campo, a discernimento degli elementi da escludere o includere. [...] Ci servono criteri sulla pace per sapere di che trattiamo; per la pace negativa: assenza o basso livello di violenza diretta e strutturale, tali per cui vengono soddisfatti i bisogni umani basilari e di natura-diversità-simbiosi; per la pace positiva: presenza di cooperazione-equità, armonia-empatia, trasversalmente ai fronti conflittuali, di genere-generazione-razza-classe-natura-territorio. [...] Pace positiva significa che si muove qualcosa di buono. Pace è un rapporto fra le parti, così come salute è un equilibrio nelle persone».

Per il pieno sviluppo di una “cultura di pace”

Non si tratta di un lavoro banale: è ancora Galtung a ricordare, infatti, che «la pace positiva si struttura sulla pace negativa, costruendo sulla riconciliazione dei traumi e sulla risoluzione dei conflitti. C’è da fare molto lavoro». Non a caso, come ricorda la citata Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace, «il pieno sviluppo di una cultura di pace è integralmente connesso con la promozione della risoluzione pacifica dei conflitti, del mutuo rispetto e della reciproca comprensione, e della cooperazione internazionale; il rispetto degli obblighi internazionali sotto la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale; la promozione della democrazia, dello sviluppo e del rispetto universale di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali; il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della piena partecipazione; lo sradicamento della povertà e dell’ analfabetismo e la riduzione delle diseguaglianze, all’interno e tra le nazioni». Elementi fondamentali, nello spirito della giornata del 30 luglio, per costruire, sull’amicizia, un orizzonte di cooperazione e di pace.