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lunedì 23 maggio 2022

Ottocento anni dopo


Decan, Christ Church Cathedral, Interior, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
 
In un momento già definito, da più parti, storico, la Chiesa d’Inghilterra, nell’occasione della funzione tenuta all’inizio di questo mese, domenica 8 maggio, ha manifestato il proprio pentimento ed espresso le proprie scuse, per la prima volta in modo solenne e ufficiale, per i provvedimenti anti-ebraici approvati esattamente ottocento anni fa, provvedimenti che, nel corso del tempo e ponendo le basi per ulteriori misure anti-ebraiche, hanno alla fine portato all’espulsione degli ebrei dal regno, in un processo storico durato secoli. La funzione, presso la Cattedrale di Cristo a Oxford, si è svolta con la partecipazione del rabbino capo di Gran Bretagna, Ephraim Mirvis, e dei rappresentanti dell’arcivescovo di Canterbury.

Il Sinodo di Oxford del 1222, esattamente ottocento anni fa, vietò infatti i rapporti tra ebrei e cristiani, impose una decima agli ebrei e li costrinse ad indossare un segno di identificazione. Gli ebrei furono successivamente banditi da alcune professioni e fu impedita la costruzione di nuove sinagoghe. Di lì alla fine del XIII secolo, ulteriori misure, via via introdotte, proibirono loro di possedere terreni e di trasmettere l’eredità. Centinaia furono gli ebrei arrestati, impiccati o imprigionati, fino a giungere all’espulsione di massa dei 3.000 ebrei dell’epoca dall’Inghilterra (1290). Ci sarebbero voluti 360 anni e più prima che agli ebrei fosse permesso di tornare, venendo riammessi da Oliver Cromwell nel 1656, nel contesto della rivoluzione inglese.

L’editto di espulsione dei 3.000 ebrei d’Inghilterra fu promulgato da re Edoardo I nel 1290. Sebbene, come è stato ricordato, la Chiesa d’Inghilterra non fu istituita fino al 1530 (dopo lo scisma che portò Enrico VIII alla separazione dal Papa di Roma), è giusto che i cristiani riconoscano tali «azioni vergognose», pur accadute secoli e secoli prima, e «ricostruiscano positivamente» i rapporti con la comunità ebraica, come richiamato in una dichiarazione di Jonathan Chaffey, arcidiacono di Oxford. «La nostra intenzione è che la commemorazione sia un segnale forte, per un potenziale così ricco, riflesso nella profondità dell’incontro interreligioso, che esiste sempre più a Oxford e in tutta la società», è stato ribadito dalla Diocesi in una dichiarazione prima dell’evento. Non solo la funzione «è un’opportunità per ricordare e ricostruire», ma, in particolare, è utile per ispirare i cristiani di oggi «a rifiutare le forme contemporanee di antisemitismo».

Qui, la storia incontra l’attualità e l’evento incrocia uno dei nodi dell’Europa di oggi. Un documento della chiesa pubblicato nel 2019, dal titolo “La parola infallibile di Dio”, ha delineato per la prima volta in modo netto l’importanza del rapporto ebraico-cristiano, riconoscendo, elemento storico e politico di notevole importanza, che secoli di antisemitismo cristiano in Europa hanno contribuito, tra altri fattori e circostanze, a gettare le basi per la Shoah. Il documento afferma inoltre che gli atteggiamenti cristiani nei confronti dell’ebraismo, nel corso dei secoli, hanno fornito anche un «fertile brodo di coltura per l’antisemitismo». Non solo si tratta di riconoscere tali “responsabilità del passato”, ma soprattutto di impegnarsi a sfidare atteggiamenti e stereotipi antiebraici. Sullo sfondo, ovviamente, vi sono anche questioni di relazioni e, perfino, teologiche tra cristiani ed ebrei.

Tony Kushner, docente alla Southampton University, ha ricordato che «questo è il passo più difficile per la chiesa. Accettare che la diffamazione del sangue, i massacri e le espulsioni fossero sbagliati è semplice... accettare che l’ebraismo custodisca un’intrinseca validità religiosa è più impegnativo». Le scuse per il Sinodo di Oxford sembrano riflettere oggi «preoccupazioni per l’antisemitismo contemporaneo» e rientrano in una più ampia rivalutazione circa le ideologie e i fenomeni della storia, tra i più tragici, inclusa la schiavitù. Del resto, l’incremento e la diffusione dell’antisemitismo nelle società contemporanee costituiscono una sfida che le società europee sono chiamate ad affrontare. È stato registrato in diversi rapporti l’aumento di incidenti razzisti e antisemiti nella UE, nonché l’esacerbazione dei crimini di odio di carattere razzista e antisemita e della negazione della Shoah, in particolare, ma non solo, nel contesto degli eventi legati alla diffusione della pandemia.

Anche una “riduzione della tensione” circa la memoria dell’antifascismo e la lotta contro fascismo e nazismo in Europa sono fattori che concorrono alla diffusione dell’antisemitismo e all’erosione del tessuto democratico. Il voto alle Nazioni Unite di Stati Uniti e Ucraina contro la risoluzione di condanna della glorificazione del nazismo (novembre 2020) e la risoluzione del Parlamento Europeo (dal titolo, generico e fuorviante, “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”) che sostanzialmente equipara nazismo e comunismo (settembre 2019) sono, sul piano istituzionale, eventi, in tal senso, assai cupi e preoccupanti.

Una recente indagine (ottobre 2021), intitolata “Antisemitic Prejudices in Europe”, pubblicata da Ipsos, ha riscontrato che può esistere una scarsa correlazione tra atteggiamenti antisemiti e attacchi diretti contro gli ebrei, alla luce dei dati che prendono a riferimento una platea diffusa in 16 Paesi del Vecchio Continente. Qui, l’affermazione per cui «sarebbe meglio se gli ebrei lasciassero il Paese» è sostenuta dal 24% degli intervistati in Polonia, dal 23% in Grecia e dal 21% in Ungheria. Non solo, in Grecia, Ungheria e Romania oltre il 20% degli intervistati ritiene che «il numero di ebrei vittime della Shoah sia molto più basso di quello che viene normalmente ricordato».

Ancora, quasi un terzo degli intervistati in Austria, Ungheria e Polonia ha affermato che gli ebrei non saranno mai in grado di «integrarsi appieno» nella società. In Spagna, il 35% ha affermato che gli israeliani si comportano «come nazisti» nei confronti dei palestinesi; nei Paesi Bassi il 29%; in Svezia il 26%. Sono segnali della diffusione di immagini e stereotipi che alimentano pregiudizi e ostilità. Altre indagini confermano, non senza preoccupazione, l’aumento di casi ed episodi di razzismo, intolleranza, xenofobia. Alla luce di tutto ciò, sempre più essenziale diventa allora il nesso, tanto più oggi e in Europa, tra costruzione di società pluralistiche e inclusive, difesa della memoria e dei valori democratici e sociali, tutela dei diritti e della democrazia. 
 

mercoledì 10 novembre 2021

Contro antisemitismo, fascismi vecchi e nuovi, xenofobia

Darwinek, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


«Quando gli ebrei sono presi di mira a causa delle loro convinzioni o della loro identità, quando Israele viene individuato in ragione dell’odio antiebraico, questo è antisemitismo». La vicepresidente USA, Kamala Harris, ha presieduto la sessione di apertura della conferenza, sul tema «Never Is Now», dell’Anti-Defamation League, lo scorso 7 novembre, esprimendo il proprio sostegno alla lotta contro l’ondata crescente di antisemitismo.

La prima sessione è stata dedicata all’antisemitismo e i crimini d’odio, con l’introduzione della vicepresidente USA, seguita dall’intervento del ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid, il dialogo tra le note giornaliste Sheera Frenkel e Kara Swisher sulla diffusione dell’odio e della disinformazione online attraverso i social media, e, infine, un confronto, sugli stessi temi, tra Jonathan Greenblatt, direttore della Anti-Defamation League e già assistente speciale alla Casa Bianca con Barack Obama e direttore dell’Ufficio per l’Innovazione Sociale e la Partecipazione, e Daniel Dae Kim, attore e produttore, recentemente salito alla ribalta delle cronache per il suo impegno contro la discriminazione delle minoranze, in particolare delle comunità asiatiche, negli USA, e contro l’insorgere dei fenomeni di crimini d’odio, razzismo e xenofobia, legati alla diffusione della pandemia.

La seconda sessione ha avuto invece per tema “L’unità di fronte all’antisemitismo”, indicando, a fronte della pluralità e della varietà dell’universo dell’ebraismo in Occidente, pericoli e sfide poste dall’ondata antisemita avvertita nelle diverse comunità ebraiche. Molte sono, com’è noto, le comunità ebraiche statunitensi, dai riformatori ai conservatori, dai ricostruzionisti agli ortodossi, e molti gli statunitensi di origine ebraica legati alla cultura ebraica ma non appartenenti né osservanti. In questo scenario, sostanzialmente pluralistico e secolare, da una parte l’antisemitismo può assumere forme diverse, dall’altra è necessario trovare, tra le diverse esperienze culturali e religiose, terreno comune per favorire il dialogo e contrastare le discriminazioni.

La terza sessione, particolarmente delicata, ha riguardato invece le tematiche dell’attivismo anti-sionista e delle propensioni antisemite che si affacciano anche nel contesto degli spazi e dei movimenti democratici. Il panel, ad esempio, segnala che «spesso attivisti ebrei sono esclusi da alcune comunità che si battono per la giustizia sociale e a volte persino attaccati a causa del loro legame con Israele»; e indica l’esigenza di avanzare «approfondimenti su come distinguere tra espressioni e azioni critiche nei confronti di Israele ed espressioni e azioni che creano situazioni in cui l’antisemitismo rischia di essere tollerato e persino incoraggiato».

È ovviamente, per quanti e quante si battono per la pace, il progresso e la giustizia sociale, un tema cruciale: non è mai superfluo ribadire, infatti, la distinzione tra antisemitismo (riprendendo la definizione data in apertura dalla stessa Kamala Harris, «prendere di mira gli ebrei in quanto ebrei» e «contrastare Israele in quanto tale in ragione dell’odio antiebraico») e antisionismo (come critica razionale all’ideologia nazionale del sionismo e alle politiche messe in opera dal governo d’Israele), come peraltro ribadito anche in alcune recenti sentenze della magistratura italiana (ad esempio la sentenza del 24 maggio 2017 del Tribunale di Vercelli).

Nel focus «Game Over? Come l’odio online si sta infiltrando nelle nuove piattaforme», la descrizione del panel riferisce come «l’odio, le offese e le molestie online si sono diffuse al di là dei social media nello spazio virtuale delle nuove piattaforme, come il mondo dei giochi online (gaming), la cui popolarità e la cui diffusione sono letteralmente esplose durante la pandemia. Tante ormai le persone in contatto con il mondo dei giochi online, le cui piattaforme sono ormai “abitate” in modo simile a come sono “abitati” i social media. Come le piattaforme di social media, anche questi spazi interattivi possono ospitare una retorica estremista, antisemita e ostile: l’83% degli adulti e il 60% dei giovani hanno subito odio o molestie attraverso le comunità di gioco online».

Kamala Harris ha usato poi una frase ebraica diffusa negli ambienti dell’ebraismo progressista, e che, nel corso della pandemia, ha finito per essere adottata e menzionata anche in altri contesti, vale a dire «Tiqqun 'olam (תיקון עולם‎)» nel senso di «curare il mondo», non solo in relazione agli sforzi per uscire dalla pandemia verso una maggiore democrazia, inclusione, giustizia sociale, ma anche per ribadire l’impegno contro l’antisemitismo e la xenofobia. L’espressione ebraica, del resto, ha attinenza non solo con il concetto di cura, ma anche con il concetto di bene comune e di giustizia sociale. È stata l’occasione, infine, per ricordare la nomina della storica della Shoah, Deborah Lipstadt, come inviata speciale del Dipartimento di Stato per monitorare l’antisemitismo.

La sua figura, del resto, non è solo quella di una delle più accreditate storiche della Shoah e dei movimenti antisemiti, essendo già stata consulente presso lo United States Holocaust Memorial Museum. Per chi ricorda lo splendido film, La verità negata, in cui la protagonista è interpretata da Rachel Weisz, è alla sua figura che è ispirata la storia del processo che confermò, anche in via giudiziaria, il saggista David Irving come negazionista della Shoah. La sentenza ribadiva, tra l’altro, che David Irving era un «attivo negazionista dell’Olocausto», un antisemita e un razzista, ed era inoltre «associato con estremisti di destra che promuovono il neo-nazismo».

L’antisemitismo come forma specifica di razzismo, xenofobia e discriminazione, e le variegate pulsioni ultra-nazionaliste, neo-fasciste e neo-naziste, vecchi e nuovi fascismi, si accompagnano e si alimentano a vicenda e ciò richiede attenzione, «vigilanza democratica», per preservare gli spazi del conflitto e della mobilitazione, da infiltrazioni e insorgenze regressive. Non a caso, la conferenza si è svolta ad 82 anni dalla Notte dei Cristalli (Kristallnacht), l’ondata di pogrom e devastazione del 9 novembre 1938, quando i nazisti distrussero centinaia di sinagoghe, uffici e negozi ebraici in Germania, Austria e parti della Cecoslovacchia: «l’antisemitismo non è una reliquia del passato». Proprio per questo, va tenuto al riparo dalle strumentalizzazioni e preservato da adozioni controproducenti. Come infatti ha scritto Johan Galtung, «la violenza è radicata nelle relazioni cattive; la pace in relazioni buone, rigettate dagli antisemiti, e gli autoproclamati certificatori di antisemitismo non mi renderanno mai tale. Ma la loro narrativa è basata esclusivamente su vittime innocenti e malvagi perpetratori».